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Guerra

Raqqa, i volontari occidentali e le milizie cristiane contro l’Isis

A Raqqa combattono contro le bandiere nere volontari occidentali, compresi 4 italiani, che muoiono in battaglia. E cristiani in armi, che vogliono vendicarsi delle vessazioni subite dallo Stato islamico. Nell’assedio della prima e storica capitale del Califfo, non ci sono solo i curdi siriani a voler spazzare via la minaccia jihadista.Bruce, barbetta rossiccia, occhi azzurri e mitra in pugno ha sull’uniforme mimetica la stella rossa del Ypg, le Unità curde di protezione popolare che hanno preso d’assalto Raqqa con l’appoggio Usa. Qualche passo più indietro avanza guardingo fra le macerie della prima linea un altro volontario occidentale. Mefisto calato sul volto per non farsi riconoscere è un inglese, che si presenta come Rony. “Faccio parte di un movimento antifascista nel Regno Unito e sono venuto a combattere a Raqqa perché lo Stato islamico rappresenta una minaccia per l’umanità” spiega il volontario ben armato passando sotto il minareto di una moschea scalfito dai colpi. I curdi nel nord della Siria, fino dalla feroce battaglia contro le bandiere nere nella città martire di Kobane, hanno attirato fra i 1000 e 2000 volontari stranieri.

Religioni

Cristiani sotto tiro

La colonna di marmo bianco della chiesa dei Santi Pietro e Paolo al Cairo è ancora flagellata dalle cicatrici delle schegge dell’attentato suicida. I copti cristiani in Egitto hanno voluto lasciarla così per non dimenticare. L’esplosione ha fatto saltare in aria il tetto e ridotto a pezzi 29 fedeli compresi 6 bambini, che stavano pregando l’11 dicembre 2016. “Noi cristiani sappiamo di essere sotto tiro e siamo pronti a morire per la nostra fede” racconta Maryam mostrando la foto che porta al collo di suo marito, il custode della chiesa, uno dei “martiri” dell’attacco jihadista. Reportage di Fausto Biloslavo

Religioni

La vedova del martire cristiano

“Uno dei miei gemelli di 8 anni si è messo a correre passando vicino al terrorista suicida. Un angelo lo ha protetto. Il kamikaze si è fatto esplodere quando mio figlio era già lontano” ricorda Gihen Gergis Basiri con lo sguardo triste e la voce rotta dall’emozione. La vedova cristiana ha perso il marito, davanti ai suoi occhi, lo scorso anno, quando il terrorista dello Stato islamico ha seminato morte e terrore davanti alla chiesa di San Marco, la più antica di Alessandria dove riposano le reliquie dell’apostolo. La domenica delle Palme, l’obiettivo fallito delle bandiere nere era uccidere il Papa ortodosso, Tawadros II, che guida la maggioranza dei cristiani d’Egitto. Gihen è vestita di nero e non muove bene un braccio disarticolato dall’esplosione. La sopravvissuta racconta il “martirio” del marito nella stessa chiesa dove l’attentato suicida ha falciato 16 egiziani fra guardie di sicurezza e cristiani compresi bambini. Al suo fianco i due gemelli, Fedi, che significa Salvatore, illeso per miracolo e Bishoi, che ha cercato di aiutare la madre sanguinante subito dopo l’esplosione. REPORTAGE DI FAUSTO BILOSLAVO

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La chiesa presa d’assalto

“Siamo venuti a dire ai cristiani d’Egitto che non sono soli. Non è più il tempo di dire solo “resistete”, ma di resistere con loro” spiega Alessandro Monteduro, direttore di Aiuto alla chiesa che soffre. Dal 2011 la fondazione pontificia ha finanziato in Egitto progetti per oltre 4 milioni e mezzo di euro in sostegno alla comunità cristiana sotto tiro. Monteduro ha visitato i luoghi più significativi e a rischio dei copti assieme al vescovo di Carpi, Francesco Cavina ed il vicario generale, don Massimo Fabbri. La delegazione è stata ricevuta anche dal patriarca Tawadros II, il Papa dei copti ortodossi. Aiuto alla chiesa che soffre ha investito 76.300 euro nella messa in sicurezza delle chiese minacciate dai Fratelli musulmani nel 2013 e adesso sotto attacco dei terroristi dello Stato islamico. Per i luoghi di culto cristiani rimessi in piedi dopo le devastazioni sono stati spesi 91.000 euro. Altri 124mila euro sono andati a chi ha perso tutto a causa delle violenze anti cristiane e alle famiglie delle vittime. REPORTAGE DI FAUSTO BILOSLAVO

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Cristiani sotto scorta

Nell’alto Egitto, lungo il Nilo, la provincia di Assiut assieme a quella di Minia registrano la più alta percentuale di cristiani oltre il 30%. Davanti alla chiesa del vescovo di Assiut è piazzato un blindato color sabbia dell’esercito. I soldatini egiziani sono in tenuta di combattimento e la polizia sbarra la strada. Il vescovo Kirillos William viene fermato dai fedeli che baciano la croce in legno stretta nella mano. “I terroristi minacciano: 'Trasformeremo le vostre feste nel sangue', ma siamo gli unici cristiani che organizzano le processioni per la Madonna in strada” osserva il prelato copto cattolico. I fedeli possono farlo a Der Dronca, un villaggio di 6mila anime, tutte cristiane. Alle pendici della grotta dove ha sostato la Sacra famiglia di Gesù in fuga dalla Palestina, super blindata, ma frequentata da un via vai continuo di pellegrini. REPORTAGE DI FAUSTO BILOSLAVO

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Cristiani senza diritti

SATKHIRA – Dopo i lunghi controlli all’ufficio visti riusciamo a uscire dall’aeroporto. L’aria è irrespirabile e i rumori sono fortissimi. Una marea di persone sosta nelle vicinanze. Alcune gridano, altre sono intente a caricare le valige dei viaggiatori. In sottofondo si sentono con insistenza i clacson delle auto e dei motorini. Siamo appena atterrati a Dacca, la capitale del Bangladesh, ancora sconvolta dall’assalto al ristorante nel quartiere diplomatico avvenuto lo scorso luglio, quando un commando di jihadisti ha brutalmente ucciso 23 persone, compresi 9 nostri connazionali. Reportage di Gabriele Orlini e Fabio Polese

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L’azione silenziosa dei cristiani tra i rifugiati siriani

Prima che tra gli alberi iniziassero a sorgere le strutture tirate su con legno e coperte da teloni di plastica, c’era un giardino rigoglioso. La vicinanza con campi coltivati, soprattutto a frutta, tabacco o ulivi, lo ha reso strategico. Non per l’agricoltura però. Ma per ospitare chi in quei campi ha trovato un lavoro illegale, sfruttato e pagato così poco da non potersi permettere alcuno spostamento dalla zona. E così, chi ha potuto ha concesso ai profughi in fuga dalla guerra in Siria la possibilità di rimanere sulla propria terra. Ovviamente pagando. Aanut, Joun, Koblias. Sono centinaia i piccoli campi in Libano che le autorità definiscono “Informal tent settlement”, numerosi soprattutto nella valle della Bekaa e Monte Libano. Accampamenti sono sorti in case abbandonate, vicino a piccole fabbriche e nei dintorni dei villaggi. Dovunque è stato possibile.

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La comunità cristiana a rischio emarginazione

“L’arabo libanese, è nato dall’unione della lingua araba con il siriaco, dialetto aramaico parlato dai monaci che evangelizzarono questa terra nel 900” racconta con un sorriso orgoglioso Fra Elie Rahmé, subito dopo la messa dell’Immacolata nel convento dei frati cappuccini di Beirut. Quando i francescani arrivarono in città, nel 1626, in linea con la politica dell’ordine, si istallarono in periferia. A Bab Idris non c’erano ancora i palazzoni delle banche e i condomini esclusivi che caratterizzano oggi il centro finanziario di Beirut e che, a due passi dal moderno e sfavillante suk a ‘downtown’, finiscono per nascondere la meravigliosa chiesa. “Il Libano era chiamato il Vaticano del Medioriente”, dice con voce velata di malinconia il frate. Oggi i cristiani cattolici ‘latini’ sono appena 15 mila in tutto il Libano. “La nostra cultura e le tradizioni fanno parte di questo paese”, afferma. Ma da quando la comunità cristiana ha perso ‘sponsor’ internazionali, con il potere di quelli islamici sunniti e sciiti in costante crescita, nell’arco di pochi decenni potrebbero essere solo un ricordo. Il legame tra cristianesimo e Libano è a rischio di finire dissolto tra le trame dei grandi giochi geopolitici che investono il paese, il bilanciamento dei poteri istituzionali sempre meno favorevole alla comunità cristiana e differenze culturali che portano la comunità islamica a crescere poderosamente rispetto a quella cristiana. Questioni culturali, economiche e politiche, più che di sicurezza legate al fondamentalismo islamista, potrebbero in Libano avere gli effetti che altrove sono generati dalla ferocia del terrorismo. Un conflitto demografico che i cristiani stanno perdendo. Reportage di Marco Negri e Luigi Spera

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