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	<title>Primavere arabe Archives - InsideOver</title>
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	<lastBuildDate>Tue, 31 Jan 2023 08:35:05 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Primavere arabe Archives - InsideOver</title>
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	<item>
		<title>I leader del Golfo minacciano al Sisi, ma non abbandoneranno l’Egitto</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/i-leader-del-golfo-minacciano-al-sisi-ma-non-abbandoneranno-legitto.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Chiara Marcassa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Jan 2023 19:03:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Canale di suez]]></category>
		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[Fratelli musulmani]]></category>
		<category><![CDATA[Primavere arabe]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/01/ilgiornale2_20230130135537993_b10a2fce31baf65825373936c47e8fee-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/01/ilgiornale2_20230130135537993_b10a2fce31baf65825373936c47e8fee-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/01/ilgiornale2_20230130135537993_b10a2fce31baf65825373936c47e8fee-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/01/ilgiornale2_20230130135537993_b10a2fce31baf65825373936c47e8fee-1024x682.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/01/ilgiornale2_20230130135537993_b10a2fce31baf65825373936c47e8fee-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/01/ilgiornale2_20230130135537993_b10a2fce31baf65825373936c47e8fee-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/01/ilgiornale2_20230130135537993_b10a2fce31baf65825373936c47e8fee-2048x1365.jpg 2048w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La relazione tra Egitto e gli Stati del Golfo rappresenta un&#8217;unione fondata su interessi reciproci piuttosto che un&#8217;autentica fratellanza ideologica. Tuttavia, ora che la crisi economica egiziana ha scatenato un malcontento che il Presidente potrebbe faticare ad arginare, si concretizza il rischio che l&#8217;assetto istituzionale del Paese venga messo in questione. Per questo, i leader &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/i-leader-del-golfo-minacciano-al-sisi-ma-non-abbandoneranno-legitto.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/01/ilgiornale2_20230130135537993_b10a2fce31baf65825373936c47e8fee-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/01/ilgiornale2_20230130135537993_b10a2fce31baf65825373936c47e8fee-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/01/ilgiornale2_20230130135537993_b10a2fce31baf65825373936c47e8fee-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/01/ilgiornale2_20230130135537993_b10a2fce31baf65825373936c47e8fee-1024x682.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/01/ilgiornale2_20230130135537993_b10a2fce31baf65825373936c47e8fee-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/01/ilgiornale2_20230130135537993_b10a2fce31baf65825373936c47e8fee-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/01/ilgiornale2_20230130135537993_b10a2fce31baf65825373936c47e8fee-2048x1365.jpg 2048w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La relazione tra <strong>Egitto</strong> e gli Stati del Golfo rappresenta un&#8217;unione fondata su <strong>interessi reciproci</strong> piuttosto che un&#8217;autentica fratellanza ideologica. Tuttavia, ora che la crisi economica egiziana ha scatenato un malcontento che il Presidente potrebbe faticare ad arginare, si concretizza il rischio che l&#8217;assetto istituzionale del Paese venga messo in questione. Per questo, i leader del Golfo hanno sospeso il loro sostegno a <strong>Abdel Fattah al-Sisi</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Una relazione sbilanciata </h2>



<p>Dalla fine dei loro contrasti negli Anni Sessanta, il matrimonio di convenienza tra gli asset finanziari del Golfo e l’influenza politica e culturale dell’Egitto ha giocato a favore degli <strong>interessi strategici</strong> di entrambi, ma in maniera sbilanciata. Questo <strong>sbilanciamento</strong> si è dispiegato in maniera plateale nei dieci anni di presidenza al-Sisi. Fin dai giorni successivi alla Rivoluzione del 30 Giugno, quando il Generale è salito al potere in Egitto spodestando un presidente legittimamente eletto, il sostegno dei monarchi ed emiri della Penisola Araba si è manifestato in maniera considerevole. Mentre il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e la Banca di Sviluppo Africana stanziavano miliardi in aiuti per favorire la stabilità economica del Paese, ridurne l’inflazione e il debito pubblico, i fondi provenienti dal Golfo arrivavano sotto forma di <strong>finanziamenti diretti e senza alcun vincolo</strong>. La rovinosa gestione economica di al-Sisi ha rispecchiato quella dei 60 anni di governo militare prima di lui, e dei miliardi che gli sono piovuti nelle mani, poco o nulla è finito nelle tasche degli egiziani in termini di welfare, sicurezza o stabilità finanziaria, creando una <a href="https://it.insideover.com/politica/a-12-anni-dalla-primavera-araba-legitto-e-sullorlo-della-rivolta.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">situazione precaria ed esplosiva</a>.</p>



<p>Invece di investire quei fondi in progetti in grado di stimolare l&#8217;economia interna e il settore privato, la policy economica impostata dal Generale ha dato priorità a <strong>faraonici progetti infrastrutturali</strong> che hanno arricchito esclusivamente l&#8217;esercito egiziano, che opera in tutti i settori dell&#8217;economia. Come spiega il <a href="https://pomed.org/wp-content/uploads/2022/01/2022_01_Final_SpringborgSnapshot.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">professor Robert Springborg</a>, consigliere scientifico presso l&#8217;Istituto Affari Internazionali (IAI), i prestiti mal adoperati dall’esecutivo egiziano hanno avuto un effetto deleterio sul bilancio statale, innescando una crisi del debito che ha portato ad un controllo ancora più estensivo dell&#8217;esercito sull&#8217;economia nazionale. Springborg sottolinea che il risultato di prestiti eccessivi è che ora una porzione significativa della spesa pubblica è impegnata esclusivamente nella restituzione del debito e la vita economica del Paese è strettamente dipendente dalla <strong>continuazione dei prestiti</strong>. Questo circolo vizioso in cui al-Sisi ha fatto precipitare il Paese è stato definito <a href="https://www.washingtoninstitute.org/policy-analysis/aid-security-gulf-egypt-dynamic-supporting-egypts-economy" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“cultura della dipendenza”</a> e lega indissolubilmente la capacità del Cairo di far fronte alle sue sfide socio-economiche all’erogazione di fondi provenienti dal Golfo. &nbsp;&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading">Gli interessi del Golfo </h2>



<p>I leader del Consiglio di Cooperazione del Golfo &#8211; e in particolare Arabia Saudita ed Emirati, supporter principali di al-Sisi &#8211; hanno nutrito a lungo e oculatamente la cultura della dipendenza egiziana tramite finanziamenti e garanzie per i prestiti del Fondo Monetario Internazionale per molteplici motivi. In primis, la repressione applicata da al-Sisi ha concretamente sventato il <strong>rischio di una svolta democratica</strong> nel più popoloso Paese del mondo arabo. Le Primavere del 2011 sono state percepite come un rischio esistenziale dagli Stati del Golfo, preoccupati dalla repentina crescita di potere dell’Islam politico impersonato dai <strong>Fratelli Musulmani</strong>. Considerato il peso demografico e culturale dell’Egitto nella regione, l’ipotesi che potesse diventare un modello di statualità islamica alternativa a quella del Golfo rappresentava un rischio troppo grande. Il supporto dato a al-Sisi contro il <strong>nemico comune</strong>, i Fratelli Musulmani, si è concretizzato nel <a href="https://www.chathamhouse.org/sites/default/files/CHHJ8102-Egypt-and-Gulf-RP-WEB_0.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">finanziamento del movimento <em>Tamarrod</em></a> (termine arabo per &#8220;ribellione&#8221;) che nel giugno 2013, raccogliendo <a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/lesercito-egiziano-si-prende-gli-onori-ma-non-lonere-di-governare-8358">22 milioni di firme</a>, ha portato alla destituzione del presidente Morsi, stroncando la minaccia del nuovo Islam politico sul nascere. </p>



<p>Un secondo motivo che assegna al Cairo una rilevanza particolare per i leader GCC è che il <strong>Canale di Suez e l’oleodotto SUMED</strong> (Suez-Mediterranean) costituiscono vie strategiche per il greggio e il gas naturale provenienti dal Golfo e diretti verso Europa e Nord America. Entrambi costituiscono snodi fondamentali per il commercio delle risorse energetiche saudite, emiratine, kuwaitiane e qatariote. Mantenere un rapporto privilegiato con l’esecutivo che controlla quelle vie è quindi una priorità nel panorama geopolitico del Consiglio di Cooperazione del Golfo.</p>



<p>Infine, va considerata anche la <strong>competizione regionale</strong> che oppone le due sponde del Golfo Persico. La Repubblica islamica dell’Iran rappresenta una sfida per dimensione, popolazione, quantità di risorse e potenza militare, anche se la sua forte identità nazionale sta attraversando un’inedita stagione di rivolgimenti. Per le monarchie della sponda Araba del Golfo, mantenere una presa salda su un Paese influente come l’Egitto assicura loro una lunghezza di vantaggio nei giochi persiani.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La fine dei finanziamenti</h2>



<p>La <strong>leadership di al-Sisi</strong> ha determinato una crisi economica e delle tensioni sociali che rendono l’Egitto un Paese instabile e quindi pericoloso per gli interessi del Golfo. Insoddisfatti dagli scarsi risultati dei loro investimenti egiziani, i leader delle petro-monarchie hanno bloccato le linee di credito al Cairo: un <strong>Egitto utile</strong> è per loro un <strong>Egitto stabile</strong>, e al-Sisi ha perso la fiducia dei suoi maggiori azionisti. Finora il Generale aveva svelato lo sbilanciamento di questa relazione ringraziando in maniera quasi reverenziale i “fratelli nel Golfo” in diverse occasioni pubbliche.</p>



<p>Assistendo inerme al prosciugamento degli aiuti degli alleati ad est, recentemente si è lasciato andare a dichiarazioni dai toni disperati, <a href="https://www.youtube.com/watch?v=zz8LxZQ0ZDU&amp;ab_channel=TeNTV" target="_blank" rel="noreferrer noopener">arrivando a dire</a> che l’Egitto “non avrebbe potuto continuare ad esistere” senza il loro aiuto. Il realismo dei leader del Golfo non li ha fatti impietosire, ma i loro interessi nella patria delle piramidi restano cruciali. Per tutelarli, possono <a href="https://www.middleeasteye.net/opinion/egypt-gulf-leaders-abandoning-are" target="_blank" rel="noreferrer noopener">fare pressione</a> sull&#8217;esercito egiziano per stabilizzare la situazione ed esprimere un&#8217;alternativa al Generale. La relazione strutturata in tanti anni era funzionale per le petro-monarchie arabe, ma per rimanere tale c&#8217;è bisogno di una figura più affidabile di al-Sisi, che risulta l&#8217;unico elemento sacrificabile in questa equazione.</p>
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		<title>Quell’effetto domino che rischia di incendiare il nord Africa</title>
		<link>https://it.insideover.com/societa/quelleffetto-domino-che-rischia-di-incendiare-il-nord-africa.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Apr 2019 12:42:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[nord Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Primavere arabe]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1623" height="1080" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9556508-1623x1080-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9556508-1623x1080-1.jpg 1623w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9556508-1623x1080-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9556508-1623x1080-1-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9556508-1623x1080-1-1024x681.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1623px) 100vw, 1623px" /></p>
<p>Il periodo somiglia drammaticamente a quello del 2011, quando le primavere arabe sconvolgono il Magreb e destabilizzano l’intero nord Africa. I ricordi di quel periodo sono tutto sommato recenti e per questo soprattutto in Italia si guarda con molta attenzione a tutti i movimenti che investono i paesi dell’altra sponda del Mediterraneo in queste settimane. Dalla guerra &#8230; <a href="https://it.insideover.com/societa/quelleffetto-domino-che-rischia-di-incendiare-il-nord-africa.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/societa/quelleffetto-domino-che-rischia-di-incendiare-il-nord-africa.html">Quell’effetto domino che rischia di incendiare il nord Africa</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1623" height="1080" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9556508-1623x1080-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9556508-1623x1080-1.jpg 1623w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9556508-1623x1080-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9556508-1623x1080-1-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9556508-1623x1080-1-1024x681.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1623px) 100vw, 1623px" /></p><p>Il periodo somiglia drammaticamente a quello del 2011, quando le primavere arabe sconvolgono il Magreb e destabilizzano l’intero nord Africa. I ricordi di quel periodo sono tutto sommato recenti e per questo soprattutto in Italia si guarda con molta attenzione a tutti i movimenti che investono i paesi dell’altra sponda del Mediterraneo in queste settimane. Dalla guerra a Tripoli, passando per la delicata fase di transizione in Algeria ed il golpe in Sudan. Il nord Africa ribolle tra proteste, battaglie e caos mai del tutto domati.</p>
<h2>Dall’Algeria alla Tunisia</h2>
<p>Apparentemente tutto si sta svolgendo in modo tranquillo, con proteste pacifiche o comunque dove non si assiste ad una cruenta fase repressiva. Eppure l’Algeria continua a fare paura. Qui dallo scorso mese di febbraio è in atto una fase di protesta molto partecipata in tutte le principali città del paese. I primi manifestanti scendono in piazza per chiedere il ritiro della candidatura del presidente Abdelaziz Bouteflika, poi via via le proteste assumono toni più marcati pur se sempre pacifici ma ciò che si chiede è la testa del capo dello Stato. Quest’ultimo si dimette lo scorso 2 aprile, ma lo scenario non cambia: i manifestanti venerdì scorso tornano in piazza per spingere a favore di una fase di transizione più smarcata dall’attuale entourage.</p>
<p>Per questo, nonostante Bouteflika si sia fatto da parte ed il presidente ad interim Bensalah abbia promesso elezioni il 4 luglio, in Algeria si continua a protestare. E questo non può fare altro che incutere timore alla comunità internazionale: ci si chiede, in particolare, fino a che punto potrebbero spingersi le manifestazioni. Con eventuali gravi conseguenze per tutto il nord Africa: una destabilizzazione del sistema algerino, avrebbe ripercussioni importanti ed immediate nel Mediterraneo. Dal possibile aumento dei migranti, fino agli accordi economici su gas e petrolio che riguardano anche l’Italia.</p>
<p>In Tunisia invece attualmente non ci sono disordini, ma il paese appare come un’autentica polveriera. L’economia arranca, la disoccupazione giovanile tocca punte molto elevate e, soprattutto, in autunno il Paese va al voto. A dicembre il suicidio in diretta Facebook di un giovane giornalista a Sidi Bouzid riaccende i timori per nuove proteste. Da qui ai prossimi mesi la Tunisia, assieme all’intera area del Magreb, tratterrà il fiato: le elezioni presidenziali e legislative saranno un banco di prova tanto fondamentale quanto delicato per la sponda sud del Mediterraneo.</p>
<h2>I fronti più caldi: Libia e Sudan</h2>
<p>Fin qui si parla però di paesi che, nonostante numerose difficoltà, al loro interno regge al momento l’apparato istituzionale e statale. Algeria e Tunisia mettono preoccupazione, ma c’è una parte di questa regione che negli ultimi giorni presenta già notevoli problematiche. In Libia si combatte dal 4 aprile per la presa di Tripoli, in Sudan nei giorni scorsi un colpo di Stato a seguito di importanti proteste rovescia la trentennale esperienza di Omar Al Bashir alla presidenza. Si sta verificando quanto si vocifera già da diversi mesi: il mondo arabo appare scosso da proteste e manifestazioni, figlie di tensioni mai sopite e di economie in perenne affanno.</p>
<p>Una polveriera non esplosa del tutto, la cui deflagrazione rischierebbe di colpire in primis l’Italia. Non è un caso che tutto stia avvenendo in maniera quasi contemporanea. In medio oriente da diverso tempo spirano venti di proteste a sua volta originati da un quadro sempre più frammentato nella regione. Un “effetto domino” che scuote contemporaneamente le acque del Mediterraneo e le sabbie del Sahara e che, inevitabilmente, preoccupa un’Europa sorniona che troppo spesso in passato assiste passivamente all’evolversi di situazioni che in alcuni casi, come in Libia, contribuisce colpevolmente a creare.</p>
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		<title>Chi sono i Fratelli Musulmani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Feb 2019 17:48:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Fratelli musulmani]]></category>
		<category><![CDATA[Islam]]></category>
		<category><![CDATA[Primavere arabe]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="3104" height="2051" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/LP_8837790.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/LP_8837790.jpg 3104w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/LP_8837790-300x198.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/LP_8837790-768x507.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/LP_8837790-1024x677.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 3104px) 100vw, 3104px" /></p>
<p>I Fratelli Musulmani costituiscono un movimento internazionale diffuso soprattutto nei Paesi a maggioranza islamica. All&#8217;interno del movimento confluiscono partiti e fazioni che si rifanno al cosiddetto &#8220;Islam politico&#8220;. Il loro obiettivo è la costituzione di società guidate dai valori della religione musulmana. Sul piano politico questo si traduce in una mancata distinzione tra sfera religiosa &#8230; <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/chi-sono-i-fratelli-musulmani.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="3104" height="2051" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/LP_8837790.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/LP_8837790.jpg 3104w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/LP_8837790-300x198.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/LP_8837790-768x507.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/LP_8837790-1024x677.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 3104px) 100vw, 3104px" /></p><p>I <strong>Fratelli Musulmani</strong> costituiscono un movimento internazionale diffuso soprattutto nei Paesi a maggioranza islamica. All&#8217;interno del movimento confluiscono partiti e fazioni che si rifanno al cosiddetto &#8220;<strong>Islam politico</strong>&#8220;. Il loro obiettivo è la costituzione di società guidate dai valori della religione musulmana. Sul piano politico questo si traduce in una mancata distinzione tra sfera religiosa e sfera civile all&#8217;interno degli ordinamenti statali. Al tempo stesso i Fratelli Musulmani promuovo un ritorno a un Islam &#8220;non corrotto&#8221; da usi e costumi occidentali. Dai movimenti jihadisti terroristici, i Fratelli Musulmani si differenziano per il non ricorso alla lotta armata. Tuttèavia soprattutto in Libia e in Siria negli ultimi anni non sono mancati esempi di gruppi terroristici e combattenti affiliati alla fratellanza.</p>
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		<title>Il fallimento della rivoluzione in Tunisia</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/il-fallimento-della-rivoluzione-in-tunisia.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Feb 2019 17:24:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Fondo monetario internazionale (Fmi)]]></category>
		<category><![CDATA[Primavere arabe]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1278" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/LP_9192117.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/LP_9192117.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/LP_9192117-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/LP_9192117-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/LP_9192117-1024x681.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il 14 gennaio a Tunisi è festa: scuole chiuse, città che rallenta il suo consuetudinario ritmo feriale con diversi locali pieni di gente che sfruttano le chiusure degli uffici per incontrare amici e parenti. Si festeggia, non solo nella capitale ma anche in tutto il paese, il giorno della rivoluzione. Quest&#8217;anno è l&#8217;ottavo anniversario: il 14 &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/il-fallimento-della-rivoluzione-in-tunisia.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1278" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/LP_9192117.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/LP_9192117.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/LP_9192117-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/LP_9192117-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/LP_9192117-1024x681.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Il 14 gennaio a Tunisi è festa: scuole chiuse, città che rallenta il suo consuetudinario ritmo feriale con diversi locali pieni di gente che sfruttano le chiusure degli uffici per incontrare amici e parenti. Si festeggia, non solo nella capitale ma anche in tutto il paese, il giorno della rivoluzione. <strong>Quest&#8217;anno è l&#8217;ottavo anniversario</strong>: il 14 gennaio 2011 infatti, inizia quella che poi passa alla storia come &#8220;Rivoluzione dei gelsomini&#8221;, la prima di quelle che scuotono il mondo arabo e che fanno oggi parlare delle famose &#8220;primavere&#8221;. Ma la festa dura poco. <strong>Il 17 gennaio</strong> a Tunisi c&#8217;è di nuovo gente in strada ed uffici e negozi lavorano solo parzialmente. Questa volta non per la festa, <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="https://www.independent.co.uk/news/world/middle-east/tunisia-protests-arab-spring-eight-years-anniversary-arab-spring-revolution-a8735326.html">bensì per uno sciopero</a>. Ed ecco dunque il clima che si respira attualmente in Tunisia: si commemora l&#8217;anniversario di una data concepita come l&#8217;inizio di una nuova era per il paese, ma tre giorni dopo appena la realtà si dimostra completamente diversa con lavoratori e classe media sempre più allo stremo. </p>
<p>La rivoluzione tradita</p>
<p> Nel dicembre 2010 un ragazzo che di professione fa il venditore ambulante,  <strong>Mohamed Bouazizi</strong>, si suicida in piazza dinnanzi la sede del governatorato di Sidi Bouzid. La notizia del gesto estremo del giovane in poche ore si diffonde in tutto il paese ed è la goccia che fa traboccare il vaso. Scoppiano proteste, si palesa l&#8217;insofferenza di un paese con un&#8217;età media molto bassa ma dalla forte disoccupazione giovanile. Implode quindi una Tunisia che affronta gravi problemi economici e sociali. <strong>Il presidente Ben Alì diventa il principale bersagli</strong>o. La protesta dilaga, anche l&#8217;esercito si unisce ai manifestanti, nelle piazze c&#8217;è la volontà e l&#8217;entusiasmo di un popolo che spera di migliorare le proprie condizioni di vita. Al tempo stesso, gli slogan iniziano ad essere a favore di un cambio di regime. Non si vuole più il governo quasi monopartitico di Ben Alì, si chiede una democrazia reale e compiuta con più formazioni politiche in grado di rappresentare l&#8217;elettorato in parlamento. </p>
<p>Alla fine, in quel 14 gennaio 2011, Ben Alì viene costretto alle dimissioni e ad andare via dal paese. Dopo due settimane intense di protesta, con morti e feriti sul campo, il presidente dopo più di 30 anni di potere lascia lo scettro. Certo, è vero che la transizione del potere in Tunisia appare meno traumatica che da altre parti. Non ci sono colpi di Stato, come nell&#8217;Egitto post Mubarack, né disintegrazione delle istituzioni come nella confinante Libia. Questo perchè la Tunisia ha già un&#8217;ossatura statale molto forte e radicata nella società, ma non è possibile parlare nemmeno di successo di quella rivoluzione. Quello di una Tunisia libera e democratica, dove per la prima volta nel mondo arabo si giunge ad una democrazia parlamentare vera e propria, è solo uno spot. <strong>In realtà i tunisini appaiono fortemente sfiduciati</strong>. Nelle ultime amministrative ad esempio, <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.occhidellaguerra.it/macche-voto-della-svolta-tunisia-vince-lastensione/">a Tunisi in alcuni quartieri va alle urne soltanto il 15% della popolazione</a>. I governi post Ben Alì appaiono spesso traballanti e divisi su molte questioni ideologiche. Oggi i tunisini sembrano non solo scontenti, ma anche disillusi. </p>
<p>Un&#8217;economia sempre più difficile e lo spettro dell&#8217;austerity </p>
<p><strong>Ma ciò che preoccupa maggiormente i tunisini è l&#8217;economia</strong>. Oggi si sta peggio di otto anni fa. E se nei primi anni post Ben Alì questo può essere accettato, per via di una transizione che causa il collasso nel comparto turistico e fisiologici problemi amministrativi, oggi invece la popolazione vede la certificazione del fallimento. Il nuovo sistema politico non riesce ad affrontare i problemi della Tunisia: corruzione, povertà, disoccupazione giovanile, una società decisamente a rischio deflagrazione. Certo il paese nordafricano rimane comunque con delle sue peculiarità positive rispetto al contesto circostante, tra uno Stato nel bene e nel male ancora in piedi ed una nazione che mostra cenni di dinamismo sia sociale che economico. Ma alla lunga ciò che mina dalla base la buona riuscita della rivolta di otto anni fa, è la disillusione per un&#8217;economia che arranca e che non migliora.</p>
<p></p>
<p>Lo sciopero di giorno 17 proclamato dal sindacato dell&#8217;<strong>Unione Generale dei Lavoratori</strong> ha successo. Dopo le frasi di retorica e circostanza del 14 gennaio, pronunciate in varie parti del paese per le celebrazioni dell&#8217;anniversario della rivoluzione, lo sciopero generale richiama alla cruda realtà. In tanti aderiscono, molti tornano in strada per chiedere migliori condizioni di vita. In questi anni la Tunisia vede un susseguirsi di numerose manifestazioni, <a href="http://www.occhidellaguerra.it/tunisia-proteste/">a dicembre un altro ragazzo </a>(il giovane giornalista <strong>Abderrazek Rezgui</strong>) emula Mohamed Bouazizi dandosi fuoco in piazza a Kasserine, segno che la situazione rischia di implodere. <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="https://www.agenzianova.com/a/0/1737339/2017-12-10/tunisia-approvata-in-parlamento-la-legge-finanziaria-2018-5">Lo spettro più duro riguarda l&#8217;austerity</a>, promossa anche in questa sponda del Mediterraneo <a href="http://www.occhidellaguerra.it/la-tunisia-piazza-proteste-paese/">dopo gli ultimi programmi dell&#8217;Fmi che prevedono prestiti in cambio di riforme lacrime e sangue</a>. <strong>Aumentano i prezzi dei beni di prima necessità</strong>, si rischiano licenziamenti, la disoccupazione giovanile raggiunge cifre da capogiro. Il sindacato punta il dito proprio contro i programmi di austerità ed i piani che dal 2016 il governo ancora alle indicazioni dell&#8217;Fmi. In poche parole, la rivoluzione è tutt&#8217;altro che compiuta. I problemi della Tunisia di oggi appaiono ancora più gravi di quelli dell&#8217;era di Ben Alì. </p>
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		<title>In Tunisia si riaccendono le proteste. Adesso il Paese rischia di esplodere</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/tunisia-proteste.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[eldoleo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Dec 2018 17:15:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Primavere arabe]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="4640" height="3088" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_8840739.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_8840739.jpg 4640w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_8840739-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_8840739-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_8840739-1024x681.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 4640px) 100vw, 4640px" /></p>
<p>Ancora un gesto plateale, ancora il centro-sud del Paese, ancora proteste per una condizione economica tutt&#8217;altro che dignitosa: la Tunisia in questi giorni rivive quanto accaduto esattamente otto anni fa. In quell&#8217;occasione, presso il governatorato di Sidi Bouzid, un giovane commerciante del luogo si dà fuoco per protestare contro una situazione di profondo disagio e malessere &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/tunisia-proteste.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="4640" height="3088" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_8840739.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_8840739.jpg 4640w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_8840739-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_8840739-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_8840739-1024x681.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 4640px) 100vw, 4640px" /></p><p>Ancora un gesto plateale, ancora il centro-sud del Paese, ancora proteste per una condizione economica tutt&#8217;altro che dignitosa: la Tunisia in questi giorni rivive quanto accaduto esattamente otto anni fa.</p>
<p>In quell&#8217;occasione, presso il governatorato di <strong>Sidi Bouzid</strong>, un giovane commerciante del luogo si dà fuoco per protestare contro una situazione di profondo disagio e malessere economico e sociale. Quel ragazzo si chiamava <strong>Mohamed Bouazizi</strong>, dopo il suo gesto l&#8217;intera Tunisia scende in piazza in segno di solidarietà.</p>
<p>A seguito dei primi scontri a Sidi Bouzid, arrivano le barricate in un&#8217;altra città del centro del paese: <strong>Kasserine</strong>, non lontano dal confine con l&#8217;Algeria. Quello che accade in quelle settimane è storia nota: si avvia la cosiddetta &#8220;rivoluzione dei gelsomini&#8221;, al culmine della quale si rovescia il governo di Ben Alì. E nei giorni scorsi un altro ragazzo, proprio a Kasserine, attua la stessa disperata protesta di Mohamed Bouazizi: si cosparge di benzina e si dà fuoco in piazza.</p>
<p>Il gesto di disperazione di Abderrazek Rezgui </p>
<p>Questa volta ad immolarsi è un giovane di appena 32 anni. Si chiamava <strong>Abderrazek Rezgui</strong>, le ferite per le ustioni provocate dopo aver azionato la miccia del suo accendino su vestiti cosparsi di benzina risultano fatali. C&#8217;è una differenza di non poco conto con il caso di Bouazizi: <a style="color: #0000ff; text-decoration: underline;" href="http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Tunisia-nuovi-scontri-tra-dimostranti-e-polizia-si-allarga-la-rivolta-innescata-autoimmolazione-kasserine-5612dd18-1189-452d-920b-884492a8ac33.html?refresh_ce">Abderrazek era giornalista</a>, sapeva come rendere ancor più plateale il suo gesto. Ed infatti, prima di morire, lascia un video che sa di testamento: &#8220;Occorre una nuova rivoluzione, parlo per tutti quelli che non hanno da mangiare&#8221;. Questa volta la sua telecamera, che tante volte ha usato per il suo lavoro, viene girata verso di sé mentre sta per compiere un estremo gesto di disperazione.</p>
<p>Il tutto accade alla vigilia di Natale, forse la vicinanza con l&#8217;ottavo anniversario dall&#8217;inizio della rivolta dei gelsomini non è casuale. Ed il gesto di Abderrazek Rezgui sconvolge nuovamente la Tunisia. Se nel 2010 i primi moti avvengono per passaparola, dopo che da Sidi Bouzid arrivano notizie sul gesto di Mohamed Bouazizi, adesso invece tutto è ben visibile e tragicamente plateale.</p>
<p>Nel giro di poche ore, migliaia di tunisini riescono a vedere fino a che punto la disperazione di un ragazzo, disilluso da una situazione che non ha portato il tanto atteso cambiamento, arriva a manifestarsi. Abderrazek Rezgui nel 2010 ha solo 24 anni, è tra i tanti giovani che in quelle settimane sfilano nelle principali città tunisine per chiedere un <strong>cambiamento</strong> della situazione. A cambiare, da allora, è solo il governo.</p>
<p>Via Ben Alì, dentro un&#8217;apparente democrazia multipartitica: ma la disoccupazione, la mancanza di lavoro, l&#8217;ineguaglianza sociale, l&#8217;insofferenza dei cittadini sono sempre lì, sono forse elementi anche più accentuati di prima. Ed oggi la Tunisia si rivede nel tragico video del suicidio del giovane giornalista che, a 32 anni, si è sentito come tradito da quel contesto politico che lui stesso ha cercato di cambiare.</p>
<p>La situazione in Tunisia</p>
<p>Dopo la diffusione del video di Abderrazek Rezgui, le proteste iniziano a diffondersi non solo a Kesserine, <a style="color: #0000ff; text-decoration: underline;" href="http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/africa/2018/12/25/tunisia-manifestazione-contro-carovita_632f33dd-6c65-4a63-b893-571a84b65447.html">ma anche in tutto il paese</a>. Vengono segnalati scontri nei governatorati centro &#8211; meridionali della Tunisia, così come nella stessa Tunisi dove alcuni attivisti sfilano in Avenue Bourghiba due giorni dopo la morte del giornalista di Kesserine. Proprio il sindacato dei giornalisti proclama per il prossimo 14 gennaio lo sciopero generale della categoria. Una giornata non casuale: quel giorno infatti saranno otto anni esatti dalle dimissioni di Bel Alì. Un modo per ribadire come, da allora, molto è cambiato nella forma ma non nella sostanza. Ed adesso monta la<strong> tensione</strong>: i media locali riportano di un importante dispiegamento delle forze di Polizia e sicurezza soprattutto nel sud del paese. Si temono, soprattutto, dimostrazioni e scontri in grado di incendiare la Tunisia proprio come otto anni fa.</p>
<p>Ma è ancora presto per parlare di<strong> possibile rivolta</strong>, sulla scia di quella che tra il 2010 ed il 2011 riesce poi ad innescare la cosiddetta &#8220;primavera araba&#8221;. La Tunisia in questi otto anni è tutt&#8217;altro che pacificata. La guerra in Siria e l&#8217;instabilità nella vicina Libia fanno spegnere i riflettori su Tunisi, ma la situazione non è mai stata del tutto sotto controllo dalla cacciata di Ben Alì. Più volte il paese, in questi ultimi periodi, <a style="color: #0000ff; text-decoration: underline;" href="http://www.occhidellaguerra.it/la-tunisia-piazza-proteste-paese/">torna in piazza</a>.</p>
<p>La disillusione verso la rivolta di otto anni fa e l&#8217;insofferenza verso l&#8217;attuale classe politica sono ben manifestati nell&#8217;emigrazione di tanti giovani all&#8217;estero, nella presenza di tanti jihadisti tunisini nelle fila dell&#8217;Isis e tra i foreign fighters. Già nei giorni scorsi proprio sul nostro sito ci si è occupati della rabbia e dell&#8217;insofferenza che monta in tutta la Tunisia, come testimoniato da un sondaggio che rivela come, alle prossime elezioni, <a href="http://www.occhidellaguerra.it/ennadha-avanza-in-tunisia-lo-spettro-del-qatar-nel-nord-africa/">soltanto il 42% degli elettori andrebbero a votare</a>. In quell&#8217;occasione spicca anche l&#8217;avanzata di Ennadha, il partito legato alla fratellanza musulmana. In poche parole, le proteste di questi giorni né sorprendono e né sono una novità nella Tunisia post Ben Alì.</p>
<p></p>
<p>Ma questa volta ci sono alcuni elementi che potrebbero indicare una più accentuata <strong>destabilizzazione</strong> del paese: in primis, la sopra citata disillusione, con il video del giornalista suicidatosi quasi in diretta che potrebbe fare da vero e proprio detonatore. In secondo luogo, la vicinanza delle elezioni previste proprio per il 2019. Due fattori questi, che potrebbero far propendere sempre più tunisini nel riprovare nuovamente la via della piazza per manifestare il proprio malessere.</p>
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		<title>Ennadha avanza in Tunisia:  lo spettro del Qatar nel nord Africa</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/ennadha-avanza-in-tunisia-lo-spettro-del-qatar-nel-nord-africa.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Dec 2018 18:15:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Fratelli musulmani]]></category>
		<category><![CDATA[Islam]]></category>
		<category><![CDATA[Primavere arabe]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1278" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_8840739.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_8840739.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_8840739-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_8840739-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_8840739-1024x681.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Silente, imparziale e sorniona, la Tunisia alla vigilia dell&#8217;ottavo anniversario della primavera araba, le cui evoluzioni all&#8217;epoca contribuiscono alla fine del governo di Bel Alì, mostra ancora segni di malcontento. Lo stesso che, nella seconda metà di dicembre del 2010, si manifesta sotto forma di proteste generalizzate che accendono poi tutto il mondo arabo. In questi anni il &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/ennadha-avanza-in-tunisia-lo-spettro-del-qatar-nel-nord-africa.html">[...]</a></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1278" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_8840739.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_8840739.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_8840739-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_8840739-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/LP_8840739-1024x681.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Silente, imparziale e sorniona, la <strong>Tunisia</strong> alla vigilia dell&#8217;ottavo anniversario della primavera araba, le cui evoluzioni all&#8217;epoca contribuiscono alla fine del governo di Bel Alì, mostra ancora segni di<strong> malcontento.</strong> Lo stesso che, nella seconda metà di dicembre del 2010, si manifesta sotto forma di proteste generalizzate che accendono poi tutto il mondo arabo. In questi anni il paese riusce a trovare una stabilità istituzionale, ma le speranze riposte in quei mesi di profondi cambiamenti in gran parte non hanno attuazione reale e concreta.<strong> Disoccupazione elevata</strong>, specie tra i giovani, <strong>povertà ancora molto alta</strong>, riforme imposte dal Fondo Monetario che portano ad <strong>austerità</strong> e nuove tensioni. Ecco lo specchio di una Tunisia silente per ora forse perchè disillusa. Ha provato a cambiare, ma i risultati non sono lusinghieri, specie in termini sociali ed economici. E vedendo la fine della vicina Libia, molti cittadini preferiscono tenersi stretta almeno una parvenza di stabilità, piuttosto che andare verso lo spauracchio di una vera deflagrazione. </p>
<p>Ma i segnali di malcontento restano, ci sono ed appaiono comunque gravi ed importanti. A partire da due elementi: l&#8217;<strong>avanzata dei movimenti vicini alla Fratellanza</strong> e la prospettata <strong>alta astensione degli elettori</strong>. </p>
<p>L&#8217;avanzata di Ennadha</p>
<p>Il 2019 è anno cruciale per la Tunisia. Si vote sia per il rinnovo del parlamento che per l&#8217;elezione del nuovo presidente. I sondaggi, commissionati dai vari partiti, iniziano a poter essere presi sul serio. Ed in alcuni casi anche a fare paura. Attualmente il governo guidato da <strong>Youssef Chahed</strong> accorpa i due principali partiti tunisini: <strong>Nidaa Tounes</strong>, a cui appartengono presidente e primo ministro, ed <strong>Ennadha</strong>. Laico il primo, islamista il secondo. Una sorta di &#8220;Grosse Koalition&#8221; in versione tunisina, resa necessaria dal fatto che entrambe le formazioni nel 2014 non ricevono i numeri necessari ad un governo in solitaria. Nidaa Tounes è il punto di riferimento della parte laica del paese, dunque anche dell&#8217;élite vicina ai passati governi di Bourghiba e Ben Alì. <strong>Ennadha invece è la sezione locale della Fratellanza Musulmana</strong>. <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="https://www.africarivista.it/tunisia-sondaggi-ennahda-scavalca-nidaa-tounes/132587/">E secondo gli ultimi sondaggi</a>, è anche il primo partito nelle attuali intenzioni di voto. Un dato questo che mette in allarme non solo gli esponenti di Nidaa Tounes, ma anche molti rappresentanti della Tunisia più vicina alle idee laiche. </p>
<p>In realtà non sembrano all&#8217;orizzonte esserci pericoli per la tenuta dell&#8217;impianto attuale del paese. Ennadha è una formazione che tende più a virare verso il centro che verso posizioni estreme. Anzi, il fatto che Ennadha continui ad essere il punto di riferimento dell&#8217;islam politico in Tunisia è vero e proprio antidoto alla proliferazione di movimenti o gruppi ancora più integralisti. Inoltre Ennadha accetta l&#8217;impianto laico del paese sia nella Costituente eletta nel 2011, sia tra le condizioni per l&#8217;ingresso nell&#8217;esecutivo con Nidaa Tounes. Il problema però c&#8217;è ed i sondaggi lo evidenziano e riguarda <strong>la collocazione della Tunisia</strong>. Ennadha sviluppa negli anni, <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.limesonline.com/ennhada-prima-tunisino-e-poi-fratello/42653">come scrive Riccardo Fabiani su <em>Limes</em></a>, una &#8220;via autonoma&#8221; all&#8217;interno della fratellanza musulmana evidenziando le peculiarità di un paese rivolto verso occidente come la Tunisia. Ma non rinnega  l&#8217;appartenenza all&#8217;islamismo, seppur politico e non violento. Né tanto meno i dirigenti del partito guidato da<strong> Rashid Ghannushi</strong> disdegnano i soldi che arrivano dal Qatar. </p>
<p>Il pericolo è che anche un paese come la Tunisia, laico e con una società dalla forte connotazione laica, inizi a virare politicamente sempre più verso il golfo e, in particolare, <strong>verso gli emiri che finanziano la fratellanza</strong>. Da giorni, ad esempio, tiene banco la notizia della presenza del figlio del presidente tunisino, <strong>Hafez Essebsi</strong>, a Doha. Il primogenito del capo di Stato si troverebbe in Qatar per negoziare circa la crisi di governo all&#8217;orizzonte, con Ennadha pronta ad uscire dall&#8217;esecutivo forse spinta anche dai sondaggi. Per la verità la circostanza viene smentita,<a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="https://www.agenzianova.com/a/0/2214156/2018-12-07/tunisia-nidaa-tounes-smentisce-mediazione-qatariota-con-ennahda"> i vertici di Nidaa Tounes affermano che non c&#8217;è nessuna mediazione con il Qatar</a>. Ma il fatto politico rimane: Doha imperversa sempre di più nello scacchiere tunisino e, con essa, tutta la galassia ruotante attorno la Fratellanza Musulmana. </p>
<p>Lo spauracchio dell&#8217;astensionismo </p>
<p>Ma se i sondaggi sulle intenzioni di voto potrebbero riservare sorprese ed essere ribaltati nei prossimi mesi, non appare invece così per quanto riguarda invece l&#8217;astensione. <strong>I numeri appaiono in tal senso già ben delineati</strong>. Per quanto riguarda le elezioni legislative, soltanto il 34% degli elettori vorrebbe recarsi alle urne. La stragrande maggioranza dei cittadini fa dunque chiaramente intendere che il prossimo anno vuole diseratare le urne <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.occhidellaguerra.it/eletta-souad-abderrahim-primo-sindaco-donna-tunisi/">come già successo in occasione delle amministrative di maggio</a>. Una percentuale più elevata invece viene registrata per le presidenziali, visto che andrebbe a votare attualmente il 42%. Sempre però ben al di sotto della metà degli elettori. <strong>Una disaffezione ben evidente</strong> sia verso i partiti che, nel complesso, verso il sistema multipartitico instauratosi dopo le proteste di otto anni fa. </p>
<p>Un elemento di non poco conto, oltre che pericoloso. Il dissenso in Tunisia trova infatti sempre meno rappresentanza politica, una circostanza questa <a href="http://www.occhidellaguerra.it/la-tunisia-piazza-proteste-paese/">che potrebbe portare a nuove proteste</a> o, peggio ancora, al radicamento sul territorio di gruppi estremisti. Si sa bene infatti come spesso i reclutatori jihadisti trovino manforte nel disagio sociale ed economico dei paesi interessati dal fenomeno islamista. E per una nazione, come la Tunisia, che nonostante i suoi connotati laici ha prodotto negli anni passati un numero record di foreign fighters tra le file dell&#8217;Isis, tutto ciò non può non suonare come un autentico campanello d&#8217;allarme. </p>
<p></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/ennadha-avanza-in-tunisia-lo-spettro-del-qatar-nel-nord-africa.html">Ennadha avanza in Tunisia:  lo spettro del Qatar nel nord Africa</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Il destino del Medio Oriente  Una regione che non avrà pace</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/medio-oriente-guerra-permanente.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 30 Sep 2018 07:15:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Siria]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Yemen]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Primavere arabe]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1400" height="936" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/LP_5423429-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/LP_5423429-1.jpg 1400w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/LP_5423429-1-300x201.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/LP_5423429-1-768x513.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/LP_5423429-1-1024x685.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1400px) 100vw, 1400px" /></p>
<p>Il Medio Oriente non trova pace. Non l&#8217;ha mai trovata negli ultimi anni: e forse non la troverà mai. E non è detto che questo non sia il reale obiettivo delle superpotenze coinvolte nella regione. E il motivo è che stabilità, in molti casi, indica l&#8217;ascesa di una potenza che regola il caos. E che quindi, in sostanza, &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/medio-oriente-guerra-permanente.html">[...]</a></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1400" height="936" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/LP_5423429-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/LP_5423429-1.jpg 1400w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/LP_5423429-1-300x201.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/LP_5423429-1-768x513.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/LP_5423429-1-1024x685.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1400px) 100vw, 1400px" /></p><p>Il <strong>Medio Oriente</strong> non trova <strong>pace</strong>. Non l&#8217;ha mai trovata negli ultimi anni: e forse non la troverà mai. E non è detto che questo non sia il reale obiettivo delle superpotenze coinvolte nella regione. E il motivo è che stabilità, in molti casi, indica l&#8217;ascesa di una potenza che regola il caos. E che quindi, in sostanza, ha prevalso su un&#8217;altra.</p>
<p>Le Primavere arabe</p>
<p><a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.occhidellaguerra.it/primavere-arabe-usa/">Le Primavere arabe</a> sono state un esempio eclatante. Nate e foraggiate con l&#8217;idea di rovesciare un sistema di potere ormai consolidato fra <strong>Nordafrica</strong> e Medio Oriente, la loro utilità è stata quella di creare caos dove non c&#8217;era. E di destrutturare società che si reggevano su delicati equilibri tribali ed etnici molto spesso tenuti vivi da regimi autoritari ma che garantivano una certa stabilità regionale.</p>
<p>Non sono certo quei tumulti ad essere l&#8217;unica origine delle tragedia del Medio Oriente e dei problemi che affliggono il <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.occhidellaguerra.it/mediterraneo-allargato/">Mediterraneo allargato</a>. È la storia che ci consegna un&#8217;immagine i tutta questa grande area come quella di un mondo dove, caduto l&#8217;Impero ottomano, c&#8217;è stata sempre guerra. Ma se la <strong>Storia</strong> ormai non si può cambiare, è il futuro che deve preoccuparci. E in molti casi, a questa guerra permanente, non sembra esserci una via di uscita, costringendo molti Paesi a pensare al proprio destino come quello di un campo di battaglia.</p>
<p>Le guerre che attualmente insanguinano Siria, Yemen, Iraq &#8211; ed escludiamo la Libia solo per una questione geografica &#8211; sono guerre che si evolvono costantemente e dove è impossibile pensare realmente a una pace che possa essere la base per una convivenza pacifica di tutta la regione.</p>
<p><strong>Sono conflitti in larga parte complessi</strong>, multiformi, dove si intrecciano numerose guerre unite dall&#8217;unico denominatore comune del Paese in cui si svolgono. Ma proprio perché non esiste una sola guerra di Siria, né una sola guerra in Yemen, o in Iraq, pensare a una pace è tendenzialmente <strong>impossibile</strong>. Sono troppi gli interessi in gioco e pochi quelli che confidano nella <strong>stabilizzazione</strong>.</p>
<p>L&#8217;Iraq ribolle</p>
<p>Forse l&#8217;Iraq è il primo esempio di questa situazione cui ormai intere generazioni di suoi cittadini hanno fatto l&#8217;abitudine. Baghdad non trova realmente pace ormai da decenni. I conflitti insanguinano il Paese dall&#8217;era di <strong>Saddam Hussein</strong> e sono rimasti con la sua uccisione. Il Paese non ha mai trovato una vera pace: sono state solo tregue e, nella maggior parte dei casi, preludio a qualcosa di più grande. La nascita dello Stato islamico ne è stata la dimostrazione.</p>
<p>Si pensava (erroneamente) che <strong>l&#8217;invasione dell&#8217;Iraq</strong> e la caduta di Saddam avrebbero consegnato un nuovo Iraq. In realtà l&#8217;inferno che ne è scaturito e le conseguenze di quella stessa guerra hanno creato <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Abu-Bakr-al-Baghdadi-fu-detenuto-dagli-Usa-nel-carcere-iracheno-di-Abu-Ghraib-nel-febbraio-2004-c614f13f-1f64-400b-92d0-60090930a0e6.html">il terreno perfetto</a> per l&#8217;ascesa del Califfato. E oggi, l&#8217;Iraq, finito con l&#8217;Isis, non è destinato a trovare pace. <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.occhidellaguerra.it/in-iraq-e-alta-tensione-scontri-e-rabbia-a-bassora/">A Bassora il popolo è in rivolta</a>, il nord curdo è sferzato dai <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="https://www.cnn.com/2018/09/08/middleeast/iraq-attack/index.html">raid turchi e iraniani</a>. E il governo centrale è avvolto da una spirale di guerra tra <strong>fazioni</strong> che è il simbolo della grande <strong>guerra fra Iran e Paesi arabi</strong> e occidentali.</p>
<p>Siria, la pace è ancora lontana</p>
<p>Più a ovest, in Siria, la situazione appare ancora più intricata. Qui ci sono <strong>numerose guerre</strong> in corso, unite sotto la falsa etichetta di &#8220;<a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.occhidellaguerra.it/le-tappe-salienti-della-guerra-siria/">guerra in Siria</a>&#8220;. C&#8217;è un&#8217;invasione turca contro i <strong>curdi</strong>, una campagna <strong>israeliana</strong> contro <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.occhidellaguerra.it/il-partito-di-dio-storia-e-futuro-di-hezbollah/">Hezbollah</a> e gli iraniani, uno scontro fra <strong>Russia</strong> e <strong>Stati Uniti</strong> <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.occhidellaguerra.it/guerra-mare-mediterraneo/">per il Mediterraneo orientale</a>, e una lotta fra potenze regionali e non per assumere la leadership di una parte del Paese. In questo mosaico di conflitti, la pace sembra un sogno irraggiungibile: poiché ci sarà sempre qualche potenza interessata a non crearne i presupposti. Chi impone la pace, ha vinto. E chi pere, evidentemente, non può esserne contento.</p>
<p>La dimostrazione di questo punto la si può vedere leggendo una qualsiasi mappa dell&#8217;attuale Siria. Questo non è un Paese destinato a trovare pace nell&#8217;immediato. A nord-ovest, <strong>Idlib</strong> è un nodo che presto andrà sciolto. Ma il resto del Paese è ancora un punto interrogativo, in cui ci sono purtroppo tutti i requisiti per far sì che queste guerre durino ancora per molto. Il <strong>Nord-est</strong>, in mano ai curdi e alle forze della coalizione internazionale a guida americana, rappresenta un cuneo occidentale in Medio Oriente che difficilmente sarà abbandonato. E la Turchia, in tutto il nord della Siria, non sembra destinata a cedere terreno sul fronte curdo e dell&#8217;espansione della propria influenza. </p>
<p></p>
<p>E se a ovest Damasco sembra avere il controllo della situazione, è altrettanto evidente che finché <strong>Israele</strong> non sarà soddisfatto di quanto avrà ottenuto in Siria e anche in Libano, <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.occhidellaguerra.it/israele-in-siria/">i raid continueranno</a>. La Russia ha posto il suo scudo: ma questo è possibile che sia solo il preludio a un innalzamento dello scontro. </p>
<p>Questa situazione dà l&#8217;idea che vi sono tutti i sentori del fatto che la questione siriana non sarà risolta nell&#8217;immediato. Nessuna delle forze presenti nell&#8217;area ha motivo di andarsene: e il conflitto rimane, latente e pronto a esplodere.</p>
<p>Yemen, una guerra oscura</p>
<p><a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.occhidellaguerra.it/punto-la-guerra-nello-yemen/">La guerra in Yemen</a> continua a mietere <strong>vittime</strong>. I numeri sono giganteschi. E <a href="http://www.occhidellaguerra.it/la-strage-invisibile-dei-sauditi/">nel (quasi) silenzio generale</a>, continua a compiersi una <strong>guerra per procura</strong> dai risvolti tragici e ancora indefiniti. Quello che sta avvenendo in Yemen è una guerra complessa dove nessuno sa se, effettivamente possa esserci una barlume di speranza per la pace. Di fatto, la crisi umanitaria imporrebbe le deposizione delle armi: ma in realtà questo non ha che acuire il livello del conflitto.</p>
<p>La coalizione a guida saudita non può fermare la guerra senza aver ottenuto un successo. <strong>Mohammed bin Salman</strong> ha investito tutto in questo conflitto. E anche gli <strong>Emirati Arabi Uniti</strong> vogliono mantenere quanto acquisito in questi anni. Nello stesso temo, gli <strong>Houthi</strong> non cederanno mai realmente le armi. E l&#8217;Iran non è disposto a cedere uno dei suoi principali avamposti nel golfo di Aden e sul Mar Rosso. Il tutto mentre gli Stati Uniti continuano a essere sul campo in una indecifrabile guerra contro <strong>Al Qaeda</strong> e che non sembra sia in procinto di concludersi.</p>
<p>Altro sangue dovrà essere sparso senza che lo Yemen, come il resto del Medio Oriente, possa trovare pace nel prossimo futuro. E la grande guerra in corso fra Iran, Paesi arabi, Israele e Stati Uniti continuerà a colpire in ogni Paese della regione, condannandola a un futuro di guerra: una <strong>guerra permanente</strong>. </p>
<p></p>
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		<title>La Tunisia di nuovo in piazza: proteste in tutto il Paese</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/la-tunisia-piazza-proteste-paese.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jan 2018 10:08:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Primavere arabe]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Tunisia è stato il primo Paese arabo a vedere la propria leadership incrinarsi a causa delle proteste che, tra il 2010 ed il 2011, hanno dato vita alla cosiddetta &#8220;primavera araba&#8221;; nel gennaio di sette anni fa, il presidente Ben Alì è stato costretto a riparare in Arabia Saudita dopo un potere che durava &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/la-tunisia-piazza-proteste-paese.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La <strong>Tunisia</strong> è stato il primo Paese arabo a vedere la propria leadership incrinarsi a causa delle proteste che, tra il 2010 ed il 2011, hanno dato vita alla cosiddetta &#8220;primavera araba&#8221;; nel gennaio di sette anni fa, il presidente <strong>Ben Alì</strong> è stato costretto a riparare in Arabia Saudita dopo un potere che durava da quasi un quarto di secolo. Da allora però, tra i cittadini, <strong>la percezione di uno Stato corrotto e lontano dalle proprie esigenze non è mutata</strong> e, allo stesso modo, non sembrano essere variate le reali condizioni della popolazione tanto che, in questi anni, non sono mancati episodi di violenze e vivaci proteste. Pur tuttavia, <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.occhidellaguerra.it/la-tunisia-rischia-incendiarsi-nuovamente/">la gente in piazza è scesa soprattutto nel sud della Tunisia</a>, dunque nella parte più povera di questa piccola nazione araba lì dove si lasciano alle spalle i grandi centri urbani e ci si addentra tra le prime dune del Sahara; il fatto che, da qualche giorno a questa parte,<a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.ansamed.info/ansamed/en/news/nations/tunisia/2018/01/08/anti-government-demonstration-dispersed-in-tunis_d604cdf0-857e-4c7b-9715-746c0e040a9e.html"> si scenda in strada anche nel nord e nei dintorni di Tunisi</a>, è indicativo del clima nuovamente pesante che si respira all’interno del paese.</p>
<p>La goccia che ha fatto traboccare il vaso</p>
<p>Gli ultimi dati parlano di un’età media, in Tunisia, di circa 31 anni e di un tasso di natalità che nel 2015 toccava 2.13 figli per ogni donna; il paese è quindi giovane, la popolazione appare in aumento specie se si raffrontano questi dati con i dirimpettai paesi della sponda europea del Mediterraneo, ma è proprio questo il nervo scoperto della società tunisina: la disoccupazione raggiunge punte del 16% complessivamente, percentuale che sale però oltre il 30% se si prendono in considerazione i dati della mancanza di lavoro tra gli under 30.<strong> Migliaia di tunisini, in poche parole, sono a spasso</strong> e la protesta del 2010 è iniziata proprio con il suicidio in pubblica piazza di <strong>Mohamed Bouazizi</strong>, giovane ambulante a cui era stata sequestrata da poco la merce che in quel momento era sua unica fonte di sostentamento; l’instabilità politica successiva alla caduta di Ben Alì non ha certo portato miglioramenti e, considerando anche <strong>la diffusione dell’estremismo islamico</strong> con la Tunisia oggetto di attentati e <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.occhidellaguerra.it/perche-la-tunisia-e-la-fucina-del-jihad/">prima ‘fornitrice’ di foreign fighters all’ISIS</a>, ecco che il paese non può che apparire come vera e propria polveriera.</p>
<p></p>
<p>Ed in questo contesto, l’aumento dei prezzi scattato a partire dall’avvento del nuovo anno non poteva che fungere da vero e proprio detonatore; <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="https://www.agenzianova.com/a/0/1737339/2017-12-10/tunisia-approvata-in-parlamento-la-legge-finanziaria-2018-5">l’entrata in vigore della finanziaria 2018</a>, approvata nel dicembre scorso, <strong>ha provocato l’impennata del costo dei carburanti, dei generi di prima necessità, di pane e pasta</strong>, nonché l’aumento dell’IVA dell’1%. I motivi di queste misure sono rintracciabili nel percorso,<a href="https://www.agi.it/rubriche/africa/tunisia_fmi_approva_nuovo_piano_aiuti_da_2_9_mld_dollari-791078/news/2016-05-20/"> intrapreso da Tunisi nel maggio 2016</a>, di ancoraggio ai piani concordati con il Fondo Monetario Internazionale; proprio nei giorni scorsi, da Washington è stato dato il via libera alla terza tranche del prestito da 2.8 miliardi di Dollari approvato quasi due anni fa: in cambio dei soldi erogati dall’FMI, l’istituto ha chiesto corpose riforme volte a favorire le privatizzazioni e ad eliminare progressivamente gli aiuti di Stato, il quale storicamente è sempre intervenuto con propri finanziamenti per calmierare i prezzi dei beni di prima necessità.</p>
<p>Il governo tunisino quindi, per strappare anche i circa<strong> 400 milioni di Dollari previsti nella terza tranche del prestito</strong>, ha dovuto imporre misure drastiche volte anche al contenimento della spesa pubblica e del debito; ma tutto questo sta incidendo e non poco nella già dissestata economia reale: per una famiglia media tunisina, vedere anche un piccolo aumento di prodotti consumati nella quotidianità vuol significare demolire ulteriormente il proprio potere d’acquisto e peggiorare la propria qualità della vita. Un popolo, come quello tunisino, <strong>già esasperato da anni di crisi ed instabilità politica</strong> e che è sceso in piazza nel 2010 proprio per rimarcare la propria insofferenza, ha visto il sormontare di ulteriore tensione che ora sta portando a nuove proteste diffuse oramai in gran parte del paese.</p>
<p>Un morto a Tebourba e la sinagoga attaccata a Djerba</p>
<p>Tutto è iniziato il primo gennaio, quando i tunisini hanno visto gli effetti dell’applicazione pratica della nuova finanziaria; se in piazza sono state contate poche decine di persone a protestare, è sui social ancora una volta che è dilagata la protesta: in particolare, è dietro l’hastag<strong> #Fech_Nestanew</strong> (&#8216;<em>Cosa Stiamo Aspettando&#8217;</em>, in arabo) che si nascondono i promotori di nuovi movimenti apartitici all’interno del quale si è incamerato il malcontento e si è iniziato, soprattutto, a parlare di nuove grandi manifestazioni. Che qualcosa si stesse muovendo, lo si è capito poi alla fine della settimana passata, quando cioè a mobilitarsi sono state le piazze delle città del nord della Tunisia e quindi della parte più ricca del paese; dal governatorato di <strong>Kairouan</strong> alle coste di <strong>Sfax</strong>, da <strong>Biserta</strong> fino ai <strong>quartieri periferici della capitale Tunisi</strong>, sono state contate negli ultimi giorni decine di manifestazioni, culminate spesso con scontri con la Polizia ed anche saccheggi e devastazioni di banche o di edifici governativi.</p>
<p>Ad <strong>El Battan</strong> ad esempio, non lontano da Tunisi, è stato attaccato e bruciato un commando della Polizia, nel governatorato di <strong>Gafsa</strong> è stato dato alle fiamme il locale ufficio dell’Agenzia delle Finanze; l’episodio più grave però si è registrato a <strong>Tebourba</strong>, lì dove è anche scappato il morto: un uomo di 43 anni infatti, che stava partecipando alla manifestazione, è morto in un ospedale della capitale dove era giunto in condizioni critiche. Secondo la Polizia, l’uomo soffriva d’asma e sarebbe entrato in crisi a causa del lancio di lacrimogeni durante gli scontri, mentre altre testimonianze locali affermano che in realtà la vittima sia stata investita da un’auto delle forze dell’ordine; a prescindere dalla dinamica di quanto accaduto, il fatto che nei pressi della capitale una manifestazione sia degenerata a tal punto è indicativo della situazione che si sta vivendo.</p>
<p>Non è stata risparmiata nemmeno la località turistica di <strong>Djerba</strong>, l&#8217;isola conosciuta per essere un vero e proprio paradiso per migliaia di visitatori ogni anno ma dove, come evidenziano gli ultimi episodi, il malcontento per il caro vita inizia a farsi sentire pesantemente; nelle scorse ore, <a href="http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/africa/2018/01/10/tentativo-incendio-sinagoga-djerba_32404387-b23f-475c-babc-e2e9b237c8d1.html">riferiscono i media tunisini</a>, è stata attaccata una Sinagoga con i manifestanti che hanno provato ad appiccare a più riprese le fiamme. Il governo invita alla calma, ma i manifestanti chiedono<strong> l’immediato ritiro della finanziaria 2018</strong> ed il ripristino dei livelli di prezzi antecedenti all’ingresso del nuovo anno; dal canto suo il primo ministro <strong>Youssef Chahed</strong> ha affermato che non verrà tollerata alcuna violenza, predisponendo anche l’invio dell’esercito nelle piazze più calde di Tunisi e del paese. Mentre le stesse autorità tunisine fanno presente di aver arrestato al momento almeno 260 persone, dall’account #Fech_Nestanew si invita a mobilitarsi per una grande manifestazione da tenere nella capitale e nelle altre città più importanti il prossimo 13 gennaio.</p>
<p></p>
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		<title>Raccolta record: Mosca diventa una &#8220;superpotenza del grano&#8221;</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/raccolta-record-mosca-diventa-superpotenza-del-grano.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Nov 2017 15:44:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Primavere arabe]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="4000" height="3000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/01/Vladimir_Putin_20090128_2-2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/01/Vladimir_Putin_20090128_2-2.jpg 4000w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/01/Vladimir_Putin_20090128_2-2-300x225.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/01/Vladimir_Putin_20090128_2-2-768x576.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/01/Vladimir_Putin_20090128_2-2-1024x768.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 4000px) 100vw, 4000px" /></p>
<p>Secondo i rapporti ufficiali stilati dal Ministero dell&#8217;Agricoltura russo guidato da Aleksander Tkachev il raccolto cerealicolo russo del 2017 si avvia ad essere ricordato come il più consistente di sempre: la produzione di grano è destinata a conoscere un incremento compreso tra il 16 e il 19 per cento rispetto ai dati dell&#8217;anno precedente, toccando &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/raccolta-record-mosca-diventa-superpotenza-del-grano.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="4000" height="3000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/01/Vladimir_Putin_20090128_2-2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/01/Vladimir_Putin_20090128_2-2.jpg 4000w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/01/Vladimir_Putin_20090128_2-2-300x225.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/01/Vladimir_Putin_20090128_2-2-768x576.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/01/Vladimir_Putin_20090128_2-2-1024x768.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 4000px) 100vw, 4000px" /></p><p>Secondo i rapporti ufficiali stilati dal Ministero dell&#8217;Agricoltura russo guidato da Aleksander Tkachev il raccolto cerealicolo russo del 2017 si avvia ad essere ricordato come il più consistente di sempre: la produzione di grano è destinata a conoscere un incremento compreso tra il 16 e il 19 per cento rispetto ai dati dell&#8217;anno precedente, toccando la quota di 83 milioni di tonnellate, mentre l&#8217;aumento della quantità di orzo dovrebbe attestarsi su percentuali molto simili. <a href="https://www.fas.usda.gov/data/russia-grain-and-feed-update-9" target="_blank">Secondo stime che collimano con i dati forniti dall&#8217;United States Department of Agriculture </a>sui mercati esteri, la produzione complessiva di cereali in Russia potrebbe ammontare a 128 milioni di tonnellate. Si tratta di un fatto estremamente significativo e dalle profonde implicazioni sulle dinamiche economiche, commerciali e geopolitiche internazionali: il ruolo delle materie agricole negli equilibri economici è molto spesso sottostimato, ma di fatto anche il cibo ha una sua propria geopolitica che si lega al complesso di manovre finanziarie e speculative che influenzano i prezzi delle <em>commodities.</em></p>
<p></p>
<p>Il dato fondamentale connesso all&#8217;incremento della produzione cerealicola della Federazione Russa è quello concernente l&#8217;ancor più sostenuta crescita delle esportazioni di prodotti alimentari, che hanno oramai acquisito un ruolo strategico e un peso nella bilancia commerciale di Mosca superiori a quelli propri del <em>compound </em>industriale della Difesa, <a href="http://www.occhidellaguerra.it/ruolo-dellindustria-della-difesa-russa-nelle-strategie-del-cremlino/" target="_blank">la cui influenza era stata analizzata nelle scorse settimane su </a><a href="http://www.occhidellaguerra.it/ruolo-dellindustria-della-difesa-russa-nelle-strategie-del-cremlino/" target="_blank"><em>Gli Occhi della Guerra</em></a>. </p>
<p></p>
<p>L&#8217;aumento dell&#8217;export alimentare russo ha coinciso con la nuova proiezione euroasiatica della strategia geopolitica del Cremlino; sulle rotte della connettività infrastrutturale e commerciale con la Cina e i Paesi dell&#8217;Asia Centrale e del Medio Oriente, infatti, ha preso forma la direttrice di espansione di una nuova componente fondamentale dell&#8217;economia del Paese, che aiuta a lenire la storica dipendenza dal settore degli idrocarburi. <a href="https://www.bloomberg.com/view/articles/2017-09-04/russia-is-an-emerging-superpower-in-global-food-supply" target="_blank">Stando ai dati riportati da </a><em><a href="https://www.bloomberg.com/view/articles/2017-09-04/russia-is-an-emerging-superpower-in-global-food-supply" target="_blank">Bloomberg</a>, </em>a cavallo tra luglio 2016 e giugno 2017 la Russia ha esportato 27,8 milioni di tonnellate di grano, più della intera Unione Europea, e si prepara a toccare, nel corrente anno fiscale, la quota record di 31,5 milioni di tonnellate di grano, che salirebbero a 45 se si considera <a href="https://www.reuters.com/article/us-russia-grains-analysis/worried-about-russias-march-on-grain-markets-it-could-be-worse-idUSKBN1D30GK" target="_blank">l&#8217;aggregato della produzione cerealicola analizzato da SovEcon.</a> La crescente integrazione euroasiatica garantirebbe un&#8217;ulteriore spinta nella direzione attualmente percorsa dalla Russia di Vladimir Putin: il Paese, nei prossimi decenni, potrebbe trovarsi di fronte alla possibilità di poter sfruttare nuove regioni del Nord e della Siberia aperte alla coltivazione agricola dalla spinta crescente dei cambiamenti climatici, come riportato da Parag Khanna nel suo saggio <em>Connectography</em>, e consolidarsi nel suo acquisito ruolo di &#8220;superpotenza del grano&#8221;, garantendosi un decisivo potere di condizionamento sui prezzi cerealicoli mondiali in una fase storica che vedrà, stante la crescita della popolazione planetaria e le dinamiche economiche in corso di sviluppo, il cibo giocare un ruolo di primo piano nel commercio internazionale e nella dialettica politica del XXI secolo.</p>
<p></p>
<p>L&#8217;aumento delle esportazioni di prodotti agricoli da parte della Federazione Russa stanno causando effetti dirompenti sui prezzi dei cereali sui mercati internazionali: il prezzo di un contratto <em>future </em>sul grano alla Borsa di Chicago oscilla oggigiorno poco al di sotto dei 4 dollari per bushel, ai minimi dal 2006. Nel 2012, il <em>future </em>Wv1 era quotato a 9,16 dollari: il netto calo dei prezzi dei cereali sui mercati internazionali e le sue ripercussioni sul soprastante gioco finanziario rappresenta un fenomeno vantaggioso per una larga fascia della popolazione mondiale, che come riportato da Raj Patel nel suo <em>I padroni del cibo </em>si trova vulnerabile di fronte alle volubili dinamiche connesse alle oscillazioni dei beni alimentari di prima necessità. Quando nel 2010 una forte ondata di siccità colpì Russia e Kazakistan in contemporanea a una serie di inondazioni in Europa, Canada e Australia nel mondo si osservò una forte tendenza al rialzo dei prezzi nel grano che, unitamente alla susseguente speculazione finanziaria, contribuì in maniera determinante ad accendere la miccia delle Primavere Arabe con le cosiddette &#8220;rivolte del pane&#8221; di inizio 2011. La stabilità del mercato alimentare mondiale è elemento di notevole rilevanza strategica: l&#8217;incanalamento del surplus produttivo russo sta garantendo sicuramente una progressiva svolta in tal senso e, al tempo stesso, sta aggiungendo una freccia all&#8217;arco dell&#8217;economia del Cremlino. Nel 2005 Vladimir Putin indicò il potenziamento del settore agricolo come una delle priorità vitali per la Russia nel decennio successivo: sulla scia dello sviluppo tecnologico e degli incrementi produttivi, ora il grano potrebbe essere una nuova, insospettabile componente delle strategie di lungo termine di Mosca.</p>
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		<title>Perché Al Jazeera deve chiudere?</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/perche-al-jazeera-deve-chiudere.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Calogero Migliore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Jun 2017 14:19:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Siria]]></category>
		<category><![CDATA[Primavere arabe]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="665" height="221" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/05/1454411715-jihadisti.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/05/1454411715-jihadisti.jpg 665w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/05/1454411715-jihadisti-300x100.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 665px) 100vw, 665px" /></p>
<p>L’Arabia Saudita ha imposto una serie di azioni al Qatar per terminare con il blocco diplomatico e commerciale. Una di queste è la chiusura di Al Jazeera, l’emittente panaraba qatariota fondata dal padre dell’attuale emiro di Doha, Hamad, nel 1996. La richiesta di Riad nasce con la considerazione che Al Jazeera sarebbe nient’altro che il &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/perche-al-jazeera-deve-chiudere.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="665" height="221" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/05/1454411715-jihadisti.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/05/1454411715-jihadisti.jpg 665w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/05/1454411715-jihadisti-300x100.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 665px) 100vw, 665px" /></p><p>L’Arabia Saudita ha imposto una serie di azioni al Qatar per terminare con il blocco diplomatico e commerciale. Una di queste è la chiusura di Al Jazeera, l’emittente panaraba qatariota fondata dal padre dell’attuale emiro di Doha, Hamad, nel 1996. La richiesta di Riad nasce con la considerazione che Al Jazeera sarebbe nient’altro che il megafono televisivo e di internet della Fratellanza Musulmana, nemico giurato della corte saudita tanto da averla bandita dal Paese e da considerare nemico chiunque la supporti.</p>
<p>L’ultimatum saudita ha un fondo di verità, seppure con le dovute contraddizioni di una monarchia che si è servita per anni dell’alleanza con il Qatar per tessere la trama della propria geopolitica. La verità è che Al Jazeera si è trasformata nel tempo da emittente televisiva a organo di stampa del governo qatariota, servendo, di fatto, da mezzo di propaganda dell’emirato. Un’emittente che, negli anni, ha assunto un ruolo geopolitico talmente rilevante che Riad ne ha fatto un obiettivo del proprio assalto all’emirato. Perché la cassa di risonanza mediatica di Al Jazeera è talmente estesa, e talmente capillare, che può inevitabilmente influire sulle coscienze di milioni di persone che assistono ai suoi programmi, e incide sulla percezione della realtà mediorientale, ma non solo, convogliando l’opinione pubblica. Sono circa cinquanta milioni gli spettatori che quotidianamente possono accedere ai programmi della rete. Cinquanta milioni di persone le cui menti ricevono, quotidianamente, un’informazione che ha come finanziatore unico l’emiro del Qatar.</p>
<p>Negli anni delle cosiddette Primavere Arabe, l’apporto di Al Jazeera ai fenomeni di ribellione nei confronti dei governi oggetto di attacco è stato decisivo. L’arrivo di un’informazione schierata apertamente a favore dei movimenti di rivolta nei confronti delle classi dirigenti dei Paesi considerati nemici, è stato un fenomeno determinante per la formazione di un’opinione pubblica che accompagnasse le proteste. Dai primi eventi in Tunisia per far cadere Ben Alì, fino alla Siria, passando soprattutto per la Libia di Gheddafi e l’Egitto di Mubarak, Al Jazeera si è imposta nel mondo arabo, e non solo, quale collettore ufficiale e attendibile delle notizie che giungevano dagli scenari di rivolta nel Medio Oriente e dell’Africa settentrionale.</p>
<p>Fu in particolare con la ribellione della Libia contro il regime di Gheddafi che divenne chiaro a tutti come e soprattutto quanto l’emittente qatariota potesse influire sulla percezione di un governo e di una rivolta. Per mesi Al Jazeera divenne il &#8220;news maker&#8221; per eccellenza dell’ascesa dei movimenti di ribellione, fomentando notizie, poi rivelatesi false, sul governo del colonnello Gheddafi e sulla guerra del governo contro i cittadini libici. Dalla fuga di Gheddafi in Venezuela, alla morte di diecimila libici per mano dell’esercito regolare nelle primissime settimane di rivolta, fino ad arrivare alla notizia di presunte conquiste da parte dei ribelli, Al Jazeera ha incanalato l’opinione pubblica in un senso unidirezionale. Con l’unico scopo di forgiare un pensiero collettivo unidirezionale contrario a Gheddafi: nemico del Qatar.</p>
<p>In Egitto, Al Jazeera fece lo stesso. Dai primi giorni di proteste, il governo di Hosni Mubarak fu duramente colpito dalle linee guida dell’informazione proposta dall’emittente di Doha. Subito la testata parlò di rivoluzione, e subito mise in correlazione queste rivolta con le guerre di liberazione dei popoli oppressi. Le piazze egiziane furono immediatamente catalogate come pizze rivoluzionare per la libertà del popolo nei confronti della dittatura, spostando l’opinione pubblica e rendendola affine ai valori espressi dai movimenti scesi in strada contro il governo del Cairo, soprattutto verso quelli legati alla Fratellanza Musulmana. Se dunque il Qatar, dal 2011, iniziava a monitorare e supportare le Primavere Arabe per renderle uno strumento della propria politica internazionale, Al Jazeera si trasformava nel braccio mediatico di questa visione del mondo di Doha, facendo coincidere l’informazione con quanto a Doha si voleva che trapelasse dalle guerre civili in tutto il Nordafrica.</p>
<p>In Siria, il modello imposto da Al Jazeera in Nordafrica è stato replicato subito. L’emittente dell’emirato ha prima di tutto puntato i riflettori sulle rivolte, poi ha iniziato a colpire ferocemente la figura del presidente Assad e della Siria sotto la sua presidenza, e infine ha totalmente nascosto ogni rivolta libertaria e laica della guerra siriana per concentrarsi soltanto nell’ottica dei movimenti affini alla Fratellanza Musulmana o che comunque mostravano una loro chiara visione islamista del futuro di Damasco.</p>
<p>Che oggi l’Arabia Saudita chieda l’immediata chiusura del network del Qatar, è la dimostrazione di quanto sia chiaro il vero messaggio dietro il blocco mediatico e commerciale nei confronti di Doha. Riad ha deciso di far fuori un competitor pericoloso per la trama saudita nel Medio Oriente e nel Nordafrica: e lo fa partendo dal suo braccio mediatico. Ma i danni inferti dalla rete informativa del Qatar alla stabilità di quei Paesi e alla vita di milioni di famiglie sono ormai evidenti: con la complicità anche di chi ora ne chiede la fine.</p>
<p></p>
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