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	<title>Tijuana Archives - InsideOver</title>
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	<title>Tijuana Archives - InsideOver</title>
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		<title>I fantasmi di Tijuana</title>
		<link>https://it.insideover.com/reportage/societa/i-fantasmi-di-tijuana.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Apr 2019 11:03:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Tijuana]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1440" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/ape-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/ape-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/ape-1-300x225.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/ape-1-768x576.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/ape-1-1024x768.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>(Da Tijuana) Martín de la Cruz Roja lava l’interno di un van Ford di fronte all’obitorio. Stanotte, nessuno lo accompagna a recuperare i cadaveri della città. Da quando ha cominciato il suo turno alla fine del pomeriggio, ha già portato all’obitorio dieci vittime di omicidio. È trascorso un anno e mezzo da quando il titolare di &#8230; <a href="https://it.insideover.com/reportage/societa/i-fantasmi-di-tijuana.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1440" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/ape-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/ape-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/ape-1-300x225.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/ape-1-768x576.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/ape-1-1024x768.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p><strong>(Da Tijuana)</strong> Martín de la Cruz Roja lava l’interno di un van Ford di fronte all’obitorio. Stanotte, nessuno lo accompagna a recuperare i cadaveri della città. Da quando ha cominciato il suo turno alla fine del pomeriggio, ha già portato all’obitorio dieci vittime di omicidio. È trascorso un anno e mezzo da quando il titolare di Martin, l’ufficio del Procuratore di Stato di Baja California, ha deciso di delegare tutti gli altri prelievi alle società private di pompe funebri. E per una buona ragione. Durante gli ultimi due anni, i freezer dell’obitorio di Tijuana sono stati traboccanti.</p>
<p>Con l’aiuto di Caesar, che quella notte è di turno all’obitorio, Martín distende quattro corpi sui tavoli metallici della sala autopsie. A tutti è stato sparato un <strong>colpo in testa</strong> con una pistola di piccolo calibro, l’arma prediletta per gli omicidi silenziosi, e sono stati private delle loro carte d’identità.</p>
<p>Caesar cerca invano dello spazio nei refrigeratori per i “nuovi arrivati”, ma sono tutti già pieni. In ogni compartimento, almeno un corpo su due porta la scritta “sconosciuto” scarabocchiata su un elenco. Al piano di sopra, la dottoressa Melina Moreno, vice direttore responsabile delle fosse comuni all’obitorio di Tijuana, conferma che il tasso di identificazione delle vittime di omicidio raggiunge a malapena il 50%. Caesar sospira. “Fortunatamente, andremo domani alle fosse comuni”.</p>
<p>Con più di 1.500 morti violente in appena sei mesi, l’ 86% delle quali collegate al traffico di droga, questa città di confine di un milione e mezzo di abitanti ora è <strong>una delle città più letali</strong> al mondo. Ma, lontano dalle immagini di guerra e dalle macabre messe in scena che il Messico ha visto dall’inizio della guerra alla droga nel 2006, le vittime dei cartelli a Tijuana muoiono nell’ombra.</p>
<p>“Nessuno, inclusi i belligeranti, ha alcun interesse a vedere la violenza venire alla luce”, dice il giornalista Luis Alonso Perez Chavez, noto per aver documentato l’espansione del cartello Jalisco Nueva Generación (Cjnc). Negli ultimi due anni, questa organizzazione criminale ha provato a strappare il controllo della città dalle mani del <strong>cartello Sinaloa</strong>, producendo un numero di omicidi senza precedenti.</p>
<p>“Questo cartello è conosciuto quasi ovunque per la sua spettacolare violenza ma qui, a Tijuana, le sue vittime sono nascoste, lasciate in aree fuori mano, ed è diventato ancora più difficile identificarle”. La mattina dopo, all’obitorio circa quindici corpi impilati per terra aspettano che si liberi un posto nei freezer. Caesar doveva tornare a casa molto tempo fa. Invece, gli è stato ordinato di portare quaranta cadaveri alle fosse comuni. È la terza escursione di questo genere in sole due settimane.</p>
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<p>“Ci piacerebbe fare più spazio aumentando il numero di sepolture nelle fosse comuni, ma il procuratore di Stato ci sta rallentando, come se cercasse di abbassare le statistiche degli omicidi”, dice la dottoressa Melina Moreno mentre sale sul van carico di cadaveri.</p>
<p>Le vittime che Melina e i suoi colleghi stanno trasportando sono state uccise tre o quattro settimane fa. Poiché ci vuole troppo tempo perché l’Ufficio del Procuratore di Stato sbrighi le procedure amministrative, il personale dell’obitorio lo fa lungo la strada. Nell’afoso caldo di luglio, il tanfo di putrefazione si diffonde a ogni sosta. Tre ore più tardi, il team raggiunge finalmente il dodicesimo Cimitero Municipale di Tijuana, un gigantesco sito inaugurato nel 2004, già popolato da <strong>30mila morti.</strong></p>
<p>A causa della mancanza di mezzi e personale, gli impiegati della camera mortuaria devono scavare le buche con i badili sotto il sole cocente. I corpi vengono quindi impilati sul fondo del fosso, una dozzina per sezione. Tutto intorno a loro, una miriade di anonime croci bianche copre diversi colli. In ognuna delle 495 buche scavate a Tijuana dal settembre 2015, più di 3mila individui giacciono senza nome. In 23 di queste sono sepolti “solo teste e bambini”.</p>
<p>Di ritorno all’obitorio, Maria, una segretaria, presenta i suoi registri del mese di luglio. In quindici giorni, solo dieci vittime di omicidio sono state identificate. Mélina e i suoi colleghi dovranno continuare ad andare alle fosse comuni, ma la procedura rimane lenta, e dura in media un mese.</p>
<p>I corpi non identificati spesso restano <strong>nei freezer per più di sei mesi prima di venire sepolti</strong>. Il corpo di un cittadino guatemalteco ha ingombrato il freezer principale addirittura per un anno, a causa di un infinito avanti e indietro di dati sul Dna fra le autorità messicane e guatemalteche.</p>
<p>“Non c’è una condivisione sistematica delle informazioni genetiche, né a livello nazionale, né con i Paesi vicini”, dice Fernando Ocegueda, presidente della “Uniti per gli scomparsi”, la principale associazione regionale di ricerca collettiva di persone scomparse. “Molti morti non vengono identificati semplicemente perché vengono da un altro Paese o da un’altra regione del Messico.”</p>
<p>Il presidente eletto <strong>Andrés Manuel Lopez Obrador</strong>, che entrerà in carica a dicembre, ha fatto della giustizia per le vittime della violenza criminale una questione di pacificazione nazionale. Il suo ufficio ha organizzato dei “gruppi di ascolto” per i familiari delle persone scomparse nelle città colpite dalla violenza.</p>
<p><strong>Olga Sanchez Cordero</strong>, incaricata di ricoprire la carica di ministro della Giustizia, ha giurato di portare a galla la “verità” per ogni caso di scomparsa, ma guarire questo trauma nazionale è un compito titanico. 37mila persone risultano al momento scomparse nel Paese e la lista cresce di giorno in giorno.</p>
<p>La difficoltà sta nella mancanza di risorse messe a disposizione, ma anche nell’identificazione delle persone scomparse da più tempo, i cui parenti a volte non ci sono più e non possono mettere un nome sui poveri resti. Secondo Jan Jarab, rappresentante dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite in Messico, questo problema è strutturale e riguarda l’intero Paese.</p>
<p>“Nonostante alcuni sforzi, i risultati non sono stati sufficienti per far fronte alla necessità di identificare le vittime e investigare sui crimini violenti”, dice. “C’è bisogno di investimenti per assumere più personale, migliorare le infrastrutture e la formazione, adottare nuove procedure e assicurare l’autonomia degli esperti forensi. Per questo, il Messico dovrebbe pensare ad altre soluzioni, inclusa la cooperazione internazionale”.</p>
<p>Tuttavia, il caso di Tijuana potrebbe dimostrarsi ancora più disperato rispetto alle altre città messicane, a causa delle tecniche estreme utilizzate dai criminali locali per sbarazzarsi dei corpi. In cima al colle, nel quartiere di <strong>Maclovio Rojas</strong>, nella parte orientale della città, Fernando Ocegueda ritorna ancora una volta alla Gallera, un ex allevamento di galli dove il cartello Arellano-Felix era solito liquefare le sue vittime nell’<strong>acido caustico</strong>.</p>
<p>All’apice della guerra fra questi gruppi criminali e il cartello Sinaloa, a metà degli anni 2000, dozzine di strutture come questa lavoravano giorno e notte con il solo scopo di dissolvere cadaveri. “I corpi venivano sciolti e i fluidi corporei seppelliti”, spiega Ocegueda, indicando due grandi cisterne sotterranee scoperte nel 2009. “In ognuna delle due buche, abbiamo trovato 9mila litri di emulsioni organiche, e un totale di 20mila tra frammenti ossei e denti”.</p>
<p>Nel 2011, tutti i resti scoperti sono stati inviati a Città del Messico per l’analisi forense, ma l’acido era talmente corrosivo che solo una manciata di vittime sono state identificate fino a oggi. Fra queste, il figlio di Fernando Ocegueda, scomparso all’età di 23 anni. Per lui e le altre vittime del cartello Arellano-Felix, l’associazione “Uniti per gli scomparsi” ha avviato la costruzione di un memoriale sulla Gallera ma i macabri ritrovamenti continuano a far posticipare il momento del cordoglio.</p>
<p>“Stando a un report, le vittime dissolte sono state sepolte anche su questo colle di fronte a noi, ma non abbiamo avuto il tempo d accertarcene ancora”, dice Fernando Ocegueda. “Ce ne sarebbero anche sotto il piccolo giardino di palme, all’entrata dell’edificio”. Solo nel 2017, sono stati scoperti più di 37mila frammenti ossei addizionali in 27 diverse fosse alla Gallera.</p>
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		<title>Tra i trafficanti della morte messicani</title>
		<link>https://it.insideover.com/reportage/migrazioni/messico-i-migranti-e-il-sogno-americano/tra-i-trafficanti-della-morte-messicani.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Mar 2016 15:13:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Tijuana]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="360" height="240" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/03/Migranti2_occhi-360x240.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/03/Migranti2_occhi-360x240.jpg 360w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/03/Migranti2_occhi-360x240-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 360px) 100vw, 360px" /></p>
<p>Una nota canzone di Manu Chao recitava: &#8220;Benvenuti a Tijuana, qui con il coyote si salta la dogana&#8221;. Ma chi sono i coyotes? Chiamati anche &#8220;Polleros&#8220;, una volta erano contadini o manovali residenti sul confine che per pochi dollari guidavano i migranti lungo i sentieri di montagna con il proposito di accompagnarli in territorio statunitense; &#8230; <a href="https://it.insideover.com/reportage/migrazioni/messico-i-migranti-e-il-sogno-americano/tra-i-trafficanti-della-morte-messicani.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="360" height="240" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/03/Migranti2_occhi-360x240.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/03/Migranti2_occhi-360x240.jpg 360w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/03/Migranti2_occhi-360x240-300x200.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 360px) 100vw, 360px" /></p><p>Una nota canzone di Manu Chao recitava: &#8220;Benvenuti a Tijuana, qui con il <em>coyote</em> si salta la dogana&#8221;. Ma chi sono i <em>coyotes</em>? Chiamati anche &#8220;<em>Polleros</em>&#8220;, una volta erano contadini o manovali residenti sul confine che per pochi dollari <strong>guidavano i migranti</strong> lungo i sentieri di montagna con il proposito di accompagnarli in territorio statunitense; conoscevano a menadito passaggi e scorciatoie e dopo aver concluso la traversata tornavano a coltivare la terra o a svolgere il proprio lavoro nei luoghi d&#8217;origine.</p>
<p>Fino a 20 anni fa era molto comune che i braccianti messicani si avvalessero dell&#8217;ausilio di questi traghettatori per passare &#8220;dall&#8217;altra parte&#8221; ed andare a lavorare nelle campagne americane per periodi di tempo limitati legati ai cicli della produzione agricola.La storia statunitense narra che negli anni &#8217;30 e &#8217;40, sotto la presidenza di <strong>Franklin D. Roosevelt</strong>, furono proprio gli agricoltori ispanici ad aiutare l&#8217;economia statunitense a risollevarsi dopo la Grande Depressione del 1929.</p>
<p>Da allora la <strong>manovalanza latina a basso</strong> costo è sempre stata una risorsa importante per i grandi latifondisti americani e più in generale per l&#8217;economia a stelle e strisce.Nel 1994 però questo proficuo rapporto di collaborazione iniziò a deteriorarsi quando George Bush padre inasprì le politiche migratorie inaugurando il <strong>programma &#8220;Guardian&#8221;</strong> che prevedeva la costruzione di un muro fra le città di Tijuana (Messico) e San Diego (USA); fu così che la frontiera, fino ad allora delimitata da semplici reti metalliche e filo spinato, iniziò a trasformarsi fino a diventare una vera e propria <strong>barriera d&#8217;acciaio</strong> quasi invalicabile.</p>
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<p>Col fine di incrementare l&#8217;efficacia del muro, il Congresso Americano, in più riprese, approvò l&#8217;integrazione di sensori di movimento, visori infrarossi, illuminazione notturna ad alta densità, detettori di movimento e barriere anticarro, tanto che oggi molti migranti scelgono di aggirare l&#8217;ostacolo passando per territori impervi e inospitali come il deserto di Sonora ed i monti Boboquivari in Texas, oppure guadando le tumultuose acque del Rio Bravo.Successivamente, in seguito agli <strong>attacchi dell&#8217;11 settembre</strong> e a causa dell&#8217;incombente minaccia terroristica islamica, il muro è stato ampliato e fortificato fino a raggiungere gli attuali<strong> 1000 chilometri di estensione</strong>, pari ad un terzo del totale confine fra i due paesi&#8230;con un costo complessivo non indifferente di 3,4 miliardi di dollari.</p>
<p>Ma torniamo ai nostri <em>polleros</em>. L&#8217;estrema povertà di paesi come Nicaragua, Honduras, El Salvador e dello stesso Messico continua a produrre ogni anno centinaia di migliaia di migranti che, spinti dalla necessità e dal sogno di una vita migliore, arrivano a pagare da 7 a 12mila dollari a chiunque prometta loro di portarli negli Stati Uniti (numerosi e documentati sono i casi di frode ai danni migranti che, dopo aver pagato la cifra pattuita, vengono sequestrati, picchiati e abbandonati nel deserto in balia della casualità degli eventi). Numerose inchieste portate avanti da giornali come il <em>Semanario ZETA,</em> <em>El Sol de Tijuana </em>e da associazioni umanitarie come la <em>Coalición Pro Defensa del Migrante</em>, hanno dimostrato come i <em>narcos </em>e i cartelli della droga abbiano assunto il controllo di questi redditizi traffici di esseri umani che, secondo lo United Nations Office on Drugs and Crime, hanno prodotto solo nel 2015 un giro d&#8217;affari pari a 6,6 miliardi di dollari.</p>
<p>Lo stesso <strong>Papa Francesco</strong>, durante la sua recente visita in Messico, ha denunciato le barbare azioni dei &#8220;trafficanti di morte&#8221;, colpevoli di lucrare sulla pelle della povera gente.In un&#8217;intervista ai microfoni de <em>Gli Occhi della Guerra</em>, il presidente della <em>Coalición </em>Pro Defensa del Migrante (la più grande associazione <em>no-profit</em> della Baja California) Josè Moreno Mena ha spiegato: &#8220;<strong>L&#8217;efficacia del muro è indiscutibile</strong>; il flusso di migranti illegali lungo la frontiera fra Messico e Usa si è ridotto dalle 800mila unità annue del passato alle 250mila del 2015. È anche vero però &#8211; aggiunge Mena &#8211; che le tariffe dei <em>coyotes</em> sono schizzate alle stelle ed è aumentato il numero di decessi lungo i nuovi sentieri terribilmente ostici e pericolosi&#8221;.</p>
<p>La <em>Human Rights Coalition </em>dell&#8217;Arizona ha documentato 137 dececessi solo nel 2015 ma, come si può ben immaginare, molti altri corpi di migranti sono stati ingoiati dal deserto senza lasciare traccia. Nel mese di febbraio, sotto la pressione dei sindacati, i moduli hanno subito un forte ritardo nell&#8217;approvazione causando ingenti danni in numerosi settori produttivi e obbligando diverse società ad assumere immigrati indocumentati sottobanco per limitare le perdite (fonte: Periodico Investigativo &#8220;En La Grilla&#8221;).</p>
<p>Intanto il muro di Tijuana attende e osserva impassibile l&#8217;avvicendarsi di storie e l&#8217;evolversi degli eventi e, mentre milioni di persone vivono la propria vita sul confine fra due mondi, gli unici che ne traggono profitto sono i &#8220;<strong>mercanti di morte&#8221;</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/reportage/migrazioni/messico-i-migranti-e-il-sogno-americano/tra-i-trafficanti-della-morte-messicani.html">Tra i trafficanti della morte messicani</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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