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	<title>Guerra Iran-Israele Archives - InsideOver</title>
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	<description>Inside the news Over the world</description>
	<lastBuildDate>Fri, 11 Jul 2025 09:37:22 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Guerra Iran-Israele Archives - InsideOver</title>
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	<item>
		<title>Tucker Carlson e l’intervista a Masoud Pezeshkian: quando il giornalismo fa il suo mestiere</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/tucker-carlson-e-lintervista-a-masoud-pezeshkian-quando-il-giornalismo-fa-il-suo-mestiere.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Mossetti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Jul 2025 09:37:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra Iran-Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Isis (Stato islamico)]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tucker Carlson intervista il presidente iraniano Pezeshkian e negli Usa scoppia la polemica. Ma proprio in. questo consiste il giornalismo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/tucker-carlson-e-lintervista-a-masoud-pezeshkian-quando-il-giornalismo-fa-il-suo-mestiere.html">Tucker Carlson e l’intervista a Masoud Pezeshkian: quando il giornalismo fa il suo mestiere</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>È dura quando sono le persone che hai sempre odiato a fare quello che dovresti fare tu. È quello che molti di noi hanno provato durante il weekend del 4 luglio, quando <strong>Tucker Carlson</strong>, ex commentatore politico di Fox News diventato polemista-principe dell&#8217;universo trumpiano, ha annunciato l&#8217;intervista col presidente iraniano, <strong>Masoud Pezeshkian</strong>, poco dopo la fine dei 12 giorni di <a href="https://it.insideover.com/difesa/thaad-la-guerra-israele-iran-ha-bruciato-le-riserve-dei-sistemi-antimissile-usa.html">guerra con Israele</a>. La reazione della destra istituzionale non si è fatta attendere: il deputato repubblicano <strong>Dan Crenshaw</strong> ha definito l’intervista un oltraggio: che disonore usare il Giorno dell&#8217;Indipendenza per &#8220;dare spazio al leader di uno Stato terrorista che ci chiama il Grande Satana”. A lui si sono aggiunti Ted Cruz e Mark Levin, accusando Carlson di “tradimento” per aver dato voce al nemico giurato.</p>



<p>Eppure dare spazio i nemici dell’Occidente è sempre stato parte integrante del mestiere giornalistico. Lo fece <strong>Dan Rather </strong>con <strong>Saddam Hussein</strong> poco prima dell’invasione del 2003, Barbara Walters con <strong>Fidel Castro</strong> e <strong>Vladimir Putin</strong>, per non parlare del <em>New York Times</em> con l’Ayatollah Khomeini nel 1979, a poche settimane dalla crisi degli ostaggi. Lo fecero Mike Wallace e <em>Time Magazine</em>, che lo proclamò “Uomo dell’anno” nel 1980: non certo per approvarlo, ma per il suo impatto sul mondo (salvo poi cedere al conformismo nel 2001, eleggendo al posto di<strong> Osama Bin Laden</strong> &#8211; che pure era stato intervistato da uno come Peter Bergen in Afghanistan &#8211; il gelatinoso sindaco di New York, <em>Rudy Giuliani</em>). </p>



<p>E lo sappiamo bene anche noi italiani, con le interviste con Arafat e Khomeini di <strong>Oriana Fallaci </strong>celebrate sugli scaffali della borghesia liberale &#8211; forse, va detto, anche perché quelle interviste erano manipolate da una prospettiva occidentalista.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Perché si parla con il nemico</h2>



<p>Perché, dunque, si parla con la Nemesi? Perché <strong>conoscere le parole e le motivazioni degli avversari è essenziale per informare i cittadini.</strong> E pazienza se ce lo ricorda Carlson, antivaccinista e anticomunista convinto, in un video introduttivo: “Gli statunitensi hanno il diritto costituzionale e divino di conoscere tutto ciò che possono su questioni che li riguardano. Il nostro compito è aggiungere conoscenza, da cui ognuno può trarre le proprie conclusioni”.</p>



<p>Il dibattito su Carlson, va detto, è tutto interno alla destra. La sinistra, di quel pezzo di giornalismo, sembra non essersene neppure accorta, a parte forse qualche segmento stalinista o anti-sistema finito nel MAGA per far dispetto alla sinistra dei diritti civili. E sempre da destra, qualcuno ha fatto notare che il problema non è aver intervistato Pezeshkian, ma averlo fatto come unica voce “iraniana” senza dare spazio anche a dissidenti e oppositori interni. Non sorprende, per questo, che il presidente abbia usato la conversazione per promuovere la narrazione del regime: <strong>accusare gli Stati Uniti e Israele di aver creato l’Isis,</strong> e presentare l’Iran come vittima delle ingerenze esterne. Un copione prevedibile. Ma non è colpa di Carlson se sui media tradizionali la voce degli ayatollah è quasi solo occultata, o ridicolizzata.</p>



<p>Questa intervista arriva in un momento delicato per la destra trumpiana. L’attacco degli Stati Uniti all’Iran di dieci giorni fa ha riacceso la tensione tra l’ala più bellicosa dei repubblicani &#8211; ancora legata a Netanyahu e alla tradizionale politica interventista &#8211; e<strong> la corrente “America First” più giovane e contraria a nuove guerre in Medio Oriente,</strong> incarnata da figure come Carlson, Charlie Kirk e Marjorie Taylor Greene, e persino da <strong>Glenn Greenwald</strong>, giornalista investigativo che pur con un passato progressista non ha mai fatto mistero di preferire ormai il realismo di Trump all&#8217;idealismo della dinastia Clinton. Pezeshkian lo ha capito bene: durante l’intervista ha parlato di “guerra infinita” e ha puntato il dito non contro Trump, ma contro Netanyahu, consapevole delle divisioni interne al fronte conservatore americano.</p>



<p>Il paradosso è che il sogno di un’America isolazionista, libera da ingerenze globali, è difficilmente realizzabile. Come osservano molti analisti, tra cui in Italia, il politologo Lorenzo Castellani, il ruolo egemonico degli Stati Uniti non deriva solo dalle scelte sbagliate di un’élite, ma <strong>da tendenze storiche, economiche e strategiche difficili da invertire.</strong> Non basta un cambio di presidente o di retorica per smantellare un impero costruito in ottant’anni.</p>



<p>Sia quel che sia, l’intervista di Carlson non va vista come uno scandalo, ma come giornalismo. È più preoccupante il fatto che tanti reporter abbiano perso la voglia o il coraggio di fare qualcosa di simile,<strong> limitandosi a ripetere i refrain pro-status quo, di una sola parte,</strong> senza metterla in discussione. Se poi sia stata un’intervista illuminante è un altro discorso: chi si aspettava risposte sincere o autocritiche dal presidente iraniano rimarrà deluso. Ma la funzione dell’intervista resta quella di offrire agli spettatori elementi per farsi un’idea propria &#8211; e magari per chiedere conto ai loro leader delle scelte che li portano, nelle guerre, sempre più vicini all&#8217;Eterno ritorno dell&#8217;uguale.</p>
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		<title>Cambio di regime per l’Iran: tanti pretendenti per una svolta improbabile</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/cambio-di-regime-per-liran-tanti-pretendenti-per-una-svolta-improbabile.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesca Salvatore]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Jun 2025 14:00:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Religioni]]></category>
		<category><![CDATA[Accordo sul nucleare iraniano (Jcpoa)]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra Iran-Israele]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1225" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_2025062317411474_19b04bd8e85331d62628941a042ddaf8.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_2025062317411474_19b04bd8e85331d62628941a042ddaf8.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_2025062317411474_19b04bd8e85331d62628941a042ddaf8-600x383.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_2025062317411474_19b04bd8e85331d62628941a042ddaf8-300x191.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_2025062317411474_19b04bd8e85331d62628941a042ddaf8-1024x653.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_2025062317411474_19b04bd8e85331d62628941a042ddaf8-768x490.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_2025062317411474_19b04bd8e85331d62628941a042ddaf8-1536x980.jpg 1536w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>All’interno del contesto drammaticamente instabile che l’Iran sta attraversando, l’ipotesi di un regime change non è più una mera speculazione accademica, ma una possibilità concreta che inizia a prendere corpo sia nei calcoli geopolitici delle cancellerie internazionali sia nei discorsi di figure chiave dell’opposizione. A rincarare la dose, la trovata di marketing politico di Donald &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/cambio-di-regime-per-liran-tanti-pretendenti-per-una-svolta-improbabile.html">[...]</a></p>
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<p>All’interno del contesto drammaticamente instabile che l’Iran sta attraversando, l’ipotesi di un <em>regime change</em> non è più una mera speculazione accademica, ma una possibilità concreta che inizia a prendere corpo sia nei calcoli geopolitici delle cancellerie internazionali sia nei discorsi di figure chiave dell’opposizione. A rincarare la dose, la trovata di marketing politico di <strong>Donald Trump</strong>, che nell&#8217;arco i 24 ore ha dapprima trovato nel “<strong>MIGA</strong>” un nuovo sfogo dopo le secche degli ultimi mesi, per poi annunciare un cessate-il-fuoco tripartito dalla protata storica.</p>



<p>Lo scenario, tuttavia, resta estremamente complesso e articolato, perché un eventuale crollo della Repubblica Islamica – fondata nel 1979 sulla commistione tra autorità religiosa e potere statale – avrebbe implicazioni profonde non solo per l’assetto interno del Paese, ma anche per l’equilibrio di potere nell’intero Medio Oriente.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le voci fuori dall&#8217;Iran</h2>



<p>Negli ambienti dell’opposizione in esilio si respira un <strong>crescente ottimismo</strong>. A farsi portavoce di questa visione è<strong> Reza Pahlavi</strong>, figlio dell’ultimo scià deposto dalla rivoluzione khomeinista, che da tempo si è riposizionato come simbolo di un’alternativa secolare, liberale e filo-occidentale. In recenti dichiarazioni pubbliche ha parlato apertamente del &#8220;<em>crollo imminente</em>&#8221; del regime, sostenendo che gli apparati repressivi della Repubblica Islamica sono sempre più indeboliti e che &#8220;<em>i vertici stanno già preparando la fuga</em>&#8220;. Secondo Pahlavi, questa volta l’<strong>onda di protesta interna</strong> – che ciclicamente si riaffaccia con forza, come dimostrano le manifestazioni del 2009, del 2017-2018, e più recentemente quelle del 2022 – avrebbe assunto una qualità diversa: più organizzata, più trasversale socialmente, più decisa a rifiutare l’assetto teocratico in toto. </p>



<p>Ma se Pahlavi strizza l’occhio alla mano d’acciaio dell’Occidente, più cauta è l&#8217;iraniana premio Nobel per la Pace 2003, <strong>Shirin Ebadi</strong>, che in un&#8217;intervista rilasciata all&#8217;emittente francese <em>Rfi,</em> ha ribadito che &#8220;I<em>l regime iraniano può essere rovesciato solo dalle proteste di milioni di iraniani, come durante il movimento &#8216;Donna, Vita, Libertà </em>&#8220;, riferendosi all&#8217;ondata di proteste che ha colpito l&#8217;Iran nell&#8217;autunno del 2022. &#8220;<em>Il governo di Teheran temeva questo tipo di protesta e per questo motivo agì con una repressione maggiore rispetto al passato</em>&#8220;, ha aggiunto Ebadi, esprimendo l&#8217;opinione che Israele e gli Stati Uniti non possano raggiungere il <em>regime change</em> con la forza militare.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Tre scenari possibili</h2>



<p>Tuttavia, il cambio di regime può avvenire in molteplici forme e modalità. Il primo scenario è quello di una <strong>transizione interna</strong>, cioè un collasso del potere da dentro, a seguito di una crisi sistemica: uno shock economico irreversibile (si pensi all&#8217;apartheid in Sudafrica), un’escalation militare insostenibile o una spaccatura insanabile tra le élite. In questo contesto, l&#8217;Assemblea degli Esperti – l’organo costituzionale incaricato di nominare la <strong>Guida Suprema</strong> – potrebbe essere costretta ad accelerare la successione a <strong>Khamenei</strong> (ormai ottantacinquenne e malato) e optare per una figura più pragmatica o più accomodante nei confronti dell’Occidente. In questa partita potrebbe tornare in campo la <strong>famiglia Rafsanjani</strong>, oppure una personalità ibrida, capace di mediare tra l’apparato clericale e le istanze di riforma.</p>



<p>Un secondo scenario, più caotico, è quello di un cambio di regime attraverso una <strong>rottura violenta</strong>, alimentata da proteste popolari irreversibili e un collasso delle forze di sicurezza. In questo contesto, i <strong>Guardiani della Rivoluzione </strong>– vero centro di potere in Iran – potrebbero disgregarsi o perdere la <em>rule of law</em>. Alcune loro fazioni potrebbero anche scegliere di negoziare una transizione per mantenere privilegi e immunità, aprendo a un governo ad interim o a un consiglio di transizione. In tal caso, figure come Reza Pahlavi, o altri leader dell’opposizione in esilio, potrebbero rientrare in gioco come referenti simbolici o istituzionali. Sempre che gli iraniani, in Iran, accettino di farsi guidare dalla diaspora.</p>



<p>Un terzo scenario, più controverso e rischioso, è quello di un <strong>regime change indotto</strong> o facilitato da un intervento esterno – diretto o indiretto. La recente campagna militare statunitense e israeliana contro i siti nucleari iraniani potrebbe essere letta da alcuni analisti come una strategia non solo di deterrenza, ma anche di <strong>logoramento del regime</strong>. Washington potrebbe mirare a una &#8220;<strong>destabilizzazione controllata</strong>&#8220;, ossia creare una pressione militare, economica e psicologica tale da rendere insostenibile la posizione della leadership clericale, auspicando che siano gli stessi iraniani a completare l’opera. Tuttavia, è un’ipotesi carica di rischi: potrebbe <strong>rafforzare i falchi interni</strong>, offrendo al regime una scusa per stringere ulteriormente la repressione e accusare l’opposizione di essere una pedina straniera.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il caleidoscopio iraniano</h2>



<p>Nelle grandi città come <strong>Teheran</strong>, <strong>Shiraz</strong> e<strong> Isfahan</strong>, tra le classi medie urbane più giovani, la diffidenza verso gli Stati Uniti come &#8220;nemico storico&#8221; è andata progressivamente sfumando, soprattutto negli anni successivi all’accordo sul nucleare del 2015. In quel contesto, molti giovani iraniani vedevano negli USA una possibilità di apertura economica e culturale. Questo capitale di speranza è stato eroso dalla decisione di Trump di uscire unilateralmente dall’accordo nel 2018, ma non è stato del tutto annullato. Oggi, soprattutto in<strong> ambienti pro-riformisti</strong>, un&#8217;azione americana che indebolisca l’apparato repressivo interno è vista con ambivalenza: c’è il timore dell’imperialismo, ma anche l’idea che solo uno shock esterno possa indebolire i Guardiani della Rivoluzione. Abbiamo raggiunto telefonicamente <strong>Pegah Moshir</strong> <strong>Pour</strong>, notta attivista iraniana in Italia, che resta scettica sul cessate il fuoco: &#8220;<em>Si tratta di un accordo tra tre persone, a capo di potenze militari che cercano di non sottomettersi all&#8217;altro. Il volere delle persone, penso che verra messo ancora di più da parte</em>&#8220;.</p>



<p>Esiste una piccola fascia della popolazione – in parte legata alla diaspora, in parte presente nelle élite culturali urbane e decisamente più agè – che rimpiange l’epoca dello Scià e vede con favore sia gli Stati Uniti che Israele come baluardi dell’Occidente contro il &#8220;fascismo teocratico&#8221; dell’attuale regime. Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià, raccoglie qui un certo seguito simbolico, in particolare tra coloro che auspicano una forma di transizione istituzionale ispirata a monarchie costituzionali europee. In questi ambienti, una collaborazione tattica con potenze esterne è considerata legittima.</p>



<p>Tra le <strong>minoranze etniche represse</strong>, come i <strong>baluchi</strong>, <strong>curdi</strong>, e <strong>arabi dell’Ahvaz</strong>, si osservano forme di contatto o simpatia per qualunque potere possa indebolire Teheran. Alcuni gruppi curdi iraniani, ad esempio, hanno mantenuto canali indiretti con Israele o rapporti con attori filo-americani in Iraq, nella speranza che il caos geopolitico favorisca le loro rivendicazioni autonomiste. È un consenso più &#8220;strumentale&#8221; che ideologico, motivato dalla frustrazione per le discriminazioni storiche e la militarizzazione delle loro regioni.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;alternativa pronta che non c&#8217;è</h2>



<p>Il dramma però è un altro. <strong>Al momento non esiste un’alternativa pronta e istituzionalmente solida per rimpiazzare la teocrazia iraniana</strong>. L’opposizione è frammentata, tanto all’interno quanto all’estero, e le sue figure più visibili – da Pahlavi a Masih Alinejad, da Hamed Esmaeilion ai membri del National Council of Resistance of Iran (NCRI) – non hanno un consenso unanime né una struttura politica che possa gestire la transizione. Per di più, resta il <strong>nodo etnico</strong>: in un Iran profondamente composito, la fine del regime centrale potrebbe innescare spinte centrifughe da parte di minoranze, aprendo <strong>scenari di disgregazione territoriale</strong>.</p>



<p>Se un cambio di regime in Iran dovesse realizzarsi esclusivamente dall’interno, senza interferenze o supporti esterni evidenti, il Paese si troverebbe di fronte a una delle transizioni più complesse della sua storia contemporanea. In questo scenario, è il popolo iraniano – con le sue risorse civiche, culturali e organizzative – a farsi motore della trasformazione, spingendo verso una rottura col sistema teocratico attuale. Le conseguenze sarebbero di portata regionale e globale, ma il processo stesso, per quanto desiderabile da molti, non sarebbe privo di insidie.</p>



<p>Negli ultimi anni, l’Iran ha già dimostrato quanto sia forte il <strong>malcontento popolare</strong>. Le proteste del 2019-2020 per il caro carburante, quelle del 2022 in seguito alla morte di <strong>Mahsa Amini</strong>, fino alle manifestazioni dei lavoratori e degli insegnanti nel 2023, hanno evidenziato una <strong>società civile esausta, ma ancora capace di mobilitarsi</strong>. Tuttavia, questi movimenti non sono mai riusciti finora a tradursi in una forza politica coesa in grado di rovesciare il sistema. Se ciò dovesse accadere, significherebbe che una convergenza trasversale – tra giovani, classi medie urbane, intellettuali, minoranze etniche e forse anche ex funzionari disillusi – è riuscita a superare la paura e a rompere la catena del terrore che per anni ha sostenuto il potere dei Pasdaran e del sistema giudiziario clericale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La massa critica necessaria e il rischio caos</h2>



<p><strong>Va anche detto che i numeri sono importanti</strong>: questi movimenti non hanno mai raggiunto una massa critica, poiché la maggior parte della gente resta convinta che le Guardie Rivoluzionarie del regime, la <strong>milizia Basij</strong>, i teppisti di strada che favorivano le autorità e l&#8217;onnipresente Ministero dell&#8217;Intelligence fossero troppo crudeli e implacabili per essere sconfitti. Nonostante le perdite ai vertici di questi ultimi giorni, l&#8217;infrastruttura delle Guardie Rivoluzionarie resta solida e attiva, con basi militari intatte in tutto il Paese. Al cuore del loro controllo interno restano i Basij, fedeli al regime e responsabili della repressione delle proteste popolari. Negli anni, si sono distinti per violenze sistematiche, arresti arbitrari e pestaggi, diventando <strong>il volto della repressione per molti iraniani</strong>. In situazioni di instabilità interna, rappresentano la prima linea difensiva del regime, ancora prima delle forze regolari. Per minare davvero il potere coercitivo della Repubblica Islamica, sarà cruciale colpire anche le strutture che tengono in piedi questa rete paramilitare. Finché resteranno operative, ogni rivolta popolare rischia di essere brutalmente soffocata.</p>



<p>Un crollo del regime generato interamente dall’interno implicherebbe molto probabilmente anche una fase iniziale di <strong>vacanza di potere e di instabilità</strong>. Il ruolo dei militari – e in particolare dei Guardiani della Rivoluzione – diventerebbe cruciale: sarebbero chiamati a scegliere se reprimere nel sangue, come avvenne nel 2009, oppure accettare il corso degli eventi per preservare almeno parte della propria struttura economica e politica. Una loro neutralizzazione o frammentazione interna, magari facilitata da defezioni o accordi tra fazioni, potrebbe fare da spartiacque.</p>



<p>Nel medio periodo, il percorso iraniano si giocherebbe tra due binari: quello della <strong>transizione democratica</strong> e quello del <strong>caos</strong>. Sebbene Israele abbia ucciso molte persone di grande importanza nel Paese, tutte le patologie della Repubblica Islamica sono ancora intatte. Nel primo caso, un governo provvisorio potrebbe essere composto da personalità della diaspora, tecnocrati interni e rappresentanti della società civile. Il modello potrebbe essere quello di <strong>un’assemblea costituente </strong>incaricata di riscrivere la Carta fondamentale, garantire diritti civili, pluralismo politico e separazione tra Stato e religione. Si tratterebbe di una sfida colossale, considerando il peso dell&#8217;apparato clericale, il vuoto istituzionale e la necessità di ricostruire la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Nel secondo caso, ovvero in assenza di una guida autorevole e legittimata, l’Iran rischierebbe una frammentazione del potere, con regioni fuori controllo, un vuoto di sicurezza e l’emergere di milizie locali o <strong>signori della guerra</strong>. Anche i <strong>gruppi jihadisti </strong>potrebbero approfittare del caos per infiltrarsi in un Paese in transizione, così come farebbero potenze regionali concorrenti – dalla Turchia all’Arabia Saudita.</p>



<p>Una rivoluzione interna avrebbe però anche <strong>enormi potenzialità</strong>: l’Iran è un Paese con una <strong>popolazione giovane, istruita, con una forte identità culturale e una tradizione millenaria di resilienza. </strong>Il regime ha già mostrato dei punti deboli, come sottolinea Moshir Pour: le reprimenda cinesi circa la minaccia su Hormuz ne è una prova. Dall&#8217;altra parte, una transizione guidata da iraniani, per quanto caotica, avrebbe più probabilità di risultare autentica e duratura rispetto a un cambio di regime imposto dall’esterno. Potrebbe, col tempo, trasformare l’Iran in una democrazia islamica parlamentare, in un sistema laico sul modello turco pre-Erdogan o in una repubblica semi-presidenziale ispirata a modelli occidentali, ma con caratteristiche proprie.</p>



<p>Come scrivevano nel 2020 su <em>ForeignAffairs </em>due del calibro di Eric Edelman e Ray Takeyh “<em>In tutti i casi di cambio di regime, i prerequisiti indispensabili per il successo sono che il governo si indebolisca e la popolazione si affermi con più audacia</em>”. Come ogni transizione, anche in Iran il punto di svolta arriverà solo quando il potere vacillerà e il coraggio collettivo saprà colmare il vuoto. È lì, in quella frattura, che la storia può davvero cambiare. Cosa puoi fare la comunità internazionale per l&#8217;Iran? Come ha sottolineato Moshir Pour, &#8220;<em>Va delegittimata la Guida Suprema così come i pasdaran</em>. <em>Essere la voce degli iraniani. Non negoziare nel momento in cui non sono presenti i diritti umani</em>&#8220;. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/cambio-di-regime-per-liran-tanti-pretendenti-per-una-svolta-improbabile.html">Cambio di regime per l’Iran: tanti pretendenti per una svolta improbabile</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Israele bombarda l&#8217;Iran: ondata di raid contro il programma nucleare, uccisi alti comandanti militari</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Jun 2025 04:08:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra Iran-Israele]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1190" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250613060648768_2445f8be977fb1fcff525b6253a8c3bb.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250613060648768_2445f8be977fb1fcff525b6253a8c3bb.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250613060648768_2445f8be977fb1fcff525b6253a8c3bb-600x372.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250613060648768_2445f8be977fb1fcff525b6253a8c3bb-300x186.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250613060648768_2445f8be977fb1fcff525b6253a8c3bb-1024x635.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250613060648768_2445f8be977fb1fcff525b6253a8c3bb-768x476.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250613060648768_2445f8be977fb1fcff525b6253a8c3bb-1536x952.jpg 1536w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Benjamin Netanyahu ha passato il Rubicone nella notte tra il 12 e il 13 giugno: Israele ha avviato una massiccia campagna di bombardamenti contro l&#8217;Iran e il suo programma nucleare, colpendo inoltre diversi importanti comandanti militari nella capitale Teheran. Della possibilità di questi raid si parlava da tempo e Netanyahu ha sempre accarezzato l&#8217;ipotesi dal &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/israele-bombarda-liran-ondata-di-raid-contro-il-programma-nucleare-uccisi-alti-comandanti-militari.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1190" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250613060648768_2445f8be977fb1fcff525b6253a8c3bb.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250613060648768_2445f8be977fb1fcff525b6253a8c3bb.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250613060648768_2445f8be977fb1fcff525b6253a8c3bb-600x372.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250613060648768_2445f8be977fb1fcff525b6253a8c3bb-300x186.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250613060648768_2445f8be977fb1fcff525b6253a8c3bb-1024x635.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250613060648768_2445f8be977fb1fcff525b6253a8c3bb-768x476.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250613060648768_2445f8be977fb1fcff525b6253a8c3bb-1536x952.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p><strong>Benjamin Netanyahu</strong> ha <strong>passato il Rubicone</strong> nella notte tra il 12 e il 13 giugno: <strong>Israele ha avviato </strong><a href="https://it.insideover.com/politica/iran-usa-e-israele-preparano-unaltra-grande-guerra-mediorientale.html"><strong>una massiccia campagna di bombardamenti contro l&#8217;Iran</strong> </a>e il suo programma nucleare, colpendo inoltre diversi importanti comandanti militari nella capitale Teheran. Della possibilità di questi raid si parlava da tempo e Netanyahu ha sempre accarezzato l&#8217;ipotesi dal 2009, anno del suo ritorno al governo, a oggi. </p>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="500" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">🇮🇷 ISRAEL ATTACKS IRAN<br><br>Visuals from Tehran, Iran.<br><br>Explosions also heard in Tabriz. <a href="https://t.co/kchSPD1xSz">pic.twitter.com/kchSPD1xSz</a></p>&mdash; DD Geopolitics (@DD_Geopolitics) <a href="https://twitter.com/DD_Geopolitics/status/1933314965412458769?ref_src=twsrc%5Etfw">June 13, 2025</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
</div></figure>



<p>Cinque le ondate di attacchi: sotto attacco il principale impianto di arricchimento nucleare a Natanz, come ha confermato l&#8217;Agenzia Internazionale dell&#8217;Energia Atomica, il centro di ricerca nucleare di Tabriz, basi a Kermanshah, Arak e Isfahan nel cuore del Paese e, chiaramente, la capitale. In attacchi mirati sarebbero stati uccisi il Generale di Brigata <strong>Mohammad Bagheri, </strong>comandante in capo delle Forze Armate e secondo comandante in capo dopo la Guida Suprema, il suo vice Gholamali Rashid e Hossein Salami, comandante delle Guardie Rivoluzionarie. Uccisi anche due alti scienziati nucleari, <strong>Mohammad Mehdi Tehranchi e Fereydoun Abbasi</strong>.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="500" data-dnt="true"><p lang="de" dir="ltr">Israel hat heute Nacht den Iran in einem Präventivschlag angegriffen.<br><br>Ziele in Teheran sowie die iranischen Atomanlagen wurden getroffen.<br><br>Iran bereitet die Kriegserklärung an Israel vor und droht den USA ebenfalls mit Angriffen.<br><br>Die Folgen dieses Schritts sind unabsehbar. <a href="https://t.co/VTBXNrQmOF">pic.twitter.com/VTBXNrQmOF</a></p>&mdash; Dr. David Lütke (@DrLuetke) <a href="https://twitter.com/DrLuetke/status/1933365734622871721?ref_src=twsrc%5Etfw">June 13, 2025</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
</div></figure>



<p>La manovra di Israele appare il <strong>combinato disposto tra una versione all&#8217;ennesima potenza</strong> della sempre più attiva <strong>campagna di esecuzioni mirate</strong> contro leader nemici condotta già contro vertici dei Pasdaran all&#8217;estero e leader di Hezbollah e Hamas tra Libano e Gaza, con la differenza che si è trattato in questo caso di colpire <strong>alti gradi di uno Stato sovrano</strong>, e ondate di attacchi di tipo strategico a siti<strong> posti in aree remote</strong> del territorio della Repubblica Islamica. Attacchi ancor più significativi se si considera che Tel Aviv avrebbe agito in solitaria, dato che gli Usa intenti a negoziazioni con l&#8217;Iran si sono dichiarati estranei ai raid. </p>



<p>Significativamente, è stato colpito e gravemente ferito anche Ali Shamkhani, consigliere della Guida Suprema Ali Khamenei che guidava in molti casi il negoziato diretto con Washington. Un mese fa Shamkhani ha definito l&#8217;Iran pronto a firmare l&#8217;accordo sul nucleare nella sua versione rinnovata.</p>



<p><strong>L&#8217;ampia raccolta intelligence del Mossad</strong> appare aver condotto Tel Aviv a obiettivi sistemici in tutto il Paese e la complessità della mossa dà l&#8217;idea di un piano programmato da anni, a cui il voto di giovedì dell&#8217;Agenzia Internazionale dell&#8217;Energia Atomica ha fornito il coronamento: &#8220;l&#8217;Iran sta portando avanti un programma segreto per assemblare un&#8217;arma nucleare, secondo l&#8217;intelligence israeliana, e ha materiale sufficiente per assemblare<strong> 15 bombe nucleari in pochi giorni&#8221;</strong>, ha dichiarato un funzionario del governo di Tel Aviv al New York Times, richiamando esplicitamente la risoluzione sul fatto che Teheran <a href="https://www.nytimes.com/2025/06/12/world/middleeast/un-iaea-iran-nuclear-program.html">non sta rispettando i suoi obblighi di non proliferazione nucleare</a>.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="500" data-dnt="true"><p lang="es" dir="ltr">🔴 <a href="https://twitter.com/hashtag/URGENTE?src=hash&amp;ref_src=twsrc%5Etfw">#URGENTE</a> | Israel lanza una segunda oleada de ataques. Múltiples explosiones en Irán, en estos momentos. <a href="https://t.co/FQWLYoutWT">pic.twitter.com/FQWLYoutWT</a></p>&mdash; Mundo en Conflicto 🌎 (@MundoEConflicto) <a href="https://twitter.com/MundoEConflicto/status/1933336201399816374?ref_src=twsrc%5Etfw">June 13, 2025</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
</div></figure>



<p>Netanyahu ha dichiarato che i raid continueranno &#8220;finché necessario&#8221;. L&#8217;Israel Defense Force ha definito la mossa un &#8220;attacco preventivo&#8221;. Per il Capo di Stato Maggiore Eyal Zamir l&#8217;arricchimento nucleare di Teheran aveva &#8220;raggiunto il punto di non ritorno&#8221;. Parole che mostrano un clima d&#8217;urgenza ma anche un chiaro messaggio politico. Il primo obiettivo di questi raid è, oltre ad affermare la superiorità tattica israelian, quello di scavare una trincea invalicabile dai negoziati mediati dall&#8217;Iran. Un sabotaggio in grande stile e su larga scala in un Medio Oriente che brucia. E su cui si aspetta ora la mossa di Donald Trump e degli Usa. Contrari, nel principio, ai raid di Tel Aviv. Ma ora chiamati a capire se e in che misura sostenere il loro più ferreo alleato nella sua campagna più spericolata.</p>
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