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	<title>Mar Rosso Archives - InsideOver</title>
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	<lastBuildDate>Wed, 04 Jun 2025 15:21:45 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Mar Rosso Archives - InsideOver</title>
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		<title>L’Eritrea e le sue nuove alleanze nel Mar Rosso con Russia, Cina e Iran</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/eritrea-e-nuove-alleanze-nel-mar-rosso-con-russia-cina-e-iran.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Umbrello]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Jun 2025 15:21:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Corno d'Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Mar Rosso]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="968" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_2025060314025129_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_393352.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_2025060314025129_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_393352.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_2025060314025129_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_393352-600x387.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_2025060314025129_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_393352-300x194.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_2025060314025129_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_393352-1024x661.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_2025060314025129_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_393352-768x496.jpg 768w" sizes="(max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>C&#8217;è un paese in Africa che da trent&#8217;anni sfida ogni previsione, sopravvivendo a guerre, sanzioni e isolamento internazionale. L&#8217;Eritrea, striscia di terra arroccata sul Mar Rosso, è oggi al centro di una silenziosa rivoluzione geopolitica che sta ridisegnando gli equilibri di una delle regioni più delicate del mondo. Questo stato africano è nuovamente sotto l&#8217;occhio &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/eritrea-e-nuove-alleanze-nel-mar-rosso-con-russia-cina-e-iran.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/eritrea-e-nuove-alleanze-nel-mar-rosso-con-russia-cina-e-iran.html">L’Eritrea e le sue nuove alleanze nel Mar Rosso con Russia, Cina e Iran</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="968" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_2025060314025129_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_393352.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_2025060314025129_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_393352.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_2025060314025129_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_393352-600x387.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_2025060314025129_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_393352-300x194.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_2025060314025129_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_393352-1024x661.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_2025060314025129_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_393352-768x496.jpg 768w" sizes="(max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>C&#8217;è un paese in Africa che da trent&#8217;anni sfida ogni previsione, sopravvivendo a guerre, sanzioni e isolamento internazionale. <a href="https://it.insideover.com/guerra/il-possibile-coinvolgimento-dell-eritrea-nel-tigray.html">L&#8217;Eritrea</a>, striscia di terra arroccata sul Mar Rosso,<strong> è oggi al centro di una silenziosa rivoluzione geopolitica</strong> che sta ridisegnando gli equilibri di una delle regioni più delicate del mondo. Questo stato africano è nuovamente sotto l&#8217;occhio attento dell&#8217;Occidente. A gennaio, per esempio, Michael Rubin dell&#8217;American Enterprise Institute (AEI), un influente think tank conservatore statunitense focalizzato sulla politica pubblica, ha chiesto un cambio di regime in quella che ha definito &#8220;la Corea del Nord d&#8217;Africa&#8221;.</p>



<p>La storia recente dell&#8217;Eritrea assomiglia a una partita a scacchi giocata su più tavoli contemporaneamente. <strong>Negli anni &#8217;90, subito dopo l&#8217;indipendenza ottenuta nel 1993, Asmara, la capitale dell&#8217;Eritrea, strinse un&#8217;alleanza tattica con Israele e Stati Uniti</strong>. La cooperazione iniziale con Washington era significativa, specialmente in relazione all&#8217;iniziativa &#8220;Front Line States&#8221; guidata dagli Stati Uniti per contenere il Sudan, allora considerato un paese sponsor del terrorismo. L&#8217;Eritrea, accusando il Sudan di aver armato la Jihad Islamica eritrea, divenne un partner chiave negli sforzi antiterrorismo regionali americani, beneficiando di aiuti militari e supporto logistico. La collaborazione rifletteva un allineamento di interessi nella stabilizzazione del Corno d&#8217;Africa, con l&#8217;Eritrea che forniva base strategica e sostegno nella lotta contro i movimenti estremisti. I centri di sorveglianza israeliane sul territorio eritreo e la collaborazione con Washington nella lotta al terrorismo facevano dell&#8217;Eritrea un avamposto occidentale nel Corno d&#8217;Africa. Ma quel matrimonio di convenienza era destinato a naufragare.</p>



<p><strong>La rottura arrivò in tre atti.</strong> Il primo fu la guerra con l&#8217;Etiopia (1998-2000) e il successivo tradimento occidentale. Durante e dopo il conflitto, gli Stati Uniti scelsero di sostenere Addis Abeba come avamposto nella nascente &#8220;Guerra al Terrore&#8221;, la campagna internazionale lanciata da Washington dopo l&#8217;11 settembre 2001 per combattere gruppi jihadisti come al-Qaeda e dissuadere gli Stati dall&#8217;ospitare terroristi. <strong>Nonostante un embargo internazionale sulle armi fosse stato imposto a entrambi i paesi, fu poi revocato per l&#8217;Etiopia nel 2006</strong>, per consentire le sue operazioni militari su larga scala in Somalia, considerate parte degli sforzi antiterrorismo a guida statunitense. Il momento decisivo fu il mancato rispetto dell&#8217;Accordo di Pace di Algeri del 2000, che aveva formalmente posto fine alla guerra. Nonostante la Commissione per la Demarcazione del Confine Eritrea-Etiopia (EEBC) avesse assegnato la contesa città di Badme all&#8217;Eritrea nel 2002, l&#8217;Etiopia si rifiutò sistematicamente di implementare la demarcazione sul terreno, mantenendo l&#8217;occupazione dei territori. Asmara accusò l&#8217;ONU e la comunità internazionale di non aver esercitato sufficiente pressione su Addis Abeba.</p>



<p>Il secondo atto della rottura fu<strong> l&#8217;espulsione dell&#8217;USAID</strong>, l&#8217;Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale, nel 2005. La decisione fu motivata ufficialmente dal desiderio dell&#8217;Eritrea di promuovere una politica di &#8220;autosufficienza&#8221; e dal disagio per le attività dell&#8217;agenzia, ma fu ampiamente interpretata come una risposta al crescente sostegno di Washington all&#8217;Etiopia, percepito come un favoritismo internazionale. Nonostante questo isolamento diplomatico e le tensioni, l&#8217;Eritrea tentò comunque un riavvicinamento con gli USA, offrendo di ospitare una base statunitense e persino inviando truppe in Iraq, mostrando una strategia di politica estera tanto pragmatica quanto contraddittoria.</p>



<p>Il terzo atto furono<strong> le sanzioni ONU del 2009</strong>, imposte per il mancato ritiro delle truppe eritree da Gibuti e per il presunto sostegno ad al-Shabaab, il gruppo jihadista somalo affiliato ad al-Qaeda, protagonista di attentati e destabilizzazione nel Corno d’Africa. Le sanzioni persistettero anche dopo che l’Eritrea cessò tale sostegno e si ritirò, spingendo definitivamente Asmara verso nuovi alleati.</p>



<p>Oggi quel processo di riallineamento è quasi completo. Mentre Washington fatica a mantenere il controllo della sua base a Gibuti, dove la Cina ha costruito la sua prima installazione militare oltremare operativa dal 2017, con regolari esercitazioni congiunte tra le forze cinesi e gibutiane, <strong>l&#8217;Eritrea è diventata un hub centrale per le potenze eurasiatiche</strong>. Il suo riposizionamento va inserito in una prospettiva regionale più ampia, nella quale, per esempio, il Sudan starebbe consentendo l&#8217;accesso militare russo e iraniano a Port Sudan. Per la Russia, si sono consolidati accordi per l&#8217;istituzione di una base navale logistica che permetterebbe lo stazionamento di navi, comprese quelle a propulsione nucleare. L&#8217;Iran, dal canto suo, ha fornito armi, in particolare droni, alle Forze Armate Sudanesi tramite Port Sudan e ha espresso un forte interesse a stabilire una presenza navale stabile nel Mar Rosso, sebbene un accordo per una base permanente non sia ancora ufficialmente confermato.</p>



<p><strong>I numeri tra Eritrea e le nuove potenze parlano chiaro.</strong> Pechino rappresenta ormai un terzo delle importazioni e due terzi delle esportazioni eritree, con investimenti miliardari nel settore minerario. Un accordo del 2021 ha portato l&#8217;Eritrea a far parte della Belt and Road Initiative (BRI). La Russia, dopo aver stretto accordi navali con il Sudan, ha iniziato a utilizzare il porto di Massaua. L&#8217;Eritrea ha inoltre raddoppiato il suo impegno, diventando uno dei soli cinque paesi ad opporsi alla risoluzione ONU del 2022 che condanna l&#8217;invasione russa dell&#8217;Ucraina, e nel gennaio 2023 il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha visitato Asmara. Il cambiamento più rilevante, tuttavia, risiede nei rinnovati legami di Asmara con Teheran. L&#8217;Eritrea, che un tempo aveva schierato truppe contro Ansarallah (Yemen), ora si rifiuta di condannare il blocco del Mar Rosso. Nel 2024, il ministro degli Esteri eritreo Osman Saleh ha partecipato all&#8217;insediamento del presidente iraniano Masoud Pezeshkian, e quando Tel Aviv ha assassinato il leader di Hamas Ismail Haniyeh durante la cerimonia, l&#8217;Eritrea ha condannato l&#8217;attacco.</p>



<p>È la posizione geografica a fare dell&#8217;Eritrea un premio ambito. Il porto di Assab, che negli anni della guerra yemenita servì come base logistica per gli Emirati Arabi Uniti, potrebbe presto trasformarsi in un avamposto iraniano.<strong> Isolata dalle sanzioni, Asmara si era già rivolta a Teheran in passato, sostenendo il programma nucleare</strong> civile iraniano e concedendo al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) l&#8217;accesso a Port Assab. Ciò aveva consentito all&#8217;Iran di monitorare i movimenti navali occidentali e, a quanto pare, aveva fornito all&#8217;Eritrea sostegno finanziario. Curiosamente, nel recente passato, l&#8217;Eritrea ha continuato a corteggiare Israele in silenzio. Nel 2012, il think tank Stratfor ha confermato che Tel Aviv gestiva strutture di sorveglianza in Eritrea, a cui si è aggiunta una seconda base nel 2016 per monitorare il movimento di Ansarallah in Yemen. Ma la guerra del 2015 contro lo Yemen, guidata da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, ha visto l&#8217;Eritrea interrompere i legami con l&#8217;Iran, schierandosi invece con gli Emirati Arabi Uniti contro il governo di resistenza di Sana&#8217;a. Assab è diventata un hub logistico e l&#8217;Eritrea ha persino schierato 400 soldati, contribuendo ai progressi degli Emirati sul campo di battaglia, prima che questi ultimi abbandonassero l&#8217;Eritrea nel 2021. Se Teheran riuscisse a ristabilire una presenza stabile ad Assab, l&#8217;Iran avrebbe in mano le chiavi dello stretto di Bab el-Mandeb, arteria vitale per il commercio globale, e sarebbe in grado di supportare Ansarallah da entrambe le sponde del Mar Rosso e accelerare i trasferimenti di armi ai gruppi di resistenza palestinese. L&#8217;Eritrea potrebbe tornare a essere un trampolino di lancio regionale, questa volta non per Abu Dhabi, ma per le ambizioni strategiche di Teheran.</p>



<p>Non sorprende che questa prospettiva abbia scatenato reazioni in Occidente. <strong>Gli attacchi mediatici si sono moltiplicati</strong>, da quello di Michael Rubin dell&#8217;American Enterprise Institute, che invoca i diritti umani prima di accusare l&#8217;Eritrea di minacciare gli ex alleati degli Stati Uniti, alle <a href="https://www.haaretz.com/world-news/2025-01-16/ty-article/.premium/eritrea-has-become-irans-proxy-and-a-strategic-threat-to-israel-and-the-u-s/00000194-6bae-ddc5-abd7-fbff30e60000">accuse </a>del giornale israeliano Haaretz, il cui articolo &#8220;L&#8217;Eritrea è diventata un&#8217;agenzia dell&#8217;Iran e una minaccia strategica per Israele e gli Stati Uniti&#8221; ha provocato la reazione del governo eritreo, che ha definito le sue affermazioni radicali, provocatorie e anche profondamente fuorvianti. La retorica ricorda da vicino quella usata contro l&#8217;Iraq prima dell&#8217;invasione del 2003, con la stessa miscela esplosiva di moralismo e interessi strategici. Questa narrazione, che arriva a paragonare Afwerki, il leader eritreo al potere dal 1993, accusato da anni di autoritarismo e repressione interna, a Saddam Hussein, prepara il terreno per l&#8217;intervento.</p>



<p>La differenza è che questa volta l&#8217;obiettivo è più difficile da colpire. A differenza di altri attori regionali con istituzioni fragili, l&#8217;Eritrea mantiene un apparato statale centralizzato e con forze armate ben consolidate. Dopo trent&#8217;anni di isolamento, ha sviluppato una resilienza unica nel continente africano, che passa da un’economia autarchica, un esercito disciplinato, e una popolazione abituata alla resistenza. Un cambio di regime forzato rischierebbe di scatenare un caos paragonabile a quello libico, con l&#8217;aggravante di coinvolgere direttamente le potenze nucleari che oggi sostengono Asmara.</p>



<p>Eppure la pressione continua ad aumentare da più fronti. <strong>Gli Stati Uniti hanno reintrodotto le sanzioni </strong>nel 2021, ufficialmente per il ruolo dell&#8217;Eritrea nella guerra del Tigray. Contemporaneamente,<strong> Israele ha inasprito la sua posizione</strong>, chiudendo nel 2022 l&#8217;ambasciata ad Asmara e approvando una legge che prevede l&#8217;espulsione dei migranti eritrei accusati di sostenere il governo. A completare questo scenario, si sono aggiunte le esercitazioni militari congiunte tra Stati Uniti ed Etiopia, seguite ai colloqui per rafforzare i legami tra Israele e Addis Abeba. Tutti elementi che dimostrano come la partita si stia surriscaldando. Nel frattempo, l&#8217;Eritrea replica con una strategia multilivello che prevede sostegno alla Russia sul conflitto ucraino, neutralità di fatto sul blocco houthi del Mar Rosso, e intese economiche con la Cina nel settore minerario.</p>



<p>Quello che sta accadendo nel Corno d&#8217;Africa va oltre la semplice competizione per basi militari e rotte commerciali. Rappresenta piuttosto uno scontro tra due diverse concezioni geopolitiche come l&#8217;ordine unipolare a guida americana, che mostra sempre più crepe nella sua egemonia, e l&#8217;alternativa multipolare avanzata con crescente determinazione da Pechino e Mosca. Nello stesso momento in cui l&#8217;Asse della Resistenza in Asia occidentale, sostenuto dall&#8217;Iran, inizia a riprendersi da una serie di battute d&#8217;arresto, la presa di Washington si allenta. Gibuti, facendo perdere&nbsp;libertà operativa, ha bloccato i raid aerei statunitensi su Ansarallah e spinto gli americano a lanciare l&#8217;idea di <a href="https://it.insideover.com/politica/il-somaliland-e-lassedio-delle-grandi-potenze.html">riconoscere la regione separatista del Somaliland</a> e di stabilirvi una base, dimostrando progressiva erosione mentre le sue opzioni sul Mar Rosso si riducono.</p>



<p>Il nuovo assetto di potere genera interrogativi cruciali. Fino a che punto spingerà l&#8217;Occidente per riconquistare terreno? E, soprattutto, possiede realmente i mezzi per aprire un nuovo fronte in un&#8217;area già allo stremo? I think tank americani continuano a teorizzare cambi di regime, mentre le potenze eurasiatiche stanno già redigendo il prossimo capitolo. La loro visione coinvolge l&#8217;Eritrea, che nel frattempo è passata da semplice pedina a attore decisivo, capace di influenzare gli equilibri regionali.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/eritrea-e-nuove-alleanze-nel-mar-rosso-con-russia-cina-e-iran.html">L’Eritrea e le sue nuove alleanze nel Mar Rosso con Russia, Cina e Iran</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Dallo Yemen all&#8217;Egitto all&#8217;Iran: così la Cina ha blindato il Mar Rosso per i suoi commerci</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/dallo-yemen-allegitto-alliran-cosi-la-cina-ha-blindato-il-mar-rosso-per-i-suoi-commerci.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Federico Giuliani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 May 2025 04:33:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[houthi]]></category>
		<category><![CDATA[Mar Rosso]]></category>
		<category><![CDATA[navi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/OVERCOME_20250513152419891_80423d6f1290b63480dff86da57fc62a.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/OVERCOME_20250513152419891_80423d6f1290b63480dff86da57fc62a.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/OVERCOME_20250513152419891_80423d6f1290b63480dff86da57fc62a-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/OVERCOME_20250513152419891_80423d6f1290b63480dff86da57fc62a-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/OVERCOME_20250513152419891_80423d6f1290b63480dff86da57fc62a-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/OVERCOME_20250513152419891_80423d6f1290b63480dff86da57fc62a-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/OVERCOME_20250513152419891_80423d6f1290b63480dff86da57fc62a-1536x1024.jpg 1536w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p> La Cina ha da tempo incrementato la propria presenza in tutto il Medio Oriente anche se negli ultimi mesi gli sforzi di Pechino sembrano concentrarsi nella regione del Mar Rosso. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/dallo-yemen-allegitto-alliran-cosi-la-cina-ha-blindato-il-mar-rosso-per-i-suoi-commerci.html">Dallo Yemen all&#8217;Egitto all&#8217;Iran: così la Cina ha blindato il Mar Rosso per i suoi commerci</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/OVERCOME_20250513152419891_80423d6f1290b63480dff86da57fc62a.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/OVERCOME_20250513152419891_80423d6f1290b63480dff86da57fc62a.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/OVERCOME_20250513152419891_80423d6f1290b63480dff86da57fc62a-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/OVERCOME_20250513152419891_80423d6f1290b63480dff86da57fc62a-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/OVERCOME_20250513152419891_80423d6f1290b63480dff86da57fc62a-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/OVERCOME_20250513152419891_80423d6f1290b63480dff86da57fc62a-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/OVERCOME_20250513152419891_80423d6f1290b63480dff86da57fc62a-1536x1024.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Le <a href="https://it.insideover.com/difesa/manovre-militari-e-altri-affari-perche-legitto-e-il-nuovo-amico-della-cina.html">esercitazioni militari con l&#8217;Egitto</a>, l&#8217;aumento degli <a href="https://it.insideover.com/tecnologia/cosi-la-cina-punta-sul-marocco-per-esportare-le-sue-auto-in-europa.html">investimenti in Marocco</a>, lo <a href="https://it.insideover.com/tecnologia/medio-oriente-e-nord-africa-il-laboratorio-hi-tech-della-cina.html">sviluppo hi-tech </a>di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. E ancora: il rafforzamento dei rapporti economici con l&#8217;Iran e il crescente sostegno diplomatico allo <strong>Yemen</strong>. La <strong>Cina </strong>ha da tempo incrementato la propria presenza in tutto il <strong>Medio Oriente</strong> anche se negli ultimi mesi gli sforzi di Pechino sembrano concentrarsi nella regione del <strong>Mar Rosso</strong>. </p>



<p>Da qui, infatti, si snoda una <strong>rotta commerciale marittima</strong> preziosissima per gli affari del Dragone (e del mondo intero). Ogni anno circa 120 miliardi di dollari di importazioni e 160 miliardi di esportazioni cinesi transitano attraverso lo <strong>Stretto di Bab el-Mandeb</strong>, una via d&#8217;acqua cruciale che collega l&#8217;<strong>Oceano Indiano</strong> al <strong>Mar Rosso</strong> e, tramite il <strong>Canale di Suez</strong>, al <strong>Mediterraneo</strong>. </p>



<p>Parliamo di circa il 10% del commercio marittimo totale della Cina, e dunque si capisce perché il gigante asiatico abbia lavorato molto per blindare quest&#8217;area. A maggior ragione adesso, in concomitanza con l&#8217;aumento delle attività militari degli <strong>Houthi </strong>proprio nel Mar Rosso contro le navi ritenute dal gruppo yemenita come collegate a Israele, agli Stati Uniti o ai loro alleati. </p>



<p>Il risultato? Le imbarcazioni occidentali che passano da queste parti rischiano di essere attaccate da droni e missili Houthi. Quelle cinesi, invece, transitano più o meno in tranquillità.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/04/OVERCOME_20250403160310636_c2e454d5903d4ba5e79c124f9183d771-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-463577" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/04/OVERCOME_20250403160310636_c2e454d5903d4ba5e79c124f9183d771-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/04/OVERCOME_20250403160310636_c2e454d5903d4ba5e79c124f9183d771-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/04/OVERCOME_20250403160310636_c2e454d5903d4ba5e79c124f9183d771-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/04/OVERCOME_20250403160310636_c2e454d5903d4ba5e79c124f9183d771-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/04/OVERCOME_20250403160310636_c2e454d5903d4ba5e79c124f9183d771-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/04/OVERCOME_20250403160310636_c2e454d5903d4ba5e79c124f9183d771.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La diplomazia cinese del Mar Rosso</strong></h2>



<p>Mentre gli <strong>Stati Uniti</strong> colpivano con sanzioni (e raid aerei) gli Houthi, i cinesi si sarebbero coordinati con il gruppo yemenita per far sì che le loro navi non si trasformassero in bersagli. Questa specie di patto &#8211; si dice &#8211; sarebbe stato formalizzato in seguito ad approfonditi <strong>colloqui diplomatici</strong> tra le due parti andati in scena in Oman e culminati con garanzie di passaggio sicuro delle imbarcazioni del Dragone attraverso il Mar Rosso. </p>



<p>Non è un caso che l&#8217;agenzia di stampa cinese <em>Xinhua </em>abbia descritto la crisi Usa-Houthi come una rivelazione dell'&#8221;impotenza degli Stati Uniti&#8221; contro &#8220;oppositori non tradizionali come gli Houthi&#8221;, sostenendo che l&#8217;intervento militare di Washington in Yemen avrebbe &#8220;solo innescato ulteriore resistenza&#8221; e messo in luce &#8220;il declino dell&#8217;influenza economica statunitense e la graduale disintegrazione del suo sistema di alleanze&#8221;. </p>



<p>Dietro questa retorica, ha avvisato il think tank <em>Atlantic Council</em>, si celerebbe la vera intenzione di Pechino: quella di <strong>preservare la libertà di movimento in questo corridoio marittimo.</strong> Pare che la diplomazia della Cina abbia portato frutti, almeno a giudicare dal crollo del traffico complessivo attraverso il Mar Rosso (-70% dall&#8217;inizio degli attacchi in Yemen) e dal parallelo aumento della quota di tonnellaggio legato alla Cina.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="667" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/09/OVERCOME_20240911234822168_c6c8106d2c4278d2cf3003064a5e2724-1024x667.jpg" alt="Yemen" class="wp-image-435887" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/09/OVERCOME_20240911234822168_c6c8106d2c4278d2cf3003064a5e2724-1024x667.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/09/OVERCOME_20240911234822168_c6c8106d2c4278d2cf3003064a5e2724-600x391.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/09/OVERCOME_20240911234822168_c6c8106d2c4278d2cf3003064a5e2724-300x195.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/09/OVERCOME_20240911234822168_c6c8106d2c4278d2cf3003064a5e2724-768x500.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/09/OVERCOME_20240911234822168_c6c8106d2c4278d2cf3003064a5e2724-1536x1000.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/09/OVERCOME_20240911234822168_c6c8106d2c4278d2cf3003064a5e2724.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Il tanker greco Sounion colpito dagli Houthi nel Mar Rosso.</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>L&#8217;agenda strategica di Pechino</strong></h2>



<p>Lo stesso <em>Atlantic Council</em> denuncia come il movimento Houthi stia operando &#8220;con tecnologia satellitare cinese&#8221; e lanci attacchi &#8220;utilizzando sistemi di guida costruiti con componenti elettronici cinesi&#8221;. &#8220;Washington può sanzionare singole aziende, ma a meno che non affronti la <strong>relazione triangolare</strong> tra Cina, Iran e delegati regionali, si troverà sempre a dover rincorrere le navi cinesi mentre continuano a navigare in acque contese in relativa sicurezza&#8221;, ha sintetizzato il think tank. </p>



<p><strong>Sarebbe un errore pensare che la Cina &#8220;tifi&#8221; per una parte in causa.</strong> È sbagliato anche pensare che Pechino supporti gli Houthi, nonostante il trattamento che il gruppo riserva alle navi occidentali vada a vantaggio delle imbarcazioni cinesi. È invece corretto concentrarsi sul <strong>pragmatismo </strong>messo in campo dal Dragone nell&#8217;intero Medio Oriente, ancor più nelle aree limitrofe al Mar Rosso.</p>



<p>Nel 2013, per esempio, l&#8217;allora presidente yemenita <strong>Abd-Rabbu Mansour Hadi</strong> (acerrimo nemico degli Houthi), tornando da un viaggio oltre la Muraglia, dichiarava che la Cina avrebbe costruito centrali elettriche nello Yemen con una capacità di produzione complessiva di 5.000 megawatt e che avrebbe ampliato i principali porti container del Paese arabo. </p>



<p>Per quanto riguarda l&#8217;<strong>Iran</strong>, nel 2021 Pechino e Teheran hanno firmato un accordo strategico di 25 anni, mirato a consolidare le relazioni bilaterali in vari settori. Pochi giorni fa, invece, <em>Mind Press</em> ha rilanciato l&#8217;indiscrezione secondo cui la Cina si sarebbe impegnata ad aiutare lo Yemen a ricostruire l&#8217;<strong>aeroporto internazionale di Sana&#8217;a </strong>e <strong>il porto di Hodeidah</strong>, entrambi danneggiati dagli ultimi raid israeliani. Si tratterebbe di un altro passo diplomatico in più per blindare ulteriormente il Mar Rosso.</p>



<p><strong><em>La grande politica internazionale a volte può sembrare impossibile da capire. Ma col tuo aiuto e il mio lavoro ce la possiamo fare. Resta con noi, aiutaci nell&#8217;impresa di mettere un po&#8217; d&#8217;ordine in questo mondo. <a href="https://it.insideover.com/abbonamenti-standard">Diventa uno di noi, entra in InsideOver!</a></em></strong></p>



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<div class="embed-responsive embed-responsive-16by9"><iframe loading="lazy" title="Israel attacks Yemen&#039;s capital, multiple air strikes hit Sanaa International Airport" width="500" height="281" src="https://www.youtube-nocookie.com/embed/vchmv-8vPNc?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div><script>ga("set", "video_embed", "youtube_vchmv-8vPNc");</script>
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		<title>La Somalia al centro del grande gioco africano di Erdogan</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/la-somalia-al-centro-del-grande-gioco-africano-di-erdogan.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Gagliano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Mar 2025 08:05:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Corno d'Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Mar Rosso]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="660" height="438" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/ECUVMtFXkAEnH0h.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/ECUVMtFXkAEnH0h.jpg 660w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/ECUVMtFXkAEnH0h-600x398.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/ECUVMtFXkAEnH0h-300x199.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 660px) 100vw, 660px" /></p>
<p>La Somalia occupa un posto chiave nella strategia africana della Turchia. Situata nel Corno d’Africa, lungo rotte commerciali vitali e ricca di risorse marittime, attira da anni l’interesse di Ankara. Il legame turco-somalo moderno nasce in un momento simbolico: nel 2011 Recep Tayyip Erdoğan, allora primo ministro turco, visitò Mogadiscio nel pieno di una devastante &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/la-somalia-al-centro-del-grande-gioco-africano-di-erdogan.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="660" height="438" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/ECUVMtFXkAEnH0h.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/ECUVMtFXkAEnH0h.jpg 660w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/ECUVMtFXkAEnH0h-600x398.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/ECUVMtFXkAEnH0h-300x199.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 660px) 100vw, 660px" /></p>
<p>La Somalia occupa un posto chiave nella strategia<a href="https://it.insideover.com/energia/turchia-giocando-sul-gas-russo-lequilibrista-erdogan-si-siede-al-tavolo-dei-grandi.html"> africana della Turchia.</a> Situata nel Corno d’Africa, lungo rotte commerciali vitali e ricca di risorse marittime, attira da anni l’interesse di Ankara. Il legame turco-somalo moderno nasce in un momento simbolico: nel 2011 Recep Tayyip Erdoğan, allora primo ministro turco, visitò Mogadiscio nel pieno di una devastante carestia. Fu il primo leader non africano a mettere piede in Somalia dopo decenni di conflitti, portando aiuti umanitari e attenzione internazionale. Quella visita, all’epoca presentata come gesto umanitario disinteressato, ha gettato le basi per una partnership che nel tempo è divenuta sempre più strategica e pragmatica.</p>



<p>Da&nbsp;<strong>“Anno dell’Africa”</strong>&nbsp;proclamato dalla Turchia nel 2005 ai giorni nostri, Ankara ha coltivato rapporti con molti Paesi africani, ma la Somalia spicca come caso esemplare. In poco più di un decennio, la Turchia è passata dall’essere un amico soccorritore a un attore dominante in Somalia. Oggi Mogadiscio è il fulcro della presenza turca in Africa orientale: un laboratorio in cui si mescolano cooperazione e interessi nazionali turchi. Ripercorriamo come Ankara, con abilità e determinazione, abbia intrecciato aiuti, investimenti, forza militare e diplomazia per espandere la propria influenza somala ed africana.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>L’Infiltrazione Economica: dalla Cooperazione allo Sfruttamento</strong></h2>



<p>Subito dopo la visita del 2011, la Turchia si è presentata come partner generoso per la ricostruzione somala. Attraverso la sua agenzia di cooperazione TIKA e varie organizzazioni umanitarie, Ankara ha finanziato progetti fondamentali: ha contribuito al rifacimento dell’aeroporto internazionale Aden Adde di Mogadiscio, alla modernizzazione del porto della capitale e persino alla costruzione di importanti infrastrutture sanitarie, tra cui un grande ospedale intitolato proprio a&nbsp;<strong>Recep Tayyip Erdoğan</strong>. Nel giro di pochi anni, grazie a&nbsp;<strong>centinaia di milioni di dollari</strong>&nbsp;in aiuti e investimenti, la Turchia si è guadagnata il favore della popolazione locale e del governo somalo, proponendosi come alleato disinteressato interessato al benessere del Paese.</p>



<p>Dietro la facciata della cooperazione, però, Ankara ha progressivamente assicurato a sé un controllo diretto di segmenti strategici dell’economia somala. Aziende turche vicine al governo Erdoğan hanno ottenuto concessioni di lungo periodo&nbsp;<strong>senza gara</strong>&nbsp;per gestire le infrastrutture chiave. Il gruppo Albayrak, ad esempio, si è assicurato la gestione del porto di Mogadiscio per anni, mentre la società Favori LLC (anch’essa turca) ha preso in mano le redini dell’aeroporto internazionale. Queste concessioni, inizialmente giustificate dalla mancanza di capacità locali e dalla volontà turca di aiutare, hanno però garantito a Istanbul una posizione privilegiata sulle principali vie d’accesso della Somalia al mondo. Oltre ai profitti dalle attività portuali e aeroportuali, la presenza turca in questi snodi significa&nbsp;<strong>leverage</strong>&nbsp;politico-economico: chi controlla porti e aeroporti somali esercita un’influenza enorme sul governo di Mogadiscio. Non a caso, rapporti internazionali hanno in passato sollevato dubbi su pratiche opache legate a queste gestione – dalle&nbsp;<strong>mazzette a funzionari locali</strong>&nbsp;al riciclaggio – segno che l’“aiuto” turco ha anche un volto predatorio.</p>



<p>Parallelamente, la Turchia ha investito nell’<strong>istruzione</strong>&nbsp;come strumento di penetrazione culturale ed economica a lungo termine. Negli ultimi anni,&nbsp;<strong>molti giovani somali</strong>&nbsp;hanno ricevuto borse di studio per studiare nelle università turche. Ankara ha finanziato scuole e programmi educativi in Somalia, e dopo il 2016 (in seguito alla rottura di Erdoğan con il movimento di Gülen) ha consolidato la propria presenza educativa rilevando istituti scolastici locali. Questo significa che una nuova élite somala sta crescendo con formazione, lingua e contatti turchi. In prospettiva, medici, ingegneri, funzionari e imprenditori somali formati a Istanbul o Ankara saranno naturali alleati e partner economici della Turchia. Ciò rappresenta un investimento strategico: quella che era&nbsp;<strong>cooperazione</strong>&nbsp;educativa disinteressata si sta rivelando un modo per&nbsp;<strong>plasmare</strong>&nbsp;la futura classe dirigente somala affine agli interessi di Ankara.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La Presenza Militare: tra Addestramento e Guerra ai Terroristi</strong></h2>



<p>Sul fronte militare, la Turchia è passata da fornire sostegno a diventare attore imprescindibile per la sicurezza somala. Il simbolo più tangibile è&nbsp;<strong>Camp TURKSOM</strong>, la grande base militare inaugurata a Mogadiscio nel settembre 2017. Costata circa&nbsp;<strong>50 milioni di dollari</strong>&nbsp;e sviluppata su un’area di 400 ettari non lontano dal porto e dall’aeroporto, è la più grande installazione militare turca all’estero. In questa accademia militare all’avanguardia, istruttori turchi addestrano senza sosta le truppe somale: si stima che&nbsp;<strong>un soldato somalo su tre</strong>&nbsp;oggi abbia ricevuto formazione dalle forze armate turche. Ogni anno vengono formate centinaia di reclute e ufficiali, inclusi reparti speciali come i commandos “Gorgor” dell’esercito e le unità speciali di polizia “Haramcad”. Non è solo addestramento tecnico: la cerimonia di giuramento di alcuni reparti somali avviene sulle note dell’inno nazionale turco e in lingua turca, un segnale dell’influenza culturale oltre che militare di Ankara sulle nuove forze armate somale.</p>



<p>L’obiettivo dichiarato di questa imponente presenza addestrativa è aiutare la Somalia a combattere il terrorismo jihadista, in particolare la minaccia di <strong>al-Shabaab</strong>, il gruppo islamista affiliato ad al-Qaeda attivo dal 2006. In quest’ottica, la cooperazione militare turco-somala si è spinta oltre l’addestramento di fanteria: la Turchia ha iniziato a fornire al governo di Mogadiscio strumenti bellici avanzati, primo fra tutti i celebri droni armati <a href="https://it.insideover.com/difesa/leonardo-baykar-arriva-lintesa-sui-droni-si-apre-un-mercato-da-100-miliardi.html"><strong>Bayraktar TB2</strong>.</a> Questi velivoli senza pilota, prodotti dall’industria turca e già decisivi in altri scenari bellici (dalla Libia all’Azerbaigian), sono ora impiegati nella guerra contro al-Shabaab. Dal 2022 in poi, i TB2 hanno sorvolato i cieli somali effettuando ricognizioni e attacchi mirati contro i militanti jihadisti, cambiando gli equilibri sul campo. Per la fragile Somalia, priva di aviazione efficiente, avere a disposizione i droni turchi significa colpire i covi dei terroristi in modo rapido e preciso, riducendo la dipendenza dai raid dei partner occidentali. Ankara, da parte sua, rafforza ulteriormente il proprio ruolo: non solo forma i soldati che combattono al-Shabaab, ma fornisce anche le armi high-tech per farlo, diventando così indispensabile nella <strong>lotta al terrorismo</strong> nel Corno d’Africa. Questa strategia presenta anche un risvolto di tornaconto: la Somalia funge da vetrina per l’industria bellica turca e da banco di prova operativo per le sue dotazioni militari, consolidando la reputazione (e il mercato) dei prodotti militari turchi nel mondo. Il tutto mentre la presenza militare turca in Somalia funge da <strong>avamposto strategico</strong> in una regione cruciale, proiettando la potenza di Ankara ben oltre i propri confini.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>L’Obiettivo Energetico: il Controllo delle Risorse Somale</strong></h2>



<p>Se inizialmente l’impegno turco in Somalia poteva sembrare mosso solo da altruismo e calcolo geopolitico, col tempo è emerso chiaramente un interesse più concreto: le&nbsp;<strong>risorse energetiche</strong>&nbsp;somale. Il sottosuolo e soprattutto i fondali al largo della Somalia celano potenziali ricchezze di petrolio e gas naturale che per decenni erano rimaste inesplorate a causa di guerre e instabilità. Ankara non ha mai perso di vista questa prospettiva e ha lavorato per posizionarsi come partner privilegiato di Mogadiscio anche in questo settore.</p>



<p>Già nel&nbsp;<strong>2016</strong>&nbsp;Erdogan strappò al governo somalo un Memorandum d’Intesa per la cooperazione energetica e mineraria. Quel accordo, inizialmente rimasto sulla carta per vicissitudini politiche (il tentato golpe in Turchia nel luglio 2016 congelò molti progetti), è tornato alla ribalta negli ultimi anni. Nel gennaio&nbsp;<strong>2020</strong>, la Turchia ha ratificato quell’intesa proprio mentre la Somalia approvava una nuova legge sul petrolio e creava la&nbsp;<strong>Somali Petroleum Authority (SPA)</strong>, l’ente nazionale incaricato di gestire i contratti di esplorazione. Si è così aperta la strada a una collaborazione diretta: la compagnia petrolifera di Stato turca&nbsp;<strong>TPAO</strong>&nbsp;è stata invitata ufficialmente a condurre ricerche di idrocarburi nelle acque somale. In pratica, Ankara si è assicurata il diritto di esplorare e, in futuro, sfruttare i giacimenti offshore somali in partnership con le autorità locali.</p>



<p>Le potenzialità in gioco sono enormi. Studi geologici e indagini sismiche recenti indicano che i bacini offshore somali potrebbero contenere riserve ingentissime – si parla di cifre attorno a&nbsp;<strong>30 miliardi di barili</strong>&nbsp;di petrolio equivalenti, un tesoro energetico che farebbe gola a qualsiasi potenza. Le prime aree di esplorazione individuate coprono almeno 15 blocchi lungo la costa dell’Oceano Indiano e del Golfo di Aden. Tuttavia, queste iniziative non sono prive di implicazioni geopolitiche: alcune delle zone marine somale promettenti coincidono con aree contese da Paesi vicini. Emblematico è il caso del tratto di oceano al confine meridionale, oggetto di disputa tra Somalia e Kenya (un contenzioso approdato anche alla Corte Internazionale di Giustizia). L’ingresso della Turchia nella partita petrolifera somala ha quindi innescato l’attenzione – e la preoccupazione – di altri attori regionali, timorosi che Ankara possa acquisire un vantaggio strategico anche sull’energia nel Corno d’Africa.</p>



<p>Consapevole dell’importanza di garantire la sicurezza delle future attività estrattive, la Turchia sta sostenendo la Somalia anche nel rafforzamento della sua&nbsp;<strong>dimensione marittima</strong>. Negli ultimi anni Ankara ha avviato programmi per aiutare Mogadiscio a ricostituire una marina militare efficiente, praticamente scomparsa dopo il collasso dello Stato negli anni ’90. Consulenti turchi addestrano personale della guardia costiera somala e non è escluso che la Turchia fornisca in futuro motovedette o equipaggiamenti navali. D’altra parte la protezione delle coste somale non è solo una questione nazionale: tutela direttamente gli investimenti turchi da minacce come la pirateria (ancora presente nell’area) o possibili sabotaggi legati ai conflitti regionali. È un’estensione naturale del piano di Ankara: dopo aver messo radici a terra con basi e imprese, assicura anche il dominio dei mari intorno alla Somalia. Del resto, la stessa marina turca già incrocia regolarmente queste acque partecipando a missioni antipirateria internazionali; avere un alleato somalo ben equipaggiato significa rendere più agevole il controllo dell’intero quadrante marittimo. In definitiva, il&nbsp;<strong>“grande gioco” energetico</strong>&nbsp;somalo offre alla Turchia un duplice vantaggio: prospettive di lucro e approvvigionamento nel settore petrolifero da un lato, e dall’altro un ulteriore motivo per consolidare la propria presenza militare-strategica lungo una delle vie d’acqua più cruciali del globo.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La Diplomazia Turca: da mediatrice a regista della politica africana</strong></h2>



<p>L’azione della Turchia in Somalia non si esaurisce in economia ed esercito: Ankara ha saputo giocare anche la carta diplomatica, usando la Somalia come trampolino per accreditarsi quale&nbsp;<strong>mediatrice</strong>&nbsp;e persino “regista” di più ampie dinamiche politiche africane. La strategia turca in Africa è infatti quella di presentarsi non come una potenza ostile o neocoloniale, ma come un attore disposto a risolvere problemi, facilitare dialoghi e promuovere intese vantaggiose per tutti – una sorta di politica del “<strong>win-win</strong>” che massimizza l’influenza turca minimizzando i nemici dichiarati.</p>



<p>Nel Corno d’Africa, la Turchia ha svolto un ruolo di tessitrice diplomatica nei dossier più spinosi. Un esempio significativo è il suo coinvolgimento nella complessa partita tra il governo centrale somalo e le regioni autonome/secessioniste come il&nbsp;<strong>Somaliland</strong>. Quest’ultima, già colonia britannica autoproclamatasi indipendente dalla Somalia, è terreno di competizione tra varie potenze (si pensi agli Emirati Arabi Uniti, interessati a costruire basi a Berbera). Ankara, forte della fiducia guadagnata a Mogadiscio, si è proposta come mediatrice: ha nominato inviati speciali e ospitato colloqui per facilitare un’intesa pacifica tra Mogadiscio e Hargeisa (capitale del Somaliland), cercando di ricomporre la frattura nell’unità somala. In questo sforzo di mediazione, la Turchia ha dovuto bilanciare anche gli interessi di altri attori regionali, primo fra tutti l’Etiopia. Addis Abeba, che storicamente ha avuto rapporti altalenanti con la Somalia, oggi è un partner sia di Mogadiscio sia di Ankara (Erdogan ha coltivato ottime relazioni con il primo ministro etiope Abiy Ahmed). La Turchia dunque si è mossa con cautela, dialogando con&nbsp;<strong>Somalia ed Etiopia</strong>&nbsp;per garantire che la stabilizzazione somala avvenisse senza urtare le sensibilità etiopi. Questo atteggiamento da equilibrista ha rafforzato l’immagine di Ankara come attore capace di parlare con tutti in una regione frammentata da rivalità nazionali e claniche.</p>



<p>Le ambizioni diplomatiche turche si spingono ben oltre il Corno d’Africa. Negli ultimi anni Erdoğan ha offerto più volte i buoni uffici turchi per mediare conflitti anche lontani dalla tradizionale sfera d’influenza di Ankara. Un caso emblematico è il&nbsp;<strong>conflitto tra Rwanda e Repubblica Democratica del Congo (RDC)</strong>, esploso nuovamente a causa della ribellione armata nel Kivu (gruppo M23) e delle accuse di ingerenza reciproca tra Kigali e Kinshasa. Mentre la comunità internazionale cercava faticosamente soluzioni, la Turchia si è proposta volontariamente come mediatrice: Erdoğan, forte del suo ruolo accresciuto sulla scena internazionale, ha offerto “qualsiasi supporto necessario” per risolvere la disputa. Sebbene l’offerta turca non sia stata accolta (Kinshasa l’ha guardata con scetticismo, preferendo probabilmente mediazioni africane), il segnale politico è chiaro. Ankara vuole essere riconosciuta come&nbsp;<strong>facilitatore di pace</strong>&nbsp;anche nell’Africa centrale, mettendo un piede diplomatico in regioni dove fino a pochi anni fa non aveva alcuna presenza. Questa intraprendenza serve a migliorare l’immagine della Turchia in Africa – non solo venditore di armi o cacciatore di contratti, ma partner che aiuta a risolvere crisi – e contemporaneamente ad ampliare la rete di contatti e alleanze di Ankara nel continente.</p>



<p>La parola d’ordine della diplomazia turca in Africa è&nbsp;<strong>pragmatismo</strong>. A differenza di ex potenze coloniali o di superpotenze occidentali, la Turchia adotta un linguaggio di cooperazione paritaria: enfatizza progetti di sviluppo reciproco, investimenti infrastrutturali, scambi culturali e formazione, evitando toni moralistici o interferenze politiche esplicite negli affari interni. Questo approccio “win-win” è studiato per conquistare cuori e menti senza creare allarmi. Ankara cerca di evitare di farsi nemici diretti: intrattiene relazioni sia con governi stabili sia con quelli internazionalmente isolati, puntando sul reciproco vantaggio. Ad esempio, pur essendo alleata stretta del governo somalo, la Turchia ha mantenuto canali di dialogo con il vicino Kenya e con altri attori del Golfo, cercando di non trasformare la Somalia in un terreno di scontro aperto con le potenze rivali (come gli Emirati o l’Arabia Saudita). Allo stesso modo, in Etiopia ha sostenuto l’integrità del Paese (anche vendendo droni ad Addis Abeba durante il conflitto interno) senza però compromettere i rapporti con la Somalia o con altri vicini. Questo gioco di equilibrio richiede finezza: finora Erdoğan è riuscito a posizionare la Turchia come&nbsp;<strong>amico di tutti</strong>, o perlomeno come un player flessibile che offre collaborazione invece di schierarsi ideologicamente. È così che Ankara, partendo da missioni umanitarie e accordi bilaterali mirati, sta emergendo come&nbsp;<strong>regista silenzioso</strong>&nbsp;della politica africana, capace di muovere le proprie pedine (economiche, militari e diplomatiche) su più scacchiere continentali contemporaneamente.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Conclusione</strong></h2>



<p>L’ascesa della Turchia in Somalia è un caso di studio su come un potere di media grandezza possa estendere la propria influenza con astuzia e perseveranza. In poco più di dieci anni, Ankara ha costruito in Somalia quella che somiglia a una&nbsp;<strong>piattaforma strategica integrata</strong>: un presidio economico (porti, aeroporti, imprese, scuole), uno militare (basi, addestratori, armi) e uno politico-diplomatico (relazioni privilegiate e ruolo negoziale). Il tutto è sorretto da una narrativa di cooperazione fraterna e vantaggi reciproci, che maschera ma non cancella il fatto che la Turchia sta perseguendo spietatamente i propri interessi nazionali. Guardando al futuro, è plausibile che la presenza turca nel continente africano sia destinata ad ampliarsi ancora. La Somalia è stata il&nbsp;<strong>punto di ingresso</strong>&nbsp;ideale, grazie al contesto di fragilità estrema in cui l’aiuto turco è apparso salvifico. Ora quel modello viene adattato e replicato altrove: dalla costa del Mar Rosso (si pensi ai progetti in Sudan, poi rallentati da vicende locali) al Sahel e all’Africa subsahariana, dove Ankara sta stringendo accordi di difesa e vendendo droni a diversi governi, la “tenda” turca si allarga sotto il sole africano.</p>



<p>Questa evoluzione non passa inosservata e ha implicazioni geopolitiche rilevanti, specialmente per Paesi europei come l’Italia che hanno storicamente interessi in Africa. L’Italia, in particolare, osserva con una punta di rimpianto e preoccupazione quanto accade in Somalia: un territorio che fu sotto amministrazione italiana nel secolo scorso e dove Roma ha a lungo goduto di influenza culturale e politica, oggi vede come protagonista indiscusso un altro membro della NATO, la Turchia. Mentre l’Italia e l’Europa per anni hanno mantenuto un approccio cauto e indiretto (limitato a missioni internazionali, aiuti episodici e iniziative diplomatiche multilaterali), la Turchia ha avuto l’agilità di inserirsi direttamente, costruendo sul terreno legami che ora le potenze europee faticano a scalfire. Questo significa che, quando domani si parlerà di sfruttamento di nuovi giacimenti petroliferi somali o di programmi di ricostruzione, aziende turche potrebbero avere un vantaggio sugli operatori europei, avendo già piantato saldamente le radici nel Paese.</p>



<p>Per l’Italia e gli altri attori europei, la&nbsp;<strong>lezione somala</strong>&nbsp;è duplice. Da un lato, ignorare a lungo aree critiche come il Corno d’Africa comporta il rischio di lasciarle all’iniziativa altrui: vuoti di potere o di influenza vengono rapidamente colmati, oggi non solo dalla Cina o dalla Russia ma anche da potenze regionali ambiziose come la Turchia (o i Paesi del Golfo). Dall’altro lato, la penetrazione turca non è necessariamente irreversibile: offre spunti per una possibile cooperazione o competizione costruttiva. L’Europa potrebbe scegliere di collaborare con Ankara su obiettivi comuni in Africa, sfruttando il fatto che, in fondo, Turchia e Occidente condividono interessi come la stabilità regionale e la lotta al terrorismo. Oppure, al contrario, potrebbe decidere di rilanciare la propria presenza autonoma – ad esempio investendo di più in aiuti e commercio, o sostenendo con forza processi di sviluppo locale – per bilanciare l’influenza turca ed evitare di essere tagliata fuori dai giochi.</p>



<p>In definitiva, la robusta strategia della Turchia in Somalia e in Africa dimostra come Ankara sappia unire&nbsp;<strong>pragmatismo e visione</strong>: Erdoğan guarda al continente africano come a un terreno dove seminare influenza oggi per raccogliere vantaggi geopolitici ed economici domani. Il “Sultano” turco ha imparato a parlare la lingua dell’Africa – fatta di rispetto formale, investimenti tangibili e presenza costante – mentre altri attori sono rimasti a balbettare promesse. Somalia docet: chi vuole contare in Africa deve esserci sul campo. La Turchia c’è, e intende restarci. Starà agli altri decidere se contrastarla, affiancarla o ignorarla – sapendo che, in ogni caso, la partita africana è ormai aperta e Ankara vi gioca da protagonista.</p>
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		<title>Sudan: i piani segreti di Mosca</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/sudan-i-piani-segreti-di-mosca.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 11 Aug 2024 12:54:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Mar Rosso]]></category>
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<p>La presenza della Russia in Sudan è un esempio emblematico della sua strategia di penetrazione in Africa, evidenziando le ambiguità e i dilemmi geopolitici che caratterizzano la politica estera di Mosca nel continente. Da un lato, la Russia ha storicamente sostenuto le Forze di Supporto Rapido (RSF) sin dai tempi del regime di Omar El &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/sudan-i-piani-segreti-di-mosca.html">[...]</a></p>
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<p>La presenza della Russia in Sudan è un esempio emblematico della sua strategia di penetrazione in Africa, evidenziando le ambiguità e i dilemmi geopolitici che caratterizzano la politica estera di Mosca nel continente. Da un lato, la Russia ha storicamente sostenuto le Forze di Supporto Rapido (RSF) sin dai tempi del regime di Omar El Bashir, stipulando accordi per lo sfruttamento delle risorse aurifere in Darfur in cambio di supporto militare e protezione politica. Dall&#8217;altro, Mosca sta cercando di riavvicinarsi al governo di transizione guidato dall&#8217;esercito, con l&#8217;obiettivo di non perdere l&#8217;accesso alle vitali forniture di oro e di realizzare il progetto di una base militare sul Mar Rosso.</p>



<p>L&#8217;influenza russa in Sudan è stata costruita su due fronti: diplomatico e informale. Sul piano diplomatico, il ministro degli Esteri Sergey Lavrov ha svolto un ruolo chiave attraverso incontri bilaterali e partecipazioni a forum Russia-Africa, consolidando i legami con vari governi sudanesi. Sul piano informale, il Gruppo Wagner, ora rinominato Africa Corps, ha rappresentato l&#8217;avanguardia dell&#8217;espansione russa, fornendo supporto militare alle RSF e assicurandosi contratti per lo sfruttamento dell&#8217;oro. Questa strategia ha permesso a Mosca di stabilire una presenza significativa in Sudan, utilizzando le risorse naturali del paese per sostenere la sua economia e il suo sforzo bellico contro l&#8217;Ucraina.</p>



<p>La complessità della situazione sudanese si riflette nella duplice alleanza di Mosca. Il supporto alle RSF di Hemeti ha permesso alla Russia di mantenere un flusso costante di oro, che viene commercializzato attraverso gli Emirati Arabi Uniti, contribuendo così a finanziare le operazioni militari russe nonostante le sanzioni occidentali. Tuttavia, con lo scoppio del conflitto interno in Sudan nell&#8217;aprile 2023, la Russia ha dovuto bilanciare il suo sostegno a Hemeti con un riavvicinamento al governo di transizione guidato dal generale al-Burhan. Questo riavvicinamento è stato sottolineato dall&#8217;incontro tra Lavrov e Malik Agar, vicepresidente del Consiglio Sovrano sudanese, durante il Forum economico internazionale di San Pietroburgo nel giugno 2024.</p>



<p>La proposta di una base militare russa sul Mar Rosso rappresenta un elemento cruciale nella strategia di Mosca in Sudan. Tale base non solo rafforzerebbe la posizione militare russa nella regione, ma sarebbe anche un punto strategico per proiettare potenza nel Mar Rosso e influenzare le rotte commerciali tra Asia ed Europa. Nonostante le smentite russe sulla decisione definitiva riguardo alla base, il progetto riflette la volontà di Mosca di consolidare la sua presenza in Africa orientale, in stretta collaborazione con l&#8217;Iran, che sostiene il governo di al-Burhan.</p>



<p>La posizione ambigua della Russia in Sudan, oscillando tra il sostegno alle RSF e il riavvicinamento al governo di transizione, evidenzia una strategia flessibile e opportunistica. Mosca cerca di massimizzare i propri interessi mantenendo aperti i canali con entrambi i contendenti, garantendosi così accesso alle risorse aurifere e potenziale controllo strategico sul Mar Rosso. Questo approccio permette alla Russia di navigare le complesse dinamiche politiche del Sudan e di mantenere una posizione influente nella regione, rafforzando al contempo la sua presenza in Africa in un contesto di crescente competizione con l&#8217;Occidente.</p>



<p>In sintesi, la politica russa in Sudan è un esempio di come Mosca utilizzi una combinazione di diplomazia formale e operazioni informali per perseguire i propri <a href="https://it.insideover.com/guerra/mali-sudan-la-guerra-tra-russia-e-ucraina-ora-si-combatte-anche-in-africa.html">obiettivi strategici</a>. La capacità di adattarsi rapidamente alle mutevoli dinamiche politiche del paese e di mantenere relazioni con diversi attori locali permette alla Russia di consolidare la sua influenza in una regione di grande importanza geopolitica. Questo approccio multifaceted riflette la complessità delle ambizioni russe in Africa e la loro determinazione a rimanere un attore chiave nel continente, sfruttando ogni opportunità per rafforzare la loro posizione globale.</p>
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		<title>La crisi del Mar Rosso? È ancora tra noi. E gli Houthi non mollano</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/la-crisi-del-mar-rosso-e-ancora-tra-noi-e-gli-houthi-non-mollano.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 May 2024 11:48:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Commercio]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[houthi]]></category>
		<category><![CDATA[Mar Rosso]]></category>
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<p>Fuori dai radar dei grandi media, la crisi del Mar Rosso inaugurata dai raid degli Houthi yemeniti continua. Il cambio di rotta.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/la-crisi-del-mar-rosso-e-ancora-tra-noi-e-gli-houthi-non-mollano.html">La crisi del Mar Rosso? È ancora tra noi. E gli Houthi non mollano</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240531013528911_e9585da818721d33f0bb7d8ebc5ebcea.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="houthi" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240531013528911_e9585da818721d33f0bb7d8ebc5ebcea.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240531013528911_e9585da818721d33f0bb7d8ebc5ebcea-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240531013528911_e9585da818721d33f0bb7d8ebc5ebcea-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240531013528911_e9585da818721d33f0bb7d8ebc5ebcea-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240531013528911_e9585da818721d33f0bb7d8ebc5ebcea-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240531013528911_e9585da818721d33f0bb7d8ebc5ebcea-1536x1024.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Fuori dai radar dei grandi media, la <strong>crisi del <a href="https://it.insideover.com/guerra/dallucraina-al-mar-rosso-larco-di-crisi-che-perturba-lordine-globale.html">Mar Rosso </a>inaugurata dai raid degli Houthi yemeniti</strong> contro i traffici merci attorno allo stretto di Bab-el-Mandab che separa il mare che divide Penisola Arabica e Africa dall&#8217;Oceano Indiano non è finita, anzi. Continua e ha per ora <strong>prosciugato buona parte dei passaggi</strong> di navi occidentali. I raid occidentali sono decisamente inefficaci nel <strong>ridurre la capacità proiettiva</strong> dei ribelli zayditi dello Yemen e sia l&#8217;operazione a guida americana <strong>Prosperity Guardian</strong> che la missione europea <strong>Aspides</strong> faticano a prender le misure della loro azione. </p>



<p>Come colpire un nemico su cui non si ha precisa intelligence, chiarezza della dimensione delle forze, incertezza sui reali obiettivi? Il risultato è quello prospettato dal giornalista <strong>Alessandro Leonardi</strong> sul suo profilo X, che mostra un grafico del <em>Financial Times</em> sull&#8217;inversione di tendenza verificatasi tra la rotta del Mar Rosso e il periplo del Capo di Buona Speranza, su cui ogni settimana passa oggi il triplo delle navi che attraversano la prima rotta sull&#8217;asse Europa-Asia.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="500" data-dnt="true"><p lang="it" dir="ltr">Gli Houthi stanno vincendo, umiliando la ridotta coalizione navale occidentale. La questione del blocco del Mar Rosso è quasi scomparsa dai radar mediatici italiani, ma nel frattempo i danni aumentano. Come per qualsiasi problema serio che riguarda la nostra economia, si <br><br>1/3 <a href="https://t.co/ZISIIIxyez">pic.twitter.com/ZISIIIxyez</a></p>&mdash; Alessandro Leonardi (@AleEquilibrium) <a href="https://twitter.com/AleEquilibrium/status/1795710104815489310?ref_src=twsrc%5Etfw">May 29, 2024</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
</div></figure>



<p>Di converso, gli Houthi conducono una strategia asimmetrica che trae la sua giustificazione dalla volontà di colpire i Paesi occidentali accusati di <strong>sostenere Israele nella guerra a Gaza</strong>, si somma alla limitata, e non assoluta, capacità iraniana di condizionare le loro mosse a fini di <a href="https://www.true-news.it/politics/geopolitics/una-mano-iraniana-dietro-lattacco-ai-cavi-sottomarini-parla-lammiraglio-sanfelice">strategia ibrida </a>e mostra una <strong>chiara comprensione dei meccanismi della globalizzazione fattasi competitiva</strong>. Un fatto a cui si aggiunge la capacità d&#8217;interdizione che ha portato a sei, da gennaio a oggi, il numero di droni occidentali abbattuti dai miliziani sciiti.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="embed-responsive embed-responsive-16by9"><iframe loading="lazy" title="Yemeni Houthis Down “Sixth” US MQ-9 Reaper Drone, Attack 6 Ships In 3 Seas With “Domestic” Missiles" width="500" height="281" src="https://www.youtube-nocookie.com/embed/N-rS-RRqJoY?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div><script>ga("set", "video_embed", "youtube_N-rS-RRqJoY");</script>
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<p>A fine aprile <strong>gli Houthi hanno colpito nell&#8217;Oceano Indiano un cargo di Msc, la Orion</strong>, all&#8217;altezza dell&#8217;<strong>isola di Socotra</strong>. Aprendo alla prospettiva di un ampliamento della loro capacità d&#8217;azione. &#8220;Mentre gli Houthi affermano di aver preso di mira o colpito altre navi nell’Oceano Indiano nelle ultime settimane, l’attacco della MSC Orion è stato il primo<strong> riconosciuto da una delle organizzazioni internazionali che lavorano per salvaguardare le rotte marittime</strong> vitali della zona dalla pirateria e dalle minacce militari&#8221;, <a href="https://www.ft.com/content/778a80a0-1f55-4ffc-ade0-857bd5bd9b92">ha scritto il <em>Financial Times</em>.</a> Aggiungendo che &#8220;la nave è gemella della MSC Aries, sequestrata dalle Guardie della Rivoluzione iraniana il 13 aprile nello Stretto di Hormuz, e operava lo stesso servizio “Himalaya Express” tra l&#8217;Europa e i porti dello <strong>Sri Lanka e dell&#8217;India</strong>&#8220;.</p>



<p>I prezzi dei container sulle rotte Oriente-Occidente sono sovrapprezzati mediamente dell&#8217;80-90% a unità, rendendo notevole la disruption nelle forniture, <a href="https://theloadstar.com/a-carrier-controlled-market-as-ocean-rates-rise-and-capacity-tightens/">ora più a lungo termine, più costose e più insicure.</a> Tra l&#8217;<strong>Estremo Oriente e il Nord Europa siamo a un costo triplicato in un anno, </strong><a href="https://www.ft.com/content/b94db205-bbcf-4d0d-82f0-53f7b7288759"><strong>a 4.300 dollari</strong> al container.</a> Gli impatti economici, industriali e inflattivi potrebbero sdoganarsi durante l&#8217;anno, ampliando una situazione di incertezza che, a oltre sei mesi dall&#8217;inizio, è già <strong>diventata strutturale</strong>. Questo rischia di causare, nella seconda metà dell&#8217;anno, <strong>un intasamento dei porti, soprattutto europei, e uno shock nelle catene di fornitura</strong> i <a href="https://www.ilgiorno.it/milano/economia/crisi-canale-di-suez-mercantili-a-rischio-l8-export-lombarda-aeb557cf">cui impatti economici sarebbero incalcolabili.</a> Appare quantomeno ironico pensare che di fronte a una crisi tanto ampia e sistemica l&#8217;attenzione <strong>mediatica e politica sulla partita del Mar Rosso sia praticamente nulla</strong>. Il risveglio rischia di esser brusco. In un mondo inquieto, le crisi si sommano e moltiplicano tra di loro. Dimenticarsene, certamente, non le risolverà.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/la-crisi-del-mar-rosso-e-ancora-tra-noi-e-gli-houthi-non-mollano.html">La crisi del Mar Rosso? È ancora tra noi. E gli Houthi non mollano</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Le inutili bombe sullo Yemen hanno sabotato la pace Riad-Houti</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/le-inutili-bombe-sullo-yemen-hanno-sabotato-la-pace-riad-houti.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Feb 2024 15:43:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Arabia Saudita]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Yemen]]></category>
		<category><![CDATA[houthi]]></category>
		<category><![CDATA[Joe Biden]]></category>
		<category><![CDATA[Mar Rosso]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1275" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Milizie-impegnate-contro-Al-Qaeda-nella-penisola-arabica.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Forze di sicurezza yemenite schierate contro Aqap (LaPresse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Milizie-impegnate-contro-Al-Qaeda-nella-penisola-arabica.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Milizie-impegnate-contro-Al-Qaeda-nella-penisola-arabica-300x199.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Milizie-impegnate-contro-Al-Qaeda-nella-penisola-arabica-768x510.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Milizie-impegnate-contro-Al-Qaeda-nella-penisola-arabica-1024x680.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Gli attacchi aerei contro lo Yemen &#8220;fermeranno gli Houti? No. Continueranno? Sì&#8221;. Così Biden interpellato sulla missione militare nel Mar Rosso. Dichiarazioni &#8220;sorprendenti&#8221;, scrive Daniel DePetris su&#160;Newsweek, &#8220;se non altro perché Biden ha ammesso che i raid non stanno producendo l&#8217;effetto desiderato. Ci si domanda perché l’amministrazione ritiene che sia saggio perseverare in una politica &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/le-inutili-bombe-sullo-yemen-hanno-sabotato-la-pace-riad-houti.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/le-inutili-bombe-sullo-yemen-hanno-sabotato-la-pace-riad-houti.html">Le inutili bombe sullo Yemen hanno sabotato la pace Riad-Houti</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1275" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Milizie-impegnate-contro-Al-Qaeda-nella-penisola-arabica.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Forze di sicurezza yemenite schierate contro Aqap (LaPresse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Milizie-impegnate-contro-Al-Qaeda-nella-penisola-arabica.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Milizie-impegnate-contro-Al-Qaeda-nella-penisola-arabica-300x199.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Milizie-impegnate-contro-Al-Qaeda-nella-penisola-arabica-768x510.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Milizie-impegnate-contro-Al-Qaeda-nella-penisola-arabica-1024x680.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Gli attacchi aerei contro lo Yemen &#8220;fermeranno gli Houti? No. Continueranno? Sì&#8221;. Così <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/chi-e-joe-biden.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Biden </a>interpellato sulla <strong>missione militare nel Mar Rosso</strong>. Dichiarazioni &#8220;sorprendenti&#8221;, scrive Daniel DePetris su&nbsp;<a href="https://www.newsweek.com/us-policy-houthis-definition-insanity-opinion-1867931" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Newsweek</a>, &#8220;se non altro perché Biden ha ammesso che i raid non stanno producendo l&#8217;effetto desiderato. Ci si domanda perché l’amministrazione ritiene che sia saggio perseverare in una politica che si sta rivelando inefficace e potrebbe addirittura innescare quell’escalation regionale che sembra voler prevenire&#8221;.</p>



<p>&#8220;Biden non lo ha spiegato. Ma è comunque un atto d’accusa nei confronti della politica estera americana in generale e un ottimo esempio di come i<strong> politici statunitensi siano spesso guidati da impulsi emotivi </strong>invece che da calcoli a sangue freddo&#8221;.</p>



<p>È evidente, continua DePetris, che &#8220;gli attacchi statunitensi non riescono a ottenere nulla oltre l’aspetto tattico&#8221;. Peraltro, ricorda che, dopo i primi raid dell&#8217;11 gennaio (i più massivi), &#8220;Biden ha dichiarato che&nbsp;<a href="https://www.whitehouse.gov/briefing-room/presidential-actions/2024/01/12/letter-to-the-speaker-of-the-house-and-president-pro-tempore-of-the-senate-consistent-with-the-war-powers-resolution-public-law-93-148-10/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">avrebbero degradato e scoraggiato</a>&nbsp;ulteriori attacchi&#8221;: non è andata così.</p>



<p>Gli Houti &#8220;non hanno dimostrato nessuna volontà di cambiare la loro politica. I raid statunitensi non stanno fallendo solo come strategia di deterrenza, ma anche come strategia di coercizione, cioè nel costringere l’altra parte a influenzare il suo processo decisionale per forzarlo a un accordo&#8221;.</p>



<p>DePetris ricorda che gli Houti hanno iniziato ad attaccare la navi dirette verso i porti israeliani per far pressione su Israele affinché <strong>consenta l&#8217;accesso degli aiuti ai palestinesi di Gaza</strong> (e la fine della guerra, specifica decisiva non sottolineata nell&#8217;articolo). Tale determinazione &#8220;non è cambiata di una virgola&#8221;. Anzi,&nbsp;<a href="https://www.ispionline.it/en/publication/yemens-anti-houthi-forces-united-against-attacks-divided-on-red-sea-security-157314" target="_blank" rel="noreferrer noopener">come sottolinea l&#8217;ISPI</a>, la causa palestinese ha unito ciò che prima era diviso, compattando attorno agli Houti le fazioni yemenite che in precedenza gli erano ostili.</p>



<p>Non solo, &#8220;anche l’idea che gli attacchi statunitensi potrebbero eliminare o compromettere seriamente la capacità degli Houthi di infliggere danni è problematica&#8221;. Infatti, &#8220;per quanto capace sia la comunità dell’intelligence statunitense, non ha un quadro completo di dove gli Houthi immagazzinino e producano l&#8217;equipaggiamento militare&#8221;. E anche l&#8217;idea di chiudere i canali segreti attraverso i quali gli Houti si approvvigionano non è affatto realistica, secondo DePetris, infatti, chiuso un canale, ne apriranno altri.</p>



<p>&#8220;In parole povere&#8221;, chiosa DePetris, &#8220;la politica statunitense contro gli Houthi è&nbsp;<strong>la definizione stessa della follia: fare sempre la stessa cosa e aspettarsi un risultato diverso</strong>&#8220;. L&#8217;unico modo per porre fine agli attacchi e riaprire la via di navigazione del Mar Rosso, conclude il cronista, è quella di usare &#8220;le risorse diplomatiche necessarie per porre fine alla guerra a Gaza il prima possibile&#8221;.</p>



<p>Interessante, sulla crisi yemenita, anche l&#8217;articolo di James Russel pubblicato su<a href="https://responsiblestatecraft.org/are-us-airstrikes-houthis-working/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">&nbsp;Responsible Statecraft</a>&nbsp;dal titolo: &#8220;La guerra delle bombe, un feticcio americano e un flagello globale&#8221;. Secondo Russel, la strategia dispiegata in Yemen ricorda quella usata per contrastare il terrorismo internazionale.</p>



<p>Come quella, infatti, anche questa è &#8220;una guerra senza nessuna cronologia apparente, dove l’applicazione della forza ha parametri di riferimento indefiniti, circostanza che suggerisce che potremmo lanciare bombe e missili indefinitamente o fino a quando le munizioni non saranno esaurite, senza nessuno scopo strategico&#8221;.</p>



<p>&#8220;<strong>Non abbiamo imparato nulla dalle nostre follie degli ultimi 25 anni</strong>, nel corso dei quali ci siamo dimostrati incapaci di connettere con chiarezza fini, modi e mezzi nel momento decidere quando e in quali circostanze usare la forza?&#8221; (sul punto, illuminante un articolo, sempre di&nbsp;<a href="https://responsiblestatecraft.org/africa-terrorism/" rel="noreferrer noopener" target="_blank">Responsibile Statecraft</a>, dal titolo: &#8220;Il terrorismo in Africa è aumentato del 100.000% durante la &#8216;guerra al terrorismo&#8217;”, che riferisce i risultati di uno studio dettagliato dell&#8217;<em>Africa Center for Strategic Studies</em>, un istituto di ricerca del Pentagono).</p>



<p>&#8220;Per quegli stati che possono permetterselo [&#8230;]&#8221;, prosegue Russel &#8220;le bombe sono diventate la via preferenziale per controllare il sistema internazionale. Eppure, è difficile ricordare qualcuno di questi attacchi che abbia avuto un impatto positivo e duraturo una volta svaporati i titoli e filmati [sui media]. Ma, stranamente, questi strumenti di guerra conservano una forte presa sul governo e sull’immaginazione collettiva, come se si trattasse di mettere in atto un&#8217;azione &#8216;decisiva&#8217; che, curiosamente, dimostrerebbe forza, impegno e risolutezza&#8221;.</p>



<p>&#8220;La realtà è che la guerra d’attacco – caratterizzata da attacchi a lungo raggio con aerei e missili – raramente ha raggiunto i risultati politici e strategici pubblicizzati. Eppure rimane&nbsp;<strong>una pericolosa chimera, una sorta di droga</strong>, per un paese che, come gli Stati Uniti, è alla disperata ricerca di un modo facile ed economico per mantenere l&#8217;influenza, il controllo e il primato globale in un mondo caotico. Come tutte le droghe, la scarica [adrenalinica] iniziale è fantastica, ma la dipendenza a lungo termine è, alla fine, molto più che distruttiva, nonché pericolosa e difficile (se non impossibile) da eliminare&#8221;.</p>



<p>Anche Russel indica come unica via di uscita alla crisi quella di porre fine alla guerra di Gaza, &#8220;invece di restare invischiati in un allargamento del conflitto senza che si intraveda un obiettivo strategico. Circondati dalle macerie provocate in tutto il mondo da raid che risalgono a oltre mezzo secolo fa, si potrebbe pensare che sia giunto il momento di entrare in un centro di riabilitazione per affrontare la nostra dipendenza, ma quest&#8217;ultima ondata di raid dice che la nostra abitudine rimane più forte che mai&#8221;.</p>



<p>Senza esito per quanto riguarda la navigabilità del Mar Rosso, semmai peggiorata dal fuoco incrociato, la missione Usa ha però ottenuto un risultato che i falchi di Washington festeggiano come successo: <strong>ha impedito che l&#8217;Arabia Saudita, in guerra con gli Houti dal 2014,&nbsp;<a href="https://www.piccolenote.it/mondo/yemen-usa-e-uk-iniziano-una-nuova-guerra" target="_blank" rel="noreferrer noopener">finalizzassero un accordo di pace</a>&nbsp;</strong>ormai a portata di mano con i loro antagonisti.</p>



<p>Sarebbe stato un passo ulteriore nella via della distensione tra sauditi e iraniani (alleati degli Houti) che i falchi in questione, ossessionati dall&#8217;idea di bombardare Teheran, hanno così sabotato. Esito più che nefasto: va ricordato che la guerra tra la coalizione a guida saudita (supervisionata dagli Usa) e gli Houti ha mietuto&nbsp;<a href="https://www.avvenire.it/mondo/pagine/yemen-la-strage-nel-silenzio-massacro-bambini-innocenti-un-morto-ogni-9-minuti" rel="noreferrer noopener" target="_blank">377mila</a>&nbsp;vite, tra morti dirette e indirette, e causato la morte o la mutilazione di&nbsp;<a href="https://www.piccolenote.it/mondo/guerra-in-yemen-10mila-bambini-uccisi-o-mutilati" rel="noreferrer noopener" target="_blank">10mila</a>&nbsp;bambini. Nuova guerra, stavolta contro Usa e alleati d&#8217;Occidente, altre morti per la martoriata popolazione.</p>
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		<title>I raid in Yemen, la risposta Houthi e l&#8217;escalation: cosa può succedere</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/i-raid-in-yemen-la-risposta-houthi-e-lescalation-cosa-puo-succedere.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mauro Indelicato]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Jan 2024 09:05:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Golfo persico]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Yemen]]></category>
		<category><![CDATA[houthi]]></category>
		<category><![CDATA[Mar Rosso]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="975" height="650" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/01/GDnI0VYWYAAMDdA.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/01/GDnI0VYWYAAMDdA.jpg 975w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/01/GDnI0VYWYAAMDdA-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/01/GDnI0VYWYAAMDdA-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/01/GDnI0VYWYAAMDdA-768x512.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 975px) 100vw, 975px" /></p>
<p>Nella notte tra giovedì e venerdì gli Usa e la Gran Bretagna hanno dato il via a una serie di incursioni sul territorio yemenita. L&#8217;obiettivo principale delle missioni sono le basi degli Houthi, nome con cui generalmente si indica il gruppo Ansarullah. Si tratta dei miliziani sciiti yemeniti che dal 2014 controllano la capitale Sana&#8217;a &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/i-raid-in-yemen-la-risposta-houthi-e-lescalation-cosa-puo-succedere.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="975" height="650" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/01/GDnI0VYWYAAMDdA.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/01/GDnI0VYWYAAMDdA.jpg 975w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/01/GDnI0VYWYAAMDdA-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/01/GDnI0VYWYAAMDdA-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/01/GDnI0VYWYAAMDdA-768x512.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 975px) 100vw, 975px" /></p>
<p>Nella notte tra giovedì e venerdì gli <strong>Usa</strong> e la <strong>Gran Bretagna</strong> hanno dato il via a una serie di incursioni sul territorio yemenita. L&#8217;obiettivo principale delle missioni sono le basi degli <a href="https://it.insideover.com/schede/guerra/chi-sono-gli-houthi.html">Houthi</a>, nome con cui generalmente si indica il gruppo <strong>Ansarullah</strong>. Si tratta dei miliziani sciiti yemeniti che dal 2014 controllano la capitale <strong>Sana&#8217;a</strong> e gran parte del nord dello <strong>Yemen</strong>.  Con lo scoppio della guerra nella Striscia di Gaza, gli Houthi hanno iniziato a colpire navi occidentali in transito sul Mar Rosso. Washington e Londra, nel timore di ulteriori conseguenze per il commercio internazionale, hanno quindi deciso di intervenire. </p>



<p>Dopo la prima ondata di raid, cui ha fatto seguito una seconda notte di raid tra il 12 e 13 gennaio, cresce l&#8217;attesa è per capire quali saranno le prossime mosse tanto della coalizione occidentale che degli stessi Houthi. Il timore principale è legato a un&#8217;<strong>escalation regionale</strong>. E questo per almeno tre motivi. In primis, perché i combattenti sciiti probabilmente reagiranno e coinvolgeranno i Paesi vicini che hanno concesso lo spazio aereo a statunitensi e britannici. In secondo luogo, l&#8217;apertura di mediazioni e trattative è molto difficile, anche più di quanto visto nel contesto israelo-palestinese. Infine, gli Houthi agiscono spesso autonomamente dai loro stessi alleati e appaiono quindi meno prevedibili e quindi potenzialmente più difficili da fermare. </p>



<h2 class="wp-block-heading">La possibile vendette contro sauditi ed emiratini</h2>



<p>Quando nella tarda serata di giovedì un attacco militare di Usa e Regno Unito appariva oramai imminente, a <strong>Riad</strong> e ad <strong>Abu Dhabi</strong> le locali forze di sicurezza sono state poste in stato d&#8217;allerta. Entrambe le monarchie hanno iniziato a temere possibili reazioni da parte degli Houthi. Se escalation regionale sarà, tutto potrebbe cominciare proprio da una ritorsione da parte dei combattenti sciiti nei confronti di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Così come dello stesso <strong>Qatar</strong>, anche Doha sul dossier yemenita ha sempre avuto una posizione più defilata. </p>



<p>Agli occhi degli Houthi, gli Stati vicini sono responsabili di aver concesso lo <strong>spazio aereo</strong> ai mezzi di Washington e Londra per poter raggiungere lo Yemen e bersagliare le basi del gruppo. Da qui la possibilità di un lancio di missili contro i territori sauditi ed emiratini. Sia Riad che Abu Dhabi sono ben consapevoli dei rischi derivanti dagli attacchi Houthi. Durante la guerra che tra il 2015 e il 2023 ha visto il confronto diretto delle forze dei Saud e degli Emirati contro i miliziani sciiti, gli ordigni lanciati dallo Yemen hanno causato più di un grattacapo.</p>



<p>In Arabia Saudita, i <strong>patriot</strong> spesso hanno faticato nell&#8217;intercettare e contenere le incursioni missilistiche dei combattenti yemeniti. In alcuni casi, gli ordigni hanno colpito giacimenti e stabilimenti della <strong>Aramco</strong>, il colosso saudita del petrolio. Ad Abu Dhabi, in diverse occasioni i missili hanno creato danni al locale aeroporto, uno dei più grandi al mondo. Non solo, ma un&#8217;eventuale risposta degli Houthi contro i vicini avrebbe un forte significato politico. Verrebbe infatti interrotta quella tregua siglata nei mesi scorsi e che ha consentito il congelamento del conflitto scoppiato quasi nove anni fa. La <strong>riapertura del fronte yemenita</strong> potrebbe scardinare non pochi equilibri all&#8217;interno della penisola arabica. </p>



<h2 class="wp-block-heading">La via molto difficile della mediazione</h2>



<p>Dopo un raid e dopo l&#8217;inizio di un attacco, ad attivarsi spesso è anche il lavoro diplomatico volto ad aprire canali di dialogo tra le parti venute a contatto. Nello Yemen però la strada della diplomazia parte decisamente in salita. Su questo fronte, la situazione è molto più difficile rispetto a quanto visto anche nella stessa Striscia di Gaza. </p>



<p>Dopo gli attacchi di <strong>Hamas</strong> del 7 ottobre infatti, al fianco dell&#8217;azione militare di Israele a Gaza si è avuta anche la mediazione svolta dal Qatar soprattutto per la liberazione degli ostaggi. In questo caso si è quindi trovato un attore, ossia il governo di Doha, che ha potuto sfruttare il proprio peso su una delle due parti in guerra (Hamas) e i buoni rapporti con il principale alleato dell&#8217;altra parte, vale a dire gli Stati Uniti. </p>



<p>Sul versante yemenita invece, sono in pochi a poter concretamente intervenire. La principale influenza sul gruppo viene infatti esercitata dall&#8217;<strong>Iran</strong>, i cui rapporti con Washington rasentano attualmente il minimo storico. Il governo di Teheran non viene considerato un interlocutore affidabile dagli Usa e dalla Gran Bretagna, dunque l&#8217;apertura di un canale diplomatico è alquanto complicato. In poche parole, nello Yemen lo spettro di una<strong> proxy war</strong> è molto più amplificato rispetto che a Gaza. Il primo alleato del gruppo oggetto dei raid di venerdì notte, è infatti anche il primo avversario della coalizione che ha attaccato. Nello Yemen si è più vicini a uno scontro diretto tra Usa e Iran che all&#8217;apertura di un tavolo diplomatico. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Gli Houthi imprevedibili anche agli occhi di Teheran</h2>



<p>Ma anche nel momento in cui la diplomazia dovesse prendere il sopravvento, c&#8217;è un terzo elemento che rende molto difficile il dialogo e molto concreta un&#8217;escalation. Si tratta della modalità di azione degli Houthi. Il gruppo generalmente si è mosso sempre con larga autonomia dallo stesso Iran e questo, in primo luogo, per un motivo prettamente ideologico: i combattenti yemeniti sono sì sciiti, ma di una ramo autonomo e diverso da quello della teocrazia iraniana. In particolare, gli Houthi sono figli dell&#8217;<strong>ideologia zaydista</strong>, fino a non molto tempo fa considerata eretica da un&#8217;ampia fetta dello stesso mondo sciita. </p>



<p>Anche durante la guerra contro i sauditi, i miliziani yemeniti non hanno preso ordini da Teheran ma hanno elaborato strategie autonome. L&#8217;Iran quindi è il primo alleato degli Houthi in termini di finanziamento ed armamento, ma la strategia viene spesso decisa direttamente dai vertici del gruppo. Ed è questa autonomia a rendere i combattenti più imprevedibili e quindi potenzialmente più pericolosi. </p>
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		<title>Navi da guerra schierate e rotte commerciali dirottate: massima tensione nel Mar Rosso</title>
		<link>https://it.insideover.com/terrorismo/navi-da-guerra-schierate-e-rotte-commerciali-dirottate-massima-tensione-nel-mar-rosso.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Bartoccini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Dec 2023 08:44:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[Canale di suez]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Yemen]]></category>
		<category><![CDATA[houthi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1352" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/12/220920-N-NO164-1001-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/12/220920-N-NO164-1001-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/12/220920-N-NO164-1001-scaled-600x423.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/12/220920-N-NO164-1001-300x211.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/12/220920-N-NO164-1001-1024x721.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/12/220920-N-NO164-1001-768x541.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/12/220920-N-NO164-1001-1536x1082.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/12/220920-N-NO164-1001-2048x1443.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Le maggiori compagnie commerciali del mondo sembrano essere decise a non voler rischiare i loro mercantili nel Mar Rosso caduto sotto il tiro dei ribelli Houthi dello Yemen. Così, mentre le navi da guerra della Task Force combinata incrociano tra il golfo di Aden e lo&#160;stretto&#160;di Bab el-Mandeb, quella vecchia rotta che doppiando Capo di &#8230; <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/navi-da-guerra-schierate-e-rotte-commerciali-dirottate-massima-tensione-nel-mar-rosso.html">[...]</a></p>
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<p>Le maggiori compagnie commerciali del mondo sembrano essere decise a non voler rischiare i loro <strong>mercantili</strong> nel Mar Rosso caduto sotto il tiro dei ribelli <strong>Houthi</strong> dello Yemen. </p>



<p>Così, mentre le navi da guerra della Task Force combinata incrociano tra il golfo di Aden e lo<strong>&nbsp;</strong>stretto&nbsp;di Bab el-Mandeb, quella vecchia rotta che doppiando Capo di Buona Speranza conduceva dall&#8217;Oriente all&#8217;Occidente, costringe le navi porta-container e le petroliere a <strong>circumnavigare l&#8217;Africa meridionale</strong> per accedere al Mediterraneo o raggiungere i porti del Nord d&#8217;Europa senza passare per il Canale di Suez: rallentando e in certi casi addirittura interrompendo parte del <strong>commercio globale</strong>.</p>



<p>Gli <a href="https://it.insideover.com/difesa/gli-attacchi-houthi-nel-mar-rosso-il-rischio-escalation-e-il-piano-degli-usa-per-una-coalizione.html">attacchi dei di droni e missili balistici</a> contro le navi commerciali e militari hanno indotto <strong>Maersk</strong>, la più grande compagnia di navigazione del mondo, la <strong>Hapag-Lloy</strong>, la <strong>Msc</strong> e il colosso petrolifero Bpd a ordinare di “sospendere&#8221; ogni viaggio attraverso lo stretto di Bab el-Mandeb nel Mar Rosso &#8220;fino a nuovo avviso&#8221;. Lo stesso hanno fatto le principali <strong>compagnie di navigazione cinesi</strong>, Cosco, Oocl ed Evergreen Marine hanno deciso di &#8220;<strong>sospendere il trasporto merci sulla rotta del Mar Rosso</strong>&#8220;. </p>



<p>Sono oltre 100 le navi che secondo quanto riportato dalle compagnie di navigazione Kuehne e Nagel hanno già <strong>cambiato rotta</strong>, pronte a doppiare la punta più a sud del Continente africano. Un dirottamento che le porterà ad affrontare 6mila miglia nautiche di viaggio in più, oltre a quelle considerate dalle normali rotte, maggiorando i <strong>costi di navigazione</strong> e <strong>ritardando</strong> l&#8217;arrivo di ogni carico fino a quattro settimane. </p>



<p>È importante ricordare come una <strong>ingente quantità di forniture energetiche </strong>dirette in Europa, compreso petrolio e gasolio, passi proprio attraverso queste rotte, sopratutto ora che le sanzioni alla Russia hanno interrotto le vecchie linee di approvvigionamento. Portando con se un naturale innalzamento del <strong>prezzo del petrolio</strong> e l&#8217;aumento esponenziale dei <strong>premi assicurativi delle compagnie di navigazione</strong>.</p>



<p>Secondo gli esperti di logistica marittima delle compagnie di navigazione Kuehne e Nagel: “Si prevede che il tempo prolungato trascorso in acqua assorbirà il 20% della capacità della flotta globale, portando a potenziali ritardi nella disponibilità delle risorse di spedizione. Inoltre, è probabile che i ritardi nella restituzione delle attrezzature vuote in Asia costituiscano sfide, incidendo ulteriormente sull’affidabilità complessiva delle catene di approvvigionamento”.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Flotte schierate a difesa: tra guerra e deterrenza</h2>



<p>&#8220;Stiamo sicuramente cercando di <a href="https://www.politico.com/news/2023/12/16/houthi-attacks-red-sea-u-s-warships-00132146">agire</a>&#8220;, spiegano dal <strong>Pentagono</strong> mentre dozzine di navi da guerra, compresi lo <em>Strike Group</em> della portaerei statunitense <em>Uss Gerald Ford</em>  &#8211; inviata come &#8220;garante&#8221; dello Stato Ebraico dopo l&#8217;escalation del conflitto a Gaza &#8211; incrociano nel Mar Rosso, nel Golfo di Aden e nel Golfo Persico, insieme a cacciatorpediniere, fregate, portaelicotteri, sottomarini e varie unità di supporto francesi, inglesi, e di tutte le nazione che hanno risposto affermativamente per dare il loro apporto alla <strong>Combined Task Force 153</strong> per entrare a fare parte o sostenere l&#8217;operazione <strong>Prosperity Guardian</strong> atta a garantire la sicurezza delle rotte commerciali che conducono al Canale di Suez. “Questo è un problema internazionale che richiede una soluzione internazionale”, sottolineano al Pentagono.</p>



<p>Intanto, i <a href="https://www.dia.mil/Portals/110/Documents/News/Military_Power_Publications/UAV_Book.pdf">droni kamikaze </a>dei ribelli yemeniti che con il sostegno dell&#8217;Iran &#8211; sebbene Teheran si dichiari distante dai fatti &#8211; vorrebbero &#8220;<a href="https://www.haaretz.com/israel-news/2018-02-05/ty-article/iranian-armed-rebels-threaten-one-of-worlds-busiest-shipping-route/0000017f-dba7-d3ff-a7ff-fba758ca0000">colpire</a>&#8221; le navi dirette in <strong>Israele</strong> o di proprietà&nbsp;di compagnie israeliane per appoggiare la lotta terroristica che Hamas sta continuando a sostenere nella Striscia di Gaza, devastata dall&#8217;operazione terrestre lanciata dagli israeliani, continuano ad essere<strong> abbattuti</strong> di sistemi di difesa delle navi da guerra della Us Navy e della Royal Navy come la <em>Uss Carney</em> e la<em> Hms Diamond</em>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;incognita dei &#8220;Armed-Non-State Actors&#8221;</h2>



<p>La sfida lanciata dai ribelli Houti &#8211; miliziani di una falange sciita minoritaria dello <strong>Yemen del nord</strong>, noti come <em>Ansar Hallah</em> e convinti della venuta di un nuovo Imam che guidandoli nel Jihad condurrà l&#8217;Islam alla vittoria &#8211; al pari della sfida lanciata da <strong>Hamas</strong>, e dall&#8217;incombere dell&#8217;apertura di un secondo fronte che prevederebbe l&#8217;entrare in campo di <strong>Hezbollah</strong> con lo spettro di una nuova crisi in Libano, porta nuovamente l&#8217;attenzione sulle <strong>entità non statali armate</strong> e organizzazioni paramilitare radicalizzate: rappresentanti principali di potenziali conflitti asimmetrici che possono incidere pesantemente sulle dinamiche e equilibri globali; complicando o peggio &#8220;innescando&#8221; conflitti in aree strategiche già sottoposte a tensioni interne ed esterne.</p>



<p>Avviando processi di <em>escalation</em> o <a href="https://it.insideover.com/guerra/la-guerra-in-yemen-e-gli-spiragli-per-la-pace-in-un-paese-distrutto.html">rallentando/complicando </a>processi di <em>de-escalation </em>in regioni già sottoposte e &#8220;frammentazione geopolitica&#8221; e &#8220;polarizzazioni regionali che hanno definitivamente condotto alla piena consapevolezza dell&#8217;anarchia delle relazioni internazionali&#8221;, che come ben <a href="https://www.difesaonline.it/geopolitica/brevi-estero/mare-profondo-rosso">scrive</a> G. Lanzara, sono oramai &#8220;fenomeno politico da laboratorio&#8221; pronte a ripercuotersi sull&#8217;intero assetto globale. </p>



<p>Il fatto che Houthi dello Yemen stiano acquisendo da anni armi &#8220;tattiche&#8221; fino ad essere arrivati a r<strong>appresentare una reale minaccia</strong> per una delle rotte marittime più importanti sensibili del mondo, quella che conduce a Suez appunto, dovrebbe richiamare l&#8217;attenzione sul celebre paragone di un &#8220;<em>Davide contro Golia</em>&#8221; che si spende da anni nel conflitto israelo-palestinese, e invece proprio nello &nbsp;stretto strategico di Bab el Mandeb può trovare la sua rappresentazione: con <em>loatering munition </em>al posto della famigerata fionda, e super-portaerei a propulsione nucleare come <em>asset </em>di un Golia che, per nostra fortuna, sa ancora come inibire con il sistema Aegis ogni colpo del piccolo e caparbio avversario. Ma questo potrebbe non durare all&#8217;infinito.</p>
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		<title>Allarme per le rotte. Gli attacchi Houthi incendiano il Mar Rosso</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/allarme-per-le-rotte-gli-attacchi-houthi-incendiano-il-mar-rosso.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Vita]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Dec 2023 11:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Bab el-Mandeb]]></category>
		<category><![CDATA[Commercio]]></category>
		<category><![CDATA[houthi]]></category>
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<p>La guerra tra Hamas e Israele ha riacceso anche il fronte yemenita, riattivando in particolare la milizia Houthi. La forza di matrice sciita, parte di quel mosaico di gruppi legato all&#8217;Iran, si è infatti attivata nel momento in cui lo Stato ebraico ha scatenato l&#8217;offensiva su Hamas nella Striscia di Gaza, prima lanciando droni in &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/allarme-per-le-rotte-gli-attacchi-houthi-incendiano-il-mar-rosso.html">[...]</a></p>
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<p>La guerra tra Hamas e <strong>Israele</strong> ha riacceso anche il fronte yemenita, riattivando in particolare la milizia <strong><a href="https://www.google.com/search?q=cosa+sono+houthi+insideover&amp;rlz=1C5MACD_enIT1086IT1086&amp;oq=cosa+sono+houthi+insideover&amp;gs_lcrp=EgZjaHJvbWUyBggAEEUYOTIHCAEQIRigATIHCAIQIRigAdIBCDM0MTlqMGo3qAIAsAIA&amp;sourceid=chrome&amp;ie=UTF-8#:~:text=Chi%20sono%20gli,com%20%E2%80%BA%20Sheets">Houthi</a></strong>. La forza di matrice sciita, parte di quel mosaico di gruppi legato all&#8217;Iran, si è infatti attivata nel momento in cui lo Stato ebraico ha scatenato l&#8217;offensiva su Hamas nella Striscia di Gaza, prima lanciando droni in direzioni di Eilat, porto più meridionale di Israele, poi prendendo di mira le navi che solcano le acque dello stretto di Bab el-Mandeb.</p>



<p>L&#8217;ultimo episodio riguarda l&#8217;attacco a diverse navi nel <strong>Mar Rosso</strong>. Un attacco rivendicato proprio dagli Houthi, il cui portavoce militare Yahya Saria, ha detto ai media che la marina della milizia sciita &#8220;ha preso di mira due navi del nemico sionista nello stretto di <strong>Bab el-Mandeb</strong> in sostegno ai civili di Gaza&#8221;. L&#8217;attacco ha coinvolto alcuni mercantili, di cui una gravemente danneggiata, e il cacciatorpediniere statunitense <em>Uss Carney,</em> da giorni schierato nell&#8217;area per prevenire possibili lanci di missili e droni da parte Houthi. Il Pentagono, in una nota rilasciata domenica scorsa, ha confermato sia l&#8217;attacco che l&#8217;intervento della nave della flotta Usa.</p>



<p>&#8220;Oggi ci sono stati quattro attacchi contro tre diversi mercantili che operavano nelle acque internazionali nel sud del Mar Rosso. Questi tre mercantili sono legati a 14 diversi Paesi. Lo <em>Uss Carney</em> ha risposto alle loro chiamate e fornito assistenza&#8221;, <a href="https://www.centcom.mil/MEDIA/PRESS-RELEASES/Press-Release-View/Article/3605010/houthi-attacks-on-commercial-shipping-in-international-water-continue/">ha comunicato il Comando centrale americano</a>, <strong>Centcom</strong>, che si occupa dell&#8217;area mediorientale. Ed è stato lo stesso Centcom. a ribadire che &#8220;questi attacchi rappresentano una minaccia diretta al commercio internazionale e alla sicurezza marittima&#8221;, avanzando l&#8217;ipotesi che dietro l&#8217;attacco della milizia yemenita vi sia la <strong>regia dell&#8217;Iran</strong>.</p>



<p>Teheran, come di prassi, ha respinto al mittente le accuse di Washington. All&#8217;agenzia di stampa <em>Tasnim</em>, il rappresentante iraniano alle Nazioni Unite, <strong>Amir Saeid Iravani</strong>, ha negato ogni coinvolgimento, smentendo così le accuse di Centcom e anche del consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, <strong>Jake Sullivan</strong>. Tuttavia, il timore che questo possa essere ormai a tutti gli effetti un fronte sempre più caldo della guerra-ombra tra Iran, Israele e Usa è in agguato. Con rischi evidenti anche per il commercio globale.</p>



<p>La duplice strategia degli Houthi, oltre a riportare al centro della scena il tema dello Yemen, dimenticato in questi anni nonostante un processo di tregua che si era consolidato nel 2023, pone infatti sul tavolo il tema della la stabilità delle <strong>rotte commerciali</strong>. Con gli attacchi alle navi e con la crescente esplosività delle coste yemenite, la rotta commerciale che unisce l&#8217;Oceano Indiano e il Golfo Persico con il Mar Rosso e quindi il Mediterraneo, rischia di essere nuovamente instabile. Elemento che ricorda da vicino la fase in cui il boom della pirateria somala e la notevole importanza strategica dei questo corridoio marittimo hanno provocato non solo l&#8217;attivazione di missioni internazionali <strong>antipirateria</strong>, ma anche l&#8217;aumento della costruzione di basi navali su quelle coste, in particolare a Gibuti.</p>



<p>Gli <strong>Stati Uniti </strong>da tempo hanno aumentato la loro attenzione sul Mar Rosso, sia per la presenza di alleati in cerca di sicurezza, sia per l&#8217;arrivo di nuove potenze (Cina e Russia) e per il caos che avanza sulle coste africane oltre allo Yemen. E non è un caso che, proprio a seguito degli attacchi, da Washington arrivino notizie su una possibile <strong>task force internazionale </strong>che &#8211; come già accaduto in altri settori &#8211; possa servire da deterrente per attacchi che mettono a rischio il commercio. Sullivan ha sottolineato che questa &#8220;non è una questione che riguarda solo gli Stati Uniti, ma tutto il mondo&#8221;. E questo potrebbe rafforzare l&#8217;idea che  Washington perori una nuova forza internazionale come già avvenuto sul fronte del Golfo Persico e per lo stretto di Hormuz.</p>
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		<title>Sudan, la sfida per il Mar Rosso. Ecco le basi in gioco</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/sudan-la-sfida-per-il-mar-rosso-ecco-le-basi-in-gioco.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Vita]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Apr 2023 14:02:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Mar Rosso]]></category>
		<category><![CDATA[porti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1397" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/04/AYex90_lzZ8VHeQrEPy8_ANSA-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Khartoum, Sudan (ANSA)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/04/AYex90_lzZ8VHeQrEPy8_ANSA-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/04/AYex90_lzZ8VHeQrEPy8_ANSA-scaled-600x436.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/04/AYex90_lzZ8VHeQrEPy8_ANSA-300x218.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/04/AYex90_lzZ8VHeQrEPy8_ANSA-1024x745.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/04/AYex90_lzZ8VHeQrEPy8_ANSA-768x559.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/04/AYex90_lzZ8VHeQrEPy8_ANSA-1536x1117.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/04/AYex90_lzZ8VHeQrEPy8_ANSA-2048x1489.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il caos in Sudan ha diversi risvolti. Uno di questi riguarda un fronte noto solo in parte, e cioè quello del Mar Rosso, che è in realtà centrale nelle strategie regionali quanto nazionali. Le chiusure e l&#8217;utilizzo dei porti sono state spesso essenziali nelle logiche di spartizione del potere tra fazioni. E lo sfruttamento della &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/sudan-la-sfida-per-il-mar-rosso-ecco-le-basi-in-gioco.html">[...]</a></p>
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<p>Il caos in <strong>Sudan </strong>ha diversi risvolti. Uno di questi riguarda un fronte noto solo in parte, e cioè quello del <strong>Mar Rosso</strong>, che è in realtà centrale nelle strategie regionali quanto nazionali. Le chiusure e l&#8217;utilizzo dei porti sono state spesso essenziali nelle logiche di spartizione del potere tra fazioni. E lo sfruttamento della costa sudanese è stato al centro di mire di molte potenze, desiderose di inserirsi in un contesto caotico, utile dal punto di vista delle materie prime e anche per quello militare.</p>



<p>Per molto tempo, il Sudan &#8211; anche dal punto di vista marittimo &#8211; è stato al centro degli interessi russi. Al pari della penetrazione del <strong>gruppo Wagner</strong> nel territorio del Paese africano, le sue coste sono diventate fondamentali per un altro tipo di interesse russo, questa volta facente capo alla Difesa. Nonostante la caduta dell&#8217;alleato Bashir, destituito a seguito di golpe, le trattative per l&#8217;acquisizione della <strong>base di Port Sudan </strong>da parte delle forze russe è proseguita, pur se tra alti e bassi, anche in questi anni. <a href="https://it.insideover.com/difesa/la-russia-accelera-ecco-perche-vuole-una-base-navale-in-sudan.html">E nell&#8217;ultima visita del ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov</a>, i vertici di Khartoum avevano confermato la volontà di mantenere in vita l&#8217;accordo, pur con una serie di difficoltà burocratiche e politiche che facevano credere in un sensibile allungamento delle tempistiche. Un&#8217;intesa che, come già avevamo avuto modo di scrivere, non piacque soprattutto agli Stati Uniti, che avevano ampiamente avvertito Khartoum dei rischi nelle relazioni bilaterali in caso di cessione della base alle forze navali di Mosca.</p>



<p>Ma al fianco di questo interesse russo per Port Sudan, la coste del del Paese africano erano state al centro anche di altri interessi, che fanno comprendere anche la volontà di altri Stati di incidere sul destino del Sudan o la ramificazione di alcuni rapporti.</p>



<p>Un primo protagonista internazionale, per quanto riguarda il fronte marittimo sudanese, è rappresentato dagli <strong>Emirati Arabi Uniti</strong>. A dicembre del 2022, il governo militare del Sudan <a href="https://apnews.com/article/sudan-6dd6458400d1261c896020142d700ce8">firmò una prima intesa con due società emiratine</a> per un nuovo porto, l&#8217;hub di Abu Amama, dal valore di 6 miliardi di dollari. Per Khartoum e Abu Dhabi si trattava (e si tratta) di un&#8217;intesa strategica estremamente rilevante:<strong> Abu Amama</strong> infatti sarebbe il secondo porto del Paese dopo quello di Port Sudan, trasformandosi quindi in uno scalo basilare nell&#8217;economia sudanese ma anche nello scacchiere regionale. L&#8217;accordo era in sostanza la certificazione di quel grande ruolo economico che gli Emirati hanno da diverso tempo in Sudan: interessi che contemplano oro, mercenari, proiezione in Libia e in altri Paesi limitrofi e appunto possibili investimenti e zone strategiche sotto il proprio controllo. Aggiungere un porto civile a una costellazione di basi nel Corno d&#8217;Africa implicherebbe una cintura di monitoraggio per tutte le rotte.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://it.insideover.com/iscriviti-alla-newsletter" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="810" height="150" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/04/strip_io_newsletter_war.jpg" alt="" class="wp-image-393132" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/04/strip_io_newsletter_war.jpg 810w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/04/strip_io_newsletter_war-300x56.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/04/strip_io_newsletter_war-768x142.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 810px) 100vw, 810px" /></a></figure>



<p>Terzo attore legato alle sorti del Mar Rosso sudanese è la <strong>Turchia</strong>. In queste ore, il presidente turco <strong>Recep Tayyip Erdogan</strong> sembra essersi proposto come mediatore tra le due fazioni in guerra in uno dei suoi continui tentativi di imporsi come figura di ponte tra parti in conflitto. A darne notizie sono state sia la tv saudita <em>Asharq News</em> che un diplomatico sudanese al <em>Sudan Tribune</em>. L&#8217;interesse politico di Erdogan di mostrarsi come uomo di pace tra i due generali sudanesi, Al-Burhan e Hemetti, si unisce però a un altro interesse, questa volta strategico, e che riguarda proprio il Sudan.</p>



<p>Anni fa, il &#8220;Sultano&#8221; avviò dei contatti con il governo di Khartoum per l&#8217;utilizzo di un porto, quello di <strong>Suakin</strong>. L&#8217;accordo, <a href="https://www.dailysabah.com/diplomacy/2019/04/26/turkey-to-remain-on-sudans-suakin-island-for-civilian-purposes">raggiunto durante la visita di Erdogan in Sudan nel 2017</a> &#8211; prima di un presidente turco nel Paese &#8211; aveva come obiettivo quello di ricostruire l&#8217;antico porto ottomano, ormai abbandonato, rendendolo uno scalo per il pellegrinaggio a la Mecca ma anche un centro turistico. </p>



<p>Contemporaneamente, nella partita si inserì l&#8217;allora ferreo alleato di Erdogan, il Qatar, pronto a mettere sul piatto diversi miliardi di dollari. I tre Paesi rivali della Turchia, e cioè <strong>Egitto</strong>, Emirati e Arabia Saudita, furono profondamente allarmati per l&#8217;ipotesi di un porto turco a Suakin, ritenendolo l&#8217;inizio di <a href="https://www.amazon.it/turca-risveglio-Ankara-Mediterraneo-allargato/dp/8833372812">una installazione militare di Ankara nel Mar Rosso</a>. La caduta di Bashir poi fece fermare il piano, che tuttavia non è mai stato definitivamente annullato. E non è impossibile credere che l&#8217;interesse di Erdogan, in questo momento, sia anche quello di tornare con vigore nello <strong>scenario sudanese </strong>anche per riprendere il filo di un discorso che dal punto di vista strategico è fondamentale per la Turchia, già da tempo proiettata più a sud nel Corno d&#8217;Africa.</p>



<p>Infine, da non sottovalutare anche l&#8217;interesse della <strong>Cina </strong>verso le coste del Sudan. Come ricordato su <em>Report Difesa</em>, i cinesi hanno già due porti, <strong>Haidob</strong>, della China Harbor Engineering Company, e Bushair. E per quanto riguarda il primo, quello di Haidob, non va dimenticato che &#8211; <a href="https://www.middleeasteye.net/news/sudan-port-closures-escalate-red-sea-region-framework-deal">come scritto da <em>Middle East Eye</em></a> &#8211; già negli scorsi anni fu al centro di pesanti scontri tra autorità e comunità locale che portarono anche alla chiusura dello scalo. Di quell&#8217;hub sudanese, una delle tante basi della <strong>Nuova Via della Seta marittima </strong>voluta dal presidente cinese Xi Jinping, si è sempre saputo poco rispetto ad altre infrastrutture legate ai progetti di Pechino. Tuttavia, l&#8217;inserimento nella partita dell&#8217;Africa orientale della Cina è evidente, cos come è chiaro anche l&#8217;interesse di Pechino per la stabilizzazione di un Paese che garantisca i suoi avamposti commerciali e strategici in Mar Rosso.</p>
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