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	<title>Egitto Archives - InsideOver</title>
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	<title>Egitto Archives - InsideOver</title>
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		<title>Netanyahu bombarda Damasco ma il messaggio è per Biden</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/netanyahu-bombarda-damasco-ma-il-messaggio-e-per-biden.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fulvio Scaglione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Apr 2024 16:47:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1200" height="800" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240401184417416_e44d1bf85a050cbb1a5d7056a629e63b.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Netanyahu" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240401184417416_e44d1bf85a050cbb1a5d7056a629e63b.jpg 1200w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240401184417416_e44d1bf85a050cbb1a5d7056a629e63b-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240401184417416_e44d1bf85a050cbb1a5d7056a629e63b-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240401184417416_e44d1bf85a050cbb1a5d7056a629e63b-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240401184417416_e44d1bf85a050cbb1a5d7056a629e63b-768x512.jpg 768w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></p>
<p>Netanyahu bombarda l'ambasciata dell'Iran a Damasco ma il messaggio è per Biden: non provare ad abbandonarci o facciamo saltare tutto. E a quel punto... </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/netanyahu-bombarda-damasco-ma-il-messaggio-e-per-biden.html">Netanyahu bombarda Damasco ma il messaggio è per Biden</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1200" height="800" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240401184417416_e44d1bf85a050cbb1a5d7056a629e63b.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Netanyahu" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240401184417416_e44d1bf85a050cbb1a5d7056a629e63b.jpg 1200w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240401184417416_e44d1bf85a050cbb1a5d7056a629e63b-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240401184417416_e44d1bf85a050cbb1a5d7056a629e63b-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240401184417416_e44d1bf85a050cbb1a5d7056a629e63b-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240401184417416_e44d1bf85a050cbb1a5d7056a629e63b-768x512.jpg 768w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></p>
<p>Com&#8217;è chiaro da mesi, l&#8217;unico Paese in Medio Oriente che non ha timore di un allargamento del conflitto è Israele. Perché può vantare un superiorità militare chiara ed evidente. Ma soprattutto perché, mentre l&#8217;Iran ha come proxy gli Houthi dello Yemen, gli Hezbollah del Libano e il fragile regime siriano di Bashar al-Assad, lo Stato ebraico ha come proxy gli Stati Uniti, ovvero la massima potenza mondiale. La stessa che ogni anno &#8220;regala&#8221; allo Stato ebraico 4 miliardi di dollari in armi. La stessa che giochicchiando con le risoluzioni dell&#8217;Onu, sta guadagnando tempo per la guerra di Netanyahu. La stessa che dal 1967 a oggi ha accompagnato la politica di espansione degli insediamenti illegali di Israele nei Territori palestinesi occupati, rendendo così di fatto impossibile la famosa soluzione &#8220;due popoli due Stati&#8221; di cui ora, a parole, si fa paladina.</p>



<p>È in questo quadro che si spiega l&#8217;ultima incursione israeliana sulla capitale siriana Damasco, dove è stato bombardato un edificio dell&#8217;ambasciata iraniana uccidendo sei persone, tra le quali anche <strong>Mohammed Reza Zahedi</strong>, un alto ufficiale della forze Al Quds, i cosiddetti pasdaran iraniani. Dicono le prime cronache che l&#8217;incursione sia stata programmata per evitare di colpire l&#8217;ambasciatore dell&#8217;Iran. Ma il punto non è questo. Al di là della &#8220;soddisfazione&#8221; per aver colpito un esponente di un regime nemico, questa ennesima incursione sulla Siria ha poco a che fare con la crisi di Gaza. Gli stessi servizi segreti Usa, a suo tempo auditi al Senato, <a href="https://it.insideover.com/difesa/lintelligence-usa-sgonfia-la-minaccia-iraniana-su-programma-nucleare-e-hamas.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">hanno escluso quanto tutti erano inclini a pensare</a>, ovvero che ci fosse la mano dell&#8217;Iran dietro la strage organizzata da Hamas il 7 ottobre dell&#8217;anno scorso. E non sono certo le forze iraniane presenti in Siria, pur con tutta la loro ostilità a Israele, a influire sulle operazioni in corso a Gaza.</p>



<p>Più interessante notare che questa operazione si è svolta mentre cresce, dentro Israele, <strong>la contestazione al Governo di estrema destra guidato da Netanyahu.</strong> Per il secondo giorno consecutivo decine di migliaia di persone sono scese in piazza per chiedere elezioni anticipate, ovvero il mezzo per potersi finalmente sbarazzare di Bibi. Davanti al Parlamento, a Gerusalemme, è sorta una tendopoli per richiamare i legislatori a una diversa strategia politica. E il Forum delle famiglie degli ostaggi ha intimato ai negoziatori che fanno la spola tra il Qatar e l&#8217;Egitto di non tornare in Israele senza un accordo che preveda la liberazione dei loro cari ancora prigionieri dei terroristi di Hamas. Gli Stati Uniti, poi, che vorrebbero liberarsi di Netanyahu senza doversi rimangiare la politica ciecamente pro-Israele tenuta in questi decenni (detto in altre parole: vorrebbero far finire la crisi senza però fare nulla di concreto), hanno fatto capire in ogni modo che l&#8217;assalto su Rafah deve essere evitato. Perché provocherebbe un mare di vittime tra i civili e, crediamo, anche perché metterebbe a serio rischio il già precario equilibrio dell&#8217;Egitto, un Paese economicamente <a href="https://www.terrasanta.net/2024/03/perche-lue-lancia-un-salvagente-allegitto/">alla canna del gas per le stolide strategie dei militari</a> che controllano le finanze dello Stato e che, se fosse costretto ad accogliere un milione e mezzo di palestinesi in fuga dalla Striscia rischierebbe di veder esplodere il Sinai, già ribollente di jihadismi, tribalismi e ribellismi assortiti.</p>



<p>Queste bombe su Damasco, quindi, sono soprattutto un monito che l&#8217;Israele di Netanyahu (palesemente destinato a fallire nell&#8217;idea di &#8220;sradicare Hamas&#8221;, privo di un vero piano strategico per il dopoguerra, contestato fuori e lacerato dentro) lancia agli Usa, visto che la Ue non conta: non abbandonateci, non provate a distanziarvi, non pensate neppure a prendere qualche provvedimento per fermarci. Altrimenti facciamo saltare tutto e a quel punto sareste davvero costretti a buttarvi nella mischia per difenderci. Caro Biden, apri le orecchie: ci tieni alla rielezione? Vuoi arrivare al voto di novembre come il Presidente che ha tradito i 7 milioni di ebrei di Israele e i 7 milioni di ebrei degli Usa? Ti conviene?</p>



<p> </p>
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		<item>
		<title>Medio Oriente, perché nessuno si muove (né si muoverà) per aiutare i palestinesi</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/medio-oriente-perche-nessuno-si-muove-ne-si-muovera-per-aiutare-i-palestinesi.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fulvio Scaglione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Feb 2024 18:57:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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<p>Molte parole, anche forti, ma nella pratica... Perché Turchia, Arabia Saudita, Qatar, Iran ed Egitto non vogliono farsi coinvolgere in uno scontro aperto con Israele.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1229" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/12/AYwqqUoNWv2c010y7hG__ANSA-scaled.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/12/AYwqqUoNWv2c010y7hG__ANSA-scaled.jpeg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/12/AYwqqUoNWv2c010y7hG__ANSA-scaled-600x384.jpeg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/12/AYwqqUoNWv2c010y7hG__ANSA-300x192.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/12/AYwqqUoNWv2c010y7hG__ANSA-1024x655.jpeg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/12/AYwqqUoNWv2c010y7hG__ANSA-768x492.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/12/AYwqqUoNWv2c010y7hG__ANSA-1536x983.jpeg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/12/AYwqqUoNWv2c010y7hG__ANSA-2048x1311.jpeg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>&nbsp; &nbsp; La crisi di Gaza, ben lungi dall’essere avviata a soluzione, ha provocato e provoca una continua serie di analisi sulle conseguenze che potrebbe avere, anche sull’economia mondiale, un allargamento del conflitto all’intera regione mediorientale. È una preoccupazione più che legittima, alla luce tra l’altro dello scontro aperto da due anni tra la Russia e l’Occidente. Ma la postura dei diversi Paesi del Medio Oriente, a dispetto della pomposa retorica pro-Palestina esibita dai loro leader, induce a pensare l’esatto opposto, e cioè che nessuno di essi voglia essere coinvolto in uno scontro aperto con Israele e la sua potenza militare, oltre che con lo scontato intervento degli Usa a fianco dello Stato ebraico.</p>



<p>&nbsp; &nbsp; Cominciamo dal caso più clamoroso, almeno per quanto riguarda la distanza tra le dichiarazioni e i fatti: <strong>la Turchia. Recep Tayyep Erdogan</strong> in questi mesi non si è risparmiato. Israele Stato terrorista, Netanyahu come Hitler, Hamas movimento di liberazione della Palestina, non lasceremo mai soli i palestinesi, e così via. In realtà, il Governo di Erdogan, anche dopo il 7 ottobre dell’attacco di Hamas e dell’inizio della reazione di Israele, ha continuato imperterrito a fare affari con lo Stato ebraico. Il giornalista turco in esilio <strong>Metin Cihan</strong> ha documentato l’intenso traffico di navi turche verso Israele, con carichi di armi e altri materiali anche di uso bellico, compreso l’acciaio di cui la Turchia è il primo fornitore. Non solo. <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/perche-israele-ha-armato-l-azerbaigian-contro-l-armenia-e-cosa-c-entra-l-iran-AFdtsD7">Turchia e Israele hanno un concretissima e privilegiata relazione per quanto riguarda l’Azerbaigian.</a> Entrambi hanno collaborato, con armi e <em>intelligence</em>, alla riconquista militare azera del Nagorno Karabkah, e per entrambi la collaborazione in quell’area è fondamentale. Per la Turchia, che non cessa di perseguire il sogno panturco, di cui è stato un capitolo fondamentale la costituzione, nel 2021, del Consiglio degli Stati turchi, di cui sono membri appunto Turchia e Azerbaigian ma anche Uzbekistan, Kazakstan e Kirghizistan, con un evidente proiezione verso l’Asia Centrale in concorrenza con Russia (soprattutto) e Cina. Ma anche per <strong>Israele, che dall’osservatorio azero può tener d’occhio l’Iran</strong>, il più dichiarato dei suoi nemici e Paese “scomodo” anche per la Turchia. Difficile, anzi impossibile, che Erdogan metta a rischio tutto questo per amore di Hamas. Prevedibile, invece, a crisi di Gaza spenta, un’ennesima sua piroetta.</p>



<p>E poi c’è, naturalmente, l’altro gigante della regione, <strong>l’Arabia Saudita.</strong> Toni molto meno aspri, qui, anzi: da un certo punto di vista conciliatori. <a href="https://legrandcontinent.eu/it/2023/11/15/israele-hamas-il-piano-dellarabia-saudita-per-pesare-sul-futuro/">I sauditi hanno convocato a Ryadh un vertice della Lega araba</a> e dell’Organizzazione per la cooperazione islamica per chiedere un cessate il fuoco a Gaza, e hanno affermato che non riconosceranno Israele fino a quando la crisi non sarà risolta. Questo, però, equivale a dire che l’intenzione di riconoscere Israele non è stata archiviata ma solo rimandata. E si capisce bene perché. Un accordo con lo Stato ebraico, e l’eventuale accesso al suo grande <em>know how</em> tecnologico, potrebbe dare una grossa spinta ai piani di sviluppo del principe <strong>Mohammed bin Salman</strong>. Per arrivare al riconoscimento tra i due Stati, inoltre, gli Usa erano (e sono) disponibili a fare grosse concessioni all’Arabia Saudita: prima dei massacri di Hamas del 7 ottobre, Biden sembrava incline a siglare con Ryadh un accordo di difesa reciproca (essendo difficile che qualcuno attacchi gli Usa, l’accordo era ovviamente una garanzia di appoggio militare per l’Arabia Saudita) e di collaborazione spinta nel settore del nucleare, nell’evidente tentativo di riequilibrare le pulsioni atomiche del vicino Iran. <a href="https://www.orizzontipolitici.it/corridoio-economico-india-medio-oriente-europa/">I sauditi, inoltre, stavano accarezzando le prospettive del corridoio India-Medio Oriente-Europa</a> progettato durante l’ultimo vertice del G20 in India: un’autostrada commerciale che, partendo dai porti indiani di Mumbai e Mundra, doveva far tappa negli Emirati Arabi Uniti (Dubai), in Arabia Saudita (Al-Ghuwaifat e Ryadh), in Israele (Haifa) e da lì raggiungere il porto greco del Pireo. Un disegno che avrebbe moltiplicato il già notevole peso specifico saudita sulla scena internazionale. L’appoggio saudita alla causa palestinese, quindi, pare più che altro di facciata, ribadito anche per evitare rigurgiti interni di estremismo islamista. Ma lo sguardo di Bin Salman e dei suoi è puntato su ben altri orizzonti.</p>



<p><strong>Il Qatar.</strong> Come nel caso del principe saudita Mohammed bin Salman, l’emiro quatariota <strong>Tamim bin Hamad Al Thani</strong> sembra preoccupato soprattutto di difendere e magari incentivare il ruolo internazionale del proprio Paese, sfruttando le ricadute del conflitto tra Israele e palestinesi. Il Qatar ospita sul proprio territorio <strong>la base americana di Al Udeid</strong> (costruita con fondi qatarioti) dove ha sede il CENTCOM (il comando centrale Usa per le operazioni in Medio Oriente, Nord Africa e Asia Centrale). Solidissima quindi è la relazione con la Casa Bianca. <strong>Ancor più solida, però, è la relazione con Hamas</strong>, che dal 2007 (cioè dalla presa di potere a Gaza) ha ricevuto dal Qatar una montagna di miliardi, come pure molti altri movimenti del radicalismo islamico. Da questa posizione particolare il Qatar ha molto lavorato, in queste settimane, come mediatore tra Usa e Israele e Hamas, nell’obiettivo di arrivare alla liberazione degli ostaggi israeliani e a un cessate il fuoco per i palestinesi. In altre parole, ha cercato di ripetere quanto fece nel 2021 con il ritiro degli americani dalll’Afghanistan, quando la sua funzione di intermediario fu da entrambe le parti riconosciuta come essenziale. A Gaza l’impresa non è riuscita ma oltre ai buoni uffici diplomatici l’amico qatariota non è proprio disposto ad andare.</p>



<p><strong>Eccoci quindi al grande nemico di Israele, l’Iran</strong>, il Paese che non ha mai smesso di ipotizzare la distruzione o la scomparsa di Israele. Anche in questo caso, non lasciamo ingannare dall’attivismo dei <em>proxy</em> di Teheran, gli Houthi dello Yemen e l’hezbollah del Libano: la minaccia alle navi nel Mar Rosso dei primi e i razzi contro Israele dei secondi tengono alta la tensione ma, soprattutto, evitano all’Iran di intervenire in prima persona. La Guida Suprema, <strong>l’ayatollah All Khamenei</strong>, del resto, ha detto subito che <a href="https://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/articoli/452927/khamenei-all-iran-ora-serve-calma-.shtml">“l’Iran deve mostrare calma” </a>e, a dispetto del grande sfoggio di nuovi armamenti e della strage di palestinesi, a quella linea si è attenuto. A questo hanno contribuito le pressioni della Cina e della Russia, partner politici ed economici decisivi per l’Iran, e il desiderio di non interrompere il disgelo in corso con l’Arabia Saudita. Per non parlare della prospettiva di scontrarsi militarmente con Israele, che non vedrebbe l’ora di regolare i conti con la Repubblica islamica, bene sapendo che in quel caso avrebbe tutto l’appoggio necessario da parte degli Usa.</p>



<p><strong>Per finire l’Egitto</strong>. Legato a Israele dal Trattato di pace firmato nel 1979 e impelagato nella crisi economica più acuta della sua storia recente (inflazione al 40%), <a href="https://it.euronews.com/video/2024/02/11/gaza-legitto-minaccia-israele-se-invadete-rafah-sospendiamo-la-pace-allarme-anche-di-usa-e">l’Egitto ha minacciato ritorsioni</a> nel caso di un attacco israeliano a Rafah, il centro della Striscia di Gaza ai suoi confini. Ma in questa crisi <strong>il Cairo sembra più destinato a indossare i panni della vittima che dell’aggressore.</strong> Le autorità di Israele accarezzano il sogno di vedere i palestinesi di Gaza defluire verso il Sinai egiziano per poter così di fatto annettere la Striscia, e non si vede come gli egiziani potrebbero impedirlo se le operazioni militari israeliane portarono a uno sfondamento del confine. Resta, in pura teoria, l’ipotesi di una reazione militare. Ma è, appunto, una pura teoria.&nbsp;</p>



<p></p>
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		<item>
		<title>Le proteste in Giordania e la paura di una seconda Primavera Araba</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/le-proteste-in-giordania-e-la-paura-di-una-seconda-primavera-araba.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Allegra Filippi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Jan 2023 16:28:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/01/ilgiornale2_2023010617272248_2564f7c45de632c82582697d826f674a-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/01/ilgiornale2_2023010617272248_2564f7c45de632c82582697d826f674a-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/01/ilgiornale2_2023010617272248_2564f7c45de632c82582697d826f674a-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/01/ilgiornale2_2023010617272248_2564f7c45de632c82582697d826f674a-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/01/ilgiornale2_2023010617272248_2564f7c45de632c82582697d826f674a-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/01/ilgiornale2_2023010617272248_2564f7c45de632c82582697d826f674a-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/01/ilgiornale2_2023010617272248_2564f7c45de632c82582697d826f674a-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La guerra russo-ucraina ha scatenato diverse crisi in molti Paesi del mondo. L’aumento del costo della vita, la mancanza di generi di prima necessità, prezzi dell’energia schizzati alle stelle, povertà e disoccupazione in forte aumento, hanno determinato il malcontento di molte popolazioni. Tra queste la Giordania, Paese relativamente tranquillo rispetto agli altri dell’area MENA ma che &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/le-proteste-in-giordania-e-la-paura-di-una-seconda-primavera-araba.html">[...]</a></p>
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<p>La <strong>guerra russo-ucraina</strong> ha scatenato diverse crisi in molti Paesi del mondo. L’aumento del costo della vita, la mancanza di generi di prima necessità, prezzi dell’energia schizzati alle stelle, povertà e disoccupazione in forte aumento, hanno determinato il malcontento di molte popolazioni. Tra queste la <strong>Giordania</strong>, Paese relativamente tranquillo rispetto agli altri dell’area MENA ma che nell’ultimo mese sta diventando la bomba a orologeria del Medio Oriente. Il vicino <strong>Egitto</strong> e la <strong>Tunisia</strong> stanno sperimentando stesse dinamiche e stessi dilemmi. Si sta forse aprendo una nuova strada per una seconda<strong> Primavera Araba</strong>? </p>



<h2 class="wp-block-heading">La causa delle proteste in Giordania</h2>



<p>In Giordania, come in tutti i Paesi del mondo, i <strong>prezzi sono aumentati</strong> a dismisura e il costo della vita sta provocando una<strong> dilagante povertà</strong>. Anche il prezzo del petrolio, tendente ad oscillare quasi ovunque, nel Paese continua a salire senza mai scendere. Quando il prezzo del petrolio è sceso in tutto il globo tra i 75 e gli 80 dollari a barile, i giordani lo compravano a 0,92 dinari ovvero 1,30 dollari. Il governo ha quindi aumentato i prezzi del 25% quando nel resto del mondo sono calati del 30%. Unito a questo fattore c’è l’altissimo tasso di disoccupazione e il debito pubblico che sempre di più preoccupa la popolazione giordana. L’economia nazionale è stata soffocata dalle considerevoli misure adottate contro il Covid-19 e adesso la guerra in Ucraina ha complicato ancora di più il quadro facendo salire la <strong>disoccupazione al 20%</strong>. Il tasso di povertà si registra soprattutto al sud dove sono nate e le proteste. </p>



<p>La regione meridionale è già stata protagonista di diverse rivolte nel passato: la “<strong>Rivolta di Aprile</strong>” del 1989 che vide l’allora re Hussein bin Talal costretto a tenere libere elezioni e la “<strong>Rivolta del Pane</strong>” del 1996 conclusasi con la revoca da parte del governo dell&#8217;aumento al prezzo del pane. Una ricorrenza che sembra presagire un <strong>nuovo periodo di instabilità </strong>o di cambiamento radicale in senno alle istituzioni. Le attuali proteste sono più pericolose perché si stanno espandendo in tutto il Paese e le loro conseguenze stanno toccando alcuni suoi importanti settori.</p>



<p>Partendo quindi dal sud, i camionisti hanno indetto uno <strong>sciopero</strong> che poi è stato portato avanti dai commercianti della regione che hanno chiuso le porte dei loro negozi. La catena di approvvigionamento è seriamente minacciata a causa dell’interruzione delle strade che portano dal porto di <strong>Aqaba</strong>, l&#8217;unico del Paese, alle città settentrionali compresa la capitale Amman. Le <strong>proteste</strong> hanno provocato diversi disordini: i manifestanti hanno bloccato le strade dando fuoco a pneumatici e colpendo con pietre le auto della polizia. Le autorità hanno risposto col pugno di ferro definendo i manifestanti fuorilegge, arrestandoli e usando gas lacrimogeni per disperdere qualsiasi forma di assembramento. I disordini si sono poi concentrati nella provincia di Maan a 225 km dalla capitale Amman dove il vice capo della polizia Abdul Razaq Dalabeeh è rimasto ucciso negli scontri con i manifestanti. </p>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="500" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">Footage from the Protests in Ma’an today. Despite media silence, the cross-national strike is holding stronger than ever.  Demonstrators can be heard screaming “non-violence”<a href="https://twitter.com/hashtag/Jordan?src=hash&amp;ref_src=twsrc%5Etfw">#Jordan</a> <a href="https://twitter.com/hashtag/kinglet_out?src=hash&amp;ref_src=twsrc%5Etfw">#kinglet_out</a> <a href="https://t.co/sCW3Fgha5F">pic.twitter.com/sCW3Fgha5F</a></p>&mdash; Mudar Adnan Zahran مضرعدنان زهران (@Mudar_Zahran) <a href="https://twitter.com/Mudar_Zahran/status/1608848912068272128?ref_src=twsrc%5Etfw">December 30, 2022</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
</div></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Egitto e Tunisia in crisi: seconda Primavera Araba?</h2>



<p>La tensione è palpabile anche in Egitto e Tunisia, entrambi toccati dalla crisi energetica e alimentare e colpiti da un alto debito pubblico. Nel 2022 quello dell&#8217;<strong>Egitto</strong> ha raggiunto i 155,7 miliardi di dollari e la sua moneta ha subito un&#8217;ulteriore svalutazione facendo così aumentare i prezzi e creando una <strong>nuova ondata di povertà</strong>, quest&#8217;ultima già notevolmente alta se si considera che un terzo della popolazione vive sotto la soglia di povertà. La situazione economica tocca particolarmente gli egiziani e, sommata alla costante violazione dei diritti umani, alle incarcerazioni e alle torture che subiscono migliaia di cittadini, potrebbe diventare la scintilla per delle ampie e <strong>radicali proteste</strong>. </p>



<p>La <strong>Tunisia</strong> non sembra attraversare un periodo migliore. La Banca centrale di Tunisia ha dato l&#8217;allarme spiegando che commercio e debito estero sono in perdita di <strong>7 miliardi di euro</strong>, mentre il turismo e le rimesse degli emigrati all&#8217;estero di 2 miliardi. Il Paese prevede un macchinoso sistema di sovvenzioni sui beni di prima necessità e, l&#8217;aumento dell&#8217;inflazione causato dalla guerra in Ucraina, ha attirato l&#8217;interesse degli <strong>speculatori nei monopoli di Stato</strong>. Un&#8217;altra grave situazione è quella della <strong>crisi alimentare</strong>, la più grave della sua storia. Per le strade delle città manca tutto, dalla semola, ingrediente base della dieta tunisina, allo zucchero e al latte. Inoltre, da quando il presidente<strong> Kais Saied </strong>ha sciolto le camere nel marzo 2022, il malcontento è aumentato e le <strong>proteste</strong>, sparse per tutto il Paese, continuano senza sosta. </p>



<p>Da Amman, passando per Il Cairo e arrivando a Tunisi, gli ingredienti sono sufficienti per lo scoppio di una rivolta più ampia. Nel 2011, anno della <strong>Primavera Araba</strong>, la situazione era pressoché uguale: crisi economica, povertà dilagante, democrazia quasi assente. Quello che sta accadendo in Giordania potrebbe non essere un&#8217;ondata di proteste passeggera ma il <strong>preludio di un&#8217;ondata di rabbia che potrebbe travolgere l&#8217;intera regione</strong>. Come accaduto nel 2011, la collera di un Paese potrebbe farne vacillare un&#8217;altra portando ad un effetto domino. </p>
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		<title>Egitto, il velo diventa meno centrale nella società</title>
		<link>https://it.insideover.com/donne/egitto-il-velo-diventa-meno-centrale-nella-societa.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Fortis]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Mar 2020 10:53:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Donne]]></category>
		<category><![CDATA[Egitto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1000" height="669" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Donna-con-il-velo.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Donna con il velo (LaPresse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Donna-con-il-velo.jpg 1000w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Donna-con-il-velo-300x201.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Donna-con-il-velo-768x514.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></p>
<p>Il volto sorridente di Shahira risplende incorniciato dai suoi capelli castani, cammina per strada con Leila, un’amica, anch’essa dal volto che esprime empatia. Un bel viso incorniciato da un foulard rosso sgargiante. Passeggiando per una via trafficata del Cairo, si sono fermate a prendere un succo di mango e uno di canna da zucchero in &#8230; <a href="https://it.insideover.com/donne/egitto-il-velo-diventa-meno-centrale-nella-societa.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1000" height="669" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Donna-con-il-velo.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Donna con il velo (LaPresse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Donna-con-il-velo.jpg 1000w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Donna-con-il-velo-300x201.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Donna-con-il-velo-768x514.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></p><p>Il volto sorridente di Shahira risplende incorniciato dai suoi capelli castani, cammina per strada con Leila, un’amica, anch’essa dal volto che esprime empatia. Un bel viso incorniciato da un foulard rosso sgargiante. Passeggiando per una via trafficata del<strong> Cairo</strong>, si sono fermate a prendere un succo di mango e uno di canna da zucchero in uno dei tantissimi piccoli locali sulla strada in cui si beve frutta fresca. Dovunque sono appesi manghi, guava, melograni rossi come il sangue, banane, mentre lunghe canne da zucchero sono poggiate sulla parete. Tre gatti rossi si aggirano tra i tavolini fuori dal locale. Non sembrano indispettiti dal rumore del traffico e dal caos perpetuo della città. La viuzza che parte da Tahrir Avenue ospita un mercato che vende tutte le possibili merci alimentari, dalla frutta e verdura, alle pizze egiziane, ai dolci. Dovunque si alternano piccoli caffè e negozietti.</p>
<p>Per le strade donne senza <strong>velo</strong> si mescolano a donne che indossano foulard molto sgargianti ed eleganti. Negli ultimi anni al Cairo c’è stata un’inversione di tendenza e si vedono meno veli neri. Sia il regime di Al Sisi, che alcune autorità islamiche, hanno lavorato per ammorbidire la rigida visione del velo che gli islamisti avevano propagandato per anni. Per strada si cominciano a vedere i primi risultati.</p>
<p>Quella del velo è una delle questioni che più tocca l’immaginario collettivo, sia islamico, che occidentale. In fondo c’è molta ironia in questa questione, perché se solo la si spogliasse, da entrambe le parti, dal mantello di ideologia, ci si renderebbe conto che il velo non ha nulla a che fare con la religione, né esiste alcun testo religioso che lo imponga. Nel <strong>Corano</strong> c’è scritto solamente che le donne devono essere pudiche.</p>
<p>Prendendo delle foto di pochi decenni fa, con signore velate di nero, del Meridione d’Italia, della Spagna, dell’ex Iugoslavia, della Grecia e mischiandole a quelle di donne velate di nero egiziane o iraniane, la maggior parte della gente non capirebbe chi è la musulmana e la cristiana. Anche la tradizione delle donne velate di nero, che dovevano piangere il più possibile ai funerali, è del tutto identica per i cristiani, sia cattolici che ortodossi ed islamici, sia sciiti che sunniti, di quasi tutti i paesi che si affacciano sul Mediterraneo e anche in Iran e Iraq.</p>
<p>Così come le differenze tra i <strong>flagellanti</strong> calabresi e campani e quelli iracheni e iraniani sono poche. I primi si flagellano o battono sul petto o gambe a sangue per Pasqua o in memoria del martirio di un santo, mentre i secondi per commemorare il martirio di Hussein durante l’Ashura.</p>
<p>In fondo, tornando alla questione del velo, le suore cattoliche lo portano anch’esse, perché come tanti islamici, considerano i capelli sensuali. Alcuni antropologi arrivano perfino a trovare molte somiglianze tra le rappresentazioni iconografiche di Gesù, Alì e Zoroastro. Tutti e tre hanno lunghi capelli castani e la barba. Colpisce che queste tradizioni similari, al di là della religione, siano molto simili in tutti i paesi che hanno avuto contatti con la civiltà degli antichi greci.  Un’altra similitudine è rappresentata dai Santi, né la Bibbia né il Corano parlano chiaramente di questo culto, entrambi i testi si concentrano maggiormente sul bisogno di credere e avere fede in un Dio unico, per il cristianesimo vi è il mistero della trinità che forma Dio e per l’Islam Allah. La figura dei primi santi protettori, sulla cui vita si sa pochissimo e specializzati nel proteggere gli ammalati o altre categorie di persone, ricorda a molti antropologi i vecchi dei, anch’essi specializzati in vari settori. Come se il cristianesimo avesse fatte sue determinate usanze molte radicate nella popolazione, inglobandole nel nuovo culto.</p>
<p>La questione del velo, più che vista come un dovere religioso, dovrebbe essere quindi inquadrata in una questione antropologica e che va rivista nell’ottica della liberazione della donna. Oggi, anche nel mondo dell’Islam, stanno tornando quelle voci che ricordano tutto questo. Certo sono ancora voci timide, ma cominciano ad avere la forza di dire che il velo è diventato negli ultimi decenni un simbolo ideologico che gli<strong> islamisti</strong> hanno utilizzato per cambiare una società che era molto aperta alle <strong>influenze occidentali</strong>. Basti pensare che negli anni Sessanta e Settanta in Medio Oriente non lo portava quasi più nessuno nelle città.</p>
<p>Nei decenni successivi, per bisogno di smarcarsi ideologicamente dall’occidente, le donne del mondo islamico sono state obbligate dalla società a indossare il velo. Ora le società islamiche cominciano a essere pronte, dopo aver sperimentato sulla loro pelle le conseguenze dell’islamismo, a vedere questa questione in modo meno ideologico. Certo si tratta ancora di piccoli segnali e non di un’ondata inarrestabile, ma qualche piccolo passo in questo senso si comincia a vedere in molti paesi. In <strong>Iran</strong> o in<strong> Libano</strong> la maggioranza delle donne islamiche della borghesia, non usa il velo. In Iran, sfidando la legge che ne obbliga l’uso. Anche nelle società molto più conservatrici come l’<strong>Egitto</strong>, qualcosa comincia a cambiare.</p>
<p>In Egitto il mutamento più grande, è stato il venire meno dei veli neri che coprivano completamente i capelli e la comparsa di foulard molto colorati che lasciano intravedere i capelli. Anche le donne islamiche che non lo usano sono tornate ad aumentare. Certo in Egitto l’élite non lo ha mai usato, ma si tratta di una fascia molto piccola della popolazione.</p>
<p>Piano piano per le strade, però si tornano a vedere donne della media borghesia che hanno smesso di utilizzarlo. Non si tratta di donne appartenenti all’enorme comunità cristiano copta, ma di donne islamiche. Certo le donne islamiche della media borghesia che non portano il velo sono ancora poche, ma sono un timido segnale che qualcosa sta mutando lentamente. Il vero cambiamento di massa per ora è rappresentato dalla forte diminuzione dei veli neri e l’uso sempre più diffuso di <strong>foulard sgargianti</strong> che fanno vedere i capelli. Piano piano si sta allentando quella dicotomia tipica della società egiziana, in cui in televisione, al cinema e nelle pubblicità le donne sono tutte senza velo, mentre per strada lo portano tutte. Quella pressione sociale per cui una donna senza velo per strada si sarebbe sentita a disagio, comincia finalmente a diminuire e il velo non viene più visto come qualcosa che rappresenta l’Islam contro l’occidente. Un falso mito che ha abbagliato sia gli islamici, che i nazionalisti laici mediorientali, che gli occidentali e che hanno pagato a caro prezzo le donne. È ora di tornare a vedere il velo come una questione antropologica, che appartiene alle tradizioni di tanti popoli mediterranei e asiatici e che deve oggi essere visto come qualcosa che va indossato per scelta o per moda, non di certo per costrizione.</p>
<p>La folla continua a riempire il mercato, gli odori dei cibi e della frutta inondano l’aria, il vociare degli ambulanti e la luce del sole riempiono lo spazio attorno a Sharia e Leila che bevono i loro succhi di frutta, mentre accarezzano un gatto rosso sotto il tavolo. Accanto dei ragazzi fumano un narghilè.</p>
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		<title>Le carte dell’Egitto contro il gioco aggressivo della Turchia</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/le-carte-dellegitto-contro-il-gioco-aggressivo-della-turchia.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Scipione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Jan 2020 07:28:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[East-Med]]></category>
		<category><![CDATA[Egitto]]></category>
		<category><![CDATA[gas naturale]]></category>
		<category><![CDATA[guerra in Libia]]></category>
		<category><![CDATA[Libia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1368" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Al-Sisi.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Al-Sisi.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Al-Sisi-300x214.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Al-Sisi-768x547.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Al-Sisi-1024x730.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Nel corso dell’ultimo mese l’Egitto ha moltiplicato gli sforzi tesi a contrastare la crescente aggressività della Turchia in Libia e nel Mediterraneo orientale. Giovedì 2 gennaio, il parlamento di Ankara ha autorizzato il presidente, Recep Tayyip Erdogan, ad impegnare un proprio contingente militare in Libia per un anno. Poco più di un secolo dopo la &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/le-carte-dellegitto-contro-il-gioco-aggressivo-della-turchia.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/le-carte-dellegitto-contro-il-gioco-aggressivo-della-turchia.html">Le carte dell’Egitto contro il gioco aggressivo della Turchia</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1368" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Al-Sisi.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Al-Sisi.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Al-Sisi-300x214.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Al-Sisi-768x547.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Al-Sisi-1024x730.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Nel corso dell’ultimo mese l’<strong>Egitto</strong> ha moltiplicato gli sforzi tesi a contrastare la crescente aggressività della Turchia in Libia e nel Mediterraneo orientale. Giovedì 2 gennaio, il parlamento di Ankara ha <a href="https://it.insideover.com/guerra/la-turchia-inviera-i-soldati-in-libia.html">autorizzato</a> il presidente, <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/chi-e-recep-tayyip-erdogan.html">Recep Tayyip Erdogan</a>, ad impegnare un proprio contingente militare in Libia per un anno. Poco più di un secolo dopo la fine della Guerra italo-turca, che pose fine all’occupazione ottomana della <strong>Libia</strong>, i militari turchi potrebbero tornare in un paese d’importanza strategica sia per l’Italia che per l’Egitto. Il Cairo è stato il primo paese a condannare esplicitamente e con forza l’approvazione dell’invio di forze militari turche in Libia. Per il presidente egiziano <a href="https://it.insideover.com/persone/abdel-fattah-al-sisi">Abdel Fatah al Sisi</a>, infatti, la crisi libica è direttamente collegata alla sicurezza nazionale dell’Egitto. Non solo: la decisione del parlamento turco è stata preceduta da un patto con il governo di Tripoli, in base al quale Ankara si arroga i diritti di sfruttamento esclusivi su tutta la fascia mediterranea che va dalla costa turca a quella della Cirenaica. Un’enorme porzione di mare rivendicata da Erdogan che dovrebbe essere attraversata dal gasdotto <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/progetto-east-med-gasdotto.html">East-Med</a>, che dovrebbe portare in Italia il gas di Cipro, Grecia ed Israele. I leader di questi tre paesi – tutti ostili alla Turchia – hanno <a href="https://www.agenzianova.com/a/0/2754594/2020-01-03/speciale-infrastrutture-siglato-ad-atene-accordo-per-costruzione-gasdotto-eastmed">firmato</a> il 2 gennaio l’accordo per la costruzione del gasdotto ad Atene, proprio nel giorno in cui il parlamento turco ha dato il via libero l’invio di truppe in Libia. Il governo di Roma non ha preso parte al vertice, probabilmente per non irritare la Turchia, limitandosi ad inviare un messaggio di auguri per un progetto che, invece, rimpiazzerebbe validamente l’ormai fallito South Stream (che doveva essere realizzato da Eni), rispondendo all’interesse strategico di diversificazione delle fonti energetiche.</p>
<h2>Il polo energetico dell’Egitto</h2>
<p>L’Egitto sta lavorando da tempo insieme a Cipro, Grecia ed Israele per formare un “polo” energetico nel Mediterraneo orientale e per tagliare fuori i rivali turchi. Le autorità egiziane hanno lanciato nei mesi scorsi <a href="https://thearabweekly.com/eastern-med-countries-agree-move-ahead-gas-forum">l’East Mediterranean Gas Forum</a> (Emgf), scaltra iniziativa di diplomazia economica che annovera una discreta stuola di Paesi compratori, acquirenti, intermediari o semplicemente interessati al quadrante del Mediterraneo Orientale: <strong>Italia</strong>, Israele, Grecia, Cipro, Autorità nazionale palestinese, Giordania, Francia e perfino Stati Uniti fanno parte in un modo o nell’altro di questo Forum. Si tratta di un piano ambizioso, teso a sfruttare gli impianti di rigassificazione sulla costa egiziana come snodo per il commercio di energia verso l’Europa e non solo. Grazie al canale di Suez, il metano potrebbe finire nei mercati asiatici facendo concorrenza a un gigante del settore come il <strong>Qatar</strong>, rivale politico ed economico del Cairo al pari della Turchia. L’Egitto ha anche iniziato a ricevere il <a href="https://www.reuters.com/article/us-israel-egypt-natgas/israel-to-increase-gas-exports-to-egypt-companies-say-idUSKBN1WH0I6">gas del giacimento israeliano</a> Leviathan, uno sviluppo di rilevanza notevole per l’assetto geopolitico dell’area del Mediterraneo Orientale. Lo scorso 16 dicembre, infatti, <strong>Israele</strong> è diventato ufficialmente un importante esportatore di energia per la prima volta dopo la firma del permesso per esportare gas naturale in Egitto. Anche il gas proveniente da un altro giacimento israeliano offshore, Tamar, è destinato a soddisfare la crescente domanda di energia dell&#8217;Egitto. Il progetto rientra nel piano delle autorità egiziane per trasformare il paese in un “hub” energetico regionale che in futuro potrebbe soddisfare le esigenze energetiche dell’Europa.</p>
<h2>Le mosse diplomatiche di Al Sisi</h2>
<p>Il paese delle piramidi non ha molte carte a disposizione per contrastare i piani turchi, a parte le iniziative della <strong>diplomazia</strong>. Gli Stati Uniti, infatti, non sembrano interessati ad intervenire né nelle dispute sui giacimenti di gas al largo di Cipro, né sul conflitto in Libia. Gli egiziani hanno a lungo temuto di essere trascinati in lungo conflitto in Libia dai costi insostenibili. E’ molto difficile che il Cairo decida di impegnarsi in uno scontro aperto con l’invio di truppe sul terreno libico. Banalmente anche per motivi di denaro: l’economia egiziana è in crescita, ma resta fragile e legata ai finanziamenti internazionali e del Golfo. E’ più probabile che le autorità del Cairo cerchino ora di isolare diplomaticamente la Turchia aumentando al tempo stesso l’impegno “non ufficiale” sul terreno del conflitto libico. Le opzioni per l’Egitto sono quelle della sensibilizzazione diplomatica tra gli alleati e con la Lega araba, non più con l’Unione africana visto che la presidenza a febbraio passerà al Sudafrica. E’ in quest’ottica che va letto il tentativo (<a href="https://www.middleeastmonitor.com/20200104-qatar-rejects-arab-league-remarks-regarding-foreign-interference-in-libya/">fallito</a>) di spingere il consesso arabo a condannare gli accordi Tripoli-Ankara. Qatar, <strong>Sudan</strong> e Maghreb arabo si sono infatti schierati con l’esecutivo di Tripoli: sorprende soprattutto la posizione di Khartum, che dopo l’uscita di scena di <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/chi-e-omar-al-bashir-presidente-che-il-sudan-vuole-fare-dimettere.html">Omar al Bashir</a> si riteneva fosse entrato nell’orbita delle potenze sunnite del Golfo legate agli Emirati Arabi Uniti e all’Arabia Saudita, e dunque schierato con l’Egitto anche nel dossier libico. Evidentemente la transizione in Sudan non è ancora del tutto completa e, comunque, è difficile cancellare decenni di rivalità con gli egiziani.</p>
<h2>L&#8217;Italia da che parte sta?</h2>
<p>Mercoledì 8 gennaio Il Cairo ha ospitato una riunione con i ministri degli Esteri di Italia (Luigi Di Maio), Egitto (Sameh Shoukry), Francia (Jean-Yves Le Drian), Grecia (Nikos Dendias) e Cipro (Nikos Christodoulides) proprio ultimi sviluppi della crisi in Libia e sulla situazione nel Mediterraneo orientale. Al Cairo, tuttavia, il capo della diplomazia italiana <a href="https://www.agenzianova.com/a/5e19728b5f08d4.58038354/2759305/2020-01-08/libia-italia-non-firma-comunicato-finale-dopo-riunione-al-cairo">non ha voluto firmare</a> la dichiarazione finale della riunione, considerata troppo sbilanciata contro il Governo di accordo nazionale e la Turchia. Al primo punto del comunicato finale si legge che il ministro degli Esteri italiano ha partecipato all’incontro “in un quadro consultivo”, quasi a voler sottolineare la presa di distanza dell’Italia dalla dura condanna di Egitto, Francia, Grecia e Cipro del memorandum d’intesa Tripoli-Ankara sulle “piattaforme continentali” e le zone economiche esclusive dei due Stati. Nelle stesse ore il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha tentato di conciliare le posizioni dei duellanti libici <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/chi-e-fayez-al-sarraj.html">Fayez al Sarraj</a> e <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/chi-e-khalifa-haftar.html">Khalifa Haftar</a>, invitandoli a Roma giovedì 9 gennaio. Il generale, in effetti, è arrivato nella capitale intrattenendosi per tre ore con il nostro premier, ma Sarraj, irritato per la precedenza accordata all’avversario, e soprattutto timoroso delle reazioni dei miliziani di Misurata, è tornato da Bruxelles a Tripoli, “saltando” l&#8217;aeroporto romano di Ciampino. Il premier libico comunque è atteso oggi a Roma, ma appare fin troppo evidente come gli europei continuino ad essere drammaticamente divisi sul dossier libico, e forse lo sono anche il nostro premier Giuseppe Conte ed il responsabile della Farnesina.</p>
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