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	<title>Dacca Archives - InsideOver</title>
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	<title>Dacca Archives - InsideOver</title>
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	<item>
		<title>Perché la condanna a morte dei terroristi in Bangladesh non fermerà gli islamisti</title>
		<link>https://it.insideover.com/terrorismo/perche-la-condanna-a-morte-dei-terroristi-in-bangladesh-non-fermera-gli-islamisti.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fabio Polese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Nov 2019 07:45:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[Dacca]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_2022140.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_2022140.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_2022140-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_2022140-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_2022140-1024x683.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L&#8217;altro giorno un tribunale del Bangladesh ha condannato a morte sette terroristi islamici, accusati di essere i mandanti della strage del primo luglio 2016 al ristorante Holey Artisan di Dacca, dove sono rimasti uccisi ventidue innocenti, compresi nove italiani. Il 26 novembre 2018, dopo la fine delle indagini, erano state presentate otto accuse formali contro &#8230; <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/perche-la-condanna-a-morte-dei-terroristi-in-bangladesh-non-fermera-gli-islamisti.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/perche-la-condanna-a-morte-dei-terroristi-in-bangladesh-non-fermera-gli-islamisti.html">Perché la condanna a morte dei terroristi in Bangladesh non fermerà gli islamisti</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_2022140.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_2022140.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_2022140-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_2022140-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_2022140-1024x683.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>L&#8217;altro giorno un tribunale del <strong>Bangladesh</strong> ha <a href="http://www.ilgiornale.it/news/politica/dacca-morte-sette-islamisti-menti-strage-italiani-1791225.html" target="_blank" rel="noopener">condannato a morte sette terroristi islamici</a>, accusati di essere i mandanti della <strong>strage</strong> del primo luglio 2016 al ristorante Holey Artisan di <strong>Dacca</strong>, dove sono rimasti uccisi ventidue innocenti, compresi nove italiani.</p>
<p>Il 26 novembre 2018, dopo la fine delle indagini, erano state presentate otto accuse formali contro i membri del gruppo jihadista locale <strong>Jamaat ul Mujahideen Bangladesh</strong> (Jmb), affiliato ai tagliagole dello <strong>Stato islamico</strong>.</p>
<p>Il processo è iniziato il 3 dicembre scorso, ma solo otto delle ventuno persone accusate di aver partecipato alla mattanza sono arrivate in giudizio. Cinque sono morte durante il raid della polizia all&#8217;interno del locale situato nella zona diplomatica della capitale, mentre le altre sono state uccise nelle successive operazioni eseguite dall&#8217;antiterrorismo.</p>
<h3>Gli stranieri nel mirino degli islamisti</h3>
<p>Secondo il documento di accusa, i milizani hanno effettuato l&#8217;attacco per destabilizzare il Paese. Il loro intento era quello di mettere sotto pressione il governo in carica, costringendo gli investitori e i consulenti stranieri ad abbandonare il Bangladesh, per “<strong>distruggere l&#8217;economia della Nazione</strong>”.</p>
<p>Inoltre, credevano che &#8220;se avessero ucciso un gran numero di stranieri, sarebbero stati sotto i riflettori locali e internazionali”, si legge nelle carte. Così &#8220;sarebbero stati in grado di attirare l&#8217;attenzione dei gruppi del terrore globale”.</p>
<h3>Nessun pentimento da parte dei terroristi</h3>
<p>“Sette degli accusati sono stati condannati a morte. Un&#8217;ottava persona è stato assolta”, ha detto ai giornalisti il procuratore capo Abdullah Abu. “Le accuse contro di loro sono state dimostrate oltre ogni dubbio. La corte ha dato loro la più alta punizione”, <a href="https://www.scmp.com/news/asia/south-asia/article/3039594/death-penalty-seven-bangladeshi-men-who-planned-2016-dhaka" target="_blank" rel="noopener">ha aggiunto il delegato Golam Sarwar Khan</a>, dichiarando di essere “soddisfatto della sentenza” e promettendo di “appellarsi all&#8217;assoluzione dell&#8217;altro imputato”.</p>
<p>Durante la pronuncia della sentenza <a href="https://www.benarnews.org/english/news/bengali/bangladesh-militants-11272019062942.html" target="_blank" rel="noopener">i miliziani hanno gridato “Allah akbar”</a>, non mostrando nessun segno di pentimento. Anzi, in un video. i terroristi vengono immortalati a ridere mentre vengono portati fuori dal palazzo di giustizia dalla polizia.</p>
<h3>Quel simbolo dello Stato islamico entrato in tribunale</h3>
<p><a href="https://www.benarnews.org/english/news/bengali/bangladesh-militants-11272019062942.html" target="_blank" rel="noopener">Due islamisti indossavano un “cappuccio di preghiera” con inciso il simbolo dell&#8217;Isis</a>. Una cosa molto strana, visto che i media locali parlano da giorni di un “rafforzamento delle misure di sicurezza all&#8217;interno e intorno al tribunale della città vecchia”. E tra le centinaia di forze di sicurezza presenti, c&#8217;erano anche gli uomini del Rapid Action Battalion (Rab), un élite dell&#8217;antiterrorismo a cui appartengono membri della polizia e dell&#8217;esercito. Lo stesso che in questi anni ha eseguito centinaia di raid in tutto il Paese.</p>
<p>“Non siamo sicuri di come sia entrati all&#8217;interno del tribunale simboli dello Stato islamico”, ha dichiarato Jafar Hasan, vice commissario incaricato dell&#8217;accusa, aggiungendo che “saranno aperte delle indagini”. Ma una cosa è certa, quest&#8217;episodio, mostra che i terroristi sono ancora ben organizzati e che, molto probabilmente, hanno dei contatti anche con alcuni funzionari delle autorità.</p>
<h3>La lunga notte della strage</h3>
<p>La sera del primo luglio 2016, <a href="https://it.insideover.com/reportage/terrorismo/il-bangladesh-dopo-la-strage-di-dacca/dentro-ristorante-della-strage.html" target="_blank" rel="noopener">un commando islamista ha fatto irruzione al ristorante Holey Artisan Bakery a Gulshan</a> alla ricerca di quelli che per loro sono “infedeli”. Obbligano tutti i clienti a recitare il Corano. E chi non lo sa viene torturato prima di essere ucciso. Alla fine di una lunga notte di spari e violenze, rimangono senza vita 22 persone innocenti. Tra loro anche nove nostri connazionali: Cristian Rossi, Marco Tondat, Nadia Benedetti, Adele Puglisi, Simona Monti, Claudia Maria D&#8217;Antona, Vincenzo D&#8217;Allestro, Maria Riboli e Claudio Cappelli.</p>
<h3>L&#8217;allerta resta alta in tutto il Bangladesh</h3>
<p>Il governo del Bangladesh, che fino all&#8217;assedio dell&#8217;Holey Artisan Bakery, nonostante le continue violenze contro la <strong>minoranza cristiana</strong> e quella indù, contro insegnanti universitari, scrittori, attivisti per i diritti umani, aveva continuato a negare la presenza dello Stato Islamico nel Paese, negli ultimi tre anni ha iniziato una dura <strong>lotta al terrorismo</strong>.</p>
<p>Durante le numerose operazioni speciali condotte dalle autorità sono stati effettuati centinaia di arresti. E molti islamisti sono stati uccisi. Tra questi anche <a href="http://www.ilgiornale.it/news/mondo/bangladesh-capo-dellisis-canadese-1278519.html" target="_blank" rel="noopener">Tamim Ahmed Chowdhury, considerato il leader dell&#8217;Isis nel Paese</a>. Solo nell&#8217;ultima settimana, in diverse irruzioni sono stati fermati diciannove uomini accusati di avere dei collegamenti con islamisti.</p>
<p>Ma nonostante le azioni messe in atto per combattere i terroristi, l&#8217;allerta in Bangladesh resta alta. Soprattutto perchè la galassia del terrore nel Paese è ormai ben strutturata. E negli anni è riuscita ad <a href="https://it.insideover.com/reportage/terrorismo/il-bangladesh-dopo-la-strage-di-dacca/si-finanzia-terrorismo-islamico.html" target="_blank" rel="noopener">infiltrarsi in tutti i settori, dall&#8217;economia all&#8217;informazione, dalla politica alle Ong</a>. Non solo. A questo va aggiunto il ritorno di un centinaio di <em>foreign fighters</em> andati a combattere in <strong>Medio Oriente</strong>, che sono addestrati e motivati. E che potrebbero colpire anche per vendicarsi delle condanne emesse ieri.</p>
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		<title>Vivere con la paura</title>
		<link>https://it.insideover.com/video/vivere-con-la-paura</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Apr 2019 13:57:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[Dacca]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="640" height="480" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/sddefault-16.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/sddefault-16.jpg 640w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/sddefault-16-300x225.jpg 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p>
<p>SATKHIRA – “Dopo l’attentato dello scorso luglio a Dacca è cambiato tutto, abbiamo molta paura”. Siamoall’interno dell’orfanotrofio dei Padri Saveriani e a parlarci è Melecio Cuevas, giovane missionario messicano arrivato in Bangladesh da nove anni. “Ad agosto un gruppo di persone è entrato nella nostra chiesa e ha messo all’aria tutto”. In quei giorni la tensione è altissima. Le immagini dell’assalto all’Holey Artisan Bakery, nella zona diplomatica della capitale del Paese, sono impresse nelle menti di tutti. Soprattutto in quelle di chi viene considerato “infedele” dai feroci terroristi. Reportage di Gabriele Orlini e Fabio Polese</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="640" height="480" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/sddefault-16.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/sddefault-16.jpg 640w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/sddefault-16-300x225.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p><p><span>SATKHIRA – “Dopo l’attentato dello scorso luglio a Dacca è cambiato tutto, abbiamo molta paura”. Siamoall’interno dell’orfanotrofio dei Padri Saveriani e a parlarci è Melecio Cuevas, giovane missionario messicano arrivato in Bangladesh da nove anni. “Ad agosto un gruppo di persone è entrato nella nostra chiesa e ha messo all’aria tutto”. In quei giorni la tensione è altissima. Le immagini dell’assalto all’Holey Artisan Bakery, nella zona diplomatica della capitale del Paese, sono impresse nelle menti di tutti. Soprattutto in quelle di chi viene considerato “infedele” dai feroci terroristi. Reportage di Gabriele Orlini e Fabio Polese</span></p>
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		<title>Il luogo del massacro</title>
		<link>https://it.insideover.com/video/il-luogo-del-massacro</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Apr 2019 13:45:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[Dacca]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="640" height="480" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/sddefault-15.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/sddefault-15.jpg 640w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/sddefault-15-300x225.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p>
<p>DACCA – “Mi dispiace molto per quello che è successo, non so come sia stato possibile”. Sadat Mehdi, il proprietario dell’Holey Artisan Bakery a Gulshan, la zona diplomatica della capitale del Bangladesh, è provato. Le indagini della polizia sono state appena chiuse e le autorità gli hanno riconsegnato le chiavi del ristorante. Siamo i primi giornalisti occidentali ad entrare nel luogo del massacro. Per ragioni di sicurezza, però, non possiamo fare riprese. Le forze dell’ordine stazionano fuori dal cancello che chiude l’accesso. Dopo qualche controllo arriva l’ok. “Potete andare”, dice il capo della polizia in servizio nella zona. “Ma non dovete assolutamente riprendere nulla, né foto né video”. Reportage di Gabriele Orlini e Fabio Polese</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="640" height="480" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/sddefault-15.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/sddefault-15.jpg 640w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/sddefault-15-300x225.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p><p><span>DACCA – “Mi dispiace molto per quello che è successo, non so come sia stato possibile”. Sadat Mehdi, il proprietario dell’Holey Artisan Bakery a Gulshan, la zona diplomatica della capitale del Bangladesh, è provato. Le indagini della polizia sono state appena chiuse e le autorità gli hanno riconsegnato le chiavi del ristorante. Siamo i primi giornalisti occidentali ad entrare nel luogo del massacro. Per ragioni di sicurezza, però, non possiamo fare riprese. Le forze dell’ordine stazionano fuori dal cancello che chiude l’accesso. Dopo qualche controllo arriva l’ok. “Potete andare”, dice il capo della polizia in servizio nella zona. “Ma non dovete assolutamente riprendere nulla, né foto né video”. Reportage di Gabriele Orlini e Fabio Polese</span></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Perché le proteste in Bangladesh  possono far cadere il governo</title>
		<link>https://it.insideover.com/terrorismo/bangladesh-protesta-studenti.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Aug 2018 09:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[Dacca]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1186" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/LP_8334503.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/LP_8334503.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/LP_8334503-300x185.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/LP_8334503-768x475.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/LP_8334503-1024x633.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Può un incidente stradale mettere a rischio la stabilità di un governo? È quello che sta accadendo a Dacca, capitale del Bangladesh, dove da più di una settimana migliaia studenti delle scuole superiori sono scesi per le strade paralizzando il traffico di una metropoli già congestionata. Il rischio è che una legittima protesta studentesca possa assumere i connotati &#8230; <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/bangladesh-protesta-studenti.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1186" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/LP_8334503.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/LP_8334503.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/LP_8334503-300x185.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/LP_8334503-768x475.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/LP_8334503-1024x633.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Può un incidente stradale mettere a rischio la stabilità di un governo? È quello che sta accadendo a Dacca, capitale del <strong>Bangladesh</strong>, dove da più di una settimana migliaia <strong>studenti delle scuole superiori</strong> sono scesi per le strade paralizzando il traffico di una metropoli già congestionata. Il rischio è che una legittima protesta studentesca possa assumere i connotati di una vera e propria <strong>rivolta nazionale</strong>.</p>
<p>Chiedono giustizia i teenagers bengalesi, giustizia per i loro due coetanei che sabato 4 agosto hanno perso la vita in un incidente come ne accadono tanti a Dacca, troppi. Diya Khanam Mim, 17 anni e Abdul Karim, Rajib, 18, frequentavano lo stesso college. Mentre attendevano il mezzo che li avrebbe ricondotti a casa sono stati investiti da un bus di linea piombato su di loro a tutta velocità.</p>
<p><a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.repubblica.it/esteri/2018/08/03/news/bangladesh_teenager_scioperano_per_i_coetanei_uccisi_da_un_bus-203296381/?refresh_ce" target="_blank">La dinamica non è ancora chiara</a>, sembra che la folle corsa del mezzo sia iniziata in seguito ad una sfida ingaggiata con l’autista di un altro mezzo pubblico. &#8220;Quando il nostro autobus Dhaka Metro si è fermato&#8221;, ha detto uno degli studenti che si sono salvati, &#8220;l&#8217;altro autobus lo ha oltrepassato sul lato sinistro travolgendo i passeggeri in attesa&#8221;.</p>

<p>Non è la prima volta che accadono incidenti del genere. In Bangladesh le compagnie private di autobus spesso assumono personale senza alcuna esperienza che gareggia, sfrecciando a tutta velocità, con autisti di compagnie concorrenti per ottenere più clienti. Come se non bastasse, migliaia bengalesi si mettono alla guida di vetture senza avere alcuna licenza. Nella sola capitale sono stati almeno <strong>4.200 gli incidenti mortali</strong> avvenuti quest’anno, con un incremento del 25% rispetto all&#8217;anno precedente.</p>
<p>Una situazione insopportabile che è esplosa con la morte dei due ragazzi sette giorni fa. Tramite i social network, decine di migliaia di studenti provenienti da tutto il Paese si sono riuniti nelle zone più trafficate della città e hanno marciato, al grido di &#8220;Vogliamo Giustizia!&#8221;, dirigendosi minacciosamente contro le sedi del governo. Moltissime le auto e i bus dati alle fiamme dagli studenti inferociti, tra queste anche la vettura su cui viaggiava <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="https://www.theguardian.com/world/2018/aug/05/bangladesh-pm-urges-teen-protesters-to-go-home-amid-violence">l&#8217;ambasciatrice statunitense Marcia Bernicat</a>, riuscita poi a mettersi in salvo. Migliaia di ragazzi, vestiti con le loro uniformi scolastiche, hanno iniziato a dirigere il traffico, bloccando le auto e chiedendo le licenze di guida a tutti gli autisti generando il caos nelle vie della capitale. Il governo ha risposto adottando misure drastiche.</p>
<p>[Best_Wordpress_Gallery id=&#8221;1139&#8243; gal_title=&#8221;Le proteste degli studenti in Bangladesh&#8221;]</p>

<p>La premier Sheikh Hasina ha ordinato la <strong>sospensione delle reti internet 3G e 4G</strong> sperando che questo possa limitare la capacità organizzativa degli studenti. &#8220;Chiediamo ai genitori di tenere a casa i loro ragazzi, quello che hanno fatto fin ora è già abbastanza&#8221;. Il timore del governo è che tra i ragazzi possano infiltrarsi  frange di <strong>bande organizzate violente</strong>. La polizia intanto ha reagito con forza dispiegando migliaia di agenti in assetto antisommossa. Le notizie parlano di centinaia di studenti arrestati durante gli scontri, molti di loro riferiscono di proiettili di gomma e gas lacrimogeni sparati dalla polizia ad altezza d’uomo. Gli ospedali della capitale sono ora congestionati per l&#8217;arrivo di ragazzini feriti durante gli scontri, <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="https://www.bbc.com/news/world-asia-45069935">alcuni anche in modo grave</a>. Ma la scelta di Hasina di chiudere le reti potrebbe ottenere l&#8217;effetto contrario e trasformarsi in un micidiale boomerang.</p>
<p>Le poche notizie che riescono a trapelare online non hanno fatto che aumentare la rabbia della popolazione bengalese contro il governo sulle modalità di gestione della protesta che ora rischia di assumere anche pericolosi risvolti politici. A peggiorare la situazione, la notizia che in un area della città migliaia di attivisti filo-governativi siano scesi per le strade armati di bastoni e abbiano sferrato un attacco contro gli studenti adolescenti. I facinorosi sono membri del Bangladesh Chhatra League, un’organizzazione studentesca molto vicina al partito governativo Awami National League. Il partito di maggioranza, ha negato qualsiasi coinvolgimento dei propri iscritti, ma le testimonianze in questo senso continuano ad aumentare mettendo in forte imbarazzo tutto l&#8217;establishment governativo.</p>
<p>L&#8217;inaspettata rabbia adolescenziale potrebbe causare serie proteste antigovernative in un Paese che si affaccia alle elezioni di fine 2018. Secondo l’attivista bengalese Shaidul Alam, &#8220;le proteste sono state dettate da fattori più grandi rispetto alla sola sicurezza stradale&#8221;. Le vere motivazioni di questa rabbia traversale risiedono innanzitutto nella <strong>crisi economica</strong> e <strong>bancaria</strong>, nell&#8217;<strong>informazione</strong> tutt&#8217;altro che libera e trasparente, nelle <strong>uccisioni extragiudiziali</strong>, nelle sparizioni e nella <strong>corruzione</strong>. &#8220;Oggi la polizia ha chiesto in particolare l&#8217;aiuto dei militari armati per combattere gli studenti disarmati che chiedono strade sicure&#8221;, ha detto Alam<a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="https://www.aljazeera.com/news/2018/08/bangladesh-officials-restrict-internet-student-protests-180805071428323.html"> ai microfoni di <em>Al Jazeera</em></a>. &#8220;Il governo ha sbagliato i calcoli, pensava che la paura e la repressione sarebbero stati sufficienti ma non si può domare un&#8217;intera nazione in questo modo&#8221;. </p>

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		<title>L&#8217;estremismo islamico più radicato  nella popolazione del Bangladesh</title>
		<link>https://it.insideover.com/terrorismo/il-bangladesh-e-lestremismo-islamico-sempre-piu-radicato.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Dec 2017 07:14:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[Dacca]]></category>
		<category><![CDATA[Isis (Stato islamico)]]></category>
		<category><![CDATA[New York]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="989" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/12/LAPRESSE_20171214161124_25264614.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/12/LAPRESSE_20171214161124_25264614.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/12/LAPRESSE_20171214161124_25264614-300x198.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/12/LAPRESSE_20171214161124_25264614-768x506.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/12/LAPRESSE_20171214161124_25264614-1024x675.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>Akayed Ullah è un ragazzo di appena 27 anni che però, stando a quella che sembra essere la ricostruzione più veritiera fornita degli inquirenti che indagano sul fallito attentato di New York, ad un certo punto della sua esistenza ha deciso di improvvisarsi jihadista e di scatenare il panico in una delle fermate dei bus &#8230; <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/il-bangladesh-e-lestremismo-islamico-sempre-piu-radicato.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="989" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/12/LAPRESSE_20171214161124_25264614.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/12/LAPRESSE_20171214161124_25264614.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/12/LAPRESSE_20171214161124_25264614-300x198.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/12/LAPRESSE_20171214161124_25264614-768x506.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/12/LAPRESSE_20171214161124_25264614-1024x675.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p><strong>Akayed Ullah</strong> è un ragazzo di appena 27 anni che però, stando a quella che sembra essere la ricostruzione più veritiera fornita degli inquirenti che indagano sul fallito attentato di New York, ad un certo punto della sua esistenza ha deciso di improvvisarsi jihadista e di <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.ilgiornale.it/news/mondo/new-york-ecco-chi-lattentatore-1472903.html">scatenare il panico in una delle fermate dei bus più grandi di Manhattan</a>; il suo quindi, è sembrato subito essere il profilo di un ‘<strong>lupo solitario</strong>’, uno cioè che non ha seguito alcun addestramento ‘militare’ da parte dei miliziani jihadisti ma ha appreso le tecniche di combattimento islamiste direttamente dal web. Ullah era negli USA dal 2011 grazie ad un permesso illimitato ottenuto per via del ricongiungimento familiare; il suo paese d’origine, il Bangladesh, non è immune dall’espansione del radicalismo islamico e già da anni è sotto attacco da parte di numerose sigle. Da dove è scattata quindi l’indole jihadista al giovane ragazzo rimasto poi ferito dalla sua stessa bomba parzialmente esplosa? Una domanda la cui risposta è possibile rintracciarla proprio nell’excursus storico della presenza dell’Islam radicale in Bangladesh.</p>
<p>Lo spettro di Jamaal e Islami</p>
<p>È il 1970 quando, in delicate elezioni dell’allora Pakistan orientale, la locale sezione della <strong>Lega Popolare</strong> ha ottenuto la maggioranza dei seggi ed ha quindi potuto iniziare l’iter per l’indipendenza; il paese infatti, come previsto dalla <strong>spartizione del Bengala del 1947</strong>, all’epoca faceva parte del Pakistan e dipendeva quindi da Islamabad: non solo una proibitiva distanza dal resto del territorio nazionale, con l’India che separava le due parti del paese lungo una linea di 1.600 km, ma anche rivendicazioni della popolazione bengalese hanno portato alla crescita repentina proprio della Lega Popolare la quale in quell’anno ha predisposto un piano in sei punti per arrivare all’indipendenza. Nel 1971 il via alle ostilità: da un lato, i bengalesi sono riusciti a staccare il Pakistan orientale da Islamabad, dall’altro però <strong>alcuni gruppi hanno tentato anche con l’uso della violenza di opporsi alla creazione del nuovo Stato</strong>; tra di essi, spiccava soprattutto<strong> Jamaal e Islami</strong>, il quale portava avanti istanze tanto unioniste quando islamiste.</p>

<p>Quando a Dacca ha iniziato a sventolare la bandiera del nuovo Stato, ribattezzato intanto Bangladesh, da subito il governo ha dovuto fronteggiare la minaccia di chi voleva una nazione basata a livello politico e sociale sui dettami più estremi dell’Islam; dunque, già dalla sua genesi il paese da cui proviene l’attentatore di New York ha dovuto misurarsi con la spaccatura tra una visione laica dello Stato, portata avanti soprattutto dalla Lega Popolare (oggi <em>Lega Awami</em>, partito attualmente al governo), <strong>ed una invece islamista</strong>. Una frattura che in Bangladesh non è mai stata sanata: Jamaal e Islami è stato subito messo al bando ed i suoi leader posti in esilio, pur tuttavia negli anni successivi in tanti hanno potuto fare ritorno e, tra di essi, ha senza dubbio spiccato la figura di <strong>Ghulam Azam</strong>; contro di lui ed il suo movimento sono sorte diverse proteste popolari specie tra gli anni 90 e 2000. Nel 2012 il governo della Lega Awami ha optato per l’inizio di un processo contro gli islamisti di Jamaal e Islami, in gran parte accusati per le violenze occorse nell’anno dell’indipendenza del paese.</p>
<p>Se, da un lato, questo ha comportato la precisa scelta di campo da parte di Dacca contro il terrorismo islamico, dall’altro però ha portato anche alla <strong>recrudescenza della ferita storica insita nella società bengalese</strong>: la condanna inflitta allo stesso Azam e ad altri leader di Jamaal e Islami, ha fatto sì che molti ambienti simpatizzanti per gli islamisti hanno acuito lo scontro con il governo e radicalizzato ulteriormente le proprie posizioni. Non a caso, alcuni gruppi prima marginali alla galassia jihadista, sono diventati veri e propri spettri per la sicurezza del paese asiatico: tra tutti, è da segnalare la sigla <strong>Ansar al Islam</strong>, ritenuta vicina ad Al Qaeda e responsabile di alcuni omicidi mirati contro giornalisti e blogger giudicati laici e vicini all’occidente. Tra la stessa rete fondata da Bin Laden e l’ISIS, è nata negli ultimi anni una vera e propria competizione volta ad accaparrarsi i ‘meriti’ del ritorno dell’estremismo in Bangladesh: <a href="http://www.ilgiornale.it/news/politica/bangladesh-paese-terreno-caccia-dei-terroristi-islamici-1278328.html">come segnalato lo scorso anno da Fausto Biloslavo</a>, tanto Ayman al Zawahiri (successore di Bin Laden) quanto i vari canali mediatici collegati all’ISIS, dal 2015 in poi hanno rivendicato la crescita della pericolosità del terrorismo nell’ex Pakistan orientale.</p>
<p>L’attentato di Dacca del luglio 2016</p>
<p>Il salto di qualità dell’islamismo in Bangladesh lo si è visibilmente avuto il primo luglio 2016 e, a farne le spese, è stato soprattutto il nostro paese: nella capitale bengalese infatti, un commando di cinque terroristi ha fatto irruzione all’interno di un ristorante della zona delle ambasciate ed ha preso in ostaggio tutti coloro che in quel momento stavano cenando. Chi non sapeva recitare il Corano e non dimostrava la propria appartenenza alla fede musulmana, è stato torturato ed ucciso; alla fine di quella tragica giornata, l<strong>’Italia ha contato nove vittime</strong>, mentre sette sono state quelle giapponesi oltre a quattro civili locali, due poliziotti, un cittadino indiano ed uno americano. Inizialmente è stato l’ISIS a rivendicare l’assalto, ma le indagini della Polizia si sono poi orientate verso i leader della formazione estremista denominata<em> Jamaat-ul-Mujahideen</em>, non legata direttamente allo Stato Islamico; ma a prescindere da chi ha materialmente compiuto quell’attentato, l’azione del primo luglio 2016 ha mostrato un volto diverso del terrorismo bengalese, non più diretto ad attaccare singole personalità o singoli luoghi ma, al contrario, affine ad adeguarsi alla strategia dell’islamismo internazionale grazie alla presadi mira luoghi affollati e di cittadini stranieri.</p>
<p>Ma non solo: spesso negli anni, tra le cause della diffusione delle ideologie più radicali, è stata annoverata anche quella della povertà e delle difficili condizioni economiche della popolazione; in Bangladesh, in effetti, su 170 milioni di abitanti la percentuale di chi vive con meno di due Dollari al giorno è molto alta ma, nel caso dell’attentato costato la vita a nove italiani, si è poi appreso che ad attuare l’attacco sono stati giovani benestanti alcuni di loro anche studenti. Questa circostanza ha dimostrato come la causa jihadista, nel paese asiatico, ha pure fatto presa tra i ceti più abbienti con l’estremismo islamico dunque figlio di una spaccatura sociale presente già dai templi dell’indipendenza del paese dal Pakistan.</p>
<p>L’attentatore di New York avrebbe appreso le tecniche del terrore stando seduto nella sua stanza di Brooklyn, leggendo i dettami scritti sulle pagine web della rete jihadista;<strong> pur tuttavia la sua radicalizzazione potrebbe provenire dal clima culturale e politico del suo paese</strong>: è infatti difficile escludere l’influenza di quanto sta accadendo negli ultimi anni in Bangladesh nella formazione di un giovane che, dopo sei anni di quella che a molti è sembrata una normale quotidianità vissuta nella grande mela, ad un certo punto ha deciso di immolarsi per la causa islamista nel cuore della più grande città degli Usa.</p>

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		<title>La strage di Dacca fa ancora paura</title>
		<link>https://it.insideover.com/terrorismo/la-strage-dacca-ancora-paura.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Jul 2017 07:22:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[Cristiani]]></category>
		<category><![CDATA[Dacca]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1282" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/07/Bangladesh_20161112_174055.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/07/Bangladesh_20161112_174055.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/07/Bangladesh_20161112_174055-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/07/Bangladesh_20161112_174055-768x513.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/07/Bangladesh_20161112_174055-1024x684.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Dacca. I controlli all&#8217;ufficio visti dell&#8217;Hazrat Shahjalal International Airport di Dacca sono lunghissimi. Da queste parti di occidentali non se ne vedono molti. Zero turisti. Ad arrivare qui sono quasi esclusivamente uomini d&#8217;affari che si occupano del settore dell&#8217;abbigliamento. La manodopera a basso costo fa gola a tutti, soprattutto alle grandi multinazionali che hanno aperto &#8230; <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/la-strage-dacca-ancora-paura.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1282" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/07/Bangladesh_20161112_174055.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/07/Bangladesh_20161112_174055.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/07/Bangladesh_20161112_174055-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/07/Bangladesh_20161112_174055-768x513.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/07/Bangladesh_20161112_174055-1024x684.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p><strong>Dacca</strong>. I controlli all&#8217;ufficio visti dell&#8217;Hazrat Shahjalal International Airport di Dacca sono lunghissimi. Da queste parti di occidentali non se ne vedono molti. Zero turisti. Ad arrivare qui sono quasi esclusivamente uomini d&#8217;affari che si occupano del settore dell&#8217;abbigliamento. La manodopera a basso costo fa gola a tutti, soprattutto alle grandi multinazionali che hanno aperto in Bangladesh filiali operative. Ed è difficile vedere stranieri, specie dopo la strage del 1° luglio 2016, quando un commando di terroristi che combattono in nome dell&#8217;islam radicale ha brutalmente ucciso ventitré persone innocenti, compresi nove cittadini italiani. All&#8217;uscita dell&#8217;aeroporto, l&#8217;aria è irrespirabile. Caos e rumore fanno da padroni. I clacson di vecchi motorini e di auto sgangherate suonano con insistenza, tra la folla accalcata davanti alle cancellate. Ed è proprio da lì che esce anche il nostro autista. Con il suo vecchio minivan ci porterà a Gulshan, la zona diplomatica della capitale. Quella dove un anno fa c&#8217;è stato il massacro.</p>
<p>[Best_Wordpress_Gallery id=&#8221;362&#8243; gal_title=&#8221;Bangladesh 1&#8243;]</p>
<p>I check point della polizia sono ovunque. Gli agenti, che nell&#8217;ultimo periodo hanno aumentato i controlli, fanno qualche domanda. Vogliono vedere se abbiamo i documenti in regola e poi ci danno il lasciapassare. Quando arriviamo a destinazione, davanti a noi c&#8217;è l&#8217;Holey Artisan Bakery, il ristorante dove si è consumato l&#8217;orrore islamista. In strada c&#8217;è silenzio. Qualche agente armato sorveglia il cancello d&#8217;entrata. A meno di cento metri c&#8217;è l&#8217;ambasciata italiana. Poco più avanti quella russa. Molti diplomatici e stranieri erano clienti abituali. Ed erano proprio loro quelli che i jihadisti volevano colpire. «Mi dispiace molto per quello che è successo, non so come sia stato possibile», dice con un viso provato Sadat Mehdi, il proprietario del locale che, in accordo con la polizia, ci accompagna dentro. Siamo i primi giornalisti a entrare nel luogo del massacro, per ragioni di sicurezza, però, non possiamo fare né foto né riprese video all&#8217;interno.</p>

<p>Quella del 1° luglio 2016 doveva essere la sera di un venerdì qualsiasi. Una cena spensierata tra amici o di affari per chi viene nel Paese proprio per business. Un turno di lavoro per cuochi e camerieri. Ma così non è stato. Intorno alle 21, un commando di terroristi fa irruzione nel locale e semina il panico. Vogliono gli stranieri, gli «infedeli». Cercano di capire chi dei presenti sia musulmano. Per farlo, chiedono di recitare il Corano. Chi non lo conosce viene prima brutalmente torturato e poi ucciso. Le forze speciali provano a mediare. Ma i colloqui non portano a nulla, così gli uomini della polizia fanno irruzione. È un massacro. La lunga notte di violenze spegne la vita di ventitré persone. Tra loro anche nostri connazionali, più il bambino che Simona Monti, una delle vittime, portava in grembo.</p>
<p>All&#8217;interno del ristorante si vedono ancora i segni dell&#8217;orrore. Nei muri ci sono i fori dei proiettili, quelli dei terroristi e quelli dei reparti d&#8217;élite governative che hanno provato a salvare gli ostaggi. Mentre Mehdi ci accompagna, prende il cellulare in mano per mostrare le foto di come era il locale prima di quel maledetto giorno. «Qui la gente si divertiva e passava qualche ora di svago. Anche io sono musulmano e non riesco a capire tutta questa pazzia», aggiunge. A oggi, in relazione all&#8217;assalto di un anno fa, sono state arrestate nove persone considerate collegate alla cellula jihadista che ha fatto irruzione all&#8217;Holey Artisan Bakery. Altre tredici sono state uccise durante le numerose azioni di polizia seguite dopo la strage. «Le indagini non sono ancora finite», ha spiegato Monirul Islam, capo della unità dell&#8217;antiterrorismo.</p>
<p>Gli stranieri hanno paura. Nonostante il governo abbia più volte dichiarato di avere la situazione sotto controllo e di avere aumentato i pattugliamenti, l&#8217;attacco di un anno fa, come racconta Paolo Mantellini, un italiano che da tanti anni vive in Bangladesh, ha cambiato per sempre la vita delle persone nel Paese. «La tranquillità che c&#8217;era prima non c&#8217;è più. Ora facciamo attenzione a tutti i particolari, ci guardiamo intorno», racconta. «Io sono cattolico e ora ho paura anche di andare in chiesa. Se le cose continueranno così, credo che sarò costretto ad andarmene via da qui», dice con rammarico. Che la situazione sia mutata è sotto l&#8217;occhio di tutti. «Dopo l&#8217;attentato a Dacca abbiamo molta paura», spiega Melecio Cuevas, un giovane missionario messicano che incontriamo quando ci spostiamo a Satkhira, nel sud-ovest del Bangladesh, per visitare l&#8217;orfanotrofio che i padri saveriani gestiscono da molti anni. «Ad agosto un gruppo di persone è entrato nella nostra chiesa e ha messo tutto all&#8217;aria. Stavo dormendo, quando all&#8217;improvviso il guardiano ha iniziato a urlare sotto la mia finestra per avvertirmi di quello che era successo. Mi ha chiesto di uscire per farmi vedere come avevano ridotto la chiesa, ma io non l&#8217;ho fatto». Si ferma un attimo. Poi aggiunge: «È già accaduto che i custodi siano usati dai gruppi estremisti per fare uscire il sacerdote per poi aggredirlo o ucciderlo». Da quel giorno l&#8217;orfanotrofio maschile, che ospita una sessantina di bambini, ha aumentato la sicurezza.</p>

<p>La preoccupazione per la situazione si sente anche nelle parole di padre Lorenzo Valoti, superiore regionale dei Saveriani che gestisce l&#8217;orfanotrofio e aiuta i pochi villaggi cristiani del distretto. Originario della provincia di Bergamo, il missionario è arrivato in queste terre difficili nel lontano 1981 ed è stato involontario testimone della trasformazione radicale del Paese. «Nell&#8217;ultimo periodo &#8211; spiega mentre mostra la struttura mantenuta grazie ai fondi che gli arrivano dall&#8217;Italia &#8211; il fanatismo è in preoccupante crescita». L&#8217;attentato di luglio 2016 è solo l&#8217;ultimo episodio che ha insanguinato il Bangladesh. In meno di due anni l&#8217;odio degli estremisti ha ucciso molti innocenti. «Sicuramente i primi a farne le spese sono i cristiani, una minoranza osteggiata in Bangladesh».</p>
<p>In un altro villaggio, non lontano da Satkhira, incontriamo Luc, 51 anni. È un catechista ed è terrorizzato da quello che gli è successo. Tre giovani musulmani, con la scusa di volersi convertire, hanno tentato di sgozzarlo. «Mi capita spesso che persone si presentino alla mia porta, perché vogliono sinceramente avvicinarsi alla Bibbia, ma in questa occasione ho notato subito che qualcosa non andava. Due dei tre giovani erano già venuti qualche giorno prima, forse per studiare la mia casa e preparare l&#8217;attacco». Il cristiano si ricorda tutti i dettagli. «Stavo leggendo san Matteo, quando all&#8217;improvviso due mi hanno bloccato e l&#8217;altro, da dietro, ha tentato di tagliarmi la gola con un pugnale». Mentre parla, alza il mento e con la mano indica la cicatrice che gli hanno lasciato. «Non ho perso conoscenza e ho iniziato subito a urlare per cercare di attirare l&#8217;attenzione dei vicini. Sono stati attimi interminabili. Non so come, ma sono riuscito a liberarmi e loro sono scappati».</p>
<p>Il Bangladesh, quasi 170 milioni di abitanti, è un Paese a stragrande maggioranza musulmana. Quella musulmana è la religione di Stato e più del 90% delle persone si riconoscono nel Corano. In questo contesto, in gran parte caratterizzato da un islam tollerante e moderato, però, l&#8217;estremismo sta aumentando. Le motivazioni sono principalmente due. La prima è intrecciata alla politica interna ed è strettamente collegata alla recente storia del Paese. In particolare alla guerra che nel 1971 ha portato all&#8217;indipendenza. La seconda, invece, riguarda una guerra in corso all&#8217;interno della galassia jihadista. Sia Al Qaida che lo stato islamico sono interessati a quest&#8217;area. Proprio in Asia il gruppo fondato da Osama Bin Laden ha puntato tutto: nel 2014, nel tentativo di contrastare la popolarità del Califfo, si è riorganizzata in tutti i paesi della zona, Bangladesh compreso. La scelta, quasi obbligata, è arrivata a causa della diminuzione di influenza dell&#8217;organizzazione in Medio Oriente. Intanto, però, l&#8217;Isis non è rimasto a guardare. Forte della popolarità conquistata in questi anni, ha iniziato a fare proselitismo e ha rivendicato numerosi azioni terroristiche nel Paese. Una «competizione» che ha portato ad aumentare di gran numero gli attacchi nel territorio.</p>

<p>Al contrario di come si è sempre sostenuto la povertà non c&#8217;entra. L&#8217;ignoranza neanche. I jihadisti presenti nel Paese sono i rampolli della borghesia di Dacca, cresciuti nelle migliori università private. «In passato i terroristi arrivavano dalle scuole coraniche, ma ora non è più così», spiega il reporter Ziaul Kabir, autore del libro Militancy &amp; Media. Lo incontriamo nel centro di Dacca, nel giardino del National Press Club, l&#8217;associazione dove convergono i più importanti giornalisti del Bangladesh. «Negli ultimi anni c&#8217;è stato un cambiamento netto, i jihadisti arrivano da famiglie ricche e non hanno nessun problema di soldi».</p>
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		<title>Il Bangladesh dopo la strage di Dacca</title>
		<link>https://it.insideover.com/reportage/terrorismo/il-bangladesh-dopo-la-strage-di-dacca.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Dec 2016 14:43:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[Dacca]]></category>
		<category><![CDATA[Jihadismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="360" height="240" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/03/Bangladesh_20161112_162415_F-360x240.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/03/Bangladesh_20161112_162415_F-360x240.jpg 360w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/03/Bangladesh_20161112_162415_F-360x240-300x200.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 360px) 100vw, 360px" /></p>
<p>Il primo luglio 2016 un attentato viene compiuto da miliziani jihadisti nei confronti dei clienti del ristorante Holey Artisan Bakery, a Dacca. In quel momento sono diversi i cittadini stranieri presenti nel locale, visto che il quartiere dove è ubicato si trova in una zona diplomatica della capitale del Bangladesh. Alla fine della drammatica azione &#8230; <a href="https://it.insideover.com/reportage/terrorismo/il-bangladesh-dopo-la-strage-di-dacca.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="360" height="240" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/03/Bangladesh_20161112_162415_F-360x240.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/03/Bangladesh_20161112_162415_F-360x240.jpg 360w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/03/Bangladesh_20161112_162415_F-360x240-300x200.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 360px) 100vw, 360px" /></p><p>Il primo luglio 2016 un attentato viene compiuto da miliziani jihadisti nei confronti dei clienti del ristorante Holey Artisan Bakery, a Dacca. In quel momento sono diversi i cittadini stranieri presenti nel locale, visto che il quartiere dove è ubicato si trova in una zona diplomatica della capitale del Bangladesh. Alla fine della drammatica azione terroristica, risultano 22 le vittime civili. Di queste, ben nove sono italiane. Fabio Polese raggiuge Dacca a distanza di alcuni mesi da quei drammatici fatti. Nel suo reportage girato tra il mese di novembre e dicembre del 2016, si descrive una città ancora scossa dall’attentato ed un paese, quale il Bangladesh, in bilico tra una visione laica dello Stato ed una propaganda islamista che fa sempre più breccia.</p>
<p>Ciò che caratterizza l’attentato del luglio 2016, assieme al complessivo fenomeno dell’estremismo islamico nel Bangladesh, è che le idee jihadiste fanno breccia non solo nella parte più povera della popolazione, ma anche in quella più ricca. Nel suo reportage Fabio Polese parla proprio della paura di molti cristiani bengalesi di vivere nel loro paese, specie dopo l’attentato di luglio. Da allora, nonostante importanti misure di sicurezza, la paura fa da padrona sullo sfondo della quotidianità dei cristiani nel Bangladesh.</p>
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		<title>Il bordello di Tangail</title>
		<link>https://it.insideover.com/reportage/donne/il-bangladesh-dopo-la-strage-di-dacca/il-bordello-di-tangail.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 11 Dec 2016 12:25:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Donne]]></category>
		<category><![CDATA[Dacca]]></category>
		<category><![CDATA[droga]]></category>
		<category><![CDATA[prostituzione]]></category>
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<p>TANGAIL – Novanta chilometri dalla capitale Dacca. Tre ore di macchina verso nord. Siamo a Kandapara, quartiere a luci rosse di Tangail. Una città nella città, fatta di baracche dove circa ottocento ragazze, tra droga e povertà, si vendono al miglior offerente. In Bangladesh la prostituzione è stata legalizzata nel 2000, ma ha origini molto &#8230; <a href="https://it.insideover.com/reportage/donne/il-bangladesh-dopo-la-strage-di-dacca/il-bordello-di-tangail.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1267" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/APERTURA_BORDELLO.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/APERTURA_BORDELLO.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/APERTURA_BORDELLO-300x198.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/APERTURA_BORDELLO-768x507.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/APERTURA_BORDELLO-1024x676.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p><strong>TANGAIL</strong> – Novanta chilometri dalla capitale Dacca. Tre ore di macchina verso nord. Siamo a Kandapara, quartiere a luci rosse di Tangail. Una città nella città, fatta di baracche dove circa ottocento ragazze, tra droga e povertà, si vendono al miglior offerente. In Bangladesh la prostituzione è stata legalizzata nel 2000, ma ha origini molto più antiche. È un’eredità del dominio inglese e i bordelli sono aperti da tantissimi anni. Questo è il secondo più grande del Paese. Quelli regolari, ovvero riconosciuti dalle autorità, sono una ventina. Per la legge dovrebbero lavorarci solo ragazze dai 18 ai 55 anni. Ma nella realtà non è così. Ci si accorge immediatamente quando si varca uno dei cancelli in lamiera che ti porta all’interno. Tante sono giovanissime.</p>
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<p>Le ragazze guardano incuriosite, alcune sorridono. Le loro storie, però, raccontano una vita in bianco e nero. Molte sono nate nel bordello. Figlie di <em>sex workers</em>, non sono mai uscite da quel muro che le separa dal resto del mondo. “Sono nata qui e mi prostituisco da sette anni”. Si chiama Eti, classe 1994. Ha iniziato quando aveva appena 15 anni. Lo racconta come se fosse normale. Sua madre è accanto a lei e non si scompone neanche quando la figlia ammette di far uso di droga.Gli stupefacenti qui dentro sono la normalità. Quello più usato lo chiamano <em>Baba</em>. È la Yaba, un derivato delle metanfetamine, conosciuta come “la droga che fa impazzire”, perché rende aggressivi fino alla follia, mentre brucia il cervello. Generalmente viene tagliata con ciò che avanza della produzione di eroina e si presenta sotto forma di pillole. Qui la tritano e la fumano a tutte le ore. Molte fanno uso anche di Oradexon, uno steroide che viene utilizzato dagli allevatori per far gonfiare i bovini. Le giovani lo prendono per sembrare più sane ed attraenti. Una follia. Eti ha la risposta pronta anche quando gli chiediamo perché sta buttando via così la sua adolescenza: “Sono una musulmana credente e se faccio questa vita è per il volere di Allah”, dice con un singolare rovesciamento della morale religiosa.</p>
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<p>Il bordello è costituito da una via principale da cui poi si diramano tantissimi piccoli vicoletti. Tra i negozietti che ti danno l’illusione di vivere nella normalità quotidiana, si trovano le stanze delle ragazze. Un letto matrimoniale e poco più. I bagni, le docce e gli altri servizi sono in comune. “Una stanza costa 300 taka al giorno (circa 4 euro, ndr). Lo stesso prezzo che i clienti pagano per una prestazione”, ci spiega Aklima Begum Akhi, ex <em>sex workers</em>, presidente del Nari Mukti Sangha (NMS), associazione che dice di aiutare le ragazze che vivono a Kandapara.Quasi sempre i soldi guadagnati dalle prostitute vanno ai <em>Babu</em>, una figura che qui descrivono in tanti modi: fidanzato, protettore o amico. In realtà è un vero e proprio sfruttatore che controlla e guadagna sulla pelle delle ragazze. “Tutti i miei soldi vanno per pagare questa stanza e per un uomo che mi protegge”, racconta Anjana, 29 anni. È un po’ più grande delle media e si vende da 15 anni. “Quest’uomo mi ha comprato una casa fuori da qui, lo sto ripagando”. Una casa che la prostituta non ha mai visto e che, forse, non vedrà mai.</p>
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<p>Sarika ha 23 anni appena compiuti. Dice di lavorare qui a Kandapara da poco tempo. Nelle sue braccia i segni indelebili dei clienti violenti. Bruciature e tagli. Non ne vuole parlare. Sembra molto triste. Poi all’improvviso le torna il sorriso. Una luce colora il suo viso. “Sono innamorata di un ragazzo. Ha promesso che tornerà a prendermi e inizieremo una vita insieme fuori da qui”, ci dice. Poco dopo, però, torna il buio e si chiude nel suo silenzio. Intanto, come ogni giorno, la sua vita è dentro quelle quattro mura. Una gabbia invisibile che, per le moderne schiave del sesso, sarà difficile da oltrepassare. L’unica porta, effimera, è quella offerta da una dose di <em>Baba</em>.</p>
<p><a style="color: #0000ff; text-decoration: underline;" href="http://www.gabrieleorlini.com/">Foto di Gabriele Orlini</a></p>
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		<title>Ecco come si finanzia il terrorismo islamico</title>
		<link>https://it.insideover.com/reportage/terrorismo/il-bangladesh-dopo-la-strage-di-dacca/si-finanzia-terrorismo-islamico.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Dec 2016 13:34:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[Al Qaeda]]></category>
		<category><![CDATA[Dacca]]></category>
		<category><![CDATA[Isis (Stato islamico)]]></category>
		<category><![CDATA[Jihadismo]]></category>
		<category><![CDATA[Ong]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="4000" height="2000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/08/ISIS_BENIGNETTI2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/08/ISIS_BENIGNETTI2.jpg 4000w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/08/ISIS_BENIGNETTI2-300x150.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/08/ISIS_BENIGNETTI2-768x384.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/08/ISIS_BENIGNETTI2-1024x512.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 4000px) 100vw, 4000px" /></p>
<p>DACCA – La povertà non c’entra. L’ignoranza neanche. I terroristi che combattono in nome dell’islam radicale in Bangladesh sono i rampolli della borghesia della capitale cresciuti nelle migliori università private. “In passato i jihadisti arrivavano dalle scuole coraniche, ma ora non è più così”, spiega il reporter Ziaul Kabir, autore del libro Militancy &#38; Media, &#8230; <a href="https://it.insideover.com/reportage/terrorismo/il-bangladesh-dopo-la-strage-di-dacca/si-finanzia-terrorismo-islamico.html">[...]</a></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="4000" height="2000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/08/ISIS_BENIGNETTI2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/08/ISIS_BENIGNETTI2.jpg 4000w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/08/ISIS_BENIGNETTI2-300x150.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/08/ISIS_BENIGNETTI2-768x384.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/08/ISIS_BENIGNETTI2-1024x512.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 4000px) 100vw, 4000px" /></p><p><strong>DACCA</strong> – La povertà non c’entra. L’ignoranza neanche. I terroristi che combattono in nome dell’islam radicale in Bangladesh sono i rampolli della borghesia della capitale cresciuti nelle migliori università private. “In passato i jihadisti arrivavano dalle scuole coraniche, ma ora non è più così”, spiega il reporter Ziaul Kabir, autore del libro <em>Militancy &amp; Media</em>, un volume che analizza i link tra terrorismo e mezzi d’informazione.</p>
<div class="embed-container"><iframe src="https://www.youtube.com/embed/XC0z-W4vkF0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></div>
<p>Lo incontriamo nel centro di Dacca, nel giardino del National Press Club, l’associazione dove convergono i più importanti giornalisti del Paese. “Negli ultimi anni c’è stato un cambiamento netto, i terroristi arrivano da famiglie ricche e non hanno nessun problema di soldi”. I profili dei jihadisti della <a href="http://www.occhidellaguerra.it/dentro-ristorante-della-strage/" target="_blank" rel="noopener">strage del primo luglio</a> scorso ne sono una conferma. Akash, Badhon, Bikash, Don e Ripon, gli autori materiali dell’assalto all’Holey Artisan Bakery a Gulshan, infatti, non sono cresciuti nelle madrase, ma hanno frequentato istituti rinomati e provengono tutti da famiglie benestanti.</p>
<h2>Le radici della minaccia</h2>
<p>Il Bangladesh, quasi 170 milioni di abitanti, è un Paese a stragrande maggioranza musulmana. L’islam è religione di Stato e più del 90 per cento della popolazione si riconosce nel <em>Corano</em>. In questo contesto, in gran parte caratterizzato da un islam tollerante e moderato, però, l’estremismo è in costante crescita. Le motivazioni sono principalmente due. La prima è intrecciata alla politica interna e collegata alla recente storia del Paese e, in particolare, alla guerra che nel 1971 ha portato all’indipendenza del Bangladesh. Non è un caso, infatti, che la situazione si è surriscaldata dopo la decisione di impiccare Motiur Rahman Nizami, leader di Jamaal e Islami &#8211; principale partito islamico che ha come obiettivo l’introduzione della sharia &#8211; condannato per crimini contro l’umanità durante il sanguinoso conflitto che, quarant’anni fa, ha portato alla divisione dal Pakistan.</p>
<h2>La guerra tra Isis e Al Qaeda</h2>
<p>La seconda, invece, riguarda una guerra in corso all’interno della galassia jihadista. Sia Al Qaeda che lo Stato Islamico sono interessati alla regione. Proprio in Asia il gruppo fondato da Osama Bin Laden ha puntato tutto: nel tentativo di contrastare la popolarità del Califfo, nel 2014 si è riorganizzata in tutti i paesi dell’area, Bangladesh compreso. La scelta, quasi obbligata, è arrivata a causa della diminuzione di influenza dell’organizzazione in Medio Oriente. Intanto, però, l’Isis non è rimasto a guardare. Forte della popolarità conquistata in questi anni, ha iniziato a fare proselitismo e ha rivendicato numerosi azioni terroristiche nel Paese. Rita Katz, direttrice di Site Institute, società statunitense che si occupa di monitorare le attività dei jihadisti online, aveva da tempo evidenziato come il Bangladesh si fosse trasformato in terreno di scontro tra lo Stato Islamico e i gruppi collegati ad Al Qaeda. Una “competizione” che ha portato ad aumentare di gran numero le azioni terroristiche nel territorio.</p>
<h2>Affari e kalashnikov</h2>
<p>I segnali d’allarme, dunque, c’erano. Ma, come spesso succede, sono stati sottovalutati. In meno di due anni gli estremisti islamici hanno rivendicato l’uccisione di quasi settanta persone. Il governo è rimasto a guardare. Fino allo scorso luglio, quando i terroristi, con l’attacco al ristorante nella zona delle ambasciate a Dacca, hanno fatto un notevole salto di qualità che, come ci spiega <strong>Abul Barkat</strong>, professore all’Università della capitale e massimo esperto di economia e di fondamentalismo in Bangladesh, “è stato costruito nel tempo, grazie alla capacità di infiltrarsi nel potere economico del Paese”. Secondo quanto ci dice Barkat, i fondamentalisti islamici negli ultimi quarant’anni hanno investito denaro in otto settori principali. “In particolare nel settore economico, in quello commerciale, nell’industria farmaceutica, nell’educazione, nel settore delle comunicazioni, in quello immobiliare, nei media e nelle Organizzazioni non governative (Ong)”. L’esperto lo spiega benissimo in una delle sue innumerevoli pubblicazioni: <em>Political Economy of Religion-based Extremism in Bangladesh</em>. Resoconto dettagliato, documentato e molto preoccupante delle infrastrutture organizzative ed economiche che in questi anni i jihadisti sono riusciti a costruire. Un vero e proprio impero che, secondo i calcoli fatti dal professore, solo nel 2015, avrebbe fatto guadagnare agli estremisti ben 370 milioni di dollari.</p>
<h2>Terrore e strozzinaggio</h2>
<p>“Le Organizzazioni non governative controllate dai fondamentalisti sono 231”, ci spiega lo studioso. Molte di queste ricevono anche fondi dall’estero, in particolare “dal Kuwait, Qatar, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti”. I soldi, spesso, finiscono nelle mani degli estremisti che li usano sia per finanziare la propaganda, sia per mettere a segno azioni terroristiche. Ma non è finita qui. Secondo quanto ci racconta Onita Sorkar, una giovane cristiana che incontriamo in un piccolo villaggio del sud-ovest del Paese, alcune di queste Ong islamiche offrirebbero soldi con interessi altissimi. La ragazza ci racconta che ha recentemente preso in prestito 40 mila taka, circa 480 euro. Dovrà ridarli settimanalmente entro un anno, con un tasso di interesse pari al 12 per cento. Molto più alto di quello di una banca.</p>
<h2>Difficile fermare il giro d&#8217;affari</h2>
<p>È sera ormai. Ma abbiamo ancora tempo per fare un ultima domanda al professore. “È possibile fermare questo enorme giro d’affari che finanzia il terrorismo?”. La risposta di Barkat non lascia, purtroppo, spazio a fraintendimenti: “La situazione è molto complessa e ramificata. Non sarà semplice e ci vorranno molti anni”.</p>
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		<title>Dentro il ristorante della strage</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Dec 2016 07:51:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/STRAGE_APE.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/STRAGE_APE.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/STRAGE_APE-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/STRAGE_APE-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/STRAGE_APE-1024x682.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/STRAGE_APE.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/STRAGE_APE.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/STRAGE_APE-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/STRAGE_APE-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/STRAGE_APE-1024x682.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p><strong>DACCA</strong> – “Mi dispiace molto per quello che è successo, non so come sia stato possibile”. Sadat Mehdi, il proprietario dell’Holey Artisan Bakery a Gulshan, la zona diplomatica della capitale del Bangladesh, è provato. Le indagini della polizia sono state appena chiuse e le autorità gli hanno riconsegnato le chiavi del ristorante. Siamo i primi giornalisti occidentali ad entrare nel luogo del massacro. Per ragioni di sicurezza, però, non possiamo fare riprese. Le forze dell’ordine stazionano fuori dal cancello che chiude l’accesso. Dopo qualche controllo arriva l’ok. “Potete andare”, dice il capo della polizia in servizio nella zona. “Ma non dovete assolutamente riprendere nulla, né foto né video”.</p>
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<h2>La strage degli innocenti</h2>
<p>Doveva essere la sera di un venerdì qualsiasi. Una cena tra amici o di affari per i clienti. Una giornata lavorativa per cuochi e camerieri. Ma il primo luglio scorso non è stato così. Verso le 21.00, all’improvviso, un commando di terroristi che combattono in nome dell’islam radicale fa irruzione nel locale e semina il panico. Vogliono gli stranieri, gli “infedeli”. Cercano di capire chi dei presenti sia musulmano. Per farlo, chiedono di recitare il <em>Corano</em>. Chi non lo conosce verrà brutalmente ucciso. È un massacro. Alla fine di una lunga notte di spari e brutalità, rimangono senza vita 23 persone innocenti. Tra loro anche nove cittadini italiani, più il bambino che Simona Monti, una delle vittime, portava in grembo.</p>
<h2>Dentro il luogo dell’orrore</h2>
<p>All’interno del ristorante si vedono ancora i segni della violenza. Nei muri ci sono i fori dei proiettili, quelli dei terroristi e quelli dei reparti speciali della polizia che hanno provato a salvare gli ostaggi. Mentre guardiamo, alcuni operai stanno ripulendo tutto. Stanno cercando di sistemare, come per voler cancellare per sempre i segni di un orrore incomprensibile. Quell’orrore arrivato per mano di radicali figli della borghesia di Dacca. Mehdi, il proprietario, non vuole parlarci davanti alla telecamera. Ma continua a chiederci scusa. Ad un certo punto prende il cellulare e ci mostra le foto di come era il suo Holey Artisan Bakery prima di quel maledetto giorno. Bellissimo. “Qui la gente si divertiva e passava qualche ora di svago. Anche io sono musulmano e proprio non riesco a capire tutta questa pazzia”.</p>
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<h2>Volevano morire</h2>
<p>In strada c’è silenzio. Non sembra di essere neanche a Dacca, dove i rumori dei clacson delle auto e dei motorini si sentono ovunque e a qualsiasi ora. Nella lunga via che porta al ristorante staziona solo la polizia. I controlli sono stati aumentati notevolmente e i checkpoint si vedono in ogni angolo. A meno di cento metri dal teatro della strage c’è l’ambasciata italiana. Poco più avanti quella russa. Molti diplomatici e stranieri erano clienti abituali. Ed erano proprio loro quelli che i terroristi volevano colpire. L’Holey Artisan Bakery si trova in fondo ad una via chiusa. Nessuna possibilità di uscita. I terroristi sapevano anche questo. E sapevano che non sarebbero sopravvissuti. Ma l’odio verso un troppo spesso indifferente Occidente, non li ha fermati.</p>
<p><a style="color: #0000ff; text-decoration: underline;" href="http://www.gabrieleorlini.com/" target="_blank" rel="noopener">Foto di Gabriele Orlini</a></p>
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