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	<title>Mogadiscio Archives - InsideOver</title>
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	<title>Mogadiscio Archives - InsideOver</title>
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		<title>La battaglia del &#8220;Pastificio&#8221;: orgoglio e sangue italiano</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/la-battaglia-del-pastificio-orgoglio-e-sangue-italiano.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Bartoccini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Jul 2020 15:06:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Esercito italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Mogadiscio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="2323" height="1673" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/LP_4373919.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/LP_4373919.jpg 2323w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/LP_4373919-300x216.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/LP_4373919-768x553.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/LP_4373919-1024x737.jpg 1024w" sizes="(max-width: 2323px) 100vw, 2323px" /></p>
<p>Nella periferia a nord di Mogadiscio, capitale della Somalia devastata da una lunga e violenta guerra civile, all&#8217;incrocio tra quella che un tempo erano via Imperiale e via 21 Ottobre, oggi rinominata &#8220;Wadada Warshadaha&#8221;, era un vecchio pastificio della Barilla. Posto in una posizione strategica, quella vecchia fabbrica abbandonata è perfetta per diventare checkpoint per i soldati &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/la-battaglia-del-pastificio-orgoglio-e-sangue-italiano.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2323" height="1673" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/LP_4373919.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/LP_4373919.jpg 2323w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/LP_4373919-300x216.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/LP_4373919-768x553.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/LP_4373919-1024x737.jpg 1024w" sizes="(max-width: 2323px) 100vw, 2323px" /></p><p>Nella periferia a nord di <strong>Mogadiscio</strong>, capitale della Somalia devastata da una lunga e violenta guerra civile, all&#8217;incrocio tra quella che un tempo erano via Imperiale e via 21 Ottobre, oggi rinominata &#8220;Wadada Warshadaha&#8221;, era un vecchio pastificio della Barilla.</p>
<p>Posto in una posizione strategica, quella vecchia fabbrica abbandonata è perfetta per diventare <em>checkpoint</em> per i soldati del contingente italiano che sono stati inviati Somalia nell&#8217;ambito dell&#8217;operazione a guida statunitense <a href="http://www.esercito.difesa.it/operazioni/operazioni_oltremare/Pagine/Somalia-UNOSOM-Ibis.aspx">Unosom II</a>: secondo intervento internazionale <a href="https://peacekeeping.un.org/sites/default/files/past/unosom2mandate.html">sancito dall&#8217;Onu</a> per tentare di alzare un &#8220;cordone di sicurezza&#8221; in grado di proteggere gli aiuti umanitari inviati per arginare, o almeno alleviare, la dilagante carestia che si è scatenata nel corso della<strong> guerra civile</strong> che si protrae tra signori della guerra somali. Il posto di blocco, data la sua posizione naturale, prende subito il nome di checkpoint &#8220;Pasta&#8221;: una di quelle cose per cui noi italiani siamo famosi nel mondo; insieme al calcio, alla &#8220;mafia e al mandolino&#8221; dicono spesso gli anglosassoni. Insieme all&#8217;arte, culla della civiltà occidentale, sostiene qualcun altro, e a buon titolo. La missione è iniziata nel giugno del 1993, e vede una sostanziale modifica nell&#8217;ambito delle regole d&#8217;ingaggio da impiegare negli scontri che si sono già consumati con le milizie somale, in particolare modo con i guerriglieri fedeli al signore della guerra <b>Mohammed Farah Hassan,</b> più noto come generale Aidid, che in somalo significa il &#8220;vittorioso&#8221;.</p>
<p>Al pastificio, come al checkpoint &#8220;Ferro&#8221; &#8211; che insieme delimitano un&#8217;area urbana di 400 x 700 metri &#8211; montano la guardia e transitano militari di carriera e soldati di naja, e chiama alle armi giovani come Pasquale Baccaro, caporale di leva al 186º Reggimento paracadutisti &#8220;Folgore&#8221;, o vede impegnato al comando delle operazioni il generale di brigata Bruno Loi.  Quella programmata per il 2 luglio 1993 dovrebbe essere una semplice missione di routine, &#8220;una passeggiata&#8221;. Il nome in codice è <strong>&#8220;Canguro 11&#8221;</strong>, e consiste nel transito di due colonne di mezzi corazzati italiani formati da carri pesanti M-60, veicoli da trasporto truppe Vcc-1 &#8220;Camillino&#8221; e alcuni blindati &#8216;Centauro&#8217; &#8211; denominati Alfa e Bravo &#8211; che devono raggiungere un&#8217;area designata dove l&#8217;intelligence aveva individuato &#8220;caposaldi del clan degli haber ghedir&#8221;, tribù del generale Aidid, e portare a termine un rastrellamento per confiscare eventuali armi nascoste nel quartiere, tutte destinate ad essere impiegate contro il contingente internazionale che ha già subito numerose imboscate.</p>
<p>Qualcosa però non va come dovrebbe andare, i soldati italiani vengono accolti da una <strong>sassaiola </strong>che impedisce il proseguimento della missione in &#8220;sicurezza&#8221; e necessiterebbe l&#8217;intervento di rinforzi. I manifestanti mostrano il corpo di una donna morta, accusando i soldati italiani di aver &#8220;aperto il fuoco&#8221; e reclamando giustizia. Data la particolare natura della missione di peacekeeping &#8211; che non ha alcun tipo di intento &#8220;offensivo&#8221; &#8211; e portato a termine il rastrellamento, l&#8217;ordine è quello di rientrare immediatamente alla base per evitare di scatenare un vespaio inutile. Ma è troppo tardi, i miliziani somali sono stati informati della presenza di militari italiani in difficoltà e tendono un&#8217;imboscata a parte della colonna Alfa che viene bersagliata dal tiro dei cecchini e dal lancio di Rpg (lanciagranate portatile anticarro, ndr), proprio in prossimità del pastificio. I miliziani di Aidid, per quanto non siano di certo tiratori scelti, sono difficili da individuare e da eliminare, perché si nascondono tra la folla e usano donne civili come scudi umani.</p>
<p>Quando un colpo di Rpg riesce ad immobilizzare uno dei veicoli blindati, un &#8220;Camillino&#8221;, si registra la prima perdita, e la necessità di mandare indietro rinforzi per mettere in salvo i feriti e recuperare i superstiti che sono rimasti isolati tra la folla e delle barricate improvvisate, mentre sulle loro teste fischiano pallottole e razzi. Gli M-60 e i Centauro che erano ormai arrivati in prossimità della base di Balad, fanno dietrofront per intervenire al Pastificio. Contestualmente agli elicotteri d&#8217;assalto A-129 Mangusta viene dato l&#8217;ordine di convergere nel luogo dove si sta consumando lo <strong>scontro</strong> per fornire supporto aereo &#8211; nonostante sia difficile individuare i miliziani somali. Nel momento più difficile dello scontro, gli equipaggi degli M-60 sopraggiunti sul luogo sono costretti ad impiegare le mitragliatrici da 12,7 mm poste in torretta, e uno dei Mangusta lancia un missile anti-carro contro un mezzo blindato catturato dai ribelli. Sarà durante l&#8217;eroico soccorso dei compagni rimasti indietro, e cecchini colpiranno e feriranno a morte altri soldati italiani che passeranno alla storia come i primi ad esser impegnati in un combattimento dalla fine della seconda guerra mondiale.</p>
<p>Evacuati i feriti, la colonna ritorna alla base. Ma sul campo rimangono tre soldati morti: il sottotenente <strong>Andrea Millevoi</strong>, reggimento Lancieri di Montebello;il sergente maggiore <strong>Stefano Paolicchi</strong>, 9º Reggimento d&#8217;assalto paracadutisti &#8220;Col Moschin&#8221;; il caporale <strong>Pasquale Baccaro</strong>, 186º Reggimento paracadutisti &#8220;Folgore&#8221;. Riceveranno tutti la Medaglia d&#8217;oro al valor militare alla memoria. Caduti in missione di pace all&#8217;estero nel rispetto degli impegno ottemperato dalle Nazioni Unite e a salvaguardia della popolazione somala che si trovava in ostaggio della guerra di interessi tra il generale Adid e quelli di Ali Mahdi Mohamed.</p>
<p>Oltre venti saranno i feriti. Tra loro erano <strong>Gianfranco Paglia</strong>, ritiratosi dal servizio con il grado di tenente colonnello, allora caporale paracadutista del 183º Reggimento &#8220;Nembo&#8221;, e Giampiero Monti, sergente maggiore paracadutista cui verrà conferita la Medaglia d&#8217;argento al valor militare. Il tenente colonnello Paglia, impegnato nell&#8217;evacuazione dell&#8217;equipaggio dei blindati rimasti colpiti dall&#8217;imboscata, venne colpito da tre pallottole &#8211; una centra la spina dorsale costringendolo per il resto della sua vita su una sedia a rotelle. Nella nota ufficiale che accompagna il conferimento dell&#8217;onorificenza concessa nel 1995, si può leggere: &#8220;Dopo aver sgomberato con il proprio veicolo corazzato alcuni militari feriti, di propria iniziativa si riportava nella zona del combattimento e, incurante dell&#8217;incessante fuoco nemico, coordinava l&#8217;azione dei propri uomini, contrastando con l&#8217;armamento di bordo l&#8217;attacco nemico. Per conferire più efficacia alla sua azione di fuoco si sporgeva con l&#8217;intero busto fuori dal mezzo esponendosi al tiro dei cecchini che lo colpivano ripetutamente. Soccorso e trasferito presso una struttura sanitaria di Mogadiscio, reagiva con sereno e virile comportamento alla notizia che le lesioni riportate gli avevano procurato menomazioni permanenti. Chiarissimo esempio di altruismo, coraggio, altissimo senso del dovere e saldezza d&#8217;animo. Mogadiscio, 2 luglio 1993&#8221;.</p>
<p>Una dimostrazione che gli italiani &#8220;brava gente&#8221;, abituati come sosteneva Churchill: &#8220;a perdere le partite di calcio come fossero guerre, e le guerre come se fossero partite di calcio&#8221;, quando sono inviati a compiere il loro dovere, a tenere la posizione e a proteggere i loro compagni, non sono secondi a nessuno, per competenza e coraggio; nella Nato e nel mondo.</p>
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		<title>La furia di Al Shabaab si riversa ancora su Mogadiscio</title>
		<link>https://it.insideover.com/terrorismo/la-furia-di-al-shabaab-si-riversa-ancora-su-mogadiscio.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Mar 2019 15:12:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
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<p>Venti ore di attacco, 29 morti ed ancora una città, quale Mogadiscio, che ripiomba nel terrore. Il nuovo colpo di Al Shabaab ricorda ancora una volta il pericolo terrorismo insito nel corno d’Africa. Il gruppo jihadista mette un’altra firma in un’altra giornata di paura e morte, così come accaduto in altri contesti ed in altre tragiche &#8230; <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/la-furia-di-al-shabaab-si-riversa-ancora-su-mogadiscio.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1620" height="1080" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9319226-1620x1080.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9319226-1620x1080.jpg 1620w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9319226-1620x1080-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9319226-1620x1080-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9319226-1620x1080-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1620px) 100vw, 1620px" /></p><p>Venti ore di attacco, 29 morti ed ancora una città, quale Mogadiscio, che ripiomba nel terrore. Il nuovo colpo di Al Shabaab ricorda ancora una volta il pericolo terrorismo insito nel corno d’Africa. Il gruppo jihadista mette un’altra firma in un’altra giornata di paura e morte, così come accaduto in altri contesti ed in altre tragiche circostanza sia in Somalia che in altri paesi quali, tra tutti, il Kenya.</p>
<h2>L’attacco di venerdì contro un importante albergo di Mogadiscio</h2>
<p>La capitale somala, al pari del presto del paese africano, prova a riprendersi. La sicurezza e la gestione della città appaiono migliorate rispetto agli ultimi anni, la vita in generale sembra meno difficile delle stagioni più nere successive alla caduta di Siad Barre ed al fallimento della missione occidentale del 1993. Ma il terrorismo di matrice jihadista continua ad imperversare, i fondamentalisti di Al Shabaab sono presenti a Mogadiscio e controllano alcune aree della Somalia. E nella giornata di venerdì danno prova della loro ferocia: un camion imbottito di tritolosi avvicina nei pressi dell’hotel Maka al Mukarama, uno dei più frequentati di Mogadiscio, facendo detonare l’esplosivo e causando già i primi gravi danni. Ma come avviene nelle dinamiche già viste in altri attacchi di Al Shabaab, la prima esplosione è solo preludio di un attacco ancora più grande.</p>
<p>In quello stesso momento infatti, uomini armati entrano dentro l’albergo ed ingaggiano una dura battaglia contro le forze di sicurezza. Uno scontro a fuoco che, come detto ad inizio articolo, dura venti lunghe ore. Sul campo, restano 29 vittime. Feriti si contano sia tra le forze dell’ordine che tra i civili. Su EuroNews, alcuni autisti di risciò recano le più vive e drammatiche testimonianze dell’accaduto. Alla fine, come dichiara lo stesso governo somalo, tutti i terroristi risultano uccisi. Ma ancora una volta il gruppo terrorista principale della regione mostra la sua capacità di colpire anche i posti ritenuti più sicuri.</p>
<h2>La storia di Al Shabaab</h2>
<p>In somalo questa parola significa “i giovani”. Ed in effetti il gruppo nasce come “costola” giovanile dell’Unione delle Corti Islamiche, formazione terrorista che nel 2006 arriva anche a prendere il potere a Mogadiscio. L’intervento congiunto di Usa ed Etiopia sradica poi il gruppo jihadista dalla capitale somala, ma la sua eredità viene presa dai giovani di Al Shabaab. Da allora è questo gruppo a rappresentare il riferimento per i terroristi del corno d’Africa. Nel 2015 i primi attacchi anche in Kenya, di recente a Nairobi Al Shabaab si rende protagonista di un attentato nella dinamica molto simile a quello registrato a Mogadiscio.</p>
<p>Il gruppo appare debilitato grazie alla riorganizzazione dell’esercito somalo ed all’aiuto della missione dell’Unione Africana, che nel paese stanzia diverse truppe. Ma al tempo stesso, la formazione jihadista è comunque ancora ben ramificata e dunque pericolosa. La sua furia terrorista è uno degli ostacoli più importanti nel processo di normalizzazione della Somalia.</p>
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		<title>Dopo l&#8217;attacco jihadista a Mogadiscio  saltano le teste degli 007 in Somalia</title>
		<link>https://it.insideover.com/terrorismo/lattacco-jihadista-mogadiscio-saltano-le-teste-degli-007-somalia.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Nov 2017 15:18:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[Al Shabaab]]></category>
		<category><![CDATA[Mogadiscio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="999" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/11/OLYCOM_20171029104232_24807089.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/11/OLYCOM_20171029104232_24807089.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/11/OLYCOM_20171029104232_24807089-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/11/OLYCOM_20171029104232_24807089-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/11/OLYCOM_20171029104232_24807089-1024x682.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>Nuovi particolari stanno emergendo in merito agli attacchi dei terroristi somali di Al Shabaab che il 29 ottobre hanno di nuovo colpito la capitale somala uccidendo 23 persone. Le azioni terroristiche sono avvenuti due settimane dopo la terrificante esplosione condotta con un camion imbottito di tritolo che ha provocato la morte di oltre 350 cittadini &#8230; <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/lattacco-jihadista-mogadiscio-saltano-le-teste-degli-007-somalia.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/lattacco-jihadista-mogadiscio-saltano-le-teste-degli-007-somalia.html">Dopo l&#8217;attacco jihadista a Mogadiscio  saltano le teste degli 007 in Somalia</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="999" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/11/OLYCOM_20171029104232_24807089.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/11/OLYCOM_20171029104232_24807089.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/11/OLYCOM_20171029104232_24807089-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/11/OLYCOM_20171029104232_24807089-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/11/OLYCOM_20171029104232_24807089-1024x682.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>Nuovi particolari stanno emergendo in merito agli attacchi dei terroristi somali di <strong>Al Shabaab</strong> che il 29 ottobre hanno di nuovo colpito la capitale somala uccidendo 23 persone. Le azioni terroristiche sono avvenuti due settimane dopo la terrificante esplosione condotta con un camion imbottito di tritolo che ha provocato la morte di oltre 350 cittadini somali.<br /> Al Shabaab sta conducendo una guerra asimmetrica ed estremamente violenta nelle vie della capitale dell&#8217;ex colonia italiana. Il terrorismo in Somalia non è mai scomparso, anzi il gruppo qaedista ha ancora sotto il suo controllo diverse zone del paese africano, però nell&#8217;ultimo periodo dei segnali di ripresa e una diminuzione della violenza nelle strade di Mogadiscio stavano facendo sperare in un lento e graduale miglioramento della situazione di uno stato che da oltre 20 anni è in balia di un conflitto totalizzante. </p>

<p>Così non è stato, anzi la violenza è tornata implacabile e con una ferocia che in poche altre occasioni si era riscontrata. Ma ad inquietare ulteriormente è il fatto che sembrano esserci dei collegamenti tra i servizi di sicurezza somali e gli islamisti. L&#8217;ultimo attacco ha infatti avuto questa dinamica: prima un&#8217;esplosione ha distrutto l&#8217;ingresso dell&#8217;hotel Nasa Hablod e poi cinque uomini di Al Shabaab, con indosso uniformi dei servizi segreti, sono entrati nell&#8217;albergo e lì hanno compiuto una carneficina. Stando inoltre a quanto dichiarato dal colonnello Ahmed Yare, gli uomini hanno mostrato agli agenti della polizia nazionale le proprie carte d&#8217;identità dove erano riportati nomi, cognomi, professione e altre informazioni e questo ha permesso loro di entrare nella struttura senza essere fermati e avere quindi poi il tempo di fare irruzione nelle singole camere e uccidere gli ospiti compresi una madre con i suoi tre bambini. </p>
<p>All&#8217;indomani della strage il parlamento e il governo somalo hanno rimosso dall&#8217;incarico il <strong>direttore della NISA</strong> (National Intelligence and Security Agency) Abdullahi Mohamed Ali e il capo della polizia il generale Abdihakim Said, probabilmente cercando con questa manovra di trasmettere fiducia nella popolazione. E in queste ore il governo del presidente Mohamed Abdullahi Mohamed è impegnato in riunioni serrata con gli ufficiali americani di stanza in Somalia. <br />Molti sono gli interrogativi e uno su tutti non trova risposta: come riuscire a frenare l&#8217;onda di violenza che sta travolgendo il Paese del Corno d&#8217;Africa? Dopo 26 anni di conflitto, carestie e signori della guerra che prima si sono combattuti gli uni contro gli altri per poi essere rimpiazzati dalle milizie islamiste, le risposte faticano ad arrivare. Certo però è che fino a quando lo stato somalo non garantirà i servizi basici a tutta la popolazione, non pagherà i dipendenti statali e le forze di sicurezza e non allontanerà la piaga endemica della corruzione, allora Al Shabaab troverà sembra delle falle attraverso cui farsi largo infettando il paese con il germe della violenza e del terrore.</p>

<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/lattacco-jihadista-mogadiscio-saltano-le-teste-degli-007-somalia.html">Dopo l&#8217;attacco jihadista a Mogadiscio  saltano le teste degli 007 in Somalia</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Il doppio attentato di Mogadiscio:  un messaggio alla politica somala</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/doppio-attentato-mogadiscio-un-messaggio-alla-politica-somala.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Oct 2017 15:16:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Al Shabaab]]></category>
		<category><![CDATA[Mogadiscio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/10/LAPRESSE_20171015000258_24638560.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/10/LAPRESSE_20171015000258_24638560.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/10/LAPRESSE_20171015000258_24638560-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/10/LAPRESSE_20171015000258_24638560-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/10/LAPRESSE_20171015000258_24638560-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>L’attentato di Mogadiscio, in Somalia, è uno dei più cruenti della storia recente africana. Sono circa 300 le vittime accertate e altrettante centinaia i feriti, di cui moltissimi in condizioni disperate. Un bagno di sangue che scuote la Somalia e che non può non essere un campanello d’allarme per tutto il Corno d’Africa. Non è &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/doppio-attentato-mogadiscio-un-messaggio-alla-politica-somala.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/10/LAPRESSE_20171015000258_24638560.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/10/LAPRESSE_20171015000258_24638560.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/10/LAPRESSE_20171015000258_24638560-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/10/LAPRESSE_20171015000258_24638560-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/10/LAPRESSE_20171015000258_24638560-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>L’attentato di <strong>Mogadiscio</strong>, in Somalia, è uno dei più cruenti della storia recente africana. Sono circa 300 le vittime accertate e altrettante centinaia i feriti, di cui moltissimi in condizioni disperate. Un bagno di sangue che scuote la Somalia e che non può non essere un campanello d’allarme per tutto il Corno d’Africa. Non è ancora arrivata una rivendicazione ufficiale. La polizia somala ha puntato il dito contro il gruppo terrorista di <strong>Al Shabaab</strong>, legato ad Al Qaeda da ormai cinque anni, e considerato l’unico gruppo terroristico in grado di colpire con una tale violenza nel paese africano. Il presidente Mohamed Abdullahi Mohamed, soprannominato Farmajò, aveva sostenuto lo scorso maggio nella conferenza internazionale sulla Somalia a Londra, che il governo di Mogadiscio avrebbe potuto sconfiggere l’organizzazione di Al Shabaab nell’arco di due anni. Previsioni ben più rosee di quanto si potesse pensare, dal momento che questo colpo del terrorismo a Mogadiscio certifica di fatto la potenza incredibile di questa organizzazione jihadista e l’incapacità del governo somalo di far fronte a un gruppo che è cresciuto in numero ed efficacia degli attacchi. Il tutto a discapito di un Paese, la Somalia, che fino a pochi mesi fa era considerata da più parti uno Stato fallito e in cui i governi locali sono praticamente delle autonomia de facto. La conferenza internazionale di Londra, in cui è stato invitato il presidente in qualità di rappresentante della Somalia, avrebbe dovuto rappresentare la fine del limbo somalo e l’inizio di una concezione del Paese come uno Stato vero e proprio e in molti avevano parlato di una “primavera somala”. Una primavera stroncata dal terrorismo soltanto dopo pochissimi mesi.</p>

<p>[Best_Wordpress_Gallery id=&#8221;742&#8243; gal_title=&#8221;Attentato Somalia&#8221;]</p>

<p><strong>Molti analisti hanno voluto vedere in questo attacco qualcosa di più di un semplice messaggio di terrore rivolto da Al Shabaab al governo centralo di Mogadiscio</strong>. Perché la Somalia, negli ultimi tempi, si è trasformata in un Paese estremamente importante nelle logiche geopolitiche del Medio Oriente e dei paesi islamici: molto più di quanto si possa immaginare. <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.fides.org/it/news/63073-AFRICA_SOMALIA_Lo_scontro_tra_Qatar_e_Arabia_Saudita_dietro_l_attentato_di_Mogadiscio#.WeXUeGi0PIW">Come ha confermato all’agenzia <em>Fides</em> Luca Puddu</a>, Senior Africa analyst, presso l’<em>Institute of Global Studies</em>, la Somalia è al centro dei giochi di guerra del Golfo Persico fra Emirati, Arabia Saudita e Qatar. Come ricordato dall’analista, il Qatar è uno dei pochi Paesi dell’area ad aver mantenuto la neutralità nei confronti dello scontro fra monarchie del Golfo e anzi, oltre ad aver lasciato libero il proprio spazio aereo per la Qatar Airlines, non va dimenticato che il presidente ha vinto le elezioni anche grazie a un ingente sostengo economico da parte dell’emirato di Doha. Il fatto che il Qatar si sia interessato alla Somalia non è casuale ovviamente, né è causale che la Turchia sia lo Stato mediorientale più impegnato nel Paese e dove ha anche un’importante base militare: più precisamente, la più grande base dell’esercito turco all’estero è proprio nei pressi di Mogadiscio.</p>

<p>Che lo scontro fra potenze del Golfo Persico s’irradi anche a livello di attentati terroristici, è un tema molto delicato, che molti analisti considerano credibile. Si tratterebbe di uno scontro asimmetrico fra potenze che utilizzano i movimenti terroristici per colpire Stati che oscillano fra il blocco saudita e quello degli alleati del Qatar. E in Somalia, questo scontro è addirittura più interessante, dal momento che esistono regioni più legate agli Emirati Arabi Uniti, come il Somaliland, e un governo centrale legato al Qatar. In questo contesto, un attacco al cuore del Paese rappresenta un messaggio ma anche un colpo alla politica del presidente rispetto a quella delle autonomie regionali.</p>
<p>La Turchia in tutto ciò è un Paese che è colpito in modo indiretto ma chiaro. <a href="http://www.occhidellaguerra.it/erdogan-conquista-la-somalia/">Il governo di Ankara ha investito da sempre nella Somalia</a>, considerata come un Paese sostanzialmente vergine rispetto a influenze estere e soprattutto in grado di avere un peso geopolitico non irrilevante con il passaggio di fondamentali tratte commerciali, oltre che con un mare molto ricco di risorse ittiche. Erdogan ha stretto con Mogadiscio un patto di fedeltà importante, che si è poi tradotto, come detto, nella costruzione della più importante base militare turca in Africa. Ma Erdogan è stato anche l’unico capo di governo a schierarsi da subito a favore del Qatar nella disputa tra le monarchie del Golfo, e anche lì la Turchia possiede una base militare fondamentale nella proiezione geopolitica turca nel mondo. Con le ultime mosse di espansione in Africa, di aiuto al Qatar e di accordi con l’Iran, la Turchia di Erdogan sta giocando un ruolo di primo piano in Medio Oriente, ma anche compiendo mosse molto poco gradite a Riad e Abu Dhabi. E la Somalia, in questo, è un anello di congiunzione importantissimo.</p>
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		<title>In prima linea in Somalia</title>
		<link>https://it.insideover.com/reportage/guerra/somalia.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Dec 2015 11:48:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Al Shabaab]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Mogadiscio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/somalia_giornale_004-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/somalia_giornale_004-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/somalia_giornale_004-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/somalia_giornale_004-1-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/somalia_giornale_004-1-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La Somalia è un paese importante per l’Italia, sia per il posizionamento nel corno d’Africa e sia per il suo passato che vede il paese africano essere amministrato da Roma fino al 1960. Per tal motivo, nel dicembre 2015 Daniele Bellocchio raggiunge Mogadiscio ed inizia il suo reportage sulle condizioni della capitale somala alle prese &#8230; <a href="https://it.insideover.com/reportage/guerra/somalia.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/somalia_giornale_004-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/somalia_giornale_004-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/somalia_giornale_004-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/somalia_giornale_004-1-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/somalia_giornale_004-1-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p><span style="font-weight: 400;">La Somalia è un paese importante per l’Italia, sia per il posizionamento nel corno d’Africa e sia per il suo passato che vede il paese africano essere amministrato da Roma fino al 1960. Per tal motivo, nel dicembre 2015 Daniele Bellocchio raggiunge Mogadiscio ed inizia il suo reportage sulle condizioni della capitale somala alle prese con la lotta contro Al Shabab. Quest’ultima è l’organizzazione islamista nata nel 2006 dopo la sconfitta militare delle Corti Islamiche. Come spiega lo stesso Bellocchio, in Somalia oggi la lotta è tra i contingenti dell’Unione Africana, che aiutano l’esercito somalo, e le milizie di Al Shabab.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nel reportage emerge anche la quotidianità di una Somalia che prova a riprendersi, dopo uno stato di perenne anarchia iniziato con la deposizione di Siad Barre nel 1991 e l’inizio di un lungo periodo contrassegnato dal dominio dei signori della guerra. La Somalia è emblema del fallimento di uno Stato e di cosa tale circostanza comporti. La capitale somala vede un continuo alternarsi, lungo le proprie strade, di palazzi diroccati e posti di blocco. Il simbolo di un paese che, anche se ora inizia a vivere condizioni di migliore sicurezza, resta ancora lontano dalla normalità.</span></p>
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		<title>Frontline Mogadiscio</title>
		<link>https://it.insideover.com/reportage/guerra/somalia/reportage-in-somalia.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Dec 2015 16:30:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Mogadiscio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/somalia_giornale_004-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/somalia_giornale_004-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/somalia_giornale_004-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/somalia_giornale_004-1-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/somalia_giornale_004-1-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>&#8220;Salam Aleikum!&#8221;, &#8220;Aleikum Salam&#8221;.&#8220;La pace sia con voi!&#8221; &#8220;Su di voi la pace&#8221;. Il funzionario aeroportuale ritira il passaporto, sfoglia le pagine con una lentezza melodrammatica, poi immerge il timbro nell&#8217;inchiostro e tatua il documento con la scritta &#8221;Repubblica federale della Somalia&#8221; e di nuovo &#8221;La pace sia con voi!&#8221;: a certe latitudini non è &#8230; <a href="https://it.insideover.com/reportage/guerra/somalia/reportage-in-somalia.html">[...]</a></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/somalia_giornale_004-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/somalia_giornale_004-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/somalia_giornale_004-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/somalia_giornale_004-1-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/somalia_giornale_004-1-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p style="text-align: left;" align="JUSTIFY"><strong>&#8220;Salam Aleikum!&#8221;, &#8220;Aleikum Salam&#8221;.</strong>&#8220;La pace sia con voi!&#8221; &#8220;Su di voi la pace&#8221;. Il funzionario aeroportuale ritira il passaporto, sfoglia le pagine con una lentezza melodrammatica, poi immerge il timbro nell&#8217;inchiostro e tatua il documento con la scritta &#8221;Repubblica federale della Somalia&#8221; e di nuovo &#8221;<i>La pace sia con voi!</i>&#8221;: a certe latitudini non è un semplice saluto, è un augurio senza convinzione, è un&#8217;estrema raccomandazione, un biglietto di sola andata per un presente che non conosce il futuro, perchè laddove la pace non esiste, la pace non ha significato. Ed è così che, all&#8217;uscita dell&#8217;aeroporto, Mogadiscio investe chi vi si affaccia con la sua violenza, la sua guerra e il suo presente di dannazione. Il vento dall&#8217;Oceano Indiano fa danzare le sabbie che si affacciano sul mare e le pieghe degli hijab delle donne volteggiano tra le folate e il salmodiare che si leva dai minareti. Ed ecco che, superato il primo check-point, si materializzano i fotogrammi della storiografia somala, che sembra aver arrestato l&#8217;incedere del tempo con i suoi miliziani, le case sventrate e i pick-up con installate le mitragliatrici. Vent&#8217;anni di conflitto civile, attori sconfitti, comparse divenute protagonisti, signori della guerra e jihadisti. La tragedia sul palcoscenico della realtà: Mogadi-show.</p>
<p align="JUSTIFY"><style>.embed-container{position:relative;padding-bottom:56.25%;height:0;overflow:hidden;max-width:100%}.embed-container iframe,.embed-container object,.embed-container embed{position:absolute;top:0;left:0;width:100%;height:100%}</style><div class="embed-container"><iframe src="https://www.youtube.com/embed/HEqXarJ_49g" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></div></p>
<p style="text-align: left;" align="JUSTIFY"> Era il 1991 quando la Somalia precipitò nel caos. Il regime di Siad Barre crollò e il Paese sprofondò in balia delle divisioni claniche e dei signori della guerra. Le due principali fazioni che si combattevano erano quelle dei War-lords, Aidid e Ali Mahdi. L&#8217;Onu e gli Stati Uniti inviarono i propri uomini nel tentativo di ripristinare la normalità nel Paese del Corno d&#8217;Africa. La missione però fallì, i contingenti internazionali si ritirarono e così l&#8217;intervento venne ricordato per i Black Hawk abbattuti e le perdite umane. La Somalia continuò quindi a vivere in preda all&#8217;anarchia armata delle milizie e una carestia falcidiò ulteriormente la popolazione. Il fallimento della nazione contaminò anche i tentativi di ricostruzione. Fu nei solchi di questo terreno di insicurezza e di mancanza di ogni forma statale che emerse l&#8217;Unione delle Corti Islamiche. E con la comparsa del gruppo islamista andò affermandosi la fazione jihadista Al Shabaab, che arrivò a imporre il suo controllo anche nella capitale, con i suoi radicati precetti: l&#8217;oscurantismo come dogmatica condotta di vita, la sharia come sola legge, la morte come custode dell&#8217;eresia.</p>
<p align="JUSTIFY"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-large wp-image-205592" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/giornale_007-1-1024x683.jpg" alt="" width="1024" height="683" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/giornale_007-1-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/giornale_007-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/giornale_007-1-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/giornale_007-1.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p style="text-align: left;" align="JUSTIFY">E così la Somalia iniziò a conoscere l&#8217;orrore degli uomini in nero, che hanno fatto dell&#8217;inesauribilità dell&#8217;odio la fede per cui uccidere e uccidersi con edonistica compiacenza. Sul campo, quindi, a scontrarsi, i guerriglieri della “Guerra Santa” contro il contingente internazionale dell&#8217;Unione Africana. Nel 2012 le truppe dell&#8217;Amisom (African Union Mission in Somalia) costrinsero gli islamisti alla ritirata da molte roccaforti, ma la guerra non terminò. Il Paese che ha visto morire 500mila persone, che conta un milione di profughi interni, e un milione sono quelli che hanno abbandonato la nazione, oggi vede infatti il perdurare dello scontro. Al Shabaab, che ora sta attraversando delle difficoltà strutturali e ha subito dure sconfitte, continua comunque a colpire, e lo fa in modo sempre più mirato. Nell&#8217;ex colonia italiana perdurano l&#8217;insicurezza dettata dal conflitto e la mancanza di servizi statali; inoltre, il governo del Presidente Hassan Sheikh Mohamdu ha fallito l&#8217;obiettivo di portare la nazione alle elezioni del 2016, ma ha accentuato i problemi legati alla corruzione e alle divisioni claniche.</p>
<p style="text-align: left;"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-large wp-image-205593" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/giornale_004-1-1-1024x683.jpg" alt="" width="1024" height="683" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/giornale_004-1-1-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/giornale_004-1-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/giornale_004-1-1-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/giornale_004-1-1.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p style="text-align: left;" align="JUSTIFY">Attraversando la città, superando via Roma e quel che resta del monumento al Milite Ignoto, ovunque è evidente la guerra. Il ventennale conflitto ha imposto le proprie stigmate: sugli edifici crivellati, nelle tende che accolgono i rifugiati accampati tra le macerie e pure nelle vite di chi trascina il corpo martoriato questuando pietà e qualche scellino. Banchi di piccole mercanzie, ragazzi scalzi che corrono tra gli incroci e odore di spezie e salsedine travolgono la capitale. Poi posti di blocco onnipresenti. Le vie del centro sono presidiate da truppe governative; agenti della polizia e un convoglio dell&#8217;Unione Africana a bloccare il transito difronte al vecchio Teatro Nazionale: è in corso un meeting governativo a Villa Somalia, l&#8217;allerta per possibili attacchi e attentati è massima e così ogni veicolo e ogni persona che percorre le strade vicine alla sede del Parlamento è scortata dallo sguardo impietoso di un kalashnikov o di una mitragliatrice. Onnipresenti psicosi e sospetto.</p>
<p align="JUSTIFY"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-large wp-image-205595" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/giornale_006-1-1-1024x683.jpg" alt="" width="1024" height="683" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/giornale_006-1-1-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/giornale_006-1-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/giornale_006-1-1-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/giornale_006-1-1.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p style="text-align: left;" align="JUSTIFY">Gli uomini che presidiano la palazzina che accoglie la redazione di Radio Kulmiye, poco distante dalla sede del governo, sono schierati davanti l&#8217;ingresso, tengono sotto tiro le vie d&#8217;accesso e, senza abbassare gli Ak47, con un cenno invitano ad entrare negli uffici. Bisogna camminare lontano dalle finestre, percorrere le scale in fretta per arrivare sino all&#8217;ultimo piano e poi sul tetto. Un uomo rivolge le sue preghiere verso Allah e da una porta sormontata dalla bandiera somala si entra nella redazione. &#8221;La Somalia sta attraversando un momento estremamente delicato. Da un lato la guerra persiste, con Al Shabaab che continua a colpire truppe governative, cronisti e soldati dell&#8217;Amisom, ma dall&#8217;altro lato la popolazione civile dà segnali tangibili della volontà di cambiamento. Noi reporter siamo in prima linea. Sia per quel che riguarda la battaglia per una cessazione del conflitto, sia perchè siamo vittime della violenza degli jihadisti che dichiarano guerra a tutti coloro che non appoggiano la loro causa&#8221;.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;" align="JUSTIFY">A parlare è Burhan Dini Farah, vice direttore dell&#8217;emittente che, seduto alla scrivania del suo ufficio, rivela un braccio amputato, sacrificio di una vita votata alla non accettazione dello sconforto e tributo alla perseveranza che trasforma l&#8217;utopia in pragmatica ragione d&#8217;essere. &#8221;Noi seguiamo in modo capillare quanto avviene a Mogadiscio e anche nel resto del Paese, avendo collaboratori in diverse città, ma questo nostro lavoro di denuncia ci ha portato a subire cinque attacchi&#8221;. I kamikaze dal 2012 ad oggi si sono fatti esplodere all&#8217;ingresso della radio, cinque i giornalisti morti e molti altri i feriti. Su uno striscione sono impressi a imperitura memoria i volti dei cronisti assassinati dai guerriglieri islamisti, ma i lavoratori della radio continuano a preparare le notizie, attendono fuori dalla sala di registrazione la messa in onda; pronto a leggere il suo servizio è anche Nur Mohamed Alì, che ha perso entrambe le gambe durante un&#8217;esplosione. &#8221;Noi viviamo continuamente minacciati e siamo consapevoli che potrebbe esserci un agguato o un nuovo attentato, ma non possiamo arrenderci. E&#8217; l&#8217;informazione il primo motore per un avvenire diverso&#8221;.</p>
<p style="text-align: left;" align="JUSTIFY">Non c&#8217;è nessuna retorica nelle parole dei giornalisti somali: tale sarebbe se proclami e imperativi di condotta non fossero anche una sentenza di morte per chi li eleva a precetto di vita. Si tratta invece di una sura laica, recitata da chi ha fatto proprio il credo che l&#8217;audacia intellettuale possa forgiare un genuino avvenire di pace.</p>
<p align="JUSTIFY"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-large wp-image-205597" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/somalia_giornale_005-1-1-1024x683.jpg" alt="" width="1024" height="683" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/somalia_giornale_005-1-1-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/somalia_giornale_005-1-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/somalia_giornale_005-1-1-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/somalia_giornale_005-1-1.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p style="text-align: left;" align="JUSTIFY">E la volontà di un cambiamento è espressa anche dai soldati dell&#8217;esercito governativo. Sono accampati al km4 ed hanno volti che rendono evidente la loro condizione di soldati dell&#8217;essenziale. Poche le armi, scarse le munizioni, sdrucite le divise e semplicistiche le ragioni del conflitto. Hanno tutti tra i 20 e i 30 anni, volontari nella scelta di arruolarsi e indifferenti alla morte: esegesi di una guerra che, come un morbo, ha infettato ogni identità. Il primo conflitto infatti che i militari stanno combattendo è quello contro la loro stessa storia.</p>
<p align="JUSTIFY"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-large wp-image-205599" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/somalia_giornale_004-2-1-1024x683.jpg" alt="" width="1024" height="683" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/somalia_giornale_004-2-1-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/somalia_giornale_004-2-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/somalia_giornale_004-2-1-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/somalia_giornale_004-2-1.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p style="text-align: left;" align="JUSTIFY">Vogliono decapitare il presente per seppellire il passato e intraprendono una battaglia per riappropriarsi di una storia che non hanno mai avuto, prigionieri di un conflitto che sembra avere loro divorato i volti e indurito i cuori. &#8221;Noi non sappiamo cosa sia la pace. Siamo nati in guerra e oggi abbiamo deciso di combatterla perchè possa finire -sono le parole del capitano Mohamed Sheick. I suoi uomini sono seduti, bevono thè e masticano qat, la pianta eccitante che non fa sentire la fame e conferisce uno stato di costante esaltazione-. Non abbiamo paura e noi vogliamo che la Somalia cessi di essere un luogo di conflitto&#8221;. Gli uomini sono indifferenti agli spari che provengono da lontano e in quella terra dove anche l&#8217;aria trasuda odio, miseria e terrore, si muovono senza timori e scrutano ogni movimento con occhi indagatori, che sembrano oltrepassare la cortina del futuro del quale loro già si sentono padroni. &#8221;Noi vinceremo, anzi abbiamo già vinto; Al Shabaab ormai è stato sconfitto, occorre solo il colpo di grazia&#8221;.</p>
<p style="text-align: left;"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-large wp-image-205600" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/somalia_giornale_006-1-1-1024x683.jpg" alt="" width="1024" height="683" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/somalia_giornale_006-1-1-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/somalia_giornale_006-1-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/somalia_giornale_006-1-1-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/somalia_giornale_006-1-1.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p style="text-align: left;" align="JUSTIFY">Pochi giorni dopo la notizia, però, di un attacco al Sahafi Hotel. Ore di combattimento tra un commando di Al Shabaab e le truppe governative appoggiate da quelle dell&#8217;Unione Afircana. Alla fine il bilancio parlerà di quindici morti. Di nuovo spari ed esplosioni a Mogadiscio, ma timidamente la morte incomincia anche ad essere esorcizzata nella capitale da chi si azzarda a improvvisare la vita. Mogadiscio infatti cavalca una dicotomia immanente: la città è sia un reticolato di zone rosse, di quartieri inaccessibili come il Bakara market, dove si annidano spie e collaboratori di Al Shabaab, ma è anche il vecchio porto e il lido dove pescatori con squali sulle spalle fanno la spola tra il molo e i banchi del mercato, famiglie passeggiano e ragazzi giocano a calcio. All&#8217;interno della città martoriata, profughi e miliziani armati si alternano ai venditori ambulanti e agli studenti che tornano da scuola; e ogni momento del quotidiano è sferzato dall&#8217;onnipresente vento che soffia dall&#8217;Oceano Indiano e che prende alle spalle la città e gonfia le vele del Paese del Corno d&#8217;Africa spingendolo verso una rotta però ancora ignota: o in direzione di un domani mai contemplato oppure alla deriva, nel baratro del dramma eterno.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/reportage/guerra/somalia/reportage-in-somalia.html">Frontline Mogadiscio</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Profughi di due guerre</title>
		<link>https://it.insideover.com/reportage/guerra/somalia/tra-i-profughi-di-due-guerre.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Dec 2015 16:25:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Al Shabaab]]></category>
		<category><![CDATA[Mogadiscio]]></category>
		<category><![CDATA[Profughi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/giornale_002.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/giornale_002.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/giornale_002-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/giornale_002-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/giornale_002-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Non è possibile sapere che rapporto Jami Fatah avesse con sua madre e quanto tempo abbia trascorso con lei e neppure quale fosse il loro legame e che attenzioni la donna avesse verso il figlio. Si può però immaginare tutto questo attraverso l&#8217;ossessione che il ricordo della mamma provoca al giovane. I pensieri del ventenne, &#8230; <a href="https://it.insideover.com/reportage/guerra/somalia/tra-i-profughi-di-due-guerre.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/giornale_002.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/giornale_002.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/giornale_002-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/giornale_002-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/giornale_002-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p style="text-align: left;" align="JUSTIFY"><div class="embed-container"><iframe src="https://www.youtube.com/embed/yeqMEzzLrgw" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></div></p>
<p style="text-align: left;" align="JUSTIFY">Non è possibile sapere che rapporto Jami Fatah avesse con sua madre e quanto tempo abbia trascorso con lei e neppure quale fosse il loro legame e che attenzioni la donna avesse verso il figlio. Si può però immaginare tutto questo attraverso l&#8217;ossessione che il ricordo della mamma provoca al giovane. I pensieri del ventenne, rivolti continuamente all&#8217; anziana donna, e una foto di lei, logorata dai continui sguardi, fanno comprendere la crudeltà della rottura di un legame primigenio e il dolore di un addio che perseguita chi per vivere è dovuto fuggire.</p>
<p style="text-align: left;" align="JUSTIFY">Abdel Fatah è yemenita, è salpato dal suo Paese a causa del conflitto che è esploso nel marzo del 2015. Trentamila civili hanno raggiunto le coste somale insieme ad Abdel e lui oggi vive nel campo profughi allestito sulla spiaggia di Mogadiscio con altre 450 persone, tutte in fuga dallo Yemen. Nel Paese della Penisola Arabica i ribelli scitii Houthi, alleati con l&#8217;ex Presidente Saleh e appoggiati dall&#8217;Iran, si fronteggiano agli uomini del Presidente Hadi, sostenuto dall&#8217;Arabia Saudita e da una coalizione del Consiglio di Cooperazione del Golfo, oltre che dall&#8217;Egitto. Intanto sta acquistando terreno anche lo jihadismo locale, con i gruppi legati ad Al Qaeda e al Daesh, e le stime dicono che in sette mesi di bombardamenti e scontri si sono registrati più di 5mila morti, 25mila feriti e le persone che hanno lasciato le case sono più di un milione.</p>
<p style="text-align: left;" align="JUSTIFY">I paradossi della tragedia hanno spinto gli yemeniti a scappare nell&#8217;unica direzione possibile, verso le coste somale. Ad accoglierli, però, un altro ventennale conflitto.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;" align="JUSTIFY">&#8221;Noi siamo arrivati in Somalia perchè era l&#8217;unica via di fuga che avevamo. Alcuni sono sbarcati nel Nord, in Puntland, altri più a Sud. Sapevamo che c&#8217;era la guerra, ma non avevamo alternative; il problema è che ora però non abbiamo possibilità di andarcene, siamo prigionieri di questa realtà&#8221;. A parlare è Tissam Abdulawit, più di 50 anni e guida nella tendopoli.</p>
<p style="text-align: left;"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-large wp-image-205607" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/giornale_003-2-1024x683.jpg" alt="" width="1024" height="683" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/giornale_003-2-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/giornale_003-2-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/giornale_003-2-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/giornale_003-2.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p style="text-align: left;" align="JUSTIFY">Il calore della terra sembra rendere gli uomini che popolano il campo un tutt&#8217;uno con le sabbie di dannazione che calpestano. In una baracca, in un silenzio di ordinario dolore, volti scavati da rughe di disperazione, ormai indelebilmente tatuate sulla pelle, osservano il braciere di un narghilè. Nessuna parola viene pronunciata da quel gruppo di rifugiati che con una passività endemica tengono gli occhi incollati al tabacco che si incendia, mentre i loro pensieri e sogni sono dati in custodia alle nuvole di fumo che si levano dalle bocche ed evadono libere dalla prigionia dello stento. In un&#8217;altra tenda, una donna ammalata di cancro agonizza tra le braccia dei cari e ognuno dei presenti nel campo porta con sè una storia tedofora d&#8217;orrore. Abdel Faith Ahmed Mahmud mostra una lettera che certifica la sua condizione di profugo e poi solleva la maglia e rivela le cicatrici delle schegge delle bombe saudite. &#8221;Sono rimasto ferito durante un bombardamento, i frammenti mi hanno investito e ho perso l&#8217;udito all&#8217;orecchio sinistro. Sono dovuto scappare. Ho attraversato il mare già una volta e sono pronto a rifarlo. Voglio arrivare in Germania, non mi fanno paura né il deserto e neppure il Mediterraneo; è l&#8217;unica salvezza che ho, perchè qui stiamo morendo lentamente&#8221;. Una moltitudine di persone sfinite dalla paura e dalla miseria racconta che mancano cibo e medicine e che non c&#8217;è nessuna sicurezza. C&#8217;è chi denuncia le incursioni di miliziani che armi in pugno e inclemenza nel petto saccheggiano l&#8217;indigenza; c&#8217;è chi è crivellato dagli attacchi di tubercolosi e striscia le gambe cercando un appiglio a cui sorreggere il corpo e poi c&#8217;è Sait Ahmed, che invita a entrare nel suo giaciglio. Lì, il riflesso arancione dei sacchetti che coprono il rifugio, colora la stamberga e in un angolo una bambina appena nata viene cullata dalla mamma. L&#8217;uomo con la ferma dignità di un padre presenta la sua famiglia, caricandosene il destino sulle spalle ormai consumate. Sait afferra un sacchetto con dentro una manciata di riso e confessa: &#8221; Non c&#8217;è il latte per la neonata, non c&#8217;è più cibo per la madre e per i miei figli. E non ci sono neppure le medicine. Ho paura per loro&#8221;. E la rassegnazione che a poco a poco sta avanzando nel campo è impressa nell&#8217;istantanea di una donna seduta sola all&#8217;ombra di una baracca. Combatte i morsi della fame mordendo con rabbia lenitiva l&#8217;orlo nero dell&#8217;hijab, con le mani allontana i nugoli di mosche e intanto i suoi occhi impassibili raccontano il trascorre di una vita in grembo alla disperazione, oltrechè una resa totale alla fatalista attesa di una tragedia irreversibile e, forse, sperata imminente.</p>
<p style="text-align: left;" align="JUSTIFY"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-large wp-image-205608" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/giornale_008-1-1024x683.jpg" alt="" width="1024" height="683" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/giornale_008-1-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/giornale_008-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/giornale_008-1-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/giornale_008-1.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p style="text-align: left;" align="JUSTIFY">A Mogadiscio la vita dei rifugiati yemeniti è speculare a quella dei profughi somali. Come un internazionalismo del bisogno, l&#8217;assenza di ogni mezzo accomuna gli ultimi della terra, abbatte confini e frontiere e arruola i dannati in un disarmato esercito della sopravvivenza. In Somalia ci sono infatti oltre un milione di rifugiati interni e un milione sono quelli che hanno abbandonato il Paese; e basta percorrere le vie che costeggiano il Lido e oltrepassare l&#8217;Arco di Trionfo italiano, che dalla tendopoli yemenita si arriva a quella di Onat, dove sono accampate oltre 700 famiglie africane.</p>
<p style="text-align: left;" align="JUSTIFY">Nei vicoli delle baracche i bambini camminano tra i rivoli d&#8217;acqua dell&#8217;ultimo acquazzone, le capre brucano tra i rifiuti e anche qui uomini e donne vivono il presente senza porsi più domande. Lo sa bene Alima, che è da 25 anni nel campo rifugiati e ha assistito da quel loggione di dolore a tutte le fasi del conflitto: &#8221;Io sono arrivata quando in città imperversava lo scontro tra Ali Mahdi e Aidid. Mi ricordo i morian (<i>milizie dei signori della guerra)</i>, combattevano e sparavano ovunque, c&#8217;ero anche quando sono sbarcati gli americani, ma loro sono andati, io invece sono rimasta. Ed ho assistito all&#8217;arrivo degli Al Shabaab, quello è stato il periodo peggiore.&#8221; La donna racconta delle incursioni degli jihadisti nei campi profughi, del marito ferito, delle donne violentate, dei bambini rapiti e poi, però, conclude: &#8221;Oggi la guerra sta diminuendo d&#8217;intensità, sembra aprirsi uno spiraglio in grado almeno di farci sperare&#8221;. Ma immediata una raffica di kalashnikov fa calare il silenzio; subito ne sopraggiunge un&#8217;altra, è scoppiata una sparatoria poco distante e all&#8217;interno della baraccopoli tutti fuggono alla ricerca di un nascondiglio. Il conflitto e le armi si riappropriano della capitale e la violenza rimane ancorata a Mogadiscio, con la veemenza di un giuramento di eterna fedeltà, pronunciato su un altare di morte.</p>
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		<title>Donne in prima linea</title>
		<link>https://it.insideover.com/reportage/guerra/somalia/somalia-4.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Dec 2015 14:22:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Al Shabaab]]></category>
		<category><![CDATA[Mogadiscio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/giornale_003-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/giornale_003-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/giornale_003-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/giornale_003-1-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/giornale_003-1-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Una luce soffusa si diffonde sotto il tendone collocato al centro del cortile. Lì, ragazzi con camicie inamidate siedono ai tavolini dove sono appoggiate narghilè che bruciano tabacco aromatizzato. Le ragazze, col velo che incornicia il volto, a gruppi, chiacchierano in disparte e gli occhi, che brillano nel buio come scimitarre contornate dal kajal, lanciano &#8230; <a href="https://it.insideover.com/reportage/guerra/somalia/somalia-4.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/giornale_003-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/giornale_003-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/giornale_003-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/giornale_003-1-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/giornale_003-1-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p style="text-align: left;" align="JUSTIFY">Una luce soffusa si diffonde sotto il tendone collocato al centro del cortile. Lì, ragazzi con camicie inamidate siedono ai tavolini dove sono appoggiate narghilè che bruciano tabacco aromatizzato. Le ragazze, col velo che incornicia il volto, a gruppi, chiacchierano in disparte e gli occhi, che brillano nel buio come scimitarre contornate dal kajal, lanciano inviti silenziosi. Poi Hassan Hassan finisce la sigaretta, sale sul palco, imbraccia l&#8217;oud (<i>strumento a corde di origine araba ndr</i>) e dalle note delle strumento a corde e dalla voce melanconica e sottile nascono parole che parlano di amore, di pene e di gioie e infondono un&#8217;irresistibile necessità nel pubblico di battere le mani e poi danzare. Tra l&#8217;odore di erbe e di incenso, tra i vapori delle tazze fumanti di thè, nel buio della notte di Mogadiscio, vanno in scena la vita, il piacere e il desiderio: sentenza capitale, ieri, resistenza alla prigionia dell&#8217;orrore oggi.</p>
<p align="JUSTIFY">Ecco il Posh Treats: Macondo in Mogadiscio, dove la speranza è divenuta tangibile grazie a Manar Moalin, una donna di 33 anni, tornata nella sua terra dopo una vita trascorsa tra Napoli, Londra e Dubai, che ha creato il primo &#8221;country club&#8221; della Somalia.</p>
<p align="JUSTIFY"><div class="embed-container"><iframe src="https://www.youtube.com/embed/jIAldvK5Smg" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></div></p>
<p align="JUSTIFY">Sono rare le macchine che circolano per le vie della capitale dopo che il sole è tramontato. Ed è attraversando i vicoli che dal centro portano al km5 che si percepisce il terrore provocato dalla guerra congiunta all&#8217;oscurità. La minaccia è ovunque, l&#8217;agguato è immaginato in ogni istante ma poi, improvvisa, una piccola via e lì, come un fortezza, il locale di Moalin.</p>
<p align="JUSTIFY">Guardie armate di kalashnikov a presidiare il desiderio di vita, una torretta e sacchi di sabbia oltre a barriere di cemento, per scongiurare eventuali attacchi con autobombe e poi, dopo la perquisizione delle vetture ecco la porta d&#8217;accesso al locale e la titolare ad accogliere gli ospiti. Eleganza, raffinatezza del velo e del trucco e il portamento fiero: così la giovane donna conduce all&#8217;interno della struttura. E racconta: &#8221;Io quando è scoppiata la guerra in Somalia, sono andata via. Faccio parte del popolo della diaspora. In fuga dalla mia terra mi sono fatta una vita tra l&#8217;Europa e Dubai, per me, però, le radici sono importantissime: posso essere ovunque nel mondo ma sarò per sempre somala&#8221;. La donna riceve una chiamata al walkie talkie, poi aggancia torna a spiegare la sua storia : &#8221;Gestivo un centro benessere a Dubai; quando ho percepito però che la situazione a Mogadiscio era più calma rispetto al passato, sono tornata qua e ho avviato il Posh Treats&#8221;. Il suo centro è un complesso che accoglie un parrucchiere, una sala massaggi, un salone per giocare a biliardo e un cortile con lo spazio concerti. E mentre è seduta a sorseggiare un thè, contempla le persone che assistono allo spettacolo e confida: &#8221;Io ho avviato tutto questo perchè la gioventù somala ha il diritto di godere della vita. Ma per farlo, per permettere ai ragazzi di essere loro stessi e di concedersi un po&#8217; di felicità, ho dovuto rinunciare alla mia, di vita&#8221;. Nella sua storia è racchiuso il dramma di una tragedia ellenica, recitata su un proscenio africano: si scorgono infatti il dolore e la privazione connaturati nell&#8217;eroe, che diviene tale per la decisione di votarsi alla propria morte per la vita altrui. Manar infatti spiega: &#8221;Io ho aperto questo posto nel gennaio del 2015 e da quel momento ho ricevuto fiumi di minacce. Non esco più da queste mura. So che se mi azzardassi a uscire, non farei più ritorno&#8221;. Intanto, mentre la proprietaria del locale confessa il suo contingente da prigioniera nel suo stesso sogno, quello che stanno vivendo i ragazzi che parlano e ballano insieme, che concepiscono il desiderio e vivono amplessi di libertà, è un puro presente d&#8217;edonismo, senza limiti e frontiere.</p>
<p align="JUSTIFY">Analoga a Manar Moalin a Mogadiscio è la storia di Lul Osman, anche lei figlia della diaspora, cinquantenne, arrivata in Italia negli anni &#8217;90 e oggi tornata nella capitale, dove ha dato vita a un&#8217;associazione che si occupa di aiutare le donne somale nello svolgere attività economiche, fiduciosa tra l&#8217;altro che la popolazione del suo Paese, mossa dalla voglia di un futuro per anni negato, possa transitare la nazione verso un avvenire di pace. Un&#8217;altra delle protagoniste femminili è Zara Mohamed Ahmed, che attraverso la sua associazione, Somali Woman Development Center, lavora ogni giorno per garantire supporto medico e legale alle donne e lei stessa, nel suo ufficio affacciato sull&#8217;Oceano Indiano, racconta: &#8221;La società femminile è la guida di questa repubblica. Sono le donne a vendere il thè ai mercati, a badare ai figli, a portare il pane in casa. Sono però anche vittime di violenze e soprusi, ma la loro tenacia le ha portate ad essere la guida, non riconosciuta, della Somalia&#8221;.</p>
<p align="JUSTIFY">E le parole di Zara sono profetiche per quello che è lo spettacolo che si presenta al Mogadishu Stadium nel quartiere di Abdel Aziz. Una folla eterogenea di persone è assiepata sugli spalti. Ci sono uomini e ragazzi, miliziani con gli Ak47 in mano e donne con i niqab. In campo, invece, si scaldano le giocatrici delle due squadre di pallamano femminile, che si stanno esercitando prima di iniziare a disputare la finale del torneo.</p>
<p align="JUSTIFY"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-large wp-image-205611" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/giornale_001-1-1-1024x683.jpg" alt="" width="1024" height="683" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/giornale_001-1-1-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/giornale_001-1-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/giornale_001-1-1-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/giornale_001-1-1.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p align="JUSTIFY">Hegen contro Gaadika, la coppa a bordo campo, i rituali di incoraggiamento e poi l&#8217; inizio del match. La cornice è un tuffo nell&#8217;incubo: ovunque sono presenti i segni dei combattimenti del ventennale conflitto, le cicatrici delle pallottole impresse sui muri, i palazzi abbattuti, che come memoriali della tragedia, circondano il centro sportivo e poi riaffiora il ricordo dell&#8217;orrore, della sharia e di quando negli stadi avvenivano le esecuzioni.</p>
<p align="JUSTIFY">Il dipinto ora è agli antipodi: c&#8217;è la speranza, la felicità dei gol, l&#8217;esultanza e le grida di gioia per la vittoria. Le urla che hanno raccontato Mogadiscio per oltre vent&#8217;anni erano di dolore, paura e morte; oggi invece, all&#8217;interno dello stadio, sono un coro di battaglia in nome della felicità. Una palla in rete, le ragazze in divisa giallo nera che corrono e si abbracciano e l&#8217;utopico domani migliore che sembra materializzarsi in quell&#8217; istante di vita che la popolazione di Mogadiscio riassapora. Ma i tre fischi pongono fine al match e a quei minuti pervasi da un lirismo di rinascita.</p>
<p align="JUSTIFY">Ricompare Mogadiscio fuori dallo stadio, i pick-up e e le milizie e le tendopoli: permane però la prova dell&#8217; audacia delle donne di Mogadiscio, che hanno reso tangibile, attraverso un sacrificio disinteressato, il sogno di una poetica di vita in grado di scalfire l&#8217;incubo di una contemporaneità non ancora libera dalla morte.</p>
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		<title>SOMALIA &#8211; LA GUERRA INFINITA</title>
		<link>https://it.insideover.com/video/somalia-la-guerra-infinita</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Dec 2015 09:34:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Mogadiscio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1280" height="720" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/maxresdefault.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/maxresdefault.jpg 1280w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/maxresdefault-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/maxresdefault-768x432.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/maxresdefault-1024x576.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/maxresdefault-334x188.jpg 334w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></p>
<p>Daniele Bellocchio da Mogadiscio, tra la paura dei terroristi di Al Shabaab e quel che rimane di un Paese martoriato da una guerra infinita</p>
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<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/video/somalia-la-guerra-infinita">SOMALIA &#8211; LA GUERRA INFINITA</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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