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La corsa italiana al mercato globale dei chip continua e per il nostro Paese, dopo la strutturazione di un piano governativo da 4 miliardi di euro e l’emersione del Chips Act europeo, gli investimenti si ampliano. Non c’è solo quello da 3,2 miliardi di euro che porterà in Pianura Padana, possibilmente vicino a Novara, l’azienda di Singapore Silicon Box, tra le più promettenti produttrici di chiplet. C’è anche da segnalare la svolta politico-industriale che il governo Meloni, tramite il Ministero dell’Economia e delle Finanze, cerca di imprimere all’attività della partecipata italo-francese StMicroelectronics.

Gli investimenti di St rilanciano l’Italia dei chip

Il gruppo avente uno dei principali hub operativi italiani ad Agrate Brianza, affacciato sull’autostrada A4 nerbo infrastrutturale del Nord Italia, ha avuto di recente un duplice sviluppo che ha rafforzato il suo legame col sistema industriale italiano. In primo luogo, il Mef, principale azionista di St assieme alla banca pubblica francese Bpifrance, ha incassato da Parigi il via libera a raddoppiare il comitato esecutivo del gruppo, aggiungendo all’ad Jean-Marie Chery, francese, l’italiano Lorenzo Grandi, Chief Financial Officer del gruppo.

Questo anche per aprire una stagione in cui Italia e Francia saranno su un piano paritetico negli investimenti del gruppo. St ha promosso una quota di investimenti complessivi di 8,1 miliardi di euro dal 2019 in avanti, di cui 4,9 in Francia e 3,2 in Italia, a causa del clima favorevole nel Paese guidato da Emmanuel Macron per finanziamenti strategici allo sviluppo industriale. L’azienda ora si prepara a una nuova espansione italiana e dunque la nuova diarchia riflette tempi in cui a Grenoble-Crolles, centrale operativa francese per eccellenza, si aggiungeranno investimenti in altri poli.

Uno tra questi, e veniamo al secondo punto, sarà il rafforzamento di Catania, secondo hub italiano di St. Ed erede della grande tradizione industriale della Ates, tra i pionieri dello sviluppo tecnologico al Sud prima che la fusione con la Società Generale Semiconduttori prima e la Thompson francese poi facesse sorgere, per agglomerazione, l’attuale StMicroelectronics. Nella “Etna Valley” St investirà 5 miliardi di euro con il generoso contributo di 2 miliardi del Chips Act europeo, a cui si aggiungeranno 400 milioni italiani già “bollinati” dalla Commissione Europea. A Catania si produrranno, principalmente, chip per il settore automotive.

Chip e Stato “stratega”

L’obiettivo del Ministero delle Imprese e del Made in Italy guidato da Adolfo Urso sembra concretizzarsi maggiormente sul settore dei microchip rispetto ad altri dossier. L’idea è quello di costruire un apparato di Stato “stratega” in cui al governo, in sinergia con l’Unione Europea, è dato mandato di organizzare le grandi linee di indirizzo operative per definire i settori da sostenere e avviare nel gioco della competizione globale e alle forze di mercato quello di consolidare, su queste direttrici, ampie filiere garantite anche dal volano degli investimenti pubblici. Non è statalismo, ma la necessaria risposta a un clima di competizione globale in cui, dagli Usa alla Francia, gli Stati si armano per sovvenzionare la ricerca e lo sviluppo di asset strategici.

L’Italia all’avanguardia sui chip

In questo clima, non serve solo garantire risorse, ma anche il substrato di capitale umano, competenze e tecnologie, oltre che di infrastrutture di ricerca di valore. E in quest’ottica la scelta dell’Italia per molti investimenti valorizza anche il network di università e centri di ricerca: si pensi a Politecnico di Milano, Consiglio Nazionale delle Ricerche, Istituto Italiano di Tecnologia e altri enti.

In quest’ottica, per fare sistema, “la volata dell’Italia sul fronte dei semiconduttori si completa con la creazione a Pavia della Fondazione ChipsIT, il Centro italiano per il design dei circuiti integrati a semiconduttori”, nota Borsa e Finanza. La scelta, su questo fronte, “è ricaduta sul comune a sud di Milano per l’ecosistema di aziende di microchip e di università ed istituti di ricerca nella filiera. La spesa in conto di capitale è di 10 milioni di euro per il 2023 e di 25 milioni all’anno dal 2024 al 2030”. Nella corsa europea, che vuole portare il Vecchio Continente dal 10 al 20% del mercato globale dei chip da qui al 2030, l’Italia c’è. E con una quota di investimenti privati prevista per 10 miliardi di euro complessivi nei prossimi anni, attorno a St e Silicon Box, può giocare un ruolo da protagonista.

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