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Guerra

Dopo l’occupazione: il caos iracheno

All’indomani del crollo del regime Baathista, le principali città dell’Iraq diventarono teatro di saccheggi e razzie negli edifici del governo e delle istituzioni pubbliche. Fu dopo la fine delle principali operazioni militari di occupazione che il bilancio delle vittime tra i ranghi americani cominciò a salire vertiginosamente fino a superare la soglia dei 3000 caduti nel 2007. Le forze di occupazione furono gravemente indebolite da continui attacchi suicidi e di guerriglia urbana, soprattutto da parte degli ex membri dell’esercito licenziati in tronco dall’amministrazione Bremer, ma ancora armati, che entrarono nelle fila dell’insurrezione sunnita.La situazione economica irachena era devastata da decenni di dittatura e di dipendenza dalla vendita di petrolio come unica fonte di reddito interna, che non sopperiva che in minima parte all’enorme debito pubblico. Le guerre ingaggiate da Saddam e le conseguenti sanzioni, la soppressione dell’iniziativa privata e l’annoso isolamento dal mercato internazionale avevano messo l’Iraq in ginocchio. Nel complesso, le infrastrutture statali che erano state risparmiate dai bombardamenti della coalizione erano state saccheggiate e messe fuori uso, e la popolazione era allo stremo. I presupposti gettati prima dal regime di Saddam e poi dalle policy della Coalition Provisional Authority e l'intervento di elementi quaedisti sono infine esplosi in una guerra settaria che ha dato i natali allo Stato Islamico.Contemporaneamente all’insurrezione sunnita si è venuta a creare una moltitudine di milizie sciite, in gran parte confluite poi nell’esercito del Mahdi, creato del religioso radicale sciita Moqtada al Sadr con l’obiettivo di mettere fine all’occupazione straniera dell’Iraq ma anche vendicare l’oppressione decennale esercitata dalla minoranza sunnita. A partire dal 2006 il governo americano tenta la strada dell’alleanza con alcune tribù sunnite che finanzia ed equipaggia per sottrarre forza all’insurrezione e creare il movimento Sahwa (risveglio).

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L’invasione americana in Iraq

Alle prime luci del mattino del 20 marzo 2003 le operazioni di shock and wave della “coalizione di volenterosi” guidata dagli Stati Uniti davano inizio alla Seconda guerra del Golfo. La veloce preparazione dell’attacco aveva dato modo al presidente George W. Bush di predire una guerra lampo, e il tempo gli diede in parte ragione. Appena tre settimane dopo, i militari americani facevano il loro ingresso nel palazzo presidenziale di Saddam Hussein. A meno di un mese e mezzo dall’inizio del conflitto, gli americani guardavano alla televisione il loro presidente sul ponte della portaerei USS Lincoln assicurare “mission accomplished”, missione compiuta. Non sapevano che ci sarebbero voluti altri otto lunghi e sanguinosi anni per lasciare l’Iraq, né che il conflitto scatenato da politiche sprovvedute e mal informate si sarebbe presto trasformato in un’insurrezione contro gli invasori e nel pantano di una guerra settaria che avrebbe dato vita allo Stato Islamico e causato innumerevoli danni economici e sociali.Ad un anno e mezzo dagli attacchi alle Torri Gemelle, l’obiettivo americano era il rovesciamento del regime di Saddam Hussein, considerato un rischio non più tollerabile a causa del suo presunto arsenale di armi di distruzione di massa chimiche e biologiche e per i legami e la protezione fornita al terrorismo islamico. Lo sgretolamento dell’“asse del male” che schierava Iraq, Iran e Corea del Nord contro gli Stati Uniti doveva cominciare dal primo della lista. A smuovere il tentennamento della Nazioni Unite sull’autorizzazione alle operazioni militari ci pensò l’allora segretario di Stato Colin Powell, sventolando davanti al Consiglio di Sicurezza Onu quelle che dovevano essere le prove delle armi di distruzione di massa di cui Baghdad disponeva. Un anno più tardi un rapporto del Senato stesso ammetteva che gli elementi presentati da Powell erano ampiamente “ingigantiti, fuorvianti e sbagliati” e che gli ispettori mandati dal governo non avevano trovato riscontro di tali accuse.Inizialmente, le truppe britanniche e americane ebbero gioco facile contro il debole e disorganizzato esercito del Rais, ed entrarono con facilità a Baghdad. Le condizioni di sicurezza però si deteriorarono presto tra le decine di attentati e attacchi armati che si consumavano ogni giorno contro le forze d’occupazione. L’ambiente urbano ostile mise in particolare difficoltà la coalizione a Fallujah, dove ebbe luogo lo scontro più sanguinoso della campagna.

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