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	<title>Pechino Archives - InsideOver</title>
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	<title>Pechino Archives - InsideOver</title>
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		<title>Tra Mondiali e Olimpiadi, la geopolitica del 2022 passerà dallo sport</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/tra-mondiali-e-olimpiadi-la-geopolitica-del-2022-passera-dallo-sport.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesca Salvatore]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Dec 2021 09:01:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[calcio]]></category>
		<category><![CDATA[Mondiali Qatar]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/09/11234134_large-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/09/11234134_large-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/09/11234134_large-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/09/11234134_large-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/09/11234134_large-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/09/11234134_large-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/09/11234134_large-2048x1365.jpg 2048w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Era il 10 aprile del 1971 quando gli atleti della Nazionale di ping-pong a stelle e strisce furono i primi americani a entrare a Pechino dall&#8217;ascesa di Mao, contribuendo a stemperare l’idiosincrasia politica e culturale tra Stati Uniti e Cina. Quella che i media ribattezzarono Ping-pong diplomacy era, tuttavia, la punta dell’iceberg di una raffinata &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/tra-mondiali-e-olimpiadi-la-geopolitica-del-2022-passera-dallo-sport.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/09/11234134_large-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/09/11234134_large-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/09/11234134_large-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/09/11234134_large-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/09/11234134_large-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/09/11234134_large-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/09/11234134_large-2048x1365.jpg 2048w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Era il 10 aprile del 1971 quando gli atleti della Nazionale di ping-pong a stelle e strisce furono i primi americani a entrare a Pechino dall&#8217;ascesa di Mao, contribuendo a stemperare l’idiosincrasia politica e culturale tra Stati Uniti e Cina. Quella che i media ribattezzarono <em>Ping-pong diplomacy </em>era, tuttavia, la punta dell’iceberg di una raffinata strategia tessuta dal duo Nixon-Kissinger, che stava preparando l’istrionico momento del <em>Nixon goes to China</em> dell’anno successivo. Quell’anno immortalò una tendenza sempre più frequente nella geopolitica contemporanea, già intravista a Berlino nel 1936, e che avrebbe fatto dei campi sportivi una moderna arena, ove detonare o disinnescare tensioni altrove generatesi. Con obiettivi ed esiti differenti, la politica irruppe nelle Olimpiadi di Monaco del 1972 e, ancora, nel boicottaggio americano delle Olimpiadi in URSS del 1980, strategia di Jimmy Carter in risposta all&#8217;invasione sovietica dell&#8217;Afghanistan.</p>
<p>Il 2022 che sta per venire sembra condensare tutte queste tendenze pregresse, non solo per l’alta tensione che ammanta la geopolitica degli ultimi due anni, ma soprattutto in vista di due grandi eventi sportivi come la <strong>Coppa del Mondo FIFA</strong> in Qatar e le <strong>Olimpiadi Invernali</strong> di Pechino.</p>
<h2>La <em>FIFA World Cup</em> in Qatar</h2>
<p><strong>Qatar 2022</strong> prenderà il là il 21 novembre prossimo. L’evento da subito ha suscitato malumori e controversie, perché più che il calcio, qui è la location a suscitare disagio. Oggi, più di ieri, i campioni dello sport rivestono un ruolo morale nella società contemporanea: lo sport non vuole o non può più ignorare questioni legate ai diritti civili e politici nel Mondo, sui quali il Qatar zoppica e non poco. Lo abbiamo visto con il sette volte campione del mondo di Formula 1 <strong>Lewis Hamilton</strong>, che ha indossato un casco con i colori della bandiera <em>LGBTI Pride Progress</em> durante il Gran Premio del Qatar. Stessa cosa dicasi per la Danish Football Union, l&#8217;organo di governo del calcio danese, critica sul trattamento del Qatar nei confronti dei lavoratori migranti: secondo un recente rapporto del quotidiano britannico <a href="https://www.theguardian.com/football/blog/2021/mar/25/qatar-world-cup-moral-compass-norwegian-clubs-players"><em>The Guardian</em></a>, in Qatar sono morti più di 6.500 lavoratori migranti da quando il Paese si è aggiudicato il diritto di ospitare i Mondiali del 2022, di cui almeno 37 direttamente collegati alla costruzione di stadi.  Stesse criticità sono state sollevate a proposito dei diritti femminili, che nel Golfo viaggiano su un filo sottilissimo che con i lustrini copre i soprusi sulle donne comuni. Protagonista del fronte critico verso il Paese del Golfo è stata la nazionale di calcio britannica: dopo Norvegia, Germania e Olanda, anche l’Inghilterra si sta muovendo a riguardo, studiando come agire nei prossimi mesi, anche se boicottare l’evento resta fuori discussione, visto e considerato che David Beckham, il <em>posh player</em> inglese per eccellenza, ha accettato un lauto contratto di sponsorizzazione come testimonial del Mondiale.</p>
<p>Per il Qatar si tratta di un progetto sottile, volto a diversificare l&#8217;economia della nazione, ridurre la sua dipendenza dal petrolio e guadagnarsi l&#8217;influenza tra le nazioni occidentali. Per i critici, si tratta di <strong><em>sportwashing</em> </strong>mescolato <strong><em>soft power</em></strong>, la via che un po’ tutte le nazioni del Golfo stanno perseguendo per ripulirsi agli occhi dell’opinione pubblica internazionale. È in questa logica che deve inquadrarsi il vespaio di polemiche sollevatosi nel 2011, dopo l&#8217;acquisto della maggioranza del Paris Saint-Germain da parte della <em>Qatar Investment Authority</em> e la nomina di <strong>Nasser Al-Khelaïfi</strong> a presidente del club. Quest’ultimo, poi, lo scorso 20 aprile è stato confermato nel Comitato Esecutivo dell&#8217;UEFA, poi eletto presidente dell&#8217;<em>European Club Association</em>, al posto del dimissionario Andrea Agnelli.</p>
<p>Sulla strategia sportiva qatariota pende, poi, la complessa <strong>disputa regionale</strong> con i vicini Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, non del tutto estranea al mondo del calcio. È stato solo nel gennaio 2021 che una coalizione guidata dai sauditi ha ristabilito le relazioni diplomatiche con il Qatar dopo un blocco economico di quattro anni come rappresaglia per i presunti legami del Qatar con gruppi islamisti come i Fratelli Musulmani.</p>
<p>Manca ancora un anno all’evento ma le tensioni di certo non mancano.</p>
<h2>Le Olimpiadi Invernali di Pechino</h2>
<p>Le Olimpiadi invernali di Pechino 2022 promettono altrettanto fulmicotone a partire dal 4 febbraio prossimo. E non solo per via dei complessi rapporti tra Stati Uniti e Cina-che risentono ancora dell’eco di Anchorage- ma perché il boicottaggio annunciato dal governo americano trascinerà nel dibattito l’Europa, la NATO, e l’intero Indo-Pacifico. Sul piatto della bilancia la politica cinese in Tibet, quella nei confronti degli Uiguri, la vicenda di Hong Kong e, non ultimo, il caso della tennista <strong>Peng Shuai</strong>, ancora avvolto nel mistero. Vi è poi, sotto la brace, la genesi della pandemia, la cui aura di riserbo e menzogne vizia, ormai, i rapporti con Pechino da quasi due anni.</p>
<p>La Casa Bianca ha affermato che nessuna delegazione ufficiale sarà inviata ai Giochi a causa delle preoccupazioni sulla situazione dei diritti umani, confermando però che gli atleti statunitensi potranno partecipare e avranno il pieno sostegno del governo. Gli Usa &#8220;pagheranno&#8221; per il <strong>boicottaggio diplomatico</strong> delle Olimpiadi così ha tuonato il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian: &#8220;Dovrebbero smettere di politicizzare lo sport e di interferire con parole e azioni contro le Olimpiadi di Pechino, altrimenti mineranno il dialogo e la cooperazione tra i due Paesi in una serie di importanti aree e questioni internazionali e regionali&#8221;.</p>
<p>Non è una tattica nuova. Tre anni fa alcuni Paesi europei, tra cui la Gran Bretagna, avevano annunciato il boicottaggio diplomatico dei <strong>Mondiali di calcio russi</strong> dopo l&#8217;avvelenamento di Salisbury. Una scortesia diplomatica, annunciata, dunque, che tradisce la volontà di non chiudere totalmente quella Porta un tempo Aperta. Tuttavia, per gli Stati Uniti, sperare di ottenere un seguito di boicottaggi è pura utopia se consideriamo quanto la maggior parte delle democrazie liberali siano compromesse economicamente con il Celeste Impero.</p>
<p>I boicottaggi completi, come sostiene Anthony Faiola da tempo sul <em><a href="https://www.washingtonpost.com/world/2021/12/13/olympics-diplomatic-boycott-analysis/">Washington Post</a></em>, sono strumenti bruschi che spesso fanno poco danno alle nazioni boicottate mentre infliggono vero dolore ai boicottatori. Gli atleti di punta vengono derubati delle loro finestre di punta per la medaglia. A peggiorare le cose, si possono aprire amare spaccature tra i politici che le dichiarano e i concorrenti, funzionari sportivi nazionali, emittenti, sponsor aziendali e telespettatori nazionali che soffrono di tali decisioni. Mentre un boicottaggio in piena regola di Pechino 2022 sembra improbabile, alcuni gruppi di difesa uiguri e tibetani si stanno unendo per sollecitare un boicottaggio diplomatico con la campagna <a href="https://nobeijing2022.org/"><strong>#NoBeijing2022</strong></a>. Ciò consentirebbe agli atleti di competere attenuando parte del <em>soft power</em> che può portare l&#8217;ospitare un&#8217;Olimpiade. I boicottaggi olimpici pare tendano a non funzionare. Quello del 1956 di Spagna, Svizzera e Paesi Bassi sull&#8217;invasione sovietica dell&#8217;Ungheria ebbe scarso impatto geopolitico. La maggior parte degli alleati europei di Washington non è riuscita a unirsi al boicottaggio dei Giochi di Mosca del 1980 da parte del presidente Carter, minando il suo obiettivo di isolare i sovietici. Stessa cosa dicasi per i boicottaggi nel 1980 e nel 1984. I sostenitori di questo approccio, dal canto loro, tuttavia, indicano che i boicottaggi sportivi legati alla vicenda dell&#8217;<strong><em>apartheid</em></strong> in Sudafrica negli anni &#8217;70 e &#8217;80 sono stati la prova che un tale approccio può svolgere un ruolo cruciale nell&#8217;applicare pressioni sui governanti di un Paese.</p>
<p>Da quando gli Stati Uniti hanno annunciato la loro ritorsione diplomatica, <strong>Nuova Zelanda</strong>, <strong>Gran Bretagna</strong>, <strong>Australia</strong>, <strong>Canada</strong> e <strong>Kosovo</strong> hanno seguito l&#8217;esempio. Giorni prima dell&#8217;annuncio degli Stati Uniti, i rappresentanti degli alti funzionari lituani avrebbero affermato che non avrebbero partecipato ai Giochi. Abbracciando ciò che alcuni critici hanno liquidato come una mezza misura, <strong>Joe Biden</strong> e altri leader potrebbero comunque essere vicini ad un risultato. I primi effetti, tuttavia, sono già visibili fra chi ha scelto di non seguirlo nella scelta: la <strong>Norvegia</strong>, regina degli sporti invernali, non si unirà agli Stati Uniti, né gli alleati della NATO <strong>Francia</strong> e <strong>Italia</strong>. Anche i governi dell&#8217;Europa orientale come la Polonia e l&#8217;Ungheria, con scarsi risultati in materia di diritti umani e desiderosi di corteggiare la Cina come partner economico, stanno ignorando il boicottaggio.</p>
<p>Difficile che, da qui a un mese, possano verificarsi nuovi colpi di scena. A Pechino, però, il mondo intero sarà al cospetto di <strong>Xi Jinping</strong> dopo due anni di pandemia e di politica estera aggressiva. Ciò che non hanno dichiarato i governi potranno farlo gli atleti? Chissà.</p>
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		<item>
		<title>La Cina vuole prendersi (anche) l&#8217;Uzbekistan</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/la-cina-vuole-prendersi-anche-luzbekistan.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Walton]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Oct 2019 14:37:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[gas naturale]]></category>
		<category><![CDATA[Mosca]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="678" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Cina-Uzbekistan-incontro-La-Presse-e1571409366283.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Vertice Cina Uzbekistan" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Cina-Uzbekistan-incontro-La-Presse-e1571409366283.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Cina-Uzbekistan-incontro-La-Presse-e1571409366283-300x106.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Cina-Uzbekistan-incontro-La-Presse-e1571409366283-768x271.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Cina-Uzbekistan-incontro-La-Presse-e1571409366283-1024x361.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La decisione dell&#8217;Uzbekistan di puntare sullo sviluppo dell&#8217;energia nucleare, grazie alla partnership con la Federazione Russa e con l&#8217;agenzia Rosatom, è destinata a rafforzare le potenzialità energetiche del Paese. L&#8217;accordo tra le parti, concordato e definito tra l&#8217;ottobre del 2018 ed il maggio del 2019, porterà alla costruzione dei primi due reattori nucleari nella nazione &#8230; <a href="https://it.insideover.com/economia/la-cina-vuole-prendersi-anche-luzbekistan.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="678" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Cina-Uzbekistan-incontro-La-Presse-e1571409366283.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Vertice Cina Uzbekistan" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Cina-Uzbekistan-incontro-La-Presse-e1571409366283.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Cina-Uzbekistan-incontro-La-Presse-e1571409366283-300x106.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Cina-Uzbekistan-incontro-La-Presse-e1571409366283-768x271.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Cina-Uzbekistan-incontro-La-Presse-e1571409366283-1024x361.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>La decisione dell&#8217;<a href="https://it.insideover.com/economia/la-svolta-nucleare-delluzbekistan.html">Uzbekistan</a> di puntare sullo sviluppo dell&#8217;energia nucleare, grazie alla partnership con la Federazione Russa e con l&#8217;agenzia <strong>Rosatom</strong>, è destinata a rafforzare le potenzialità energetiche del Paese. L&#8217;accordo tra le parti, concordato e definito tra l&#8217;ottobre del 2018 ed il maggio del 2019, porterà alla costruzione dei primi due reattori nucleari nella nazione e legherà ancor di più Mosca e Tashkent. Questo sviluppo è destinato a generare benefici reciproci ed a potenziare in maniera decisa <strong>l&#8217;influenza del Cremlino</strong> in Uzbekistan e nell<strong>&#8216;Asia Centrale</strong>. La regione, infatti, rappresenta un retroterra strategico per Mosca ma, negli ultimi anni, la concorrenza di <strong>Pechino</strong> ha iniziato a farsi sentire e l&#8217;iniziativa cinese della <a href="https://it.insideover.com/economia/la-nuova-via-della-seta-passera-anche-per-kabul.html">Nuova Via della Seta</a> è destinata a dare filo da torcere alla Federazione Russa.</p>
<h2>Una nazione strategica</h2>
<p>L&#8217;Uzbekistan è nel mezzo di un vero e proprio processo di <strong>transizione economica</strong> e sta attuando una serie di riforme che trasformeranno il suo sistema produttivo. <a href="https://www.google.com/amp/s/www.brookings.edu/blog/future-development/2018/12/20/how-uzbekistan-is-transforming-into-an-open-economy/amp/">L&#8217;economia</a> del Paese si sta aprendo e l&#8217;approccio dirigistico e dominato dal settore pubblico del passato viene sostituito da una maggiore influenza del mercato libero e del settore privato e da una maggiore apertura verso il mondo esterno. Permangono, però, dei problemi: una parte consistente della popolazione in età lavorativa non è attiva, è disoccupata oppure ha lasciato il Paese per recarsi all&#8217;estero, la nazione è poco competitiva, a causa dell&#8217;isolamento geografico, nell&#8217;esportare i propri prodotti sul mercato mondiale e L&#8217;Uzbekistan soffre di alti tassi di inefficienza energetica. Le emissioni di Co2 pro capite sono tra le più alte al mondo e si registrano sprechi nel settore energetico. <a href="https://www.adb.org/countries/uzbekistan/economy#tabs-1-2">Il Prodotto interno lordo</a>, invece, vive una fase di <strong>forte crescita</strong>: + 6,1 per cento nel 2016, +4,5 per cento nel 2017, +5,1 per cento nel 2018 ed una stima di +5,8 e +6 per cento nel 2019 e 2020. Il tasso di inflazione è piuttosto alto e si dovrebbe attestare intorno al 15 per cento nel 2019 per poi calare al 13 per cento nel 2020. La vera ricchezza del Paese è rappresentata dalle grandi riserve di <a href="http://www.ciuz.info/informazioni-generali/materie-prime/">gas naturale</a> e di uranio e la produzione annuale di gas naturale si aggira intorno ai 67 miliardi di metri cubi.</p>
<p>Il sistema politico del Paese è ancora piuttosto chiuso ed ha caratteristiche <strong>autoritarie</strong>. Al presidente Islam Karimov, Capo di Stato tra il 1991 ed il 2016, è succeduto il Primo Ministro Shavkat Mirziyoyev che ha avviato una serie di riforme che, però, non hanno alterato la natura del regime. Il rilascio di alcuni prigionieri arrestati durante la presidenza Karimov ed il tentativo di limitare gli abusi del National Security Service non sono bastati, per l&#8217;organizzazione non governativa internazionale Freedom House, a modificare lo status de Paese che rimane autoritario.</p>
<h2>Le prospettive</h2>
<p>La <a href="https://www.gisreportsonline.com/uzbekistan-emerging-from-isolation,politics,2801.html">Cina</a> è il Paese straniero che investe maggiormente in Uzbekistan e ciò è destinato a minare le prospettive di Mosca nella nazione. Una serie di accordi energetici, culminati nella costruzione del gasdotto che dall&#8217;Asia Centrale va verso <strong>Pechino</strong>, hanno messo le basi di un rapporto che si è poi evoluto grazie ai progetti infrastrutturali finanziati nell&#8217;ambito dell&#8217;iniziativa della Nuova Via Della Seta. <strong>Mosca</strong>, invece, punta ad integrare Tashkent nell&#8217;Unione economica euroasiatica e nel Collective Security Treaty Organization, la propria alleanza militare ed ha concluso accordi economici da 27 miliardi di dollari con l&#8217;Uzbekistan.</p>
<p>Mosca e Pechino, ancora una volta, lottano per espandere la propria influenza sulla <a href="https://it.insideover.com/politica/il-kazakhstan-e-conteso-tra-mosca-e-pechino.html">regione</a> e per convincere i leader locali a schierarsi da una o dall&#8217;altra parte. I maggiori beneficiari di questa contrapposizione, in realtà, sono proprio i  Paesi dell&#8217;Asia Centrale, le cui prospettive di crescita economica sono positivamente influenzate dall&#8217;affluire degli investimenti esteri. La partita per il controllo dell&#8217;Asia Centrale non è ancora chiusa.</p>
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		<title>La Nuova Via della Seta</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/la-nuova-via-della-seta-3.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 May 2019 08:45:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Nuova Via della Seta]]></category>
		<category><![CDATA[Pechino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="998" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/GETTY_20170515062721_23098615.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/GETTY_20170515062721_23098615.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/GETTY_20170515062721_23098615-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/GETTY_20170515062721_23098615-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/GETTY_20170515062721_23098615-1024x681.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>Si tiene in questi giorni a Pechino il Belt and Road Forum: 1.200 delegati e 28 capi di Stato e di governo sono ospiti di Xi Jinping e della leadership della Repubblica Popolare Cinese per un summit in cui verranno portate avanti importantissime discussioni riguardanti il progetto della “Nuova Via della Seta” (One Belt, One Road) destinato a plasmare la grande &#8230; <a href="https://it.insideover.com/economia/la-nuova-via-della-seta-3.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="998" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/GETTY_20170515062721_23098615.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/GETTY_20170515062721_23098615.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/GETTY_20170515062721_23098615-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/GETTY_20170515062721_23098615-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/GETTY_20170515062721_23098615-1024x681.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>Si tiene in questi giorni a Pechino il Belt and Road Forum: 1.200 delegati e 28 capi di Stato e di governo sono ospiti di Xi Jinping e della leadership della Repubblica Popolare Cinese per un summit in cui verranno portate avanti importantissime discussioni riguardanti il progetto della “Nuova Via della Seta” (One Belt, One Road) destinato a plasmare la grande strategia geopolitica della Cina e gli equilibri interregionali euroasiatici nei decenni a venire e ad articolarsi su due ramificazioni, una terrestre ed una marittima.</p>
<p>Come riportato dal Daily Telegraph, lo scopo del summit è garantire una proiezione multilaterale al progetto che nei prossimi anni si identificherà sempre di più con la visione cinese della globalizzazione, al cui interno la connettività, garantita soprattutto dallo sviluppo infrastrutturale, gioca un ruolo di primissimo piano. “Non c’è mai stata in passato una tale ambizione di raggiungere una connettività globale di questa portata”, ha affermato Wang Yiwei della Renmin University of China di Pechino, riferendosi al progetto d’ampio respiro lanciato ufficialmente da Xi Jinping nel corso della sua visita in Kazakistan del settembre 2013.</p>
<p>Nel Belt and Road Forum di Pechino è prevista la sottoscrizione di un documento condiviso che stabilisca una comune dichiarazione di intenti tra i Paesi partecipanti, fornisca una piattaforma concreta alle future negoziazioni per gli investimenti strategici e ribadisca la natura multilaterale del progetto, includendo al suo interno protocolli di capitale importanza che rilancino temi come la sostenibilità ambientale, il rispetto degli Accordi di Parigi del 2015 e la cooperazione con organizzazioni internazionali come l’Unione Economica Euroasiatica. Presupposti fondamentali per la realizzazione di un progetto che necessita di una guida coerente e condivisa per la sua realizzazione, non potendosi ridurre alla somma di iniziative disgiunte del governo di Pechino o delle sue imprese in diverse aree del mondo: la connettività euroasiatica e lo sviluppo dei commerci nell’area indopacifica hanno sinora assorbito circa 50 miliardi di dollari di investimenti da parte della Repubblica Popolare Cinese, ma secondo un’analisi di Credit Suisse nei prossimi cinque anni gli investimenti complessivi potrebbero lievitare sino a quota 500 miliardi di dollari, coinvolgendo 62 diversi Paesi in quello che diverrebbe a tutti gli effetti il più esteso, ramificato e ambizioso progetto geopolitico di tutti i tempi. Logico, di conseguenza, che sia nell’interesse di Pechino condividere gli oneri economici, la programmazione strategica e l’organizzazione dello sviluppo della “Nuova Via della Seta”; il principio base della “connettività” impone al contempo un sostanziale decentramento.</p>
<p>Tra i Paesi più interessati al summit ospitato dal governo di Xi Jinping si segnalano, in particolare, la Russia e il Pakistan. Vladimir Putin e Nawaz Sharif, Primo Ministro di Islamabad, saranno infatti due degli ospiti d’onore del Belt and Road Forum, nel quale entrambi sottolineeranno l’interesse dei rispettivi governi per l’implementazione della “Nuova Via della Seta”. La Russia, da tre anni a questa parte, è riuscita a fare della saldatura economica con la Cina un pivot della sua geopolitica, facendo dell’alleanza con Pechino una vera e propria colonna portante del multipolarismo, e ora punta a sincronizzare lo sviluppo del network infrastrutturale e degli accordi economici euroasiatici per rilanciare il potenziale strategico dell’Unione Economica Euroasiatica. Il Pakistan, dal canto suo, è stato oggetto di uno dei principali progetti connessi alla “Nuova Via della Seta”, il China-Pakistan Economic Corridor (CPEC) destinato a veicolare oltre 50 miliardi di dollari di investimenti nel suo territorio e mira a un rafforzamento del potenziale del piano OBOR per potere al tempo stesso implementare le sue possibilità di stringere relazioni economiche con la Russia stessa, l’Iran e le repubbliche ex sovietiche dell’Asia Centrale.</p>
<p>A Pechino, il 14 e il 15 maggio, si discuteranno i futuri assetti geopolitici dell’Eurasia e un grande cambio di paradigma: la “via cinese alla globalizzazione” e la “Nuova Via della Seta” sono destinate ad essere plasmate come globalizzazioni a guida statale, in cui i governi e le autorità centrali avranno un ruolo di primo piano nello sviluppo dei principali progetti, a scapito del ruolo trainante dei grandi gruppi multinazionali che hanno spinto l’onda lunga della globalizzazione neoliberista. Per ora, la globalizzazione a stampo cinese è ancora un progetto in embrione: se nell’incontro di Pechino emergerà una volontà politica condivisa per un suo ulteriore sviluppo, nei prossimi anni gli equilibri di potere internazionali potranno subire decisivi cambiamenti e il baricentro geopolitico del pianeta potrebbe spostarsi, inesorabilmente, verso Oriente.</p>
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		<title>Nuovi aeroporti di Pechino e Istanbul: il piano di Xi ed Erdogan</title>
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		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Apr 2019 09:03:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Istanbul]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1620" height="1080" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9512111-1620x1080.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9512111-1620x1080.jpg 1620w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9512111-1620x1080-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9512111-1620x1080-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9512111-1620x1080-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1620px) 100vw, 1620px" /></p>
<p>Due aeroporti giganteschi, pronti a macinare ogni record. Cina e Turchia non hanno badato a spese per la realizzazione di due scali enormi. Il primo, a Pechino, vedrà la luce alla fine di giugno e aprirà i battenti per settembre. L’altro, a Istanbul, è stato inaugurato pochi giorni fa ma sarà operativo del tutto entro &#8230; <a href="https://it.insideover.com/economia/nuovi-aeroporti-di-pechino-e-istanbul-il-piano-di-xi-ed-erdogan.html">[...]</a></p>
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<h2>L’Istanbul New Airport</h2>
<p>Si chiama semplicemente Istanbul New Airport ed è situato nella medesima città. Il nuovo aeroporto della Turchia si estende lungo un’area più ampia dell’isola di Manhattan. Ma soprattutto, una volta che lo scalo sarà veramente pronto, potrà accogliere 200 milioni di passeggeri ogni anno. La collocazione di una simile infrastruttura a Istanbul è strategica ed indica le velleità di Recep Tayyip Erdogan. Il Presidente turco intende trasformare la Turchia in un crocevia fondamentale tra oriente e occidente. Un hub capace di accogliere quanti più voli possibile, grazie all’offerta proposta dalla Turkish Airlines, la compagnia aerea di stato locale.</p>
<h2>La Turchia verso una nuova era</h2>
<p>Il rinnovamento di Turkish Airlines e la modernità dell’Istanbul New Airport. Il binomio introduce la Turchia verso una nuova era, quella in cui Istanbul – secondo i calcoli di Erdogan – sarà davvero considerata una potenza. È il sogno del Sultano, che per costruire l’aeroporto ha sborsato la bellezza di 11 bilioni di dollari di denaro pubblico. Il risultato è sbalorditivo: un’area di 76.5 chilometri quadrati, sei piste, quattro terminal, 233 aree parcheggio per gli aeroplani. E ancora 500 desk per il check in e 225.000 dipendenti. Uffici, residenze, hotel, un centro medico, negozi e outlet carichi di merci di lusso. Questo gioiello architettonico è stato inaugurato lo scorso ottobre ma lavorerà a pieno regime – a meno di imprevisti – solo nel 2028. Il percorso graduale, intanto, è già iniziato.</p>
<h2>La Turkish Airlines si rinnova</h2>
<p>Certo, l’opera è impressionante. Ma dietro tonnellate di vetro e acciaio si nasconde una potente arma di soft power del governo turco. Colpire l’immaginario dei passeggeri e ammaliarli con i servizi della compagnia aerea di Stato. Urlare al mondo che la Turchia non è più quel Paese arretrato e carico di problemi. Son obiettivi potenzialmente raggiungibili, operazioni di marketing neanche troppo complicate. Ma non basta un aeroporto per sedersi al tavolo dei grandi. E allora Erdogan è pronto a puntare anche sul rinnovo di Turkish Airlines, che ha intenzione di fagocitare le quote di mercato di Emirates, Etihad e Qatar Airways. Come? Affidandosi al nuovo aeroporto, che offrirà 3.000 voli al giorno. Così la Turkish vedrà il suo giro d’affari aumentare di pari passo con nuove rotte da battere.</p>
<h2>Il Beijing Daxing Airport</h2>
<p>Allo stesso tempo anche la Cina è alle prese con il suo aeroporto. A differenza della Turchia, il Dragone può già contare su scali moderni ma i cinesi non sembrano conoscere limiti. E allora ecco il mastodontico progetto per il Beijing Daxing Airport, circa 47 chilometri quadrati. Lo scalo si aggiunge al Beijing Capital Airport e aprirà ufficialmente il prossimo settembre. Neppure il ritrovamento di un antico cimitero della dinastia Qing durante gli scavi ha rallentato i lavori, che devono finire puntuali per l’inaugurazione del sito. Da un punto di vista logistico, il Daixing Airport dovrebbe aiutare la Cina a decongestionare lo spazio aereo, affollatissimo ma ancora piegato alle esigenze dell’esercito. Costo dell’opera: oltre 10 miliardi di euro. Piena operatività: nel 2040.</p>
<h2>Più che aeroporti</h2>
<p>Sia l’Istanbul New Airport che il Beijing Daxing Airport sono due biglietti da visita più che normali aeroporti. Due timbri sulla storia lasciati da Erdogan e Xi Jinping. Entrambi vogliono ridisegnare i ruoli dei Paesi che governano, e per farlo si affidano anche alle infrastrutture. Soprattutto Xi, che ha nella Nuova Via della Seta il suo cavallo di battaglia. Erdogan, al contrario, ha subito enormi critiche per la creazione di un simile scalo. Non solo per l’enorme cifra investita, ma anche per le modalità di realizzazione, con decine e decine di operai morti in cause non chiare. Intanto è iniziata la sfida a distanza fatta di numeri e proiezioni,basata su stime e aspettative. Quale sarà l’aeroporto più grande: quello di Istanbul o di Pechino?</p>
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		<title>Il ruolo chiave dell’Algeria per i piani cinesi in Africa</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/il-ruolo-chiave-dellalgeria-per-i-piani-cinesi-in-africa.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Apr 2019 08:47:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Pechino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1623" height="1080" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9362227-1623x1080.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9362227-1623x1080.jpg 1623w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9362227-1623x1080-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9362227-1623x1080-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9362227-1623x1080-1024x681.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1623px) 100vw, 1623px" /></p>
<p>Per capire cosa ha in mente di fare la Cina in Africa bisogna guardare all’Algeria. L’esperimento algerino rappresenta il nuovo modello di relazioni che Pechino intende instaurare con i Paesi africani. Basta con prestiti miliardari a fondo perduto, importazione di materie prime e influenza geopolitica a distanza. Il Dragone ha cambiato marcia. Adesso vuole un rapporto diplomatico ed &#8230; <a href="https://it.insideover.com/economia/il-ruolo-chiave-dellalgeria-per-i-piani-cinesi-in-africa.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1623" height="1080" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9362227-1623x1080.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9362227-1623x1080.jpg 1623w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9362227-1623x1080-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9362227-1623x1080-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9362227-1623x1080-1024x681.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1623px) 100vw, 1623px" /></p><p>Per capire cosa ha in mente di fare la Cina in Africa bisogna guardare all’Algeria. L’esperimento algerino rappresenta il nuovo modello di relazioni che Pechino intende instaurare con i Paesi africani. Basta con prestiti miliardari a fondo perduto, importazione di materie prime e influenza geopolitica a distanza. Il Dragone ha cambiato marcia. Adesso vuole un rapporto diplomatico ed economico stabile. O, meglio ancora, che duri nel tempo e non si riduca a una banale toccata e fuga. Una delle chiavi di questa nuova politica cinese è l’intenzione di stabilire una nutrita comunità sinica in quei Paesi con cui la Cina intende fare affari. Perché solo chi vive in un posto capisce i bisogni e le esigenze dei locali.</p>
<h2>L’importanza geopolitica dell’Algeria</h2>
<p>Come ha riportato Il Sole 24 Ore, il laboratorio per il nuovo volto cinese nel Continente Nero è l’Algeria. Qui si incontrano le esigenze di due governi in un legame win win. Gli algerini intendono trasformare il loro Paese con una rivoluzione infrastrutturale. Ciò significa investire fondi pubblici per la costruzione di strade e collegamenti, capaci a loro volta di rilanciare l’industria. La Cina è pronta a soddisfare le richieste di Algeri. Pechino ha tutti i mezzi per riuscirci: imprese statali pronte a operare con prezzi imbattibili, puntualità e qualità delle opere. Ecco perché l’Algeria, per alcuni fondamentali interventi, si è rivolta alla Cina e non a qualche Paese del Golfo o europeo.</p>
<h2>Algeri si affida a Pechino</h2>
<p>Una moschea, un aeroporto e una stazione. Tutte rigorosamente Made By China, fatte dalla Cina dietro lauto compenso. La moschea di Algeri è la terza al mondo per dimensioni, la più grande dell’Africa. Può contenere 35.000 fedeli e ospita al suo interno facoltà universitarie, scuole e due biblioteche. Prezzo: un miliardo di dollari. A tirar su un simile progetto un’impresa cinese. E sono sempre cinesi le imprese che hanno realizzato il nuovo aeroporto, che avrà una capacità di 10 milioni di passeggeri, e una stazione che collega metropolitana allo scalo della capitale.</p>
<h2>Un rapporto win win</h2>
<p>Il legame tra Cina e Algeria è di vecchia data. Il Dragone è stato il primo Paese a riconoscere il governo algerino e oggi è pronto a intensificare i rapporti. Pechino è presente nel settore energetico del paese, ma anche in quello infrastrutturale. Dal 2000 al 2014 i cinesi hanno costruito 13.000 chilometri di nuove strade e 3.000 ferrovie, in più a stadi, dighe, porti e raffinerie. Annichilita la concorrenza di aziende europee. Impossibile competere con la Cina, che conta in Algeria una comunità di oltre 42.000 persone. La prima comunità del Paese, più numerosa di quella francese e italiana. E, giusto per lanciare un altro dato, le esportazioni cinesi verso Algeri nel 2018 hanno superato gli 8 miliardi di dollari.</p>
<h2>Il piano dell’Algeria e quello della Cina</h2>
<p>Dopo essersi aggiudicati gli appalti, le imprese cinesi spesso e volentieri subappaltano alcuni lavori ad altre aziende. È successo per la sopra citata moschea, dove la China State Construction Engineering si è affidata a un’impresa italiana per la costruzione delle fondamenta. Il piano dell’Algeria è semplice. Stimolare il settore privato per attirare investimenti ed esportare prodotti e servizi. Come? Affidandosi alla Cina. Dall’altra parte Pechino ha un piano ben più ambizioso. C’è chi ha parlato di una nuova Via della Seta, una Nuova Via della Seta africana che avvicinerà Cina e Africa sub sahariana. Il punto di partenza di un simile progetto geopolitico sarebbe proprio l’Algeria. Da qui il Dragone controllerebbe il commercio nel Mediterraneo e arriverebbe alle risorse della Nigeria.</p>
<h2>Le proteste algerine tengono in apprensione il Dragone</h2>
<p>Ma in queste settimane la Cina ha guardato con apprensione alla situazione algerina. Le proteste nei confronti del Presidente Bouteflika hanno provocato un cambio di leadership. Bensalah è stato infatti nominato dal parlamento Presidente ad interim, fino a nuove elezioni. Eppure, nonostante il cambio di guardia, le proteste non si placano. Da Pechino non sono arrivate dichiarazioni ufficiali, tuttavia la preoccupazione è forte. Perché più le proteste continuano, più gli affari vanno a rotoli.</p>
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		<title>Le mani della Cina su Senegal e Nigeria</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/mani-cina-senegal-nigeria.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Feb 2019 17:29:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Cfa]]></category>
		<category><![CDATA[Nuova Via della Seta]]></category>
		<category><![CDATA[Pechino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/LAPRESSE_20190223191824_28556681.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/LAPRESSE_20190223191824_28556681.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/LAPRESSE_20190223191824_28556681-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/LAPRESSE_20190223191824_28556681-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/LAPRESSE_20190223191824_28556681-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>Questo fine settimana prevede una fittissima agenda elettorale per il continente africano, con appuntamenti decisivi per il futuro di Nigeria e Senegal. La concomitanza elettorale fa sì che nel giro di pochi giorni potrebbe verificarsi un decisivo spostamento degli equilibri, per come oggi li conosciamo, nell&#8217;Africa subsahariana. Il Senegal è pronto a cambiare alleato? Senegal &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/mani-cina-senegal-nigeria.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/LAPRESSE_20190223191824_28556681.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/LAPRESSE_20190223191824_28556681.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/LAPRESSE_20190223191824_28556681-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/LAPRESSE_20190223191824_28556681-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/LAPRESSE_20190223191824_28556681-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>Questo fine settimana prevede una fittissima agenda elettorale per il continente africano, con appuntamenti decisivi per il futuro di <strong>Nigeria</strong> e <strong>Senegal</strong>.</p>
<p>La concomitanza elettorale fa sì che nel giro di pochi giorni potrebbe verificarsi un decisivo spostamento degli equilibri, per come oggi li conosciamo, nell&#8217;Africa subsahariana.</p>
<p>Il Senegal è pronto a cambiare alleato?</p>
<p>Senegal e Nigeria, pur non confinanti e pur diversissimi, sono due Paesi chiave della zona centro occidentale del continente. Ed è per questo che queste elezioni stanno suscitando anche un’elevata attenzione da parte dei principali Stati del mondo. Partiamo dal <strong>Senegal</strong>. L’ex colonia francese rappresenta l’esempio democratico per eccellenza in quella regione del mondo. A dispetto delle travagliate storie politiche degli Stati ad esso confinanti (Mali, Mauritania, Guinea e Gambia) il Senegal non ha pressoché mai subito sconvolgimenti interni di rilievo.</p>
<p>Una democrazia stabile che, proprio per questo, svolge un ruolo di partnership privilegiata con l’ex colonizzatore francese. Tuttavia gli equilibri negli ultimi tempi si stanno spostando. Il Senegal <a style="color: #0000ff; text-decoration: underline;" href="https://edition.cnn.com/2019/02/22/africa/senegal-election-sonko/index.html">ha infatti di recente aderito</a> al progetto della Nuova via della seta lanciato da Pechino, il cui programma di investimenti nel Paese ammonta a circa 1,6 miliardi di dollari. Un impegno economico che rende la Cina uno spettatore più che interessato dell’appuntamento elettorale.</p>
<p>Il Franco CFA ancora oggetto di critiche</p>
<p>I principali favoriti <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.affaritaliani.it/politica/geopolitica/elezioni-senegal-2019-candidati-risultati-poll-589556.html?refresh_ce">sono infatti tre</a>. Il Presidente uscente Macky Sall, che sembra avere l’appoggio di Parigi, Idrissa Seck, già candidato e sconfitto nelle ultime elezioni e infine Ousmane Sonko. Quest&#8217;ultimo è il candidato più interessante perché, forse, quello destinato a scombussolare gli equilibri politici. Sonko è infatti un aperto detrattore del <strong>Franco Cfa</strong> e dell’ingerenza politica francese nel Paese. La sua giovane età (44) potrebbe dare quello slancio e dinamismo necessari per arrivare almeno al ballottaggio. Appare quindi evidente che un antifrancese al potere possa essere la soluzione più desiderabile per una Cina in espansione nel continente africano.</p>
<p>A complicare il quadro ci pensa poi un quarto personaggio, Abdoulaye Wade, già Presidente del Senegal dal 2000 al 2012. L’ex politico è tornato di recente in patria invitando i senegalesi a disertare le urne. Un’azione di disturbo voluta forse proprio da Parigi, considerata la vicinanza di Wade con l’alleato francese. L’eventuale boicottaggio delle elezioni favorirebbe infatti l’attuale Presidente, che in quel caso resterebbe in carica.</p>
<p>Lo yuan è diventata la moneta principale in Nigeria</p>
<p>Spostandosi un po’ più verso est troviamo poi la Nigeria, un altro Paese in pieno fermento elettorale e dove gli equilibri di potere si stanno lentamente spostando. Anche in Nigeria infatti, dopo la tradizionale influenza angloamericana, la presenza cinese inizia a essere importante. <a href="http://www.asianews.it/notizie-it/La-Nigeria-abbandona-il-dollaro:-%C3%A8-lo-yuan-la-nuova-%E2%80%98moneta-africana%E2%80%99-44174.html">Lo scorso giugno il Paese firmava</a> infatti un importante accordo con la Icbc, una delle più grandi banche cinesi, con lo scopo di adottare lo yuan come principale moneta commerciale. Come nel caso del Senegal, anche per la Nigeria la denominazione monetaria diventa fondamentale per comprendere quale Stato avrà maggiore influenza nell’economia del Paese. Ecco che la scelta tra i due candidati alla presidenziali nigeriane diventa fondamentale.</p>
<p>Da una parte <strong>Muhammadu Buhari</strong>, la cui agenda politica è stata incentrata sul rafforzamento delle condizioni di sicurezza del Paese e quindi sulla lotta contro Boko Haram. Obiettivi che ne fanno alleato naturale delle potenze occidentali, anche se i risultati ottenuti sono stati finora insufficienti. Sull&#8217;altro lato c’è Atiku Abubakar, afferente all&#8217;ala democratica, quella che forse può essere definita di “sinistra”, con un programma incentrato sulla creazione di lavoro. Tra i vari punti della campagna di Abubakar vi è però anche la volontà di privatizzare la compagnia petrolifera di Stato. Una mossa che potrà fare ovviamente gola ad attori stranieri, su tutti la Cina. Oltre al vantaggio monetario già citato, Pechino avrebbe inoltre una posizione creditoria decisamente favorevole sulla Nigeria, detenendone il 22% del debito pubblico. È la Cina dunque che potrebbe diventare il vero vincitore delle imminenti elezioni in Africa.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/mani-cina-senegal-nigeria.html">Le mani della Cina su Senegal e Nigeria</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Cina, pronta la prima autostrada con tecnologia 5G. E gli Usa tremano</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/cina-pronta-la-autostrada-tecnologia-5g-gli-usa-tremano.html</link>
		
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		<pubDate>Fri, 22 Feb 2019 08:14:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Pechino]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia 5G]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/05/1492236184-lapresse-20170405140204-22716658.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/05/1492236184-lapresse-20170405140204-22716658.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/05/1492236184-lapresse-20170405140204-22716658-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/05/1492236184-lapresse-20170405140204-22716658-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/05/1492236184-lapresse-20170405140204-22716658-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>La Cina punta tantissimo sullo sviluppo della rete 5G. Nel futuro immediato la competizione tra Stati si giocherà basandosi su questa particolare tecnologia. Chi la controllerà appieno avrà un enorme vantaggio nei confronti dei rivali, sia dal punto di vista economico-commerciale che militare. Ma a che punto è Pechino? La guerra dei dazi per arginare &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/cina-pronta-la-autostrada-tecnologia-5g-gli-usa-tremano.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/05/1492236184-lapresse-20170405140204-22716658.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/05/1492236184-lapresse-20170405140204-22716658.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/05/1492236184-lapresse-20170405140204-22716658-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/05/1492236184-lapresse-20170405140204-22716658-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/05/1492236184-lapresse-20170405140204-22716658-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>La <strong>Cina</strong> punta tantissimo sullo sviluppo della <strong>rete 5G</strong>. Nel futuro immediato la competizione tra Stati si giocherà basandosi <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.occhidellaguerra.it/la-rivoluzione-del-5g-perche-cambiera-leconomia-planetaria/">su questa particolare tecnologia</a>. Chi la controllerà appieno avrà un enorme vantaggio nei confronti dei rivali, sia dal punto di vista economico-commerciale che militare. Ma a che punto è Pechino?</p>
<p>La guerra dei dazi per arginare lo sviluppo delle reti 5G</p>
<p>La risposta è: a buon punto. Sicuramente più avanti rispetto agli Stati Uniti, che soltanto in tempi non sospetti hanno puntato sul 5G proprio per arginare la Cina. Come abbiamo spiegato su questo giornale, <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.occhidellaguerra.it/che-cose-il-5g-e-perche-e-cosi-importante/">la rete 5G provocherà una rivoluzione tecnologica</a>. Tra i vari aspetti collegati a questa innovazione c&#8217;è un nuovo e fondamentale ruolo per l&#8217;intelligenza artificiale, ma anche l&#8217;Internet delle cose e il computer quantistico. La Cina è subito finita nel mirino di Washington. L&#8217;amministrazione Trump, con la scusa Huawei, ha sottolineato come il governo cinese possa utilizzare le reti 5G e le infrastrutture di telecomunicazione per spiare gli altri Stati e controllare immense mole di dati. E infatti proprio su questa pesante accusa <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.occhidellaguerra.it/caso-huawei-sul-5g-sara-guerra-totale-cina-usa/">si fonda la guerra dei dazi mossa dal Presidente americano a Xi Jinping</a>. Più che badare a come non essere superati in campo economico, agli Stati Uniti interessa mantenere il primato geopolitico e militare.</p>
<p>I progetti di Pechino</p>
<p>La Cina non si spaventa prosegue le sue attività di ricerca e sviluppo. Huawei è soltanto la punta dell&#8217;iceberg di un settore molto dinamico. Il noto marchio di telefoni detiene il 12% dei brevetti già depositati relativi al 5G, poi c&#8217;è tutto il resto. Ad esempio Pechino ha in serbo un progetto ai limiti della fantascienza. Si tratta della <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.chinadaily.com.cn/a/201902/13/WS5c6390fba3106c65c34e91a8.html">prima rete autostradale dotata di tecnologia intelligente e stazioni 5G</a>. Secondo<em>China News Agency</em>, China Mobile costruirà nella provincia di Hubei oltre 2000 stazioni 5G che consentiranno alle più moderne vetture di interagire con l&#8217;innovativa rete.</p>
<p>Autostrade con tecnologia 5G e rivoluzione dei trasporti</p>
<p>Saranno assicurate l&#8217;assistenza alle automobili automatizzate e un pedaggio “intelligente”. Tutto nasce dall&#8217;accordo trovato lo scorso gennaio tra la filiale di Hubei della compagnia telefonica, la consociata di Shanghai e la Hubei Provincial Communications Investment. L&#8217;obiettivo del governo cinese è <a style="color: #0000ff; text-decoration: underline;" href="http://www.xinhuanet.com/english/2019-02/13/c_137818404.htm">creare un laboratorio che riesca a integrare la tecnologia 5G al trasporto intelligente</a>, altro settore sul quale la Cina ha intenzione di investire. Al momento sono state costruite 31 stazioni base. Ne mancano ancora circa 1969. Costo totale dell&#8217;operazione: 1 miliardo di yuan. <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.occhidellaguerra.it/la-lotta-della-cina-al-traffico-allinquinamento-automazione-della-mobilita-tecnologia/">Ma non è finita qui</a> perché Pechino ha già<a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.xinhuanet.com/english/2019-02/07/c_137804720.htm"> testato a Chongqing gli autobus senza guidatore basati sulla rete 5G</a>. Mentre nell&#8217;aereoporto di Guangzhou, il Guangzhou Baiyun International Airport, è <a href="http://www.xinhuanet.com/english/2019-01/26/c_137774945.htm">stata impiantata la prima stazione rigorosamente 5G</a>.</p>
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		<title>Cina, la guerra dei dazi allarga il divario economico tra città</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/cina-la-guerra-dei-dazi-allarga-divario-economico-citta.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Feb 2019 08:00:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra dei dazi]]></category>
		<category><![CDATA[Pechino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1278" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/LP_9221044-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/LP_9221044-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/LP_9221044-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/LP_9221044-1-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/LP_9221044-1-1024x681.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La Cina deve fare i conti con il divario di ricchezza tra le città costiere e quelle dell&#8217;entroterra. Il problema è di vecchia data, solo che il governo cinese si trova ad affrontarlo con urgenza all&#8217;indomani della guerra dei dazi. Le tariffe aggiuntive imposte dagli Stati Uniti sulle esportazioni di Pechino aggravano la forbice economica &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/cina-la-guerra-dei-dazi-allarga-divario-economico-citta.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1278" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/LP_9221044-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/LP_9221044-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/LP_9221044-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/LP_9221044-1-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/LP_9221044-1-1024x681.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>La <strong>Cina</strong> deve fare i conti con il divario di ricchezza tra le città costiere e quelle dell&#8217;entroterra. Il problema è di vecchia data, solo che il governo cinese si trova ad affrontarlo con urgenza <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.occhidellaguerra.it/la-pace-commerciale-cina-usa-torna-un-miraggio/">all&#8217;indomani della guerra dei dazi</a>. Le tariffe aggiuntive imposte dagli Stati Uniti sulle esportazioni di Pechino aggravano la forbice economica tra centro e periferia dell&#8217;Impero di Mezzo.</p>
<p>Allarme rosso</p>
<p>Trump ha in qualche modo <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.occhidellaguerra.it/le-mosse-economiche-della-cina-beffare-trump/">colpito là dove la Cina era vulnerabile</a>. Il problema &#8211; e lo abbiamo ripetuto più volte &#8211; è che la guerra commerciale tra Washington e Pechino rischia di lasciare a terra tutti gli sfidanti. Se l&#8217;economia cinese rallenta, a farne le spese sono anche quelle di Stati Uniti, Europa e resto del mondo. Quindi ha poco senso, per Trump, intestardirsi sui dazi. Intanto però la mossa della Casa Bianca ha riportato alla luce un <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.occhidellaguerra.it/guerra-commerciale-cina-usa-xi-jinping-avvisa-i-suoi-prepariamoci-al-peggio/">problema non da poco per Xi Jinping</a>. Ovvero, il divario tra i cittadini che abitano lungo le coste della Cina e coloro che vivono lontani dai grandi centri urbani. I dazi pesano tantissimo sulle provincie, regioni e municipalità cinesi che affidano la loro economia alle esportazioni. Il guaio è che a esserne maggiormente colpiti sono i centri nevralgici che costituiscono la locomotiva della Cina.</p>
<p>Una locomotiva impazzita</p>
<p>Prendiamo il caso di Guandong e Zehjiang, provincie costiere che danno rispettivamente sul Mar Cinese Meridionale e Orientale. In entrambe il peso dell&#8217;export sul pil regionale supera il 30%, ed è ovvio che i dazi penalizzano l&#8217;ascesa economica delle due località. Ma se a frenare è la <strong>locomotiva</strong>, i vagoni che le stanno dietro rischiano di sfasciarsi. Ed è questo l&#8217;incidente che deve evitare a tutti i costi Xi Jinping. Anche a Shanghai e Pechino i valori citati poco fa sono elevatissimi: oltre il 30% nella prima città, fra il 10 e il 20% nella capitale. In mezzo ci sono molte altre province che fanno registrare valori simili.</p>
<p>Il buco nero della Cina</p>
<p>È nell&#8217;entroterra della Cina che si crea un buco nero. Qui il peso delle esportazioni sul prodotto interno lordo si attesta dallo 0 al 10%. Il rischio enorme è che sotto la pressione dei dazi la Cina possa letteralmente <strong>spaccarsi</strong> in due o più tronconi. La locomotiva potrebbe prendere una propria direzione, mentre l&#8217;entroterra smetterebbe di crescere. Purtroppo per il Dragone – è la storia a insegnarlo – quando l&#8217;Impero è diviso, gli avversari hanno gioco facile nel conquistarlo.</p>
<p>Rischio separazione?</p>
<p>Insomma, la Cina deve affrontare importanti sfide interne, dalle quali dipende la tenuta dell&#8217;intero sistema. Per Pechino è fondamentale che i negoziati con gli Stati Uniti per cessare la guerra dei dazi offrano la fumata bianca prima del prossimo marzo. Il 1 marzo rappresenta infatti la linea rossa oltre la quale cesserà la tregua commerciale tra Trump e Xi Jinping. La tattica degli Stati Uniti appare evidente: far accartocciare la Cina su se stessa approfittando delle contraddizioni domestiche del Dragone. Non mancano analisti che prevedono nel prossimo futuro una divisione interna della Cina causata proprio dalla guerra dei dazi.</p>
<p>Come cambia la qualità della vita</p>
<p>Il governo cinese deve tuttavia fare attenzione anche alla qualità della vita dei suoi cittadini. Il patto politico tra Partito e Popolo si basa su fondamenta ben precise: un continuo benessere economico in cambio della fedeltà al partito unico. Appare tuttavia sempre più difficile giustificare la forbice economica che separa le solite provincie costiere da quelle interne. Nel discorso di inizio 2019 Xi Jinping ha sottolineato come nel 2018 ben 10 milioni di abitanti siano usciti dalla soglia di povertà. Eppure c&#8217;è ancora tanto da fare. Il piano prevede che entro il 2030 dovrebbero uscire i rimanenti 30 milioni.</p>
<p>I dati parlano chiaro</p>
<p>Tanto per fare un confronto concreto andiamo a dare uno sguardo al prodotto regionale lordo pro capite in yuan. I dati offerti dal <a href="https://geopoliticalfutures.com/chinas-gross-regional-product/"><em>China&#8217;s Gross Regional Product</em> </a>sono piuttosto chiari. Il Guandong si attesta nella fascia più alta, con un prodotto pro capite che va dai 67 ai 59 mila yuan, proprio come lo Shandong e il Jiangsu. Nell&#8217;interno ci sono invece casi come il Gansu (6837), Guizhou (9266) e Qinghai (2303). Xi Jinping ha già presto nota in vista delle prossime, necessarie, riforme economiche. Perché solo risolvendo le contraddizioni interne la Cina potrà scalzare una volta per tutte gli Stati Uniti.</p>
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		<title>La Cina si prepara davvero a invadere Taiwan?</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/la-cina-si-prepara-a-invadere-taiwan.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Feb 2019 08:57:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Pechino]]></category>
		<category><![CDATA[Washington]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1024" height="576" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/LP_3334352.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/LP_3334352.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/LP_3334352-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/LP_3334352-768x432.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/LP_3334352-334x188.jpg 334w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p>La Cina si prepara ad usare la forza per riportare Taiwan sotto il proprio controllo. L&#8217;obiettivo del Partitocomunista cinese (Pcc), sotto la guida del presidente Xi Jinping, è portare a termine il processo di unificazione nazionale entro il 2049. Il centenario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese (Rpc) è infatti la data entro cui Xi intende &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/la-cina-si-prepara-a-invadere-taiwan.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1024" height="576" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/LP_3334352.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/LP_3334352.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/LP_3334352-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/LP_3334352-768x432.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/LP_3334352-334x188.jpg 334w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p><p>La <strong>Cina</strong> si prepara ad usare la forza per riportare <strong>Taiwan</strong> sotto il proprio controllo. L&#8217;obiettivo del Partitocomunista cinese (Pcc), sotto la guida del presidente <strong>Xi Jinping</strong>, è portare a termine il processo di unificazione nazionale entro il 2049. Il centenario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese (Rpc) è infatti la data entro cui Xi intende conseguite la rinascita della nazione cinese. In tale occasione, Taiwan sarebbe il trofeo perfetto da esibire.</p>
<p>Oltre alla valenza geostrategica dell&#8217;isola, Taiwan ha anche un forte significato simbolico. Per Xi Jinping, riportare Taiwan sotto il controllo del governo cinese, significa dar prova della realizzazione del s<strong>ogno cinese</strong>. Realizzare ciò che neppure <strong>Mao Zedong</strong> è riuscito a fare: l'&#8221;impresa immortale&#8221; che lo consegnerebbe alla millenaria storia del suo Paese.</p>
<p>Nella popolazione cinese, il sentimento nazionalista è cresciuto di pari passo al rafforzamento economico e militare. Da diversi anni Pechino ha intrapreso un processo di ammodernamento delle forze armate e si prepara ad usare la forza nella regione. L&#8217;escalation di tensioni degli ultimi mesi lascia intendere che Pechino è ancora disposta a una soluzione pacifica della questione taiwanese, ma non ha più la pazienza per tollerare le istanze indipendentiste di Taipei.</p>
<p>Il 2 febbraio, in un discorso alla Great Hall of People, il presidente cinese ha affermato: &#8220;Siamo intenzionati a creare i termini per una unificazione pacifica, ma non concederemo alcuno spazio all&#8217;indipendenza taiwanese (…) Non promettiamo di rinunciare all&#8217;uso della forza e ci riserviamo l’opzione di usare tutte le misure necessarie&#8221;.</p>
<p>Due giorni dopo, durante un incontro con i vertici militari, ha aggiunto che le forze armate cinesi devono rinforzare il loro senso di urgenza e prepararsi al meglio per la battaglia.</p>
<p>Gli esperti militari statunitensi hanno espresso preoccupazioni sul fatto che la crescente fiducia nelle proprie capacità militari possa indurre Pechino all’uso della forza.</p>
<p>Secondo altri, invece, la disparità con le capacità militari statunitensi è ancora troppo elevata e Pechino, che già deve preoccuparsi di contenere gli effetti della guerra commerciale sulla propria economia, non farà ricorso alla forza nel breve termine. A meno che non si verifichino particolari circostanze.</p>
<p>La situazione taiwanese</p>
<p>Situata a 160 chilometri a est della costa cinese, l&#8217;isola di Taiwan ospita circa 23,6 milioni di abitanti. La struttura portante della sua economia è l&#8217;industria, particolarmente avanzata nella produzione di tecnologie informatiche. Taiwan è anche uno dei centri affaristici e finanziari più importante dell&#8217;Asia.</p>
<p>Politicamente, Taipei elegge autonomamente il proprio governo con libere elezioni. Le due forze politiche principali sono il Kuomintang e il Partito progressista democratico. Seppure in maniera diversa, entrambe sostengono l&#8217;indipendenza dell’isola. Di recente, due nuove forze hanno fatto comparsa sulla scena politica del Paese: Formosa Alliance e il New Power Party, entrambe propugnano l&#8217;indipendentismo radicale. La prima, in particolare vuole indire un referendum per modificare il nome dell&#8217;isola. Un gesto che Pechino considererebbe inaccettabile.</p>

<p>Tsai Ing-wen, presidente di Taiwan e leader del Ppd, partito che nel 2016 ha sostituito il Kuomintang al potere, ha così commentato le recenti affermazioni di Xi: &#8220;La Cina deve rendersi conto dell&#8217;esistenza di Taiwan e non negare il sistema di un Paese democratico costruito in comunione d&#8217;intenti dal popolo taiwanese&#8221;.</p>
<p>La disputa e le pressioni cinesi</p>
<p>La Cina considera Taiwan una provincia ribelle, che non ha mai accettato la sconfitta della guerra civile cinese, terminata nel 1949, quando i comunisti presero il potere. Taiwan invece si considera un Paese libero e democratico fuori dal controllo del Partito Comunista. E tuttavia non può ufficialmente dichiarare la sua indipendenza senza temere un attacco da parte della RPC.</p>
<p>Formalmente Taiwan si definisce Repubblica di Cina (Rdc), in continuità con l&#8217;entità politica che nel 1912 spodestò la dinastia Qing. Nel luglio 1949, dopo anni di guerra civile, l&#8217;avanzata delle truppe comuniste costrinse l&#8217;esercito nazionalista di Chiang Kai-Shek a rifugiarsi sull&#8217;isola di Formosa. Il primo ottobre dello stesso anno, il presidente Mao Zedong annunciava la nascita della Repubblica Popolare Cinese. Due mesi più tardi, <strong>Chiang Kai-Shek</strong> proclamava Taipei la capitale provvisoria della Rrc (la capitale ufficiale sarebbe Nanchino, situata nella Cina continentale).</p>
<p>Ancora oggi, Pechino e Taipei si rinnegano a vicenda, considerandosi gli unici governi legittimi del popolo cinese.</p>
<p>Fino a quasi 50 anni fa, le nazioni occidentali riconoscevano Taiwan come la vera Cina. Pechino ha fatto sempre più pressioni sulle sue relazioni diplomatiche per escludere i rappresentanti di Taiwan dagli eventi internazionali, compresi i concorsi di bellezza. Ad oggi, solo 17 stati riconoscono e intrattengono relazioni diplomatiche con la Repubblica di Cina.</p>
<p>Le pressioni cinesi sull&#8217;isola sono aumentate in seguito alla vittoria del Pdd nelle elezioni del 2016. Da allora, Pechino ha cambiato atteggiamento nei confronti dell&#8217;isola, tagliando i rapporti con Taipei. Le Ultime minacce cinesi sarebbero infatti mirate proprio a spingere i taiwanesi verso l&#8217;elezione di un governo più accondiscendente verso la RPC nelle prossime elezioni del 2020. Secondo altre ipotesi, la Cina starebbe spostando le attenzioni sulla questione taiwanese anche per distrarre i cittadini cinesi dal rallentamento economico, conseguenza della guerra commerciale in corso con gli Stati Uniti.</p>
<p>Di fatto, però, i due Paesi conducono vite separate da ormai 70 anni ed esiste un crescente divario su ciò che significa essere taiwanesi per le nuove generazioni. Un sondaggio condotto dalla National Chengchi University mostra come, a partire dal 1992, il numero dei taiwanesi che si identifica esclusivamente taiwanese (quindi non cinese) è cresciuto dal 17,6% al 54,4%. Un altro recente sondaggio indica che il 70% dei giovani taiwanesi sarebbero disposti a combattere per difendere l&#8217;indipendenza dell&#8217;isola.</p>
<p>La posizione di Washington</p>
<p>Nel 1979 il governo statunitense ha riallacciato normali rapporti con la Rpc, negando il riconoscimento formale a Taiwan, a cui però ha continuato a vedere armi a scopo difensivo. Washington è di fatto il principale alleato di Taipei, ma non esiste un accordo formale che garantisca un intervento degli USA in caso di attacco cinese all’isola. Nel 2017, Wahsington e Taipei hanno siglato il National Defense Authorization Act, che prevede visite reciproche tra navi da guerra e alti funzionari. La sua voluta disapplicazione è l&#8217;unico motivo a scongiurare l’intervento cinese.</p>

<p>Nel 2016, la telefonata di<strong> Donald Trump</strong> a Tsai all’inizio del suo mandato ha colto tutti di sorpresa, ed è proprio la condotta di Trump negli affari internazionali a rendere imprevedibile il suo comportamento in caso di una crisi nello stretto di Taiwan.</p>
<p>Negli ultimi anni, in diverse occasioni, gli stati uniti hanno inviato navi da guerra nello stretto di Taiwan per dimostrare supporto all&#8217;isola, quando Jim Mattis era il segretario alla difesa statunitense. Le sue recenti dimissioni pongono un&#8217;ulteriore incognita sul coinvolgimento statunitense.</p>
<p>Taiwan è però in un&#8217;importante posizione strategica per contenere l&#8217;espansione cinese nel pacifico: una volta presa Taiwan la Cina controllerebbe linee di comunicazioni aeree e navali, tenendo sotto scacco Giappone e Filippine. In una tale eventualità, anche i territori americani di Guam e Saipan, con le loro basi militari sarebbero facilmente vulnerabili. Non è quindi da escludere completamente che Washington rinunci a difenderla.</p>
<p>L&#8217;eventualità del conflitto</p>
<p>Al di là delle dichiarazioni di Xi Jinping, la Cina non ha intenzione di invadere militarmente Taiwan nel breve termine, a meno che non sia la situazione a richiederlo. L&#8217;eccessiva predominanza di forze politiche indipendentiste sull&#8217;isola, l&#8217;eccessivo appoggio americano al governo di Taipei oppure una crescente richiesta di risoluzione della questione da parte dell’opinione pubblica cinese sono tra i fattori per cui Pechino potrebbe decidere di ricorrere alla forza prima del previsto.</p>
<p>Un’invasione militare di Taiwan, per Pechino, significherebbe ovviamente anche prepararsi a sostenerne le conseguenze: il costo umano del conflitto e le sanzioni da parte della comunità internazionale sarebbero esiziali.</p>
<p>Dal punto di vista militare, la Cina dispone di molti più mezzi e risorse rispetto a Taiwan e sulla carta, potrebbe facilmente distruggere l&#8217;isola coi suoi missili. Per quanto riguarda assumerne il controllo, però, gli stessi esperti dell’<strong>Esercito popolare di liberazione</strong> (Epl) considerano molto difficile uno sbarco di mezzi anfibi sull&#8217;isola. Oltre alle difese taiwanesi, la tempistica, le condizioni meteorologiche e il terreno sono fattori che aumentano la difficoltà dell&#8217;impresa.</p>
<p>Un&#8217;invasione dell&#8217;isola dovrebbe avvenire nei mesi di aprile e ottobre, quando le condizioni dello stretto sono favorevoli all&#8217;attraversamento dei mezzi anfibi. La preparazione di un attacco impiega mesi e Taiwan avrebbe modo e tempo di osservarne i preparativi e correre ai ripari. Anche in condizioni favorevoli, le navi cinesi sarebbero facile bersaglio per i missili di Taiwan, e l&#8217;epa sarebbe probabilmente costretto a impiegare un numero di navi tale da sopraffare in numero le difese taiwanesi.</p>
<p>Infine, raggiunte le coste, prima di stabilire una testa di ponte l&#8217;Epl dovrebbe poi affrontare le truppe di terra taiwanesi, che potrebbero essere in grado di resistere per mesi, il tempo necessario per permettere agli Usa di intervenire.</p>
<p>Al di là delle speculazioni strategiche, le posizioni degli esperti concordano sul ritenere improbabile un imminente attacco cinese a Taiwan. Dovendo considerare l’ipotesi di una guerra su media scala con gli Stati Uniti, è più facile che Pechino intenda prima portare a compimento l’ammodernamento delle sue forze armate e che quindi, in mancanza di una soluzione pacifica o di un evento tra quelli di cui sopra, una tale impresa avrebbe maggiori probabilità di verificarsi tra una decina d’anni.</p>

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		<title>Bin Salman vola in Cina: sul piatto gli accordi economici con Xi</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Feb 2019 09:51:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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<p>Cresce l&#8217;attesa per l&#8217;incontro tra Xi Jinping e Mohammed bin Salman. Il principe ereditario dell&#8217;Arabia Saudita visiterà la Cina dove incontrerà il suo omologo cinese e il vicepremier Han Zheng. Ad annunciarlo il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Geng Shuang. Ma cosa nasconde il viaggio di bin Salman in Asia? Due sono gli obiettivi &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/bin-salman-vola-cina-sul-piatto-gli-accordi-economici-xi.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1457" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/LP_8970675-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/LP_8970675-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/LP_8970675-1-300x228.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/LP_8970675-1-768x583.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/LP_8970675-1-1024x777.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p style="text-align: justify">Cresce l&#8217;attesa per l&#8217;incontro tra <strong>Xi Jinping</strong> e <strong>Mohammed bin Salman</strong>. Il principe ereditario dell&#8217;Arabia Saudita visiterà la Cina dove incontrerà il suo omologo cinese e il vicepremier Han Zheng. Ad annunciarlo il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Geng Shuang. Ma cosa nasconde <a style="color: #0000ff" href="https://www.france24.com/en/20190217-saudi-arabia-crown-prince-asia-pakistan-india-china-rivalry">il viaggio di bin Salman in Asia</a>? Due sono gli obiettivi del già vice primo ministro e ministro della Difesa del Regno Saudita: rafforzare i rapporti diplomatici con i Paesi asiatici, ma soprattutto firmare convenienti accordi economici.</p>
<p>Il viaggio di Bin Salman in Asia</p>
<p>Bin Salman toccherà diversi Stati, tra cui Pakistan, Malaysia, Indonesia, India e Cina. Il principe sarà a Pechino per due giorni, i prossimi 21 e 22 febbraio. Nell&#8217;occasione sarà ricevuto da Xi Jinping in persona. Sul tavolo ci saranno diversi argomenti. Il Dragone, negli ultimi anni, ha infatti intensificato il partenariato strategico con l&#8217;Arabia Saudita, la fiducia è cresciuta ed entrambi gli Stati hanno raggiunti risultati importanti. I settori chiave sono quelli energetico, delle infrastrutture, spaziale e satellitare. Mentre la Cina offre le sue conoscenze in materie tecnologiche e la sua capacità di inglobare nuovi partner nel progetto della Nuova via della Seta, gli altri Stati ricambiano come possono. Nel caso dell&#8217;Arabia Saudita, Riad mette sul piatto petrolio e fonti energetiche.</p>
<p>Rafforzare la relazione tra Pechino e Riad</p>
<p>Pechino sottolinea sempre la natura del rapporto che instaura con gli altri paesi, un rapporto<em> win to win</em>, dove tutti ci guadagnano e nessuno viene assoggettato alla Cina. La realtà è ben diversa, visto che molti stati sono rimasti intrappolati dal debito con il Dragone. L&#8217;Arabia Saudita al momento non corre questo rischio, anche se bin Salman dovrà essere bravo a restare esattamente in mezzo a Trump e Xi Jinping. L&#8217;esponente arabo, oltre a “promuovere un maggiore sviluppo delle relazioni sino-saudite e approfondire la cooperazione sull&#8217;iniziativa Belt and Road”, firmerà anche alcuni documenti economici. Il più importante è <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="https://www.straitstimes.com/asia/south-asia/saudi-crown-prince-mohammed-bin-salman-seeks-contracts-and-allies-on-asia-tour">un pacchetto d&#8217;investimenti con il Pakistan che interessa anche alla Cina</a>. Già, perché in ballo c&#8217;è la costruzione di un complesso di raffinazione del petrolio dal valore di 10 miliardi di dollari. L&#8217;ubicazione del sito è il porto di <strong>Gwadar</strong>,<a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.occhidellaguerra.it/problemi-cina-pakistan-incideranno-sulla-nuova-via-della-seta/"> da tempo in mani cinesi e sbocco strategico del Corrodio Economico Cina-Pakistan</a>.</p>
<p>Arabia Saudita 2030 e Nuova via della Seta</p>
<p>In ballo, dunque, ci sono progetti giganteschi. <a href="https://www.scmp.com/news/china/diplomacy/article/2175920/chinese-president-xi-jinping-offers-support-saudi-crown-prince">Xi Jinping aveva già incontrato bin Salman a margine del G20 dello scorso dicembre in Argentina</a>. Nell&#8217;occasione la Cina aveva sostenuto l&#8217;Arabia Saudita nel suo piano di riforme economiche e sociali, tralasciando la vicenda Khashoggi. Pechino punta a interagire la sua <strong>Nuova via della Seta</strong> con Riyad, scambiando infrastrutture con petrolio. Ma il Dragone potrebbe aiutare l&#8217;Arabia Saudita anche nel piano <strong>Arabia Saudita 2030</strong>. L&#8217;idea del paese del Golfo è quello di diversificare la propria economia, staccandola dal petrolio. Come fare? La risposta, o almeno qualche idea, potrebbe arrivare dalla Cina. Che sarebbe ben lieta di offrire una sorta di integrazione del progetto saudita con la <a href="http://www.occhidellaguerra.it/che-cose-la-nuova-via-della-seta/" target="_blank">Belt and Road Initiative</a>.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/bin-salman-vola-cina-sul-piatto-gli-accordi-economici-xi.html">Bin Salman vola in Cina: sul piatto gli accordi economici con Xi</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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