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	<title>crisi climatica Archives - InsideOver</title>
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	<title>crisi climatica Archives - InsideOver</title>
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		<title>Il cotone del fast fashion: deforestazione in Brasile, sfruttamento in Pakistan, prezzi bassi in Europa</title>
		<link>https://it.insideover.com/ambiente/il-cotone-del-fast-fashion-deforestazione-in-brasile-sfruttamento-in-pakistan-prezzi-bassi-in-europa.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Allegra Filippi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Jul 2024 08:17:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[crisi climatica]]></category>
		<category><![CDATA[Moda]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1279" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/07/OVERCOME_20240718004349593_71e97af511f4ff78837f2812e9193f76.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="fast fashion" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/07/OVERCOME_20240718004349593_71e97af511f4ff78837f2812e9193f76.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/07/OVERCOME_20240718004349593_71e97af511f4ff78837f2812e9193f76-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/07/OVERCOME_20240718004349593_71e97af511f4ff78837f2812e9193f76-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/07/OVERCOME_20240718004349593_71e97af511f4ff78837f2812e9193f76-1024x682.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/07/OVERCOME_20240718004349593_71e97af511f4ff78837f2812e9193f76-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/07/OVERCOME_20240718004349593_71e97af511f4ff78837f2812e9193f76-1536x1023.jpg 1536w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Dalle grandi aziende brasiliane, più volte sotto inchiesta, ai laboratori tessili dell'Asia per arrivare nelle nostre vetrine. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/il-cotone-del-fast-fashion-deforestazione-in-brasile-sfruttamento-in-pakistan-prezzi-bassi-in-europa.html">Il cotone del fast fashion: deforestazione in Brasile, sfruttamento in Pakistan, prezzi bassi in Europa</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1279" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/07/OVERCOME_20240718004349593_71e97af511f4ff78837f2812e9193f76.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="fast fashion" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/07/OVERCOME_20240718004349593_71e97af511f4ff78837f2812e9193f76.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/07/OVERCOME_20240718004349593_71e97af511f4ff78837f2812e9193f76-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/07/OVERCOME_20240718004349593_71e97af511f4ff78837f2812e9193f76-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/07/OVERCOME_20240718004349593_71e97af511f4ff78837f2812e9193f76-1024x682.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/07/OVERCOME_20240718004349593_71e97af511f4ff78837f2812e9193f76-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/07/OVERCOME_20240718004349593_71e97af511f4ff78837f2812e9193f76-1536x1023.jpg 1536w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Grazie all’Ong britannica <strong>Earthsight</strong> sappiamo come i giganti del <em>fast fashion</em> utilizzino<strong> cotone “sporco” per produrre i vestiti</strong>. Gli stessi vestiti che in Occidente ingurgitiamo alla velocità della luce perché a basso costo. Il cotone usato dalle grandi catene di <em>fast fashion</em> ha origini drammatiche. Arriva direttamente dal <a href="https://it.insideover.com/ambiente/quel-ruolo-indiretto-della-cina-dietro-la-deforestazione-in-amazzonia.html"><strong>Cerrado</strong>, </a>una <strong>zona del Brasile</strong> a Nord della capitale ricca di biodiversità, che è soggetta a una massiccia deforestazione e all’allontanamento delle popolazioni autoctone. Earthsight dopo un lavoro di inchiesta durato un anno, durante il quale ha analizzato registri di spedizione, elenchi dei fornitori e molto altro, è riuscita a ricostruire<strong> la rete delle filiera del cotone individuando i responsabili di un mercato che inquina e abusa dei diritti dei lavoratori.</strong></p>



<p>L’inchiesta mette alla luce il circolo senza fine di un materiale che parte dal Brasile, passerebbe dall’Asia e arriva nei negozi occidentali, pronto per essere acquistato a prezzi esigui. Niente di nuovo certo, da anni siamo a conoscenza del fenomeno, questa però è un’inchiesta importantissima che svela l’<strong>infinito ciclo produttivo della moda del fast fashion e dell’enorme costo ambientale e umano che ne deriva.&nbsp;</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;inchiesta </h2>



<p>L’Ong che si è occupata del caso è la Earthsight, un’<strong>organizzazione no-profit britannica </strong>specializzata in inchieste e indagini di denuncia di crimini ambientali e sociali. I risultati delle ricerche di Earthsight sono stati oggetto di grande attenzione e hanno portato a cambiamenti nelle politiche di governi, aziende e istituzioni finanziarie. Le aziende coinvolte sono numerose e vanno dalla produzione alla lavorazione fino alla vendita. Il cotone prodotto dalle due più grandi e importanti imprese agricole brasiliane,<strong> SLC Agrícola</strong> e da<strong> Horita Group</strong>, non viene venduto direttamente ai gruppi di abbigliamento bensì ad <strong>aziende manifatturiere in Asia</strong>. Earthsight ha individuato l’azienda <strong>indonesiana PT Kahatex</strong>, il gruppo <strong>bengalese Jamuna Group</strong> e il <strong>pachistano Interloop</strong>. Dall’Indonesia sono stati venduti pantaloni, calzini e pantaloncini, dal Bangladesh jeans e altri prodotti denim e dal gruppo pachistano calzini di cotone. Tutti questi prodotti sono finiti nei negozi degli Stati Uniti e di tutti i Paesi europei, tra i quali l’Italia. Sarebbero <strong>816mila le tonnellate individuate da Earthsight coltivate nel Cerrado</strong> e rivendute a una decina di aziende asiatiche. Queste, tra il 2014 e il 2023 avrebbero prodotto più di 250milioni di prodotti per i brand che tutti noi acquistiamo abitualmente. C’è però un’aggravante. I prodotti citati avrebbero avuto la certificazione di <strong>Better Cotton (Bc)</strong>, gruppo di governance senza scopo di lucro impegnato a garantire e promuovere una produzione di cotone nel rispetto dell’ambiente e delle condizioni dei lavoratori. Better Cotton rappresenta a oggi il 22% della produzione globale di cotone. Il percorso della lavorazione del cotone però è complesso da tracciare.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il percorso del cotone e le falle della filiera</h2>



<p>Per essere sicure di adottare un processo etico e sostenibile, <strong>gran parte delle aziende&nbsp; di tutto il mondo si rivolgono a Better Cotton</strong>. Nelle sue policy BC dichiara di lavorare a stretto contatto con i coltivatori di cotone <strong>rispettando tutti gli standard ambientali e lavorativi</strong>.&nbsp; Seguire la filiera del cotone però non è affatto semplice, sia per la dimensione globale della filiera sia per la diversità degli standard condivisi tra i Paesi produttori.&nbsp;</p>



<p>Gli step sono numerosi e altrettanto numerose sono le vie nel quale si perde la tracciabilità. Il cotone viene coltivato e raccolto, dopodiché viene venduto al commerciante che lo acquista come grezzo e spesso lo mescola o lo sostituisce con altro cotone. Il cotone grezzo viene poi trasferito in impianti per estrarre i semi che poi vengono puliti, ne vengono estratte le fibre che vengono trasformate in filo. Le bobine di filo poi vengono acquistate dal commerciante che le fornisce alle fabbriche che producono tessuto. Un processo lungo che vede nelle sue numerose fasi il <strong>mescolarsi del cotone grezzo con altro cotone, rendendone quasi impossibile la tracciabilità</strong>.&nbsp;</p>



<p>Ecco che<strong> il sistema di monitoraggio di Better Cotton non può essere sufficiente</strong> e mostra molte zone grigie. La certificazione BC <strong>non assicura al 100% un prodotto fabbricato con cotone totalmente biologico</strong> poiché il sistema di monitoraggio non è del tutto funzionale. L’inchiesta di Earthsight pone inevitabilmente molti quesiti rispetto a un sistema che necessiterebbe di un processo decisamente diverso non solo per rispettare l’ambiente ma la vita dei lavoratori del settore e delle aree del mondo sfruttate da questo circolo vizioso.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La deforestazione che mette in ginocchio il Brasile</h2>



<p>Oltre alla mancata trasparenza sulle materie usate, l’inchiesta si è concentrata sullo<strong> sfruttamento del territorio che ha portato alla deforestazione di enormi aree di foresta</strong>. I gruppi <strong>SLC Agrícola e Horita Group sono le più grandi e le più ricche <a href="https://it.insideover.com/societa/perche-lamazzonia-e-diventata-una-bomba-sanitaria.html">aziende agricole del Brasile</a></strong> e dispongono di immense aree. SLC dispone di 440 chilometri quadrati di piantagioni di cotone, mentre Horita di 1400 chilometri quadrati spalmati in tutto il Paese.&nbsp;</p>



<p>Nell’inchiesta pubblicata sul suo sito, Earthsight accusa le due aziende di avere una storia torbida quando si parla di deforestazione illegale e infrazioni ambientali. Già nel 2014&nbsp; l&#8217;Agenzia per l&#8217;ambiente di Bahia ha rilevato 25.153 ettari di deforestazione illegale nelle aziende agricole di Horita a Estrondo e qualche anno dopo non era riuscita a ricevere dalla stessa azienda i documenti per i permessi della deforestazione di 11.000 ettari avvenuta tra il 2010 e il 2018. Horita è stata multata molte volte. SLC ha un curriculum altrettanto preoccupante. L’azienda è stata accusata di aver deforestato 1.300 ettari di vegetazione a Palmares nel 2022.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/il-cotone-del-fast-fashion-deforestazione-in-brasile-sfruttamento-in-pakistan-prezzi-bassi-in-europa.html">Il cotone del fast fashion: deforestazione in Brasile, sfruttamento in Pakistan, prezzi bassi in Europa</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>La sete della Sicilia: sono scomparsi gli autunni e le dighe sono piene&#8230; di buchi</title>
		<link>https://it.insideover.com/ambiente/sicilia-all-asciutto-ma-non-e-tutta-colpa-del-clima.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mauro Indelicato]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Jun 2024 15:40:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Acqua]]></category>
		<category><![CDATA[crisi climatica]]></category>
		<category><![CDATA[Crisi idrica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/siccita-ai-wp.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/siccita-ai-wp.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/siccita-ai-wp-600x338.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/siccita-ai-wp-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/siccita-ai-wp-1024x576.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/siccita-ai-wp-768x432.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/siccita-ai-wp-1536x864.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/siccita-ai-wp-334x188.jpg 334w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>C&#8217;è un punto, lungo la strada che sale fino alla Cattedrale di Agrigento, che gli arabi, quando qui governavano, hanno identificato come “porta dei venti”. E infatti ancora oggi la zona si chiama “Bibirria”, un toponimo che rimanda a quella espressione araba. Si chiama così perché in questo punto il colle di Agrigento si apre &#8230; <a href="https://it.insideover.com/ambiente/sicilia-all-asciutto-ma-non-e-tutta-colpa-del-clima.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/sicilia-all-asciutto-ma-non-e-tutta-colpa-del-clima.html">La sete della Sicilia: sono scomparsi gli autunni e le dighe sono piene&#8230; di buchi</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/siccita-ai-wp.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/siccita-ai-wp.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/siccita-ai-wp-600x338.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/siccita-ai-wp-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/siccita-ai-wp-1024x576.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/siccita-ai-wp-768x432.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/siccita-ai-wp-1536x864.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/siccita-ai-wp-334x188.jpg 334w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>C&#8217;è un punto, lungo la strada che sale fino alla Cattedrale di Agrigento, che gli arabi, quando qui governavano, hanno identificato come “porta dei venti”. E infatti ancora oggi la zona si chiama “<strong>Bibirria</strong>”, un toponimo che rimanda a quella espressione araba. Si chiama così perché in questo punto il colle di Agrigento si apre senza alcuna difesa naturale verso le vallate sottostanti, quelle che si diradano poi verso le campagne dell&#8217;entroterra e dei Monti Sicani. Proprio il <strong>colore delle campagne</strong> dà una certa idea di quanto sta accadendo qui e nel resto della Sicilia negli ultimi mesi: “<strong>Tutto è già giallo</strong> – fa notare un passante dal belvedere che guarda verso le vallate – non c&#8217;è più verde. L&#8217;erba cresciuta in autunno è andata via, di solito queste valli diventano gialle tra giugno e luglio”.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Primo reale problema: non piove</strong></h2>



<p>Da Piazza Bibirria è possibile vedere, tra le altre cose, il Monte Cammarata. Si tratta del rilievo più alto della provincia, nella cui valle sottostante sono situati due comuni: quello di Cammarata per l&#8217;appunto e quello di<strong> San Giovanni Gemini</strong>. Qui il 13 aprile scorso è scesa in campo la locale comunità di fedeli: così come riportato da molti quotidiani locali, nelle parrocchie del paese è stata organizzata una <strong>giornata di preghiera per invocare la pioggia.</strong> “Molti miei concittadini – racconta un abitante di San Giovanni Gemini – sono arrivati anche a disturbare le più alte sfere per avere un po&#8217; di acqua dal cielo. A molti tutto questo può far ridere, ma qui si vive di agricoltura e di pascoli, c&#8217;è gente disperata e l&#8217;assenza della pioggia viene vista come un punto negativo di non ritorno”.</p>



<p>Andando a guardare i dati, su tutta l&#8217;isola ha piovuto davvero poco nell&#8217;ultimo anno. A luglio, mentre la Sicilia era sferzata dal caldo record in grado di portare in diverse città una temperatura con punte di 46 gradi, molti pensavano che la grande calura estiva si sarebbe trasformata poi in possibili grandi diluvi autunnali: “Di solito qui va così – aggiunge il passante che, nel cuore di Agrigento, fa notare più volte il panorama giallo attorno la città – quando in estate fa molto caldo, a ottobre abbiamo grandi temporali”.</p>



<p>Ma questa volta neanche il cambio di stagione ha portato a grandi accumuli pluviometrici. Al contrario, <strong>molti siciliani hanno dimenticato il rumore dei tuoni </strong>e, paradossalmente, soltanto a maggio si è avuta qualche giornata parzialmente illuminata dai lampi: “Forse l&#8217;effetto delle preghiere”, è il commento, non senza una nota a metà tra il sarcasmo e la rassegnazione, del cittadino di San Giovanni Gemini. </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>I dati che testimoniano la sete dei siciliani</strong></h2>



<p>In Sicilia, come in molte parti d&#8217;Italia, ci sono tanti appassionati di meteo. Su <strong>Telegram</strong>, diversi gruppi raccolgono meteorologi, amatori e semplici cittadini che ogni giorno segnalano le condizioni nelle proprie zone e contribuiscono alla raccolta dati. <strong>Stefano Albanese</strong> è amministratore del gruppo “<em>Centro Meteorologico Siciliano</em>”, il quale al suo interno ha circa 200 membri.</p>



<p>Sulla chat ha appena inserito i dati pubblicati dalla<strong> Regione Siciliana</strong> che attestano il livello di siccità nel mese di aprile: “Il problema di oggi è figlio di un qualcosa che risale almeno dall&#8217;autunno scorso – ha dichiarato Albanese ai microfoni di <em>InsideOver</em> – finendo l&#8217;estate del 2023 sono mancate gran parte delle piogge autunnali e delle piogge invernali. Ed è da lì che è scaturita questa emergenza. L&#8217;estate ha fatto l&#8217;estate, <strong>in Sicilia l&#8217;estate non fallisce mai</strong>: è stata secca, come prevedibile e come spesso accade dalle nostre parti, il problema è che in autunno e in inverno sono mancati i tradizionali apporti pluviometrici e anche la primavera da questo punto di vista sta arrancando vistosamente”.</p>



<p>Sull&#8217;isola <strong>sono cioè saltate tre stagioni</strong>: si è passati da un&#8217;estate a un&#8217;altra senza significative variazioni nel clima, eccezion fatta per pochi giorni di pioggia o per qualche settimana di fresco. “A <strong>Piano Battaglia</strong>, sede della più importante stazione sciistica delle Madonie – ha proseguito Albanese – la neve è stata vista solo da lontano. Anche sull&#8217;<strong>Etna</strong> l&#8217;apporto della neve è stato inferiore alle aspettative e questa è tutta acqua che viene a mancare per le falde della regione”.</p>



<p>Guardando i dati del documento girato da Albanese, si nota il <strong>quadro impietoso</strong> che le autorità di bacino della Regione Siciliana hanno tracciato. Nelle 27 pagine del documento, a risaltare sono maggiormente le cifre relative agli invasi. A <strong>Pozzillo</strong> ad esempio, struttura più capiente dell&#8217;intera isola e progettata per accogliere 150 milioni di metri cubi d&#8217;acqua, ad aprile erano stoccati poco più di 5 milioni di metri cubi d&#8217;acqua.<strong> È mancato l&#8217;apporto del fiume Salso</strong>, uno dei più importanti in termini di portata della Sicilia e al momento ridotto a un torrente.</p>



<p>Va poco meglio alla <strong>diga di Lentini</strong>, dove sono ospitati 76 metri cubi d&#8217;acqua a fronte di un potenziale di 130. Molto male invece l&#8217;altro grande invaso, quello della diga <strong>Rosamarina</strong>: sempre ad aprile, nella struttura risultavano 19 metri cubi d&#8217;acqua a fronte di una potenzialità di 100. Per dare un&#8217;idea della situazione rispetto allo scorso anno, nella stessa diga nell&#8217;aprile del 2023 erano contenuti 48 milioni di metri cubi d&#8217;acqua. E già questo dato veniva, dodici mesi fa, considerato “a rischio”.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il secondo grave problema: le infrastrutture</strong></h2>



<p>Fin qui i messaggi arrivanti dalla natura e dalle tendenze climatiche. Ma se oggi in Sicilia la gente controlla (non senza ansia) il lento scorrere dell&#8217;acqua dai rubinetti, non è soltanto colpa delle poche piogge. C&#8217;è, al contrario, un intero sistema ruotante al <strong>ciclo dell&#8217;acqua che sull&#8217;isola funziona poco e malamente.</strong></p>



<p>In primo luogo, quella poca acqua che scende non si riesce a immagazzinarla del tutto. Anzi, i dati della Regione Siciliana appaiono impietosi: ad oggi,<strong> si riesce a stoccare soltanto l&#8217;11% dell&#8217;acqua che bagna l&#8217;isola</strong>. E questo già da diverso tempo. Vuol dire quindi che, a prescindere se piove molto o piove molto poco, si riesce a recuperare solo una minima percentuale del liquido più prezioso.</p>



<p>Sotto accusa è soprattutto il <strong>pessimo stato di manutenzione </strong>delle dighe e degli invasi. Da anni non vengono fatti lavori di adeguamento o anche di semplice pulizia. Il risultato? Oggi i fondali di gran parte degli invasi siciliani sono occupati da materiale residuale e fangoso. Dunque, ammesso e non concesso che da domani per miracolo (e per divine intercessioni) torni a piovere in modo imponente, sarà possibile sfruttare solo una minima parte delle capacità di stoccaggio delle varie infrastrutture. Non riuscire a immagazzinare l&#8217;acqua vuol dire<strong> non poter sfruttare a pieno le riserve</strong> capaci, nei periodi di crisi come quelli attuali, di evitare ogni emergenza.</p>



<p>Altro grave problema è la <strong>dispersione dell&#8217;acqua</strong>, sia per uso potabile che per quello agricolo. In Italia, si stima che il 42% dei litri immessi nelle condutture si disperda per strada a causa delle condutture poco adeguate e su cui gravano decenni di inerzia. La media dell&#8217;acqua dispersa in Sicilia è molto più alta di quella nazionale: sull&#8217;isola, su questo fronte si viaggia intorno al 52%, con punte de 60% in alcune province.</p>



<p>Vuol dire quindi che, di quella poca acqua che ogni anno si riesce a stoccare, più della metà non arriva a destinazione. E dunque non può essere usata per i campi, per i pascoli e ovviamente per le case. Quei contadini che hanno i terreni tra le campagne rese già gialle dal caldo e dalla poca pioggia, <strong>non hanno altri strumenti per difendersi dalla penuria d&#8217;acqua</strong>: non possono attivare gli irrigatori, non possono programmare la propria attività.</p>



<p>Non è un caso quindi se, dall&#8217;autostrada Palermo – Catania, una volta superata Enna in direzione del capoluogo etneo, fanno bella mostra di sé sempre più <strong>parchi fotovoltaici</strong>. In molti preferiscono lasciare perdere le tradizionali culture per impiantare pannelli fotovoltaici, molto più redditizi e più semplici da gestire. La <strong>desertificazione</strong> dell&#8217;isola passa anche da questo:<strong> c&#8217;è molta meno acqua e molto più sole da sfruttare</strong>, dunque gli operatori agricoli del luogo si attrezzano di conseguenza.</p>



<p>C&#8217;è infine anche il discorso dei<strong> pozzi per lo sfruttamento delle acque reflue</strong>, strutture cioè che permettono di depurare e quindi usare le acque nere per usi industriali o domestici. Secondo l&#8217;<strong>Arpa Sicilia</strong>, sarebbero almeno 463 i depuratori sull&#8217;isola, ma di questi solo il 20% è in regola con le autorizzazioni e molti di meno sono quelli realmente operativi.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Cosa si rischia nel prossimo futuro</strong></h2>



<p>Per il momento, seppur tra mille difficoltà, la situazione tiene. Certo, sono in atto fasi di razionamento dell&#8217;erogazione del servizio idrico, ma nulla che i siciliani non conoscano già. A proposito dei panorami che si notano da Agrigento, oltre alle vallate verso i Monti Sicani o verso il mare, è possibile riscontrare anche una serie di<strong> bidoni blu e grigi</strong> che si stagliano sui tetti di molte abitazioni. Si tratta di recipienti “salvavita”, impiantati già da decenni e che permettono ai cittadini di avere proprie riserve idriche in attesa che qualche “fontaniere” riapra le condotte.</p>



<p>Tra vasche e recipienti, tra fontane provvisoriamente chiuse e inviti a non usare l&#8217;acqua per innaffiare il proprio giardino, la situazione è solo di poco fuori dalla normalità. In alcune zone molti cittadini stanno ricorrendo alle autobotti, pagando ulteriori quattrini per avere il bene più prezioso nelle proprie case o almeno nelle proprie vasche. Disagi quindi, ma almeno i rubinetti al momento si possono regolarmente aprire.</p>



<p><strong>Siciliacque</strong> inoltre, la società che gestisce il servizio di accumulo e potabilizzazione dell&#8217;acqua e controllata per il 25% dalla Regione e quasi il75% da Italgas, ha annunciato la costruzione di nuovi pozzi in giro per l&#8217;isola capaci di essere operativi in tempi brevi. Altri piani sono in fase di realizzazione in collaborazione con le autorità regionali, visto che la giunta guidata da<strong> Renato Schifani</strong> ha proclamato lo stato di crisi a febbraio e ha nominato una struttura emergenziale retta da <strong>Dario Cartabellotta.</strong></p>



<p>I provvedimenti fin qui attuati dovrebbero garantire alla Sicilia la possibilità di attingere alle riserve idriche almeno fino all&#8217;autunno e alla fine dell&#8217;anno. Ma non si può certo sperare nella normalizzazione del clima, né ad altre preghiere per la pioggia: il prossimo inverno potrebbe tornare a essere umido, così come confermarsi secco come quello appena passato. Per evitare rischi, anche nel medio e lungo periodo, la Sicilia deve fare alcun<strong>i importanti sforzi in termini infrastrutturali.</strong></p>



<p>Sempre Siciliacque ha presentato un piano da 150 milioni di Euro per interventi che riguardano, tra le altre cose, il potenziamento di alcuni acquedotti e la manutenzione delle dighe. Serve trovare la copertura finanziaria, altrimenti si rischia di non partire e, nei prossimi anni, di sperimentare realmente la sete.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Perché lo stress idrico potrebbe anche costituire un&#8217;opportunità per l&#8217;Italia</strong></h2>



<p>Nel suo complesso, l&#8217;Italia è il terzo Paese in Europa per volume delle fonti idriche: il dato tocca i <strong>130 miliardi cubi di acqua</strong>, con un consumo che tocca in media ogni anno 40 miliardi di metri cubi. La cifra è inferiore del 20% rispetto alla fine del secolo scorso, come si legge in una ricerca di <em>Starting Finance</em>, ma dimostra in ogni caso come lungo la penisola le riserve non mancano e lo spettro della desertificazione è localizzato. Tutto questo per dire che, sia per il suo clima che per il suo livello di sviluppo tecnologico, <strong>l&#8217;Italia è nelle condizioni di evitare che parti del proprio territorio patiscano la penuria d&#8217;acqua.</strong></p>



<p>Sono state costruite metropoli in pieno deserto, sono nate città in medio oriente lì dove piove una volta ogni due anni, dalle nostre parti è quindi possibile non solo scongiurare il peggio ma approfittare dello stress idrico di alcune regioni, Sicilia in primis, per contribuire alla risoluzione dei problemi legati all&#8217;ambiente e all&#8217;uso sostenibile delle risorse.</p>



<p>In poche parole, se il sud è assetato è anche per un problema di natura politica: come spesso accade nel nostro Paese,<strong> si guarda all&#8217;emergenza e al quotidiano e non al lungo termine </strong>e oggi che il clima secco attanaglia intere aree si corre per salvare il salvabile. Se, al contrario, si pensa agli anni futuri e non si lascia tutto in mano al fato e alle danze (o preghiere) della pioggia, l&#8217;Italia può dar vita a un&#8217;intesa opera di recupero dell&#8217;attuale e di sperimentazione di nuove metodologie per salvare milioni di persone dall&#8217;oscuro spettro della sete.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/sicilia-all-asciutto-ma-non-e-tutta-colpa-del-clima.html">La sete della Sicilia: sono scomparsi gli autunni e le dighe sono piene&#8230; di buchi</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Fast fashion, L’insostenibile leggerezza del reso</title>
		<link>https://it.insideover.com/ambiente/insostenibile-leggerezza-reso.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Simona Losito]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 May 2024 13:16:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[crisi climatica]]></category>
		<category><![CDATA[Moda]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240525112746713_4ffff43370d2af6aa958537efa29c2c8.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240525112746713_4ffff43370d2af6aa958537efa29c2c8.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240525112746713_4ffff43370d2af6aa958537efa29c2c8-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240525112746713_4ffff43370d2af6aa958537efa29c2c8-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240525112746713_4ffff43370d2af6aa958537efa29c2c8-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240525112746713_4ffff43370d2af6aa958537efa29c2c8-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240525112746713_4ffff43370d2af6aa958537efa29c2c8-1536x1024.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il reso gratuito rende facile l’acquisto online. Ma dove finiscono le merci restituite? E quanto costa all'ambiente la restituzione?</p>
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<p>Una pratica così semplice, quella dell’acquisto online. Un solo click e non resta che attendere impazienti che l’oggetto dei nostri desideri arrivi a destinazione comodamente alla soglia delle nostre case. Quanto spesso, però, ciò che acquistiamo non ci piace? Che importa, tanto <strong>il reso è gratuito</strong>.</p>



<p>Le <strong>spese di spedizione</strong> sono la cosa che più allontana gli acquirenti dal portare a buon fine i pagamenti. D’altro canto, i resi gratuiti rappresentano un incentivo. Se per i grandi venditori online questa “<strong>cultura del reso</strong>” impatta in parte sui fatturati, per i piccoli e medi venditori, costretti ad adeguarsi forzatamente a queste abitudini, rappresenta una problematica non da poco. Ogni reso, infatti, può costare fino a 30 euro ai venditori online, considerando trasporto logistico, packaging, procedure di lavaggio, sanificazione, stiratura, riconfezionamento ed eventuali riparazioni prima della rivendita.</p>



<p>Per non parlare della spirale che spinge i clienti a rivolgersi ai rivenditori più convenienti, solitamente i meno sostenibili, evitando i piccoli negozi proprio perché costi di spedizione e di reso sono più alti. L’opportunità, che è anche un diritto, di restituire i prodotti è proprio ciò che spinge ad acquistare online anche i più indecisi e dubbiosi, superando gli ostacoli della mancata valutazione visiva e tattile del prodotto. Soprattutto quando il reso è gratuito e così semplice, nei clienti non subentra neanche la frustrazione e la fatica di dover compiere l’atto. Questo punto di forza degli e-commerce, che permette loro di avvicinarsi quanto più possibile ai vantaggi dei negozi fisici, nasconde un devastante<strong> impatto ambientale</strong>.</p>



<p>Per prima cosa c’è il <strong>trasporto</strong>, prima fonte di inquinamento. Proprio a causa dei resi, i corrieri sono costretti a moltiplicare gli spostamenti, se si considera la prima consegna, la restituzione al negozio e, in alcuni casi, la seconda consegna dell’eventuale cambio.</p>



<p>In secondo luogo c’è il <strong>packaging</strong>. Secondo l’<a href="https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=Packaging_waste_statistics#Waste_generation_by_packaging_material">Eurostat</a>, nel 2021 l’UE ha generato circa 188,7 kg di rifiuti di packaging per abitante. Scatole di cartone e imballaggi in plastica impiegati nel processo di restituzione creano maggiore quantità di rifiuti. A questi rifiuti si aggiungono anche gli stessi capi di abbigliamento.</p>



<p><em>Dulcis in fundo</em>, per l&#8217;appunto, l’<strong>aumento dei rifiuti</strong>. I capi integri dopo essere stati resi non possono essere rimessi in vendita come nuovi, tutt’al più vengono rivenduti scontati. Nel momento in cui i pacchi vengono resi e dopo essere stati ispezionati, ci sono due opzioni: o il riveditore lo restituisce dietro una commissione, oppure viene smaltito. Quest’ultima è l’opzione più comune poiché la più economica. Perciò finiscono per essere riversati in <strong>discariche illegali </strong>nel Sud del mondo. Sono note quella nel <strong>deserto di Atacama</strong> in Cile e il mercato di <strong>Kantamanto</strong>, uno dei mercati di abbigliamento di seconda mano più grandi del mondo, nella capitale ghanese di Accra. I camion colmi di vestiti arrivano per scaricare illegalmente la merce, spesso composta da tessuti sintetici e derivati dalla plastica, che impiegherà oltre 200 anni per decomporsi, rilasciando sostanze inquinanti. Spesso le montagne di vestiti vengono incendiate dagli abitanti della zona con lo scopo di ridurle, liberando inconsapevolmente fumi tossici che raggiungono le città vicine.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong><strong>Dove finisce ciò che viene reso: le inchieste</strong></strong></h2>



<p><strong><a href="https://www.greenpeace.org/italy/storia/23170/fast-fashion-resi/">Greenpeace</a></strong> insieme al programma <strong>Report</strong> di Rai3 hanno condotto <a href="chrome-extension://efaidnbmnnnibpcajpcglclefindmkaj/https:/www.greenpeace.org/static/planet4-italy-stateless/2024/02/d25c1da6-inchiesta-report-1.pdf">un&#8217;indagine</a> sull’impatto del <em>fast fashion</em> in riferimento ai resi online. Dopo aver acquistato 24 capi di abbigliamento da 8 e-commerce di fast fashion (Amazon, Temu, Zalando, Zara, H&amp;M, OVS, Shein e ASOS), i prodotti sono stati resi inserendo un<strong> localizzatore GPS</strong> nascosto: in 58 giorni i vestiti hanno percorso circa<strong> 100 mila chilometri</strong>, attraversando 13 Paesi europei e la Cina. I 24 capi di abbigliamento sono stati venduti e rivenduti per un totale di 40 volte, mentre 14 dei 24 non sono stati rivenduti a distanza di due mesi dal reso. In totale l’impatto medio calcolato del trasporto di ordini e resi è risultato pari a 2,78 kg di CO2 equivalente, con il packaging che incide per circa il 16% su queste emissioni.</p>



<p>Grazie all’inchiesta <strong><a href="https://www.manitese.it/amazon-smaltimento-sopra-ogni-sospetto-comunicato/">Amazon: uno smaltimento al di sopra di ogni sospetto</a></strong>, siamo al corrente del fatto che Amazon in Italia distrugge mensilmente fino a 100 mila prodotti, che siano resi danneggiati o beni invenduti. Nel Regno Unito l’inchiesta di <strong><a href="https://www.itv.com/news/2021-06-21/amazon-destroying-millions-of-items-of-unsold-stock-in-one-of-its-uk-warehouses-every-year-itv-news-investigation-finds">ITVnews</a> </strong>ha rivelato che nel centro logistico di Dunfermline, vengono distrutti un totale di 130.000 articoli a settimana<em>.</em> Questo accade perché le tariffe dello smaltimento rendono più conveniente la rimozione dello smaltimento per i prodotti di piccole dimensioni. Secondo i dati di <a href="https://www.voguebusiness.com/consumers/returns-rising-costs-retail-environmental">Vogue Business</a>, solo negli Stati Uniti i resi creano più di 5 miliardi di dollari l’anno in rifiuti destinati nelle discariche e più di 15 milioni di tonnellate di emissioni di carbonio.</p>



<p>La distruzione o lo smaltimento deliberato di merci restituite o invendute, inoltre, si oppone a due degli obiettivi chiave del <a href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=COM%3A2019%3A640%3AFIN">Green Deal europeo</a> e il <a href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=COM%3A2020%3A98%3AFIN">Circular Economy Action Plan</a>, ovvero la promozione di un&#8217;economia circolare efficiente sotto il profilo delle risorse e la riduzione significativa dei rifiuti totali prodotti.</p>



<p>Secondo i dati raccolti da Greenpeace, solo il 3% della moda è circolare e l’1% dei nuovi abiti viene prodotto a partire da vecchi vestiti. Ci sono evidenze che dimostrano che nel mondo ogni secondo l’equivalente di un camion pieno di abiti finisce in discarica o inceneritore.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Solo la legge può salvarci</strong></h2>



<p>Per poter affrontare il problema c’è bisogno di un <strong>duplice impegno</strong>, sia da parte delle aziende, sia da parte dei consumatori. L’acquisto inutile può essere evitato da parte dei consumatori consapevoli, mentre le aziende potrebbero evitare le sovraproduzioni e puntare a una maggiore qualità, vale a dire anche maggiore sostenibilità. Sappiamo anche, però, che affidarci solo al buon senso rappresenta un’<strong>utopia</strong>.</p>



<p>Un altro passo avanti andrebbe fatto a livello legislativo. I governi dovrebbero regolamentare questo settore che attualmente spreca risorse, inquina e, per di più, sfrutta anche i diritti dei lavoratori, come nel caso di <a href="https://www.channel4.com/programmes/inside-the-shein-machine-untold">Shein</a> .</p>



<p>Per ridurre la compulsione dei resi, alcuni brand e gli e-commerce hanno migliorato le loro policy, chiedendo ai clienti di contribuire alle spese di spedizione pagando tra i 2,99 euro e i 5 euro per la restituzione degli articoli. Questo però non basta. A permettere tutto questo finora è stata una <a href="https://www.gazzettaufficiale.it/atto/serie_generale/caricaDettaglioAtto/originario?atto.dataPubblicazioneGazzetta=1997-12-23&amp;atto.codiceRedazionale=097G0472&amp;elenco30giorni=false">normativa </a>sulla distruzione volontaria emanata alla fine degli anni ’90, che ha permesso ai fornitori di preferire la distruzione senza curarsi dell’impatto ambientale e dello smaltimento di certi tipi di prodotti.</p>



<p>A marzo 2022 è stata presentata dalla Commissione Europea la proposta sulla <strong><em>Ecodesign for Sustainable Products Regulation&nbsp;</em></strong>(ESPR) e nel 2023 è stato raggiunto un accordo provvisorio sul divieto di distruggere vestiti o calzature invenduti.</p>



<p>Si stima che ogni anno nell&#8217;UE vengono gettati circa 5,8 milioni di tonnellate di prodotti tessili, ossia circa 12 kg a persona. Dunque, il problema dei resi online va solo ad aggravare un settore, quello del fast fashion, che è già particolarmente insostenibile.  Avere politiche di reso gratuite, incoraggiando l’acquisto di vestiti di pessima qualità con la possibilità di sbarazzarsene facilmente, rappresenta solo uno dei tanti motivi di insostenibilità di questo settore.</p>
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		<title>Una nuova crisi alle porte: quella del riso</title>
		<link>https://it.insideover.com/video/una-nuova-crisi-alle-porte-quella-del-riso</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Allegra Filippi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Aug 2023 08:01:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Cambiamento climatico]]></category>
		<category><![CDATA[crisi alimentare]]></category>
		<category><![CDATA[crisi climatica]]></category>
		<category><![CDATA[InsideNews]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1280" height="720" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/Copertina-video-InsideNews-2-9.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/Copertina-video-InsideNews-2-9.png 1280w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/Copertina-video-InsideNews-2-9-600x338.png 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/Copertina-video-InsideNews-2-9-300x169.png 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/Copertina-video-InsideNews-2-9-1024x576.png 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/Copertina-video-InsideNews-2-9-768x432.png 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/Copertina-video-InsideNews-2-9-334x188.png 334w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></p>
<p>La sicurezza alimentare mondiale è minacciata dalla crisi della produzione e dall'innalzamento dei prezzi del riso</p>
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<figure class="wp-block-video"><video height="1080" style="aspect-ratio: 1920 / 1080;" width="1920" controls poster="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/Copertina-video-InsideNews-2-9.png" src="https://cdn.evolutionadv.it/insideover/website/2023/08/Crisi_del_riso-2.mp4"></video></figure>



<p>Mentre la&nbsp;<strong>guerra del grano</strong>&nbsp;non accenna a risolversi, una nuova crisi rischia di minacciare la sicurezza alimentare di circa la metà della popolazione mondiale. Si tratta del&nbsp;<strong>riso</strong>, seconda più importante coltura cerealicola al mondo dopo il mais, e che costituisce l’alimento base per l’Asia, l’africa subsahariana e il sud America. La sua produzione è minacciata dalla crisi climatica e dal fenomeno climatico El Nino.</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Scopri di più: </strong><a href="https://it.insideover.com/economia/lombra-di-una-guerra-del-riso-ecco-perche-si-rischia-una-nuova-crisi.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Una nuova crisi alle porte: quella del riso</a></li>
</ul>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/video/una-nuova-crisi-alle-porte-quella-del-riso">Una nuova crisi alle porte: quella del riso</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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