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Guerra

Mosul, tra i cecchini che combattono l’Isis

MOSUL - I cadaveri dei miliziani jihadisti sono disseminati nella strada coperta da macerie. Un fuoco d’inferno li ha fatti a pezzi. Tutte e due le gambe di un seguace del Califfo sono volate via. L’ultimo corpo è disteso davanti all’ingresso della chiesa di Santa Maria del perpetuo soccorso, la prima ad essere liberata durante l’avanzata delle truppe irachene a Mosul ovest iniziata domenica. Sul muro accanto al portone è rimasta intatta una scritta perentoria in vernice nera: “Vietato entrare, ordine dello Stato islamico”.

Guerra

Sotto il fuoco dell’Isis

MOSUL OVEST - Al mattino verso le 7 ci accorgiamo del fumo scuro che si alza fuori dalla finestra. Tutti dormono sul pavimento, dopo una notte di scontri. Il tenente Hassan Kazhim Faraj è attaccato alla radio, ma non si accorge di niente. “Cos’è questo fumo?”, chiediamo all’ufficiale, che interpella le vedette sui tetti. “Daesh (Stato islamico nda) ha dato fuoco alla casa davanti. Forse per non farsi vedere dai droni” rispondono. Un attimo dopo inizia l’inferno a colpi di bombe a mano, raffiche incessanti e razzi Rpg. I seguaci del Califfo attaccano il nostro piccolo forte Apache, un avamposto di prima linea della polizia federale ad un passo dalla città vecchia. Tutti scattano in piedi per imbracciare le armi, infilarsi gli anfibi, il giubbotto antiproiettile e l’elmetto. Il maggiore Abd Sajid Raed, comandante del pugno di uomini del 5° battaglione ordina di distribuire le bombe a mano e di piazzare i mortai. Dai quattro edifici che controlla con il suo reparto arrivano notizie allarmanti: “Sono davanti a noi, ci lanciano le granate. Li abbiamo visti dietro l’angolo”. Assieme ai giovani poliziotti delle truppe d’assalto cerchiamo di raggiungere il tetto spazzato dalle raffiche. Impossibile uscire per rispondere al fuoco. Da una finestrella alle nostre spalle un cecchino infila un proiettile che si conficca nel muro poco sopra le nostre teste.

Terrorismo

Fuggita in Siria con il figlio

È fuggita in Siria per arruolarsi nell'Isis, portando con sé il figlio di sei anni. La sezione anti terrorismo della Procura di Milano, guidata da Alberto Nobili, ha chiesto e ottenuto dal gip Manuela Scudieri un ordine di cattura per terrorismo internazionale per Valbona Berisha, donna albanese di 34 anni residente a Barzago, in provincia di Lecco.

Guerra

Raqqa, i volontari occidentali e le milizie cristiane contro l’Isis

A Raqqa combattono contro le bandiere nere volontari occidentali, compresi 4 italiani, che muoiono in battaglia. E cristiani in armi, che vogliono vendicarsi delle vessazioni subite dallo Stato islamico. Nell’assedio della prima e storica capitale del Califfo, non ci sono solo i curdi siriani a voler spazzare via la minaccia jihadista.Bruce, barbetta rossiccia, occhi azzurri e mitra in pugno ha sull’uniforme mimetica la stella rossa del Ypg, le Unità curde di protezione popolare che hanno preso d’assalto Raqqa con l’appoggio Usa. Qualche passo più indietro avanza guardingo fra le macerie della prima linea un altro volontario occidentale. Mefisto calato sul volto per non farsi riconoscere è un inglese, che si presenta come Rony. “Faccio parte di un movimento antifascista nel Regno Unito e sono venuto a combattere a Raqqa perché lo Stato islamico rappresenta una minaccia per l’umanità” spiega il volontario ben armato passando sotto il minareto di una moschea scalfito dai colpi. I curdi nel nord della Siria, fino dalla feroce battaglia contro le bandiere nere nella città martire di Kobane, hanno attirato fra i 1000 e 2000 volontari stranieri.

Guerra

I volontari italiani in prima linea contro lo Stato Islamico

RAQQA. “Quando i proiettili “zippano" vicino alla testa ti butti per istinto a terra, ma il sibilo vuol dire che non sei stato colpito. I colpi di mortaio li senti partire e non sai mai se ti piombano addosso o ti passano sopra. Alla fine ti abitui”. In un’abitazione abbandonata, che segna la prima linea, comincia così l’esclusivo racconto di guerra di due italiani, che combattono lo Stato islamico a Raqqa al fianco dei curdi. Niente nomi se non quelli di battaglia. Cekdar Agir, che in curdo vuole dire dire “combattente e fuoco” è un anarchico di Torino di 41 anni, baffoni biondi e occhi azzurri. Botan viene anche lui dal nord Italia ed ha 30 anni. La famiglia è all’oscuro che combatte in Siria e per questo non vuole farsi fotografare a volto scoperto. In guerra da 8 mesi sono due dei quattro italiani sul fronte di Raqqa. Negli ultimi anni hanno combattuto fra le fila dell’Ypg, le Unità di protezione popolare curde nel nord della Siria, una ventina di connazionali.

Religioni

La vedova del martire cristiano

“Uno dei miei gemelli di 8 anni si è messo a correre passando vicino al terrorista suicida. Un angelo lo ha protetto. Il kamikaze si è fatto esplodere quando mio figlio era già lontano” ricorda Gihen Gergis Basiri con lo sguardo triste e la voce rotta dall’emozione. La vedova cristiana ha perso il marito, davanti ai suoi occhi, lo scorso anno, quando il terrorista dello Stato islamico ha seminato morte e terrore davanti alla chiesa di San Marco, la più antica di Alessandria dove riposano le reliquie dell’apostolo. La domenica delle Palme, l’obiettivo fallito delle bandiere nere era uccidere il Papa ortodosso, Tawadros II, che guida la maggioranza dei cristiani d’Egitto. Gihen è vestita di nero e non muove bene un braccio disarticolato dall’esplosione. La sopravvissuta racconta il “martirio” del marito nella stessa chiesa dove l’attentato suicida ha falciato 16 egiziani fra guardie di sicurezza e cristiani compresi bambini. Al suo fianco i due gemelli, Fedi, che significa Salvatore, illeso per miracolo e Bishoi, che ha cercato di aiutare la madre sanguinante subito dopo l’esplosione. REPORTAGE DI FAUSTO BILOSLAVO

Religioni

La chiesa presa d’assalto

“Siamo venuti a dire ai cristiani d’Egitto che non sono soli. Non è più il tempo di dire solo “resistete”, ma di resistere con loro” spiega Alessandro Monteduro, direttore di Aiuto alla chiesa che soffre. Dal 2011 la fondazione pontificia ha finanziato in Egitto progetti per oltre 4 milioni e mezzo di euro in sostegno alla comunità cristiana sotto tiro. Monteduro ha visitato i luoghi più significativi e a rischio dei copti assieme al vescovo di Carpi, Francesco Cavina ed il vicario generale, don Massimo Fabbri. La delegazione è stata ricevuta anche dal patriarca Tawadros II, il Papa dei copti ortodossi. Aiuto alla chiesa che soffre ha investito 76.300 euro nella messa in sicurezza delle chiese minacciate dai Fratelli musulmani nel 2013 e adesso sotto attacco dei terroristi dello Stato islamico. Per i luoghi di culto cristiani rimessi in piedi dopo le devastazioni sono stati spesi 91.000 euro. Altri 124mila euro sono andati a chi ha perso tutto a causa delle violenze anti cristiane e alle famiglie delle vittime. REPORTAGE DI FAUSTO BILOSLAVO

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