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	<title>Sud Sudan Archives - InsideOver</title>
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	<description>Inside the news Over the world</description>
	<lastBuildDate>Sun, 16 Mar 2025 09:43:05 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Sud Sudan Archives - InsideOver</title>
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		<title>Pensato in Russia, prodotto in India, usato dall&#8217;Onu in Sud Sudan: è lo Sherp, va dappertutto</title>
		<link>https://it.insideover.com/tecnologia/pensato-in-russia-prodotto-in-india-usato-dallonu-in-sud-sudan-e-lo-sherp-va-dappertutto.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Bartoccini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Mar 2025 09:43:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Difesa]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[India]]></category>
		<category><![CDATA[Nazioni Unite (Onu)]]></category>
		<category><![CDATA[Sud Sudan]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="856" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/Screenshot-2025-03-13-alle-17.29.09.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/Screenshot-2025-03-13-alle-17.29.09.jpeg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/Screenshot-2025-03-13-alle-17.29.09-600x268.jpeg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/Screenshot-2025-03-13-alle-17.29.09-300x134.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/Screenshot-2025-03-13-alle-17.29.09-1024x457.jpeg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/Screenshot-2025-03-13-alle-17.29.09-768x342.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/Screenshot-2025-03-13-alle-17.29.09-1536x685.jpeg 1536w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p> Questo fuoristrada dal design futuristico è considerato inarrestabile su qualsiasi terreno. Ora l'Onu lo impiega nel Sud Sudan.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/tecnologia/pensato-in-russia-prodotto-in-india-usato-dallonu-in-sud-sudan-e-lo-sherp-va-dappertutto.html">Pensato in Russia, prodotto in India, usato dall&#8217;Onu in Sud Sudan: è lo Sherp, va dappertutto</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="856" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/Screenshot-2025-03-13-alle-17.29.09.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/Screenshot-2025-03-13-alle-17.29.09.jpeg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/Screenshot-2025-03-13-alle-17.29.09-600x268.jpeg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/Screenshot-2025-03-13-alle-17.29.09-300x134.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/Screenshot-2025-03-13-alle-17.29.09-1024x457.jpeg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/Screenshot-2025-03-13-alle-17.29.09-768x342.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/Screenshot-2025-03-13-alle-17.29.09-1536x685.jpeg 1536w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L’Esercito indiano è pronto a schierare i suoi <strong>Atv Sherp</strong> nelle operazioni di pace che vengono condotte nel <strong>Sudan del Sud</strong>. Questi particolari veicoli fuoristrada dal design futuristico sono considerati “inarrestabili” e sembrano pronti per una “<em>missione su Marte</em>”, e l’<strong>Indian Army</strong> intende inviarli in Sudan per condurre operazioni su ogni terreno, contribuendo al mantenimento della pace presso la Missione delle Nazioni Unite nel Sudan del Sud (Unmiss). Questa decisione rappresenta un significativo passo in avanti per migliorare la mobilità in condizioni di terreno estremo, garantendo un supporto fondamentale alle <strong>forze di peacekeeping</strong>.</p>



<p>Progettati per un&#8217;adattabilità superiore e capacità anfibie senza pari, gli Atv Sherp sono ideali per gli ambienti e i terreni difficili che si possono incontrare nel <a href="https://it.insideover.com/guerra/le-conseguenze-della-guerra-civile-nel-sud-sudan.html">Sudan del Sud</a>. Dove si dimostreranno una &#8220;<em>risorsa moltiplicatrice di forza</em>&#8220;, rafforzando le capacità di risposta rapida e migliorando la <strong>logistica ad alta mobilità</strong>, che estenderà la portata operativa delle forze di peacekeeping delle <strong>Nazioni Unite</strong>.</p>



<p>Questo particolare dispiegamento mette dunque in mostra il serio <strong>impegno dell’India verso il programma Atmanirbhar Bharat</strong>, ed è segno delle crescenti capacità di difesa della nazione nello scenario globale, rafforzando la mobilità tattica e il contributo dell&#8217;India alla pace e alla <strong>sicurezza internazionale</strong>.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="500" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">🇮🇳🛡 FOUR-WHEEL BEAST TO PEACEKEEP SOUTH SUDAN <br><br>The Indian Army is deploying indigenously developed Sherp All-Terrain Vehicles (ATVs) to support peacekeeping operations in South Sudan.<br><br>⛰🇸🇸 Designed for extreme terrains, the Sherp ATVs boast unmatched amphibious capabilities,… <a href="https://t.co/Wp40V8dqdN">pic.twitter.com/Wp40V8dqdN</a></p>&mdash; The Tradesman (@The_Tradesman1) <a href="https://twitter.com/The_Tradesman1/status/1900165061320335365?ref_src=twsrc%5Etfw">March 13, 2025</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
</div></figure>



<p>L&#8217;innovativo <em>All-Terrain Vehicle</em> promesso dall&#8217;Indian Army vanta prestazioni straordinarie e, sebbene sia stato ideato da una start-up russa, la Sherp, viene attualmente prodotto in India. I video diffusi in rete del mezzo con la livrea bianca delle <strong>Nazioni Unite</strong> dimostrano chiaramente le sue capacità: può infatti affrontare agevolmente vari tipi di terreno, inclusi fango, neve, ghiaccio e acqua.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Sfida alle condizioni più estreme</h2>



<p>Sebbene il costruttore non confermi ufficialmente il legame tra il nome “Sherp” e la figura dello sherpa, l’assonanza è di certo appropriata, vista la versatilità del veicolo, equipaggiato con<strong> quattro enormi ruote</strong> a &#8220;bassissima pressione&#8221; dal diametro di 1,6 metri. Secondo gli <a href="https://www.autotecnica.org/linarrestabile-sherp-atv/">esperti</a> questo Atv è in grado di muoversi anche in acqua a sei chilometri orari. Le dimensioni complessive sono di 3,40 metri di lunghezza, 2,52 metri di larghezza e 2,30 metri di altezza, con un peso di 1.300 chilogrammi. La cabina, omologata per due occupanti, è dotata anche di due panche nel vano posteriore, <strong>che permettono di trasportare fino a sei persone</strong>. Il veicolo presenta inoltre le tipiche caratteristiche dei veicoli utility &#8220;blindati&#8221;, progettati per resistere al tiro di armi automatiche leggere in caso di pericolo.</p>



<p>La motorizzazione è affidata a un motore diesel in grado di erogare la necessaria potenza su ogni terreno, con una velocità variabile da 1,5 a 45 km/h su terra e 6 km/h in acqua. L’autonomia, decisamente notevole, consente allo Sherp di percorrere tra 90 e 190 chilometri con il serbatoio base da 58 litri. Tra le sue caratteristiche spiccano le sospensioni pneumatiche e un sistema di alimentazione progettato per garantire l’afflusso di carburante anche in <strong>condizioni estreme</strong>. </p>



<p>Grazie alle sue straordinarie capacità, l’Atv Sherp rappresenta un asset strategico per le missioni internazionali di peacekeeping, simboleggiando l’impegno dell’India verso un futuro di stabilità e <strong>cooperazione globale</strong>.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/tecnologia/pensato-in-russia-prodotto-in-india-usato-dallonu-in-sud-sudan-e-lo-sherp-va-dappertutto.html">Pensato in Russia, prodotto in India, usato dall&#8217;Onu in Sud Sudan: è lo Sherp, va dappertutto</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Le conseguenze della guerra civile nel Sud Sudan</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/le-conseguenze-della-guerra-civile-nel-sud-sudan.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Simona Losito]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Jan 2025 17:54:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[guerra civile]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Sudan]]></category>
		<category><![CDATA[Sud Sudan]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/01/OVERCOME_2025012313390015_edf714304c6fa8fe0972117b7942c3cb.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/01/OVERCOME_2025012313390015_edf714304c6fa8fe0972117b7942c3cb.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/01/OVERCOME_2025012313390015_edf714304c6fa8fe0972117b7942c3cb-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/01/OVERCOME_2025012313390015_edf714304c6fa8fe0972117b7942c3cb-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/01/OVERCOME_2025012313390015_edf714304c6fa8fe0972117b7942c3cb-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/01/OVERCOME_2025012313390015_edf714304c6fa8fe0972117b7942c3cb-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/01/OVERCOME_2025012313390015_edf714304c6fa8fe0972117b7942c3cb-1536x1024.jpg 1536w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La scorsa settimana nella capitale del Sud Sudan, Juba, il popolo è insorto dando vita ad una serie serie di rivolte avvenute durante la notte. La causa è da attribuire alla presunta uccisione di cittadini del Sud Sudan durante l&#8217;attuale guerra civile in corso in Sudan. I video diffusi attraverso i social media mostrano l’uccisione &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/le-conseguenze-della-guerra-civile-nel-sud-sudan.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/01/OVERCOME_2025012313390015_edf714304c6fa8fe0972117b7942c3cb.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/01/OVERCOME_2025012313390015_edf714304c6fa8fe0972117b7942c3cb.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/01/OVERCOME_2025012313390015_edf714304c6fa8fe0972117b7942c3cb-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/01/OVERCOME_2025012313390015_edf714304c6fa8fe0972117b7942c3cb-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/01/OVERCOME_2025012313390015_edf714304c6fa8fe0972117b7942c3cb-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/01/OVERCOME_2025012313390015_edf714304c6fa8fe0972117b7942c3cb-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/01/OVERCOME_2025012313390015_edf714304c6fa8fe0972117b7942c3cb-1536x1024.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La scorsa settimana nella capitale del Sud Sudan, <strong>Juba</strong>, il popolo è insorto dando vita ad una serie serie di <strong>rivolte</strong> avvenute durante la notte. La causa è da attribuire alla presunta uccisione di cittadini del Sud Sudan durante l&#8217;attuale <a href="https://it.insideover.com/guerra/sudan-fame-colera-e-bombe-sui-profughi-e-intanto-allonu.html">guerra civile</a> in corso in Sudan. I video diffusi attraverso i social media mostrano l’uccisione di almeno 13 cittadini sud-sudanesi nella località sudanese di <strong>Wad Madani</strong>.</p>



<p>La risposta dei cittadini sud sudanesi a Juba è stata altrettanto aggressiva e violenta nei confronti dei sudanesi residenti in Sud Sudan. Durante i tumulti nella capitale, ci sono stati casi di vandalismo e saccheggio nei confronti di negozi appartenenti a persone sudanesi. Gli scontri hanno causato la morte di 16 persone, mentre sette sono stati i feriti. In una città vicina, situata lungo il confine con il Sudan, alcune case abitate da sudanesi sono state bruciate. </p>



<p>La portavoce della presidenza<strong> Lily Adhieu Martin Manyiel </strong>ha infatti intimato a &#8220;non permettere alla rabbia di offuscare il nostro giudizio o di rivoltarsi contro i commercianti e i rifugiati sudanesi che attualmente risiedono nel nostro Paese&#8221;.</p>



<p>Venerdì 17 gennaio, proprio a causa di questi avvenimenti, la polizia ha annunciato l’introduzione di un <a href="https://apnews.com/article/south-sudan-violence-sudan-curfew-bc982d7eba3398f01928a085c183f6b7"><strong>coprifuoco </strong></a>in tutto il Paese. Il generale <strong>Abraham Manyuat</strong> ha dichiarato che il coprifuoco entrerà in vigore dalle 18:00 fino all&#8217;alba proprio per ostacolare gli episodi di saccheggio segnalati a Juba e nelle altre città vicine.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La riconquista di Wad Madani</h2>



<p>Le presunte uccisioni di cittadini del Sud Sudan che hanno portato alle rivolte, sarebbero avvenute a <strong>Wad Madani</strong>, una città situata a sud-est del paese riconquistata sabato 11 gennaio dall&#8217;<strong>esercito regolare sudanese</strong> (Saf). Si tratta della città più importante dello stato di <strong>Gezira</strong>, situata a circa 130 km a sud-est della capitale sudanese Khartum e la sua conquista potrebbe rappresentare un <strong>punto di svolta </strong>per la guerra civile, che dura ormai da due anni. L&#8217;offensiva a Wad Madani rientra nelle <a href="https://it.insideover.com/guerra/sudan-le-rsf-costrette-a-indietreggiare.html">recenti </a>iniziative dell&#8217;esercito, che sta così guadagnando terreno.</p>



<p>L&#8217;importanza della città deriva dalla fertilità dell&#8217;area, dovuta alla sua posizione tra il Nilo Bianco e il Nilo Azzurro. Inoltre, rappresenta un ponte che collega in modo strategico le zone del nordest controllate dall’esercito, come Port Sudan e Cassala, con le altre provincie del sud.</p>



<p>Da dicembre 2023, la città è stata controllata dalle <strong>Forze di Supporto Rapido</strong> (Rsf), la milizia ribelle parte in causa della guerra civile sudanese. Già da quel momento, la comunità è stata etichettata dall&#8217;esercito sudanese come sostenitrice delle Rsf per motivi etnici. Dunque, anche le violenze nei confronti della comunità avvenute durante la conquista della città sono stati considerate ritorsioni su base etnica. Non è la prima volta che l&#8217;esercito viene accusato di aver ucciso civili sospettati di sostenere i ribelli, accusa confermata dallo stesso esercito, che ha dichiarato la presenza di casi isolati di uccisioni di civili.</p>



<p>Il presidente della Commissione dell’Unione Africana, <strong>Moussa Faki Mahamat</strong>, domenica scorsa ha condannato le violenze e le brutali uccisioni di cittadini sud sudanesi a Wad Madani. I responsabili delle violenze contro i civili sarebbero i militari governativi,&nbsp;e secondo l&#8217;<a href="https://ishr.ch/latest-updates/sudan-ethnicity-based-attacks-in-aljazeera-where-women-were-killed-beaten-and-abducted/">International Service for Human Rights</a>&nbsp;(Ishr), le vittime sono prevalentemente donne e bambini.</p>



<p>Le vittime erano persone provenienti dal Sud Sudan, Darfur e Sudan occidentale, ma residenti nella zona da decenni. I soldati dell&#8217;esercito le hanno accusate di aver collaborato con i paramilitari delle Rsf mentre l’area era sotto il loro dominio e per questo uccise. In passato l’esercito aveva accusato le Rsf di assumere sud-sudanesi come mercenari.</p>



<p>Il ministero degli Esteri del Sud Sudan sostiene di aver ricevuto un &#8220;rapporto completo dove vengono descritti in modo dettagliato gli eventi che hanno causato la perdita di vite umane tra i nostri cittadini innocenti, che mantengono uno status di non combattenti&#8221;.</p>



<p>La guerra civile va avanti da aprile 2023 e vede le Rsf combattere contro l&#8217;esercito per il controllo del Paese. Fino ad ora, la battaglia si è concentrata nelle aree introno a Khartum e nel Darfur, quindi nelle aree controllate dalle Rsf. Solo recentemente, l&#8217;esercito ha iniziato una <strong>controffensiva</strong> vicino la capitale, prendendo il controllo di alcune zone ritenute importanti. </p>



<p>La guerra in questi due anni ha causato una gravissima <strong>crisi umanitaria</strong>, con più di 60mila morti, 12 milioni di <strong><a href="https://it.insideover.com/guerra/un-rifugiato-su-otto-sudanese-conseguenze-guerra-civile.html">sfollati </a></strong>e circa 50 milioni di abitanti del paese sono a rischio carestia. L&#8217;ONU e altri gruppi per i diritti umani, hanno denunciato la presenza di <a href="https://it.insideover.com/guerra/indagini-sudan-rivelano-massacri-etnici-darfur.html"><strong>massacri etnici</strong></a> di diversa natura da <strong>entrambe</strong> le parti implicate nel conflitto.</p>



<p>Recentemente, il governo statunitense ha annunciato <strong>sanzioni </strong>per i crimini commessi contro i civili nei confronti del capo delle Rsf, Mohammad Hamdan <strong>Dagalo</strong>, già sanzionato per presunti crimini di genocidio, e del comandante dell&#8217;esercito, il generale Abdel Fattah<strong> al Burhan</strong>.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/le-conseguenze-della-guerra-civile-nel-sud-sudan.html">Le conseguenze della guerra civile nel Sud Sudan</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Dieci anni di Sud Sudan, storia di uno Stato fallito</title>
		<link>https://it.insideover.com/storia/dieci-anni-di-sud-sudan-storia-di-uno-stato-fallito.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Bellocchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Jul 2021 16:40:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Carestia]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Indipendenza]]></category>
		<category><![CDATA[Sud Sudan]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1175" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/sud-sudan-la-presse-scaled.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/sud-sudan-la-presse-scaled.jpeg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/sud-sudan-la-presse-300x183.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/sud-sudan-la-presse-1024x626.jpeg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/sud-sudan-la-presse-768x470.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/sud-sudan-la-presse-1536x939.jpeg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/sud-sudan-la-presse-2048x1253.jpeg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Dieci anni sono passati da quando il mondo volgeva lo sguardo verso il continente africano e celebrava la nascita del Sud Sudan. L&#8217;indipendenza del nuovo Paese dell&#8217;Africa, il 9 luglio 2011, veniva festeggiata non solo a Juba e tra i confini della nazione racchiusa tra il Sudan, l&#8217;Etiopia, il Kenya, la Repubblica Democratica del Congo, &#8230; <a href="https://it.insideover.com/storia/dieci-anni-di-sud-sudan-storia-di-uno-stato-fallito.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/storia/dieci-anni-di-sud-sudan-storia-di-uno-stato-fallito.html">Dieci anni di Sud Sudan, storia di uno Stato fallito</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1175" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/sud-sudan-la-presse-scaled.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/sud-sudan-la-presse-scaled.jpeg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/sud-sudan-la-presse-300x183.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/sud-sudan-la-presse-1024x626.jpeg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/sud-sudan-la-presse-768x470.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/sud-sudan-la-presse-1536x939.jpeg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/sud-sudan-la-presse-2048x1253.jpeg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Dieci anni sono passati da quando il mondo volgeva lo sguardo verso il continente africano e celebrava la nascita del Sud Sudan. <a href="https://www.ilpost.it/2011/07/09/e-nato-il-sud-sudan-qual-e-la-capitale/">L&#8217;indipendenza del nuovo Paese dell&#8217;Africa, il 9 luglio 2011</a>, veniva festeggiata non solo a Juba e tra i confini della nazione racchiusa tra il Sudan, l&#8217;Etiopia, il Kenya, la Repubblica Democratica del Congo, l&#8217;Uganda e la Repubblica Centrafricana, ma anche a livello internazionale. Il mondo intero infatti vedeva nella nascita del cinquantaquattresimo stato africano la fine di una guerra che durava da decenni e di una situazione che costringeva le genti del Sud Sudan a vivere oppresse, discriminate, escluse economicamente e segregate dalla popolazione di origine araba del nord e dai vertici di Khartoum.</p>
<p>L&#8217;autonomia e l&#8217;indipendenza sono state plaudite dai leader di tutti i Paesi del primo mondo e, da Tokyo a Washington, tutti i capi di stato si sono prodigati nel promettere aiuti e sostegni al neonato stato africano. Le parole però si sono infrante sul frangiflutti della realtà.</p>
<p>Quello che era stato battezzato come un sogno di pace si è tramutato in breve tempo in un nuovo incubo di guerra. Sebbene la comunità internazionale si sia impegnata nel costruire le infrastrutture di un Paese che usciva frantumato da una guerra civile inclemente e feroce, ciò che non è stato fatto e non è stato considerato, è che non erano assenti solo i sistemi basici del Paese, ma persistevano a mancare le fondamenta vere e proprie della nazione: la coesione nazionale, l&#8217;unità dei leader politici, la riconciliazione sociale e l&#8217;idea di cittadinanza. Così il più giovane stato africano ha catalizzato in sé gli errori e gli orrori che dopo le indipendenze degli anni &#8217;60 si erano verificati in molti altri paesi del continente: tribalismo, nepotismo, furto di risorse pubbliche e autoritarismo, e la violenza ha infettato in breve tempo i gangli vitali della società sud sudanese e ha trascinato il Paese, in soli tre anni, in una <a href="https://it.insideover.com/politica/cosa-sta-succedendo-in-sud-sudan.html">guerra civile che ancor oggi, nonostante siano stati firmati dei fragili accordi di pace, prosegue a intermittenza.</a></p>
<p><figure id="attachment_325068" aria-describedby="caption-attachment-325068" style="width: 1024px" class="wp-caption alignnone"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" class="size-large wp-image-325068" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/Agenzia_Fotogramma_IPA1346664-1024x678.jpg" alt="South Sudan 2012" width="1024" height="678" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/Agenzia_Fotogramma_IPA1346664-1024x678.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/Agenzia_Fotogramma_IPA1346664-300x199.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/Agenzia_Fotogramma_IPA1346664-768x509.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/Agenzia_Fotogramma_IPA1346664-1536x1017.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/Agenzia_Fotogramma_IPA1346664-2048x1356.jpg 2048w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/Agenzia_Fotogramma_IPA1346664-scaled.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption id="caption-attachment-325068" class="wp-caption-text">Giuba (Sud Sudan), le celebrazioni per il primo anniversario dell&#8217;indipendenza del Sudan del Sud</figcaption></figure></p>
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<p>In questi giorni in cui si dovrebbe festeggiare l&#8217;anniversario della nascita di una nazione invece si assiste con impotenza all&#8217;ennesimo fallimento di uno stato africano che ,su una popolazione di 11milioni di abitanti, ne registra 4 milioni e mezzo nei campi profughi interni e in quelli dei paesi confinanti e ad oggi, secondo <a href="https://reliefweb.int/sites/reliefweb.int/files/resources/Inform%202019%20WEB%20spreads.pdf">il Global Crisis Severity Index</a>, il Sud Sudan risulta essere uno dei Paesi più instabili al mondo e le prospettive di una ripresa nel futuro prossimo sono al momento intangibili.</p>
<p>Per comprendere perché il Sud Sudan sia oggi tormentato da odio e crisi umanitarie bisogna riavvolgere il rocchetto della storia almeno sino agli anni sessanta e conoscere così alcune vicende storico e politiche e alcune parole chiave che sono determinanti per avere una visione chiara di ciò che è successo dalla metà del &#8216;900 sino ad oggi in questa regione africana.</p>
<h2>La storia</h2>
<p>Il Sud Sudan ha sempre fatto parte, sino al 2011, del Sudan, uno stato che, anche durante il periodo coloniale, ha avuto una storia alquanto travagliata e atipica rispetto agli altri paesi africani. E&#8217; stato, questo Paese, nell&#8217;occhio di diverse potenze europee, ed, è qui, per l&#8217;esattezza a Fascioda, che si sono fronteggiati inglesi e francesi e si è rischiata una guerra aperta tra due eserciti coloniali. E&#8217; questa terra bagnata dal Nilo ad essere stata una dei palcoscenici delle prime <a href="https://www.blackpast.org/global-african-history/mahdist-revolution-1881-1898/">resistenze armate anticoloniali mosse da una forte componenti religiosa islamica,</a> ed è sempre il Sudan ad aver avuto una forma coloniale unica essendo stato dalla fine del &#8216;900 sino al 1955 un protettorato anglo egiziano abitato da popolazioni islamiche e arabe nel nord e da gruppi etnici dell&#8217;Africa equatoriale e sub-sahariana nel sud.</p>
<h2>La scoperta del petrolio</h2>
<p>La divisione etnica e geografica ha sempre caratterizzato la storia di questa nazione tanto che già nel 1955, un anno prima dell&#8217;indipendenza del Paese, nelle regioni meridionali è nato un gruppo guerrigliero che rivendicava l&#8217;indipendenza del sud: il Movimento di resistenza del Sud Sudan (Ssrm nell’acronimo inglese). La guerra civile vera e propria però tra il nord e il sud è iniziata nel &#8217;62 e solo nel &#8217;69, quando i militari hanno portato al potere il colonnello Nimeiri che ha ascoltato le istanze autonomista delle genti del sud si è avuta la parvenza di una fine delle ostilità. Nel &#8217;72 infatti, ad Addis Abeba, c&#8217;è stata la firma di un accordo di pace che ha sancito lo statuto di regione autonoma al Sud Sudan. Ma nel &#8217;78 è successo un qualcosa che ha sparigliato le carte, ha annullato ogni accordo pregresso, ha infiammato avidità e corruzione e ha acceso gli istinti più brutali nelle leadership locali: nella regione autonoma del Sud Sudan sono stati rinvenuti giacimenti di petrolio.</p>
<p>La scoperta dell&#8217; oro nero ha portato il colonnello Nimeiri a imporre la sharia in tutta la nazione e a revocare l&#8217;autonomia al sud. Una decisione che ha avuto il peso di una dichiarazione di guerra e infatti nel 1983, i partigiani del Sud Sudan hanno ripreso in mano le armi e, sotto la guida di John Garan, è nato l&#8217;SPLA (Sudan People Liberation Army), ed è iniziata la seconda guerra civile.</p>
<p>Nel 1989 il Paese è stato sconvolto da un altro colpo di stato, quello Omar El Bashir, uno dei dittatori più sanguinari della storia recente africana che rimarrà in carica per 30 anni e che proseguirà la sua guerra contro l&#8217;esercito indipendentista del sud.</p>
<h2>Il cessate il fuoco</h2>
<p>Una data importante, che porterà da lì a qualche anno alla separazione del Sud Sudan è il 2004 perchè il 7 gennaio di quell&#8217;anno è stato firmato un protocollo che prevedeva la divisione in parti uguali delle rendite petrolifere del Sudan (in gran parte nel sud) tra il governo di Khartoum e il Movimento/esercito di liberazione del popolo sudanese (Spla/m). Una stretta di mano molto significativa tanto che, l&#8217;anno dopo, il 9 gennaio del 2005, è stato siglato l&#8217; Accordo globale di pace (Agp) tra Khartoum e l’Spla, a Nairobi, che prevedeva un cessate-il-fuoco permanente, autonomia per il sud, un governo di coalizione tra Khartoum e Spla/m, e un referendum da tenere nel sud, entro sei anni, per decidere sull’indipendenza o meno di quelle regioni.</p>
<p>Nella parte meridionale del Paese questo accordo è stato salutato come una vittoria soprattutto perchè John Garang, il capo dei ribelli, divenuto vicepresidente del Sudan, ha concesso enorme autonomia alla sua gente. Pochi mesi dopo però, in un incidente aereo, Garang è morto e il suo posto è stato preso da Salva Kiir e gli accordi di pace sono stati sul punto di saltare e la guerra sembrava doversi infiammare di nuovo. Si sono registrati infatti scontri tra lealisti e irregolari in tutto il paese, soprattutto nelle regioni contese dei Monti Nuba, dello Stato del Blu Nile e della contea di Abey, zone ricchissime di giacimenti petroliferi. Ma la crisi umanitaria e un arbitrariato internazionale che ha stabilito a chi appartenessero i pozzi petroliferi hanno convinto le due parti a silenziare le armi e a dicembre 2009 si è arrivati all&#8217;accordo tra il governo di Khartoum e quello di Juba sul referendum per l’indipendenza del sud da tenere nel 2011.</p>
<h2>L&#8217;indipendenza e la guerra civile</h2>
<p>Si è arrivati quindi, nel 2011, al fatidico referendum sull’autodeterminazione del Sud Sudan, che ha visto i favorevoli all&#8217;indipendenza trionfare alle urne con il 98,83% dei voti, e il 9 luglio, è stata de facto proclamata la nascita del più giovane stato africano.</p>
<p>E&#8217; una vita da subito travagliata, quella del nuovo stato che, un anno dopo il referendum, ha affrontato una crisi politica ed economica con Karthoum in merito all&#8217;esportazione del greggio e i due Paesi sono stati molto vicini dall&#8217;intraprendere una guerra. Ma una volta risolta la situazione in politica estera a Juba si è assistito all&#8217;inizio di una crisi interna che non ha ancora visto la fine.</p>
<p>Nel 2013 il presidente Salva Kiir ha sospeso dapprima il ministro delle finanze, Kosti Manibe, e il ministro per gli affari di governo, poi ha rimosso il vicepresidente, Riek Machar Teny, ha sciolto l’intero governo e licenziato tutti i ministri; poi ha dato vita a un nuovo governo con i suoi fedelissimi e ha nominato come vicepresidente James Wani Igga, ex comandante ribelle dell’Spla/m. Ma l&#8217;epurazione dei rivali politici e la deriva autoritaria di Salva Kiir non erano finite. A dicembre il Presidente ha accusato l&#8217;ex vice Machar di aver ordito un golpe, e a questo punto non c&#8217;è stato più nulla da fare: in Sud Sudan è scoppiata la guerra civile.</p>
<p><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" class="size-large wp-image-325065" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11617057_large-1024x683.jpg" alt="" width="1024" height="683" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11617057_large-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11617057_large-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11617057_large-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11617057_large-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11617057_large-2048x1365.jpg 2048w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11617057_large-scaled.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
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<p>Violenze a Juba, nelle principali città del Paese e anche nei villaggi più remoti hanno lasciato subito una scia di sangue e migliaia di morti e la guerra, che ufficialmente si protrarrà sino a febbraio 2020, ha visto contrapporsi le due principali etnie: i dinka, maggioritari, fedeli a Kiir e i nuer invece fedeli a Machar.</p>
<p>Il bilancio finale, dopo svariati accordi di pace risultati fallimentari, sarà di 4 milioni di sud sudanesi costretti a fuggire dai propri villaggi, oltre 400mila vittime,<a href="https://it.insideover.com/politica/orrore-in-sud-sudan-stuprate-150-donne.html"> massacri e casi di pulizia etnica, stupri di guerra</a> e una crisi umanitaria senza pari che ha portato persino il Papa a invitare al digiuno e alla preghiera per la pace nel Paese africano.</p>
<p>Si è dovuto attendere il 2020 prima che la guerra in Sud Sudan potesse dirsi definitivamente conclusa. A Roma il 12 Gennaio 2020, presso la Comunità di Sant&#8217;Egidio è stata firmata la &#8220;Dichiarazione di Roma&#8221;, che per la prima volta ha visto tutte le parti politiche del Paese firmare un accordo di cessate il fuoco e a febbraio una delegazione di Sant&#8217;Egidio si è recata in Sud Sudan per la firma dell&#8217;Accordo politico di Juba, frutto dell&#8217;intesa tra il presidente Kiir e il leader dell&#8217;opposizione Machar e che ha portato alla formazione di un governo di unità nazionale.</p>
<h2>Un bilancio</h2>
<p>Nonostante gli accordi di pace, la formazione di un esecutivo transitorio e la riapertura del Parlamento la violenza non è mai del tutto finita in Sud Sudan e <a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/sud-sudan-dieci-anni-dopo-31032">secondo l&#8217;ONG sud sudanese Community Empowerment Progress Organization (CEPO),</a> tra gennaio e maggio 2021 oltre 3000 persone sono state uccise o ferite in scontri intercomunitari e ad oggi la situazione, aggravata anche dall&#8217;epidemia di Covid, rimane estremamente precaria: l&#8217;economia è criticissima, le armi continuano a circolare e le differenze etniche permangono divenendo un argine concreto a una rinascita unitaria del Paese. E sebbene dal 2013 ad oggi, molti sforzi siano stati fatti per uscire dalla crisi bellica, il Sud Sudan però se vuole cambiare rotta e, a dieci anni di distanza della sua nascita, intraprendere un percorso diverso deve ascoltare e fare tesoro delle parole di un suo illustre cittadino, Koj Madut Jok, antropologo e sottosegretario del ministro della cultura che, nel suo libro &#8221;A Shared struggle: people and cultures of Sud Sudan&#8221;, ripreso in un editoriale della rivista <a href="https://www.nigrizia.it/notizia/dieci-anni-di-sud-sudan-che-cosa-aspettarsi">Nigrizia</a>, ha scritto queste parole per parlare di quella che è la grande piaga della sua nazione e quale deve essere la soluzione:“In questo momento, quasi tutte le questioni riguardanti la violenza di stato sono basate sull’etnia, con i gruppi minoritari che si lamentano di essere esclusi e che la loro terra è invasa. Quasi tutte le frequenti ribellioni hanno radici in risentimenti etnici o settoriali. Il Sud Sudan diventerà mai una nazione unificata, dove, ad esempio, l’appartenenza etnica non sarà più un elemento da considerare nelle interviste per un lavoro, dove non ci saranno più gruppi politico-militari fondati su base etnica, dove l’assegnazione di servizi, progetti di sviluppo, contratti pubblici non dipenderà dal gruppo etnico? Ora tutto questo è la norma e crea un contesto politico caratterizzato da sospetto e sfiducia&#8230;Se non si trova una soluzione a questa questione divisiva, la stabilità politica in Sud Sudan rimarrà con ogni probabilità un concetto vago&#8221;.</p>
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		<title>Donbass, Yemen e Afghanistan: le guerre dimenticate del 2018</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/le-guerre-dimenticate-del-2018.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Jan 2019 08:46:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Donbass]]></category>
		<category><![CDATA[Sud Sudan]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1376" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_8973847.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_8973847.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_8973847-300x215.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_8973847-768x551.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_8973847-1024x734.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Dal Donbass allo Yemen, passando per l&#8217;Afghanistan, le Filippine, la Birmania e il Sud Sudan. Le guerre dimenticate che ancora oggi continuano a fare morti e feriti. Donbass, una guerra nel cuore d&#8217;Europa La recente battaglia navale nello Stretto di Kerch ha riacceso i riflettori sul conflitto in atto in Donbass, nell&#8217;Ucraina orientale. Ma nonostante &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/le-guerre-dimenticate-del-2018.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1376" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_8973847.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_8973847.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_8973847-300x215.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_8973847-768x551.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_8973847-1024x734.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Dal Donbass allo Yemen, passando per l&#8217;Afghanistan, le Filippine, la Birmania e il Sud Sudan. Le guerre dimenticate che ancora oggi continuano a fare morti e feriti.</p>
<p>Donbass, una guerra nel cuore d&#8217;Europa</p>
<p>La recente battaglia navale nello Stretto di Kerch ha riacceso i riflettori sul conflitto in atto in Donbass, nell&#8217;<strong>Ucraina orientale</strong>. Ma nonostante se ne parli molto poco e nonostante gli accordi di Minsk dovrebbero garantire una tregua, la guerra iniziata nel 2014, dopo le rivolte di piazza Maidan, continua a fare vittime. I dati rilasciati dalle Nazioni Unite parlano di oltre 10mila morti, più di 30mila feriti e poco meno di 2 milioni di sfollati da quando si sono aperte le ostilità. Ma non solo. In queste zone si muore o si resta mutilati anche per le <strong>mine</strong>. Gli ultimi civili rimasti uccisi sono stati tre adolescenti tra i 13 e i 15 anni, colpiti dall&#8217;ordigno esplosivo alla fine di settembre nella città di Gorlovka, nella zona cuscinetto che divide i miliziani filorussi dell’autoproclamata Repubblica Popolare di <strong>Donetsk</strong> e le truppe di <strong>Kiev</strong>. E mentre una soluzione politica sembra essere lontana, nelle trincee del Donbass si continua a combattere e a morire.</p>
<p>Yemen, i bambini sono i più colpiti dal conflitto</p>
<p>Nello Yemen in guerra a rimetterci sono soprattutto i più piccoli. Secondo l&#8217;Organizzazione mondiale della Sanità quasi 85mila bambini sono morti per fame o malattie. Diecimila, invece, quelli caduti a causa del conflitto. L&#8217;Unicef ha dichiarato che 1,5 milioni di minori soffrono di malnutrizione, tra questi 370mila sarebbero in condizioni critiche a causa di un indebolimento generale del sistema immunitario. Altri 2,5 milioni sarebbero a rischio di diarrea, mentre 1,3 milioni rischierebbero infezioni respiratorie molto gravi. Uno spiraglio per la pace si è aperto recentemente con l&#8217;accordo temporaneo sul porto di Hodeida, ai negoziati dell&#8217;Onu di Stoccolma, anche grazie al cambio di rotta internazionale verso l&#8217;Arabia Saudita, avvenuto dopo l&#8217;omicidio di <strong>Jamal Khashoggi</strong>. Intanto, però, <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.occhidellaguerra.it/yemen-mezzo-milione-sfollati-sauditi-attaccano-ancora-sanaa/" target="_blank">i bombardamenti – anche con bombe prodotte in Italia – non si fermano</a>.</p>
<p>Afghanistan, attentati e attacchi fanno strage di civili</p>
<p>Solo nei primi sei mesi del 2018 <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.occhidellaguerra.it/afghanistan-baratro/" target="_blank">in Afghanistan ci sono stati quasi 2mila morti a causa di attentati o attacchi</a>. L&#8217;aumento delle violenze è in parte dovuto all&#8217;entrata in gioco nel Paese dello Stato Islamico e di altri gruppi jihadisti che, con la perdita di territorio in <strong>Siria</strong> ed <strong>Iraq</strong>, stanno cercando nuovi avamposti dove poter portare avanti la loro folle lotta.</p>
<p><a href="http://www.occhidellaguerra.it/projects/conflitti-non-dimenticare/" rel="attachment wp-att-61707"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-61707" src="http://www.occhidellaguerra.it/wp-content/uploads/2018/11/strip_occhi_articolo_talebani.jpg" alt="strip_occhi_articolo_talebani" /></a></p>
<p>L&#8217;Isis si sta espandendo soprattutto nel nord-est dell&#8217;Afghanistan, dove numerosi campi di addestramento stanno preparando nuovi combattenti ad entrare in azione. Poi ci sono i <strong>talebani</strong> che, secondo l&#8217;ultimo rapporto delle Nazioni Unite, con i loro attacchi sono la causa della morte del 42 per cento delle vittime. Più di 60 persone sono rimaste uccise solo nelle ultime elezioni legislative avvenute nell&#8217;ottobre scorso. Il governo controlla il 50 per cento del territorio del Paese, il resto è gestito dai miliziani e dai signori della guerra che nel 2018 hanno anche raddoppiato la produzione dell&#8217;oppio.</p>
<p>Filippine, lo Stato islamico e i ribelli comunisti alla conquista del Mindanao</p>
<p>Il 17 ottobre 2017, dopo quasi cinque mesi di duri combattimenti, oltre mille morti e 400mila sfollati, il presidente <strong>Rodrigo Duterte</strong> annunciava la liberazione di <strong>Marawi</strong>, <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.occhidellaguerra.it/fuggiti-da-marawi/" target="_blank">la città nel sud delle Filippine assediata dai miliziani</a> del Maute e Abu Sayyaf, due gruppi locali affiliati allo Stato Islamico che avevano l&#8217;obiettivo di creare il primo Califfato nero nel sud-est dell&#8217;Asia. Ma, a più di un anno dalla fine del conflitto, Marawi continua ad essere una città completamente distrutta. E nonostante la Bangsamoro Organic Law, una legge firmata recentemente dal presidente, che estende l’autonomia della regione a maggioranza musulmana nell&#8217;isola di Mindanao, le violenze non si fermano. Combattimenti tra i jihadisti e l&#8217;esercito regolare sono in atto in diverse zone e i terroristi hanno annunciato nuovi attacchi. L&#8217;ultimo attentato è avvenuto il 31 luglio, quando un’autobomba è esplosa in un posto di blocco militare nella nell’isola di Basilan. L’ordigno ha provocato la morte di undici persone, tra cui cinque uomini delle truppe governative e un bambino di dieci anni. Secondo l&#8217;intelligence filippina, i gruppi armati che hanno giurato fedeltà allo <strong>Stato islamico</strong> sono ventitré. I più organizzati sarebbero Abu Sayyaf e il Bangsamoro Islamic Freedom Fighters (Biff), quest’ultimo sempre più attivo. Ma a rendere ancora più incandescente l&#8217;isola ribelle ci sono <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.occhidellaguerra.it/filippine-allarme-isis-e-ribelli-comunisti-prolungata-la-legge-marziale/" target="_blank">i guerriglieri comunisti del New People’s Army (Npa)</a>, il braccio armato del Communist Party of the Philippines (Cpp). Questo gruppo, fondato nel 1969, negli ultimi mesi ha più volte attaccato gli avamposti militari governativi.</p>
<p>Birmania, il conflitto silenzioso contro le etnie</p>
<p>In questo momento ad essere <a href="http://www.occhidellaguerra.it/governo-aung-san-suu-kyi-legittimato-tatmadaw/" target="_blank">vittime della violenza delle truppe governative</a>, oltre ai più noti <strong>Rohingya</strong>, sono in particolare i <strong>Kachin</strong>, gli <strong>Shan</strong> e i <strong>Karen</strong>, perseguitati da quasi settant&#8217;anni: prima dalla sanguinaria dittatura del generale Ne Win, al comando per ventisei anni, fino al novembre del 1981, poi da Than Shwe, padre-padrone della Birmania fino al 2011. E ancora oggi da quei vecchi militari che – in teoria, con l’arrivo ai più alti gradi del potere di <strong>Aung San Suu Kyi</strong> – avrebbero dovuto appendere al chiodo armi e divise e andare in pensione. Ma così non è stato. L&#8217;ultimo rapporto delle Nazioni Unite, pubblicato a fine agosto, parla di sistematiche violenze contro civili, donne e bambini in diverse zone della Birmania. Il documento – più di 400 pagine, redatte dopo quindici mesi di indagini e quasi 900 interviste – mostra una situazione praticamente identica a quando la dittatura militare era al potere. «Durante le operazioni delle truppe birmane sono stati commessi aggressioni indiscriminati, rapimenti, espropri di terreno e stupri», ha spiegato Marzuki Darusman, presidente della missione dell&#8217;<strong>Onu</strong>. «Le violenze sessuali sono state usate come parte di una strategia deliberata per intimidire, terrorizzare e punire la popolazione civile e sono state commesse come una precisa tattica di guerra», ha aggiunto.</p>
<p>Sud Sudan, la guerra civile che ha ucciso 50mila persone</p>
<p>Il Sud Sudan, <strong>lo Stato più giovane al mondo</strong>, nato nel 2011 dopo un conflitto con il Sudan durato dieci anni, è teatro di una guerra civile che, dal 2013, ha ucciso 50mila persone. E mentre sono in atto negoziati per mettere la parola fine alle violenze tra le fazioni del presidente <strong>Salva Kiir</strong> e l&#8217;ex vice <strong>Riek Machar</strong>, a capo rispettivamente delle etnie Dinka e Nuer, non si riesce a vedere una soluzione pacifica. Secondo l&#8217;Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) i sud sudanesi sarebbero la terza popolazione con più profughi al mondo. La maggior parte di loro sono sparsi nei centri per rifugiati dell&#8217;<strong>Africa</strong> Orientale.</p>
<p></p>
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		<title>Bambine e donne violentate:  orrore senza fine in Sud Sudan</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/orrore-in-sud-sudan-stuprate-150-donne.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Dec 2018 09:37:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Sud Sudan]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_8587356.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_8587356.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_8587356-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_8587356-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_8587356-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>È una guerra che ha provocato oltre 400mila morti quella scoppiata nel 2013 in Sud Sudan tra le forze armate di etnia dinka, fedeli al presidente Salva Kiir, e quelle di etnia nuer, che appoggiano l’ex vicepresidente, Riek Machar. Ma le centinaia di migliaia di vittime, i morti per la fame e le malattie, l’esodo, &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/orrore-in-sud-sudan-stuprate-150-donne.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_8587356.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_8587356.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_8587356-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_8587356-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_8587356-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>È una guerra che ha provocato oltre 400mila morti quella scoppiata nel 2013 in <strong>Sud Sudan</strong> tra le forze armate di etnia dinka, fedeli al presidente Salva Kiir, e quelle di etnia nuer, che appoggiano l’ex vicepresidente, Riek Machar. Ma le centinaia di migliaia di vittime, i morti per la fame e le malattie, l’esodo, e neppure la fragile pace raggiunta due mesi fa, sono serviti a fermare l’orrore che continua a scuotere il Paese, diviso dagli scontri interetnici.</p>
<p>Sarebbero almeno 125, infatti, secondo le denunce di Medici Senza Frontiere e delle Nazioni Unite, le donne <strong>stuprate</strong> da un gruppo di uomini armati nel nord del Paese. Tra loro ci sarebbero  <strong>bambine</strong> con meno di dieci anni, anziane e donne in stato di gravidanza. Violenze sessuali, <strong>torture</strong> e percosse si sarebbero susseguite per almeno dieci giorni, secondo quanto riferisce l’organizzazione non governativa, nella città di <strong>Bentiu</strong>, nel Northern Liech State.</p>
<p></p>
<p>Centinaia di donne hanno raccontato di essere state frustate e picchiate con dei bastoni e con il calcio dei fucili. &#8220;Negli ultimi 12 giorni, più di 150 donne e ragazze hanno ricevuto assistenza dopo aver subito violenza sessuale”, hanno confermato il sottosegretario generale delle Nazioni Unite per gli affari umanitari e coordinatore Unicef, Mark Lowcock, e la direttrice generale del Fondo delle Nazioni unite per la popolazione, Natalia Kanem, indicando degli “uomini in uniforme” come autori delle aggressioni.</p>
<p>Le violenze sono state condannate dal rappresentante speciale del segretario generale delle Nazioni Unite nel Paese. “Chiediamo alle autorità competenti di denunciare pubblicamente gli attacchi e assicurare che tutti i responsabili di questo crimine vengano processati&#8221;, si legge nella dichiarazione dei responsabili delle organizzazioni dell’Onu, che hanno chiesto alle parti in conflitto di “rispettare i loro obblighi secondo il diritto internazionale umanitario e porre fine agli attacchi contro i civili&#8221;.</p>
<p></p>
<p>Quella degli <strong>stupri</strong> è una vera e propria piaga che affligge il Paese: soltanto nella prima metà del 2018 sono state 2.300 le donne che hanno fatto ricorso ai servizi di assistenza per la violenza di genere. Oltre il 20% dei casi denunciati riguardava vittime <strong>minorenni</strong>. Si tratta, oltretutto, di stime al ribasso, visto che questo tipo di abusi raramente vengono denunciati.</p>
<p>&#8220;Siamo uno Stato per il quale il rispetto dei diritti umani e delle donne è in cima alla lista&#8221;, ha replicato il ministro dell’Informazione Lam Tungwar, mettendo in dubbio la denuncia delle organizzazioni internazionali. Tungwar, citato dal quotidiano britannico <em>Independent</em>, ha assicurato che gli autori delle violenze di Bentiu saranno assicurati alla giustizia, ma fatto sapere di &#8220;non concordare&#8221; con le ricostruzioni circolate nei giorni scorsi.</p>
<p></p>
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		<title>La Cina sempre più leader  nel peacekeeping dell&#8217;Onu</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/la-cina-sempre-piu-leader-nel-peacekeeping-dellonu.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Apr 2018 10:02:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Caschi blu]]></category>
		<category><![CDATA[Darfur]]></category>
		<category><![CDATA[onu]]></category>
		<category><![CDATA[Sud Sudan]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="1036" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/GETTY_20171024081925_24738739-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/GETTY_20171024081925_24738739-1.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/GETTY_20171024081925_24738739-1-300x207.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/GETTY_20171024081925_24738739-1-768x530.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/GETTY_20171024081925_24738739-1-1024x707.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>A partire dal 2013, la Cina è divenuta la potenza maggiormente coinvolta nel sostegno alle missioni di peacekeeping delle Nazioni Unite, fatto che contribuisce a rilanciare tanto l&#8217;influenza diplomatica quanto l&#8217;immagine dell&#8217;Impero di Mezzo in una fase che vede la nazione intenta a portare avanti una continua ascesa geopolitica. Certificato dalle dichiarazioni di Xi Jinping all&#8217;Assemblea generale &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/la-cina-sempre-piu-leader-nel-peacekeeping-dellonu.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="1036" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/GETTY_20171024081925_24738739-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/GETTY_20171024081925_24738739-1.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/GETTY_20171024081925_24738739-1-300x207.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/GETTY_20171024081925_24738739-1-768x530.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/GETTY_20171024081925_24738739-1-1024x707.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>A partire dal 2013, la Cina è divenuta la potenza maggiormente coinvolta nel sostegno alle missioni di peacekeeping<em> </em>delle Nazioni Unite, fatto che contribuisce a rilanciare tanto l&#8217;influenza diplomatica quanto l&#8217;immagine dell&#8217;Impero di Mezzo in una fase che vede la nazione intenta a portare avanti una continua ascesa geopolitica.</p>
<p>Certificato dalle <a href="https://www.wsj.com/articles/china-to-create-1-billion-fund-to-support-u-n-1443463394" target="_blank">dichiarazioni di Xi Jinping all&#8217;Assemblea generale dell&#8217;Onu </a>del 2015, il crescente impegno cinese al peacekeeping è misurabile sulla scia di iniziative concrete che hanno portato Pechino a stanziare un fondo quinquennale da un miliardo di dollari da destinare alle operazioni dei caschi blu, finanziate dalla <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="https://peacekeeping.un.org/en/how-we-are-funded#gadocs2" target="_blank">Cina per il 10,25%</a> contro il 3% del 2013, e addestrare 8.000 uomini dell&#8217;Esercito popolare di liberazione alle missioni di pacificazione e sicurezza.</p>
<p><a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.scmp.com/news/china/diplomacy-defence/article/2120754/chinese-troops-two-day-drill-prepare-peacekeeping" target="_blank">Come riportato dal  </a><em><a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.scmp.com/news/china/diplomacy-defence/article/2120754/chinese-troops-two-day-drill-prepare-peacekeeping" target="_blank">South China Morning Post</a>,</em> inoltre, Xi Jinping ha annunciato nel novembre scorso la volontà cinese di addestrare 2.000 caschi blu provenienti da altri Paesi, principalmente africani: Mali, Sud Sudan e Darfur sono infatti gli scenari di conflitto ove la Cina sta profondendo il massimo sforzo nel<em> peacekeeping</em>.</p>
<p>Il ritiro degli Usa dalla cooperazione internazionale apre spazi al <em>peacekeeping </em>cinese</p>
<p>L&#8217;attivismo di Pechino è antitetico rispetto alle mosse del principale partner, interlocutore e rivale della Cina, gli Stati Uniti, che negli ultimi anni stanno progressivamente riducendo gli spazi e i fondi destinati al sostegno delle missioni di pace.</p>
<p>L&#8217;ambasciatrice di Washington alle Nazioni Unite, Nikki Haley, ha dichiarato il 29 marzo scorso che <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.business-standard.com/article/international/us-won-t-fund-more-than-25-per-cent-of-un-peacekeeping-budget-nikki-haley-118032900026_1.html" target="_blank">gli Usa ridurranno dal 28,5 al 25% il loro contributo annuo</a> al budget da 7,3 miliardi di dollari dei programmi di <em>peacekeeping, </em>recependo le direttive che il Congresso ha tracciato il 21 marzo <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="https://www.devex.com/news/congress-again-rejects-steep-cuts-to-us-foreign-assistance-in-new-budget-92403" target="_blank">decidendo di tagliare di 3,4 miliardi di dollari (circa il 6%) i fondi destinati al </a><em><a style="color: #0000ff; text-decoration: underline;" href="https://www.devex.com/news/congress-again-rejects-steep-cuts-to-us-foreign-assistance-in-new-budget-92403" target="_blank">foreign aid</a>. </em></p>
<p>Inserendosi nei varchi aperti da Washington, la Cina ottiene dividendi positivi su tre diversi fronti, <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="https://thediplomat.com/2018/04/china-takes-the-lead-in-un-peacekeeping/" target="_blank">come segnala Logan Pauley su </a><em><a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="https://thediplomat.com/2018/04/china-takes-the-lead-in-un-peacekeeping/" target="_blank">The Diplomat</a>. </em></p>
<p>In primo luogo, può dimostrare in un contesto &#8220;positivo&#8221; il valore del suo rinnovato apparato militare. In secondo luogo, &#8220;può rafforzare e modernizzare le sue forze armate attraverso la collaborazione e il trasferimento di conoscenza con gli altri Stati attivi nel <em>peacekeeping</em>&#8220;. Infine, fattore di importanza fondamentale, la Cina coltiva la sua immagine come nazione interessata &#8220;alla pacificazione e alla ricostruzione di Stati fragili, rafforzando in questo modo i rapporti sia con le nazioni beneficiarie dell&#8217;aiuto sia con i partner nelle missioni di <em>peacekeeping&#8221;</em>.</p>
<p></p>
<p>Un impegno, quindi, funzionale alle ambizioni politiche e strategiche cinesi che hanno nell&#8217;inclusività, nella connettività e nella &#8220;cooperazione <em>win-to-win</em>&#8221; tra le nazioni il loro perno. E che sino ad ora è stato riconosciuto come altamente proficuo.</p>
<p>I riconoscimenti dell&#8217;impegno cinese nel <em>peacekeeping</em></p>
<p>Sui tre complicati fronti di Darfur, Mali e Sud Sudan, i caschi blu cinesi hanno, sino ad ora, ricevuto solo entusiastici complimenti per la professionalità del loro lavoro. </p>
<p>In Mali,<a href="http://english.chinamil.com.cn/view/2018-03/27/content_7985342.htm" target="_blank"> truppe cinesi hanno preso in gestione tre basi nel settore orientale</a> dello schieramento dei caschi blu, ricevendo gli encomi di  Jean-Paul Deconinck, comandante della missione United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in Mali (MINUSMA) per le &#8220;eccellenti qualità professionali&#8221;. In Sud Sudan il vice presidente Taban Deng Gai ha fatto i complimenti alla Cina per l&#8217;impegno nel Paese e unito le congratulazioni al riconoscimento contributo di Pechino nello sviluppo infrastrutturale del Paese: &#8220;in Sud Sudan sono i cinesi che costruiscono le strade, non gli americani&#8221;. Di tenore simile il riconoscimento alla diligenza dei cinesi in Darfur da parte del direttore di UNAMID, Yonas Araia.</p>
<p></p>
<p>In terre a lungo vittime di guerre brutali e dimenticate, la Cina gioca dunque un ruolo fondamentale nel contributo al <em>peacekeeping</em>. Ciò è destinato a influire positivamente sull&#8217;immagine di un Paese che proietta la sua potenza internazionale grazie al consolidamento dello <em>smart power</em>: influenza economica e politica, sviluppo della componente militare e potenziamento dell&#8217;immagine grazie a una diplomazia sottile si coniugano nel consolidare le prospettive di un Paese divenuto grande protagonista dell&#8217;era globalizzata.</p>
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		<title>Sud Sudan, un orrore senza fine,  caschi blu accusati di abusi sessuali</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/sud-sudan-caschi-blu-onu-abusi-sessuali.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Feb 2018 07:37:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Caschi blu]]></category>
		<category><![CDATA[onu]]></category>
		<category><![CDATA[Sud Sudan]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1226" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/1389973289-south.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/1389973289-south.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/1389973289-south-300x191.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/1389973289-south-768x490.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/1389973289-south-1024x654.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Un nuovo scandalo sessuale, questa volta in Sud Sudan, colpisce i caschi blu dell&#8217;Onu. L&#8217;ennesimo caso di sfruttamento di prestazioni sessuali da parte dei soldati impegnati in operazioni di peacekeeping. David Shearer, capo della missione Onu nel Paese, ha definito questo (ancora presunto) scandalo una &#8220;chiara violazione del codice di condotta, che proibisce relazioni sessuali &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/sud-sudan-caschi-blu-onu-abusi-sessuali.html">[...]</a></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1226" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/1389973289-south.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/1389973289-south.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/1389973289-south-300x191.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/1389973289-south-768x490.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/1389973289-south-1024x654.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Un nuovo scandalo sessuale, questa volta in Sud Sudan, colpisce i <strong>caschi blu</strong> dell&#8217;Onu. L&#8217;ennesimo caso di sfruttamento di prestazioni sessuali da parte dei soldati impegnati in operazioni di peacekeeping.<strong> David Shearer</strong>, capo della missione Onu nel Paese, ha definito questo (ancora presunto) scandalo una &#8220;chiara violazione del codice di condotta, che proibisce relazioni sessuali con persone vulnerabili&#8221;. Ma le Nazioni Unite si sono mosse, sia a New York sia in Sud Sudan e sembra che, purtroppo, ci sia di nuovo tutto per far uscire l&#8217;ennesimo scandalo, terribile, che vede coinvolte le truppe Onu.</p>
<p><a href="https://www.reuters.com/article/us-southsudan-unrest/u-n-south-sudan-mission-recalls-police-unit-over-sex-abuse-allegations-idUSKCN1G80LC">Come riporta l&#8217;agenzia <em>Reuters</em></a>, &#8220;la missione di peacekeeping dell&#8217;Onu in Sud Sudan ha richiamato <strong>un&#8217;unità di polizia ghanese</strong> che lavora in uno dei suoi campi di protezione mentre indaga sulle accuse secondo cui alcuni di loro sarebbero stati coinvolti in abusi sessuali&#8221;. <a href="https://unmiss.unmissions.org/unmiss-acts-allegations-sexual-exploitation-against-formed-police-unit">Secondo le informazioni comunicate dal comando</a> di Unmiss, i vertici della missione delle Nazioni Unite richiamato a Juba 46 membri di un&#8217;unità di polizia militare che lavora nel campo di Wau, dopo l&#8217;avvio di un&#8217;indagine nata dopo le denunce delle donne del campo.</p>
<p></p>
<p>&#8221; Questa è una chiara violazione del Codice di condotta Onu e <strong>Unmiss </strong>che proibisce le relazioni sessuali con individui vulnerabili, inclusi tutti i beneficiari di assistenza &#8220;, ha affermato Shearer. &#8220;Unmiss ha informato il quartier generale della U.N. di New York delle accuse, che a loro volta hanno comunicato allo Stato membro che la questione era oggetto di indagine da parte delle Nazioni Unite. Non vi è alcuna indicazione che questo comportamento sia più diffuso all&#8217;interno della Missione &#8220;.</p>
<p>Le Nazioni Unite hanno sei siti di protezione civile in tutto il Sud Sudan e ospitano circa 205mila persone. La missione Unmiss ha oltre <strong>17mila membri del personale di peacekeeping</strong>, tra cui 13mila soldati e 1500 agenti di polizia. Un contingente importante per una missione estremamente complicata. Dall&#8217;indipendenza del Sud Suda, il Paese è stato coinvolta in una durissima guerra civile che visto migliaia di morti e centinaia di migliaia di profughi. E i caschi blu sono intervenuti per fermare questa diaspora.</p>
<p></p>
<p>Ma l&#8217;intervento Onu non è mai stato privo di critiche e di denunce. E quest&#8217;ultimo scandalo è solo l&#8217;ennesimo episodio di una missione nata, si può dire, col piede sbagliato. Come riporta <em>Il Tempo</em>, &#8220;un articolo del <em>Daily Telegraph</em>, anni fa parlò di funzionari che chiedevano <strong>prestazioni sessuali a minori in cambio di cereali&#8221;</strong>. Un episodio orrendo, sfruttare sessualmente i minorenni in cambio di qualche sacco di farina. Ma anche senza scendere nell&#8217;abisso degli scandali sessuali, anche un episodio del 2016 fu indicativo di una mancanza di onorabilità di alcune forze coinvolte nella missione. Nel luglio 2016, all&#8217;<strong>hotel Terrain di Juba</strong>, un gruppo di miliziani Dinka entrarono nell&#8217;albergo dove c&#8217;erano molti cooperanti di ong e volontari. Una volta entrati nella struttura, i Dinka si lasciarono andare a violenze e abusi. I cooperanti lanciarono l&#8217;allarme, ma, <a href="https://www.theguardian.com/world/2016/aug/15/south-sudan-aid-worker-rape-attack-united-nations-un">secondo una ricostruzione dell&#8217;<em>Associated Press</em></a>, i <strong>caschi blu</strong> lasciarono liberi i miliziani per ore prima di intervenire, permettendo che si dedicassero a stupri e ogni genere di nefandezza.</p>
<p>Il Sud Sudan è al centro, in questi giorni, di un vero e proprio scoperchiamento del vasi di Pandora degli orrori di quella guerra civile, dove ong, caschi blu, soldati dell&#8217;esercito e miliziani si sono dedicati a ogni tipo di abuso e violenza. Lo scandalo della <strong>Oxfam</strong> ha mostrato che i volontari della ong drogavano e stupravano le donne, le stesse colleghe cooperanti, in un sistema di omertà che ha scosso profondamente l&#8217;opinione pubblica mondiale. Ma quello che fa ancora più orrore, sono le accuse che sono rivolte dall&#8217;Onu a una quarantina di ufficiali dell&#8217;esercito, accusati di crimini di guerra per azioni orribili che si fa fatica anche a riportare. <a href="http://www.bbc.com/news/world-africa-43168294">Stando ai funzionari per i dritti umani</a>, i <strong>crimini di guerra</strong> riguarderebbero non solo l&#8217;orrore della violenza sessuale, ma anche il forzare ad assistere allo <strong>stupro</strong> delle proprie madri o costringere i minorenni a partecipare alle violenze a pena di morte. Una barbarie raccapricciante che dimostra l&#8217;ipocrisia delle lotta sui diritti mani quando riguardano guerre che non interessano alle superpotenze.</p>
<p></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/sud-sudan-caschi-blu-onu-abusi-sessuali.html">Sud Sudan, un orrore senza fine,  caschi blu accusati di abusi sessuali</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>La ricetta di Israele contro i migranti  tra deportazioni e &#8220;cittadini soldato&#8221;</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/israele-chiede-una-mano-ai-cittadini-per-cacciare-i-migranti.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alasdair Lane]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Jan 2018 00:02:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Migranti]]></category>
		<category><![CDATA[Rifugiati]]></category>
		<category><![CDATA[Sud Sudan]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="948" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/LAPRESSE_20171008180124_24568524.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/LAPRESSE_20171008180124_24568524.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/LAPRESSE_20171008180124_24568524-300x190.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/LAPRESSE_20171008180124_24568524-768x485.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/LAPRESSE_20171008180124_24568524-1024x647.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>Le problematiche relative al flusso di migranti provenienti dall’Africa, negli ultimi anni ha interessato ogni paese europeo. Quotidianamente i giornali e le televisioni sono impegnati nel dibattito riguardo la possibilità e la capacità di ogni singolo stato di accogliere o meno una quantità così numerosa di richiedenti asilo. Il problema però non è soltanto europeo. &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/israele-chiede-una-mano-ai-cittadini-per-cacciare-i-migranti.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/israele-chiede-una-mano-ai-cittadini-per-cacciare-i-migranti.html">La ricetta di Israele contro i migranti  tra deportazioni e &#8220;cittadini soldato&#8221;</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="948" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/LAPRESSE_20171008180124_24568524.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/LAPRESSE_20171008180124_24568524.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/LAPRESSE_20171008180124_24568524-300x190.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/LAPRESSE_20171008180124_24568524-768x485.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/LAPRESSE_20171008180124_24568524-1024x647.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>Le problematiche relative al flusso di <strong>migranti</strong> provenienti dall’Africa, negli ultimi anni ha interessato ogni paese europeo. Quotidianamente i giornali e le televisioni sono impegnati nel dibattito riguardo la possibilità e la capacità di ogni singolo stato di accogliere o meno una quantità così numerosa di richiedenti asilo. Il problema però non è soltanto europeo. Anche dall’altra parte del Mediterraneo, in <strong>Israele</strong>, da tempo si discute riguardo alle tante incognite legate all’immigrazione. Negli ultimi mesi il governo Nethanyahu pare aver trovato una soluzione che sta facendo molto discutere.</p>
<p>Tristemente note sono le rotte mediterranea e balcanica che dal Nord Africa e dalla Turchia portano centinaia di migliaia di persone sul suolo europeo. In pochi però sono a conoscenza di una terza rotta, frequentata in maggioranza da cittadini Sudanesi ed Eritrei che valicando la frontiera Egiziana si dirigono diretta verso Israele. Secondo la Population and Immigration Authority (PIBA) <strong>dal 2006 ad oggi in Israele sono arrivati circa 39mila richiedenti asilo</strong>, esclusi i bambini nati in questi anni nel paese ospitante (circa 5mila).  La maggior parte di essi gode soltanto di visti temporanei che devono essere rinnovati ogni tre mesi. L’arrivo di un così alto numero di migranti ha fin da subito messo in allerta diversi esponenti del governo israeliano, in particolare quelli più legati agli ambienti dell’estrema destra che insieme al Likud di Netanyahu godono della maggioranza dei seggi nella Knesset.</p>
<p>I richiedenti asilo sono in maggioranza cristiani e provengono soprattutto da <strong>Eritrea</strong> e <strong>Sudan</strong>, due Paesi straziati rispettivamente da dittature e guerre civili a carattere confessionale. Malgrado ciò, come dichiarato dal responsabile della <a style="color: #0000ff; text-decoration: underline;" href="https://www.reuters.com/article/us-israel-migrants-un/u-n-urges-israel-to-find-solutions-for-african-migrants-idUSKBN1EY1O1?il=0">Commissione per i Rifugiati dell’Onu William Spindler</a>, “dei 27mila eritrei e dei 7mila sudanesi che si trovano in Israele, soltanto 11 sono stati coloro che dal 2009 hanno ricevuto lo status di rifugiato&#8221;.</p>
<p>Il <a style="color: #0000ff; text-decoration: underline;" href="https://web.archive.org/web/20110814142203/http://web.hevra.haifa.ac.il/~ch-strategy/images/publications/darfur_refugees.pdf">demografo israeliano Arnon Soffer</a> ha espresso la sua ferma opposizione al fenomeno dell&#8217;immigrazione illegale africana per diverse ragioni. Afferma che dal punto di vista della sicurezza, i migranti potrebbero agire come &#8220;informatori&#8221; o come &#8220;agenti operativi di stati ostili o organizzazioni terroristiche&#8221;. Socialmente, afferma che stanno contribuendo alla congestione nelle città e all&#8217;aumento della criminalità. Dal punto di vista demografico, invece, percepisce i richiedenti asilo e gli immigrati illegali come una minaccia demografica per la maggioranza ebraica. Secondo Sofer, non riuscire a fermare le ondate migratorie illegali in una fase iniziale porterà solo a ondate di immigrazione clandestina molto più grandi in futuro.</p>
<p>Già nel Dicembre del 2011, anche <a style="color: #0000ff; text-decoration: underline;" href="https://www.ynet.co.il/articles/0,7340,L-4156696,00.html">il sindaco di Tel Aviv, Ron Huldai</a> si era rivolto al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu chiedendo &#8220;azioni urgenti e immediate&#8221; contro gli immigrati: &#8220;Israele non può continuare a ignorare la crescente ondata di immigrati, che a questo punto è chiaro a tutti che si infiltrano in Israele come lavoratori illegali e che non sono veri profughi. Dobbiamo proteggere i confini di Israele contro queste infiltrazioni&#8221;.</p>
<p>Dopo qualche tentennamento, <a style="color: #0000ff; text-decoration: underline;" href="https://www.nytimes.com/interactive/2015/10/31/opinion/sunday/exposures-israel-chilly-reception-for-african-asylum-seekers.html">Netanyahu ha risposto</a> alle pressioni del suo elettorato dichiarando: “Se non fermiamo l’ingresso dei migranti, il problema delle attuali 60mila unità potrebbe arrivare a 600mila, e questo minaccia seriamente la nostra esistenza come Stato ebraico e democratico&#8221;. Dalle parole si è subito passati ai fatti. <strong>In primo luogo è stata eretta, nel 2012 una barriera per impedire ad ulteriori persone di entrare in Israele illegalmente.</strong> Oltre alla barriera di filo spinato la Knesset ha votato a favore di un controverso emendamento alla legge sulla Prevenzione dell&#8217;infiltrazione risalente al 1954 rendendo così possibile la <strong>detenzione fino a tre anni per gli immigrati africani senza possibilità di processo</strong>. Sono iniziati quindi i primi rimpatri verso i paesi d&#8217;origine spesso e volentieri non accettati dai migranti, difficilmente un cristiano sudanese sarebbe disposto a tornare nel Darfour dove le milizie islamiste imperversano e dove la fame e la carestia mietono vittime quotidianamente. Per ovviare a questo problema Netanyahu ha quindi chiesto ad altri Paesi africani come Uganda e Rwanda di farsi carico dei richiedenti asilo in cambio di sostanziosi aiuti economici e militari. Nella primavera del 2012 è stata inoltre avviata la costruzione della prigione di Saharonim, esentata dalla maggior parte delle normative locali e nazionali, come espressamente richiesto dall’allora Ministro della Difesa Ehud Barak. La prigione è situata nel bel mezzo del deserto del Negev al confine con l’Egitto. Da Saharonim sono transitati migliaia di immigrati irregolari tra cui moltissimi bambini al di sotto dei 10 anni. <a style="color: #0000ff; text-decoration: underline;" href="https://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-4430459,00.html">A seguito di numerose inchieste</a> condotte in particolare dal noto quotidiano israeliano <em>Ynet</em>, che denunciavano le terribili condizioni in cui erano detenuti i richiedenti asilo, e dopo un’imponente sciopero della fame avviato dai migranti detenuti, la Suprema Corte Israeliana ha dichiarato la detenzione nella suddetta prigione come “incostituzionale”. Il governo israeliano ha risposto approvando una legge modificata per ridurre il periodo di detenzione a un anno e proporre la detenzione indefinita in centri di detenzione &#8220;aperti&#8221; senza revisione giudiziaria.</p>
<p>Questa decisione ha senza dubbio reso più umano il trattamento riservato ai migranti africani, ma ha nello stesso tempo diminuito la capacità dello stato di sorvegliare e controllare i richiedenti asilo. Soprattutto nell’area metropolitana di Tel Aviv, e nelle periferie delle grandi città israeliane si sono quindi venuti a creare dei veri e propri ghetti che hanno spesso portato allo scontro i cittadini israeliani con i nuovi arrivati stranieri. Un film già visto in molti Stati europei, una guerra tra poveri che getta nel caos le periferie. Per evitare una banlieue in salsa kosher Netanyahu ha deciso quindi di chiudere definitivamente la questione.</p>
<p>Il 3 gennaio, nel corso di una conferenza stampa, il premier dello stato ebraico ha illustrato brevemente il piano d’azione del governo: “Ogni Paese deve difendere i propri confini. Custodire le frontiere contro l&#8217;infiltrazione illegale è sia un diritto che un obbligo fondamentale di uno stato sovrano”. Dopo i soddisfacenti risultati ottenuti dalla costruzione della barriera al confine con l’Egitto, “la seconda missione del governo è quella di deportare gli immigrati irregolari”. Israele offre un volo pagato dallo Stato verso i Paesi d’origine (o verso un Paese terzo) e 3.500 dollari a tutti i richiedenti asilo che accettano l’uscita volontaria. “Gli immigrati devono fare una scelta” ha continuato Netanyahu durante la conferenza stampa: “O cooperano con noi e se ne vanno volontariamente, rispettosamente, umanamente e legalmente, o dovremo usare altri strumenti a nostra disposizione, strumenti che sono anche legittimi. Spero per loro che sceglieranno di collaborare con noi”. Chiunque non sarà disposto a partire volontariamente dovrà affrontare il carcere e i datori di lavoro israeliani che fanno lavorare illegalmente lavoratori stranieri dovranno subire pesanti sanzioni a livello economico.</p>
<p>Per riuscire a rintracciare tutti i migranti che in questi anni si sono sparpagliati sul territorio israeliano, il governo ha pensato ad un incremento del personale e dei funzionari statali addetti a quella che a tutti gli effetti è diventata una “caccia al migrante”. Giovedì 11 gennaio 2018 il Ministero dell’Interno israeliano ha pubblicato sul proprio sito un bando per l’assunzione di 140 nuovi ispettori suddivisi in tre differenti aree: settanta ispettori dell&#8217;immigrazione per svolgere compiti di controllo contro gli stranieri clandestini; trenta ispettori dell&#8217;immigrazione per svolgere compiti come parte dell&#8217;attuazione del sistema di &#8220;uscita volontaria&#8221; e quaranta dipendenti per l&#8217;unità RSD (Refugee Status Determination) che esaminerà le domande di asilo. La durata del lavoro sarà di 12 o 24 mesi a seconda delle aree di competenza. Sul <a style="color: #0000ff; text-decoration: underline;" href="https://www.gov.il/BlobFolder/news/voluntary_exit_jobs/he/pakach.pdf">volantino</a> ben visibile nella homepage del sito del ministero si legge anche a quanto dovrebbe ammontare la paga. Il nuovo riceverà un “pagamento appropriato” insieme a ingenti bonus fino a un massimo di 30mila shekel (circa 7mila euro).</p>
<p>Accedendo al sito del ministero nella<a href="https://www.gov.il/he/Departments/news/voluntary_exit_jobs"> sezione “lavori volontari” </a> è possibile leggere anche le mansioni che si andranno a svolgere, i requisiti richiesti, le esperienze lavorative pregresse e tutte quelle abilità in possesso del candidato definite “desiderabili”. I settanta ispettori all’immigrazione e i trenta responsabili dell’attuazione del sistema di “uscita volontaria” dovranno “svolgere compiti di esecuzione di ordini nei confronti degli stranieri e i dei loro datori di lavoro illegali, comprese attività sul campo e attività d’ufficio; individuazione, detenzione e scorta di immigrati clandestini, indagini e raccolta di informazioni”.</p>
<p>Le unità RSD avranno compiti più burocratici, dovranno infatti: “Condurre interrogazioni e indagini approfondite sui richiedenti asilo in Israele; ricevere richieste di asilo politico ed esaminare la veridicità delle affermazioni e la rilevanza della domanda in virtù dei principi stabiliti dalla Convenzione sui rifugiati. Dovranno infine accertarsi del reale pericolo di vita del richiedente asilo qualora questi tornasse nel paese d’origine”.</p>
<p>Tutti compiti questi, che solitamente vengono svolti da appartenenti forze dell’ordine o da funzionari amministrativi formati precisamente per questo tipo di impiego burocratico. Nel caso di Israele invece, qualunque normale cittadino in possesso di una laurea breve (così è indicato dal Ministero) potrà svolgere questi delicati accertamenti. Un normale cittadino, dopo sole due settimane di formazione potrà dare il via a delle indagini non meglio specificate e si occuperà perfino di rintracciare e scortare i rifugiati. Per questo una delle abilità richieste è una “<strong>preferibile esperienza in tecniche di combattimento</strong>”.</p>
<p>In molti hanno storto il naso davanti a questa decisione israeliana sottolineando come il rischio sia quello di una vera caccia alle streghe. Episodi di violenza contro gli immigrati non sono una novità in Israele e il rischio è che questa nuova decisione del governo possa aumentare il livello di xenofobia nel Paese. La campagna di Israele contro i richiedenti asilo preoccupa anche <a href="https://www.unhcr.it/news/aggiornamenti/lunhcr-richiama-israele-le-sue-politiche-ricollocamento-forzato.html">l’agenzia per rifugiati dell’Onu</a>, che ieri ha fatto appello alle autorità israeliane perché abbandonino il progetto. “In un momento in cui l’Unhcr e le agenzie partner sono impegnati in evacuazioni di emergenza dalla Libia – afferma la dichiarazione – il ricollocamento forzato in Paesi che non garantiscono un’effettiva protezione e i successivi spostamenti di queste persone verso la Libia e l’Europa sono particolarmente preoccupanti”. Molti di coloro che sono usciti volontariamente da Israele non vengono accolti dai Paesi terzi come loro promesso e non ricevono nessun tipo di aiuto, per questo riprendono il cammino verso l’Europa attraversando il deserto, la Libia e il mar Mediterraneo.</p>
<p>Israele ha voluto subito rassicurare l’Onu dichiarando attraverso <a href="https://www.ynet.co.il/articles/0,7340,L-5067701,00.html">Yossi Eldestein </a>( a capo dell&#8217;amministrazione delle forze armate e degli affari esteri) che lo Stato ebraico e i nuovi ispettori che verranno assunti serviranno proprio a “mantenere i contatti con le persone che lasciano Israele per garantire loro benessere e una vita migliore”. “Gli ispettori”, ha detto Eldestein al giornale <em>Ynet</em>, “sono responsabili del controllo del comportamento dei Paesi terzi verso i rifugiati, rimaniamo in contatto con loro e ci assicuriamo che ottengano tutto ciò di cui hanno bisogno”.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/israele-chiede-una-mano-ai-cittadini-per-cacciare-i-migranti.html">La ricetta di Israele contro i migranti  tra deportazioni e &#8220;cittadini soldato&#8221;</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Quelle armi vendute al Sud Sudan  Così gli inglesi aggirano l&#8217;embargo</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/quelle-armi-vendute-al-sud-sudan-cosi-inglesi-ucraini-aggirano-lembargo.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Oct 2017 10:45:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Sud Sudan]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="1010" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/10/LAPRESSE_20170831163527_24147690.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/10/LAPRESSE_20170831163527_24147690.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/10/LAPRESSE_20170831163527_24147690-300x202.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/10/LAPRESSE_20170831163527_24147690-768x517.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/10/LAPRESSE_20170831163527_24147690-1024x689.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>Una compagnia inglese ha venduto armi al Sud Sudan devastato dalla guerra civile, nonostante l’embargo internazionale che cerca di mettere fine al massacro. La denuncia arriva da Amnesty International, con il suo rapporto “From London to Juba: a UK-registered company’s role in one of the largest arms deals to South Sudan” (Da Londra a Juba: &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/quelle-armi-vendute-al-sud-sudan-cosi-inglesi-ucraini-aggirano-lembargo.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/quelle-armi-vendute-al-sud-sudan-cosi-inglesi-ucraini-aggirano-lembargo.html">Quelle armi vendute al Sud Sudan  Così gli inglesi aggirano l&#8217;embargo</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="1010" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/10/LAPRESSE_20170831163527_24147690.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/10/LAPRESSE_20170831163527_24147690.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/10/LAPRESSE_20170831163527_24147690-300x202.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/10/LAPRESSE_20170831163527_24147690-768x517.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/10/LAPRESSE_20170831163527_24147690-1024x689.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>Una compagnia inglese ha venduto armi al <strong>Sud Sudan</strong> devastato dalla guerra civile, nonostante l’embargo internazionale che cerca di mettere fine al massacro. La denuncia arriva da Amnesty International, con il suo rapporto “From London to Juba: a UK-registered company’s role in one of the largest arms deals to South Sudan” (Da Londra a Juba: il ruolo di una compagnia registrata nel Regno Unito in una delle più importanti vendite di armi al Sud Sudan). La vendita è avvenuta attraverso la società di comodo S-Profit Ltd, registrata a Londra e con sede a Covent Garden.</p>
<p>La S-Profit Ltd ha fornito <strong>armi per almeno 46 milioni di dollari al Sud Sudan</strong> nel 2014, perciò nel pieno della guerra civile. La S-Profit Ltd, il cui direttore è un ucraino che non risiede nel Regno Unito, ha fatto da intermediario commerciale tra una ditta statale ucraina produttrice di armi e una società con sede negli Emirati Arabi Uniti, incaricata di acquistare armi dal governo di Juba, per un valore di 169 milioni di dollari. L’elenco comprende migliaia di mitragliatrici, mortai e milioni di munizioni. Il direttore di S-Profit ha negato che l&#8217;azienda abbia fornito armi al Sud Sudan, ma non si è espresso sull’aver svolto qualche ruolo di intermediario.</p>
<p></p>
<p>Amnesty afferma che il coinvolgimento di un&#8217;impresa britannica in un tale accordo potrebbe <strong>violare i controlli britannici in materia di esportazioni che vietano il coinvolgimento nella fornitura di armi al Sud del Sudan</strong>, dove il conflitto è ormai al suo quarto anno con circa 3.8 milioni di persone mandate via dalle loro case. La violenza è stata descritta all&#8217;inizio di quest&#8217;anno dal segretario di stato britannico per lo sviluppo internazionale, Priti Patel, come un genocidio.</p>
<p>Ma l’affare scotta. Infatti Oliver Feeley-Sprague, direttore del programma per i controlli sugli armamenti di Amnesty UK, ha dichiarato: &#8220;È innegabile che le trattative di armamenti, come queste sono anche una minaccia diretta per la vita di centinaia di truppe del Regno Unito ora in Sud Sudan come parte delle operazioni di pace delle Nazioni Unite. Il Regno Unito sul serio aspetterà che il sangue britannico sia versato prima che intraprenda un&#8217;azione adeguata?”</p>
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<p>Il rapporto di Amnesty sottolinea le responsabilità britanniche nel permettere questo genere di commerci. Nella conferenza stampa di pubblicazione dell’inchiesta, James Lynch, responsabile del settore di Amnesty per le ricerche sul controllo delle armi e il rispetto dei diritti umani, ha dichiarato: “Problemi evidenti nelle norme che regolano le società nel Regno Unito, fanno in modo che uno che commercia illecitamente in armi possa aprire online una società britannica per condurre le sue attività, con controlli minori di quelli che servono per frequentare una palestra o affittare una macchina. Il Regno Unito deve rivedere urgentemente le procedure per la registrazione delle società”.</p>
<p>Amnesty ha assicurato di aver fornito tutti i documenti che erano in suo possesso alle autorità competenti. Ha aggiunto che da almeno otto anni queste sono consapevoli che le società di comodo registrate in Gran Bretagna sono usate come veicolo per commerci di armi verso paesi in guerra o sotto embargo, come la Siria, l’Eritrea e appunto il Sud Sudan, ma nulla è stato finora fatto per porre rimedio. Un embargo sulle armi dell&#8217;UE è in vigore contro il Sud Sudan sin dalla sua indipendenza nel 2011, mentre la Gran Bretagna è stata uno dei paesi promotori di un embargo sulle armi da parte delle Nazioni Unite. Sul quale però non è mai stata trovata l’unanimità.</p>
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		<title>Africa, la carestia è un disastro per Ue</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/carestia-africa.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Feb 2017 08:10:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Boko Haram]]></category>
		<category><![CDATA[Sud Sudan]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="960" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/02/apertura_occhi-3.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/02/apertura_occhi-3.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/02/apertura_occhi-3-300x150.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/02/apertura_occhi-3-768x384.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/02/apertura_occhi-3-1024x512.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Le Nazioni Unite hanno lanciato l’allarme carestia per diversi Paesi dell’Africa sub-sahariana. Tre agenzie dell’Onu insieme al governo del Sud Sudan hanno dichiarato la presenza di carestia in due zone del Paese. Come riportato da Al Jazeera ci sono attualmente 100mila persone direttamente colpite da questa crisi alimentare. Sarebbero invece ben 5.5 milioni i sud &#8230; <a href="https://it.insideover.com/economia/carestia-africa.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="960" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/02/apertura_occhi-3.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/02/apertura_occhi-3.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/02/apertura_occhi-3-300x150.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/02/apertura_occhi-3-768x384.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/02/apertura_occhi-3-1024x512.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p style="text-align: left">Le Nazioni Unite hanno lanciato l’allarme carestia per diversi Paesi dell’Africa sub-sahariana. Tre agenzie dell’Onu insieme al governo del <strong>Sud Sudan</strong> hanno dichiarato la presenza di carestia in due zone del Paese. Come riportato da <a href="http://www.aljazeera.com/news/2017/02/famine-declared-part-south-sudan-unity-state-170220081516802.html">Al Jazeera</a> ci sono attualmente 100mila persone direttamente colpite da questa crisi alimentare. Sarebbero invece ben 5.5 milioni i sud sudanesi, il 50% della popolazione, a rischiare una condizione di insicurezza alimentare nei prossimi mesi. Le prime vittime di questa catastrofe alimentare sono ovviamente le fasce più deboli della popolazione, come i bambini. Sono 250mila quelli che rischiano la vita a causa della <strong>malnutrizione</strong>. La condizione del Sud Sudan appare dunque più che allarmante. Dati simili non si vedevano infatti dal 1998, uno degli anni più violenti della guerra civile.</p>
<p>Carestie causate da conflitti armati</p>
<p style="text-align: left">Sembrerebbe dunque che un ritorno di tensione e <strong>conflitti</strong> sia la causa principale di questa carestia. Cibo e acqua ci sono, ma come avviene in questi casi, sono monopolizzati dalle <strong>bande armate</strong>. Inoltre il governo ha limitato la libertà di movimento delle persone nel Paese. Viene così ostacolato l’accesso a zone dove il cibo c’è ancora. Le stesse <a href="http://www.aljazeera.com/news/2017/02/demands-action-famine-looms-countries-170221062939852.html">Nazioni Unite</a> hanno poi rilanciato l’allarme carestia in Nigeria, Yemen e Somalia.</p>
<p style="text-align: left">In questo caso si tratta di 1.4 milioni di persone che rischiano la vita per malnutrizione in questi tre Paesi. La fame sta colpendo quasi mezzo milione di bambini in <strong>Yemen</strong>. La stessa situazione appare nel nord est della Nigeria. Lì si sta infatti combattendo una sanguinosa guerra tra le bande di Boko Haram e l’esercito del Governo. In Somalia invece sono 270.000 i bambini a rischio di malnutrizione. Numeri alla mano si tratta dunque di un potenziale di oltre sei milioni di persone che rischiano la vita. Sei milioni di persone che potrebbero spostarsi altrove alla ricerca di migliori condizioni.</p>
<p>[Best_Wordpress_Gallery id=&#8221;438&#8243; gal_title=&#8221;Migranti Crudelini&#8221;]</p>
<p style="text-align: left">La drammaticità della situazione è confermata dall’<a href="https://southsudan.iom.int/media-and-reports/press-release/iom-appeals-usd-768-million-help-most-vulnerable-south-sudan">International Organization For Migration South Sudan</a>. In una nota pubblicata lo scorso 15 febbraio l’organizzazione internazionale scrive: “I bisogni nel Sud Sudan hanno raggiunto livelli mai visti da quando la crisi è iniziata quattro anni fa”. L’Organizzazione stima in 76.8 milioni di dollari i beni primari necessari per soddisfare i bisogni alimentari delle zone in crisi.</p>
<p>Gli accordi dell&#8217;Europa per bloccare il flusso</p>
<p style="text-align: left">L’allarme è arrivato alle orecchie dell’Europa, che potrebbe trovarsi al centro di una migrazione di dimensioni considerevoli. Tuttavia le strategie poste in atto dalla politica europea non sembrano essere adeguate per rispondere ad un’emergenza così ampia. Da una parte l’Italia, Paese europeo più esposto per il flusso proveniente dal Maghreb, ha raggiunto un <a href="http://www.internazionale.it/notizie/2017/01/10/accordo-italia-libia-migranti">accordo</a> con uno dei due governi della Libia, quello con base a Tripoli. Tuttavia il perdurare del conflitto sia tra le due fazioni, Tripoli e Tobruk, che con l’Isis non garantisce il controllo del territorio libico. Questo rende de facto di poco valore l’accordo raggiunto con l’Italia.</p>
<p></p>
<p style="text-align: left">I Paesi europei si erano poi impegnati lo scorso novembre 2015 in un summit a La Valletta con alcuni leaders africani. Come riportava il <em><a href="https://www.theguardian.com/commentisfree/2017/jan/26/europe-crackdown-africa-immigration-vulnerable-refugees-sudan-eritrea">The Guardian</a></em>, però, tra questi vi erano rappresentanti di governi “ambigui”. Il Sudan, il cui presidente Omar al-Bashir è ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra, e l’Eritrea, accusata di crimini contro l’umanità. Se da una parte questi accordi rappresentano una garanzia per l’interruzione dei flussi nel breve periodo, dall’altra potrebbero essere l’innesco per nuovi conflitti come reazione alla repressione posta in atto da questi governi.</p>
<p>Uno scenario catastrofico per il futuro europeo</p>
<p style="text-align: left">La poca lungimiranza della politica europea potrebbe dunque cambiare le caratteristiche dell’immigrazione futura, se la crisi alimentare dovesse perdurare. Se infatti il 2015 ha rappresentato l’anno di maggiore afflusso di immigrati in Europa, più di <a href="http://www.bbc.com/news/world-europe-34131911">un milione</a>, questa nuova crisi alimentare insieme ai fragili accordi tra Europa e Africa potrebbero peggiorare la situazione. Si prospetterebbe così quel drammatico “<a href="http://www.un.org/esa/population/publications/migration/europe.pdf">Scenario IV</a>” descritto in uno studio condotto dalle Nazioni Unite nel 2015.</p>
<p style="text-align: left">All’interno di questo scenario veniva ipotizzato un afflusso di 3.6 milioni di immigrati all’anno in Europa fino al 2050. Un’ipotesi non così remota, se le carestie in Sud Sudan, Nigeria e Yemen dovessero continuare, sommate all’ancora irrisolta guerra civile siriana. Il finale di questo scenario prevede un Europa composta da 209 milioni di immigrati, il 26% della popolazione totale prevista. Una bomba sociale per un Continente in piena recessione economica. Il futuro dell’Europa è dunque in pericolo e le misure prese sembrano ancora insufficienti.</p>
<p></p>
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