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	<title>Caraibi Archives - InsideOver</title>
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	<lastBuildDate>Sun, 27 Jul 2025 16:42:46 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Caraibi Archives - InsideOver</title>
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		<title>America Latina e Caraibi: la corsa contro il tempo per un futuro più equo e sostenibile</title>
		<link>https://it.insideover.com/ambiente/america-latina-e-caraibi-la-corsa-contro-il-tempo-per-un-futuro-piu-equo-e-sostenibile.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 Jul 2025 16:42:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[America Latina]]></category>
		<category><![CDATA[Caraibi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="774" height="516" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/07/sviluppo.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="America Latina" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/07/sviluppo.jpg 774w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/07/sviluppo-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/07/sviluppo-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/07/sviluppo-768x512.jpg 768w" sizes="(max-width: 774px) 100vw, 774px" /></p>
<p>Rispetto ai Sustainable Development Goals, America Latina e Caraibi hanno fatto grandi progressi. Ma povertà e disuguaglianza...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="774" height="516" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/07/sviluppo.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="America Latina" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/07/sviluppo.jpg 774w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/07/sviluppo-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/07/sviluppo-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/07/sviluppo-768x512.jpg 768w" sizes="(max-width: 774px) 100vw, 774px" /></p>
<p>Il <strong>Sustainable Development Goals Report 2025</strong>, pubblicato <strong>dall’UNDESA</strong>, il Dipartimento degli Affari Economici e Sociali delle Nazioni Unite, evidenzia che solo il 17% degli obiettivi globali è sulla buona strada per essere raggiunto entro il 2030, e la regione dell<a href="https://it.insideover.com/criminalita/droga-armi-esseri-umani-cosi-la-criminalita-organizzata-sta-rimodellando-i-caraibi.html">’<strong>America Latina e i Caraibi </strong></a><strong>(ALC) </strong>riflette questa tendenza con progressi significativi in alcuni settori, ancora ostacolati da profonde vulnerabilità strutturali, economiche e ambientali. </p>



<p>Gli &#8220;Obiettivi di Sviluppo Sostenibile&#8221; (<em>Sustainable Development Goals</em>) sono un insieme di 17 obiettivi globali adottati dalle Nazioni Unite per promuovere uno sviluppo sostenibile che sia economicamente, socialmente ed ecologicamente equilibrato. <strong>L’ALC ha compiuto passi avanti notevoli</strong> in aree come l’accesso all’elettricità (SDG 7, Energia pulita e accessibile), ormai quasi universale in molte nazioni, e la diffusione della banda larga mobile (SDG 9, Imprese, Innovazione e Infrastrutture), che ha favorito l’inclusione digitale e migliorato la connettività, specialmente nelle aree urbane. Tuttavia, il progresso complessivo è ancora troppo lento e disomogeneo. </p>



<p>Secondo il rapporto, solo il 23% degli obiettivi SDG in Sud America, il 24% in Centro America e Messico e un preoccupante 13% nei Caraibi sono sulla buona strada. <strong>Circa il 41% degli obiettivi avanza a un ritmo insufficiente</strong>, mentre il 36% è stagnante o in regressione rispetto al 2015. La regione affronta una combinazione di crisi che ne ostacolano lo sviluppo: la pandemia di COVID-19, che ha invertito anni di progressi socioeconomici; gli shock climatici, che colpiscono regolarmente e duramente i <strong>Piccoli Stati Insulari in Via di Sviluppo (SIDS)</strong>; le tensioni geopolitiche globali, che limitano l’accesso a finanziamenti internazionali; e una crescita economica a rilento che comprime le risorse fiscali. Tutto questo amplifica le vulnerabilità strutturali dell’ALC, come la dipendenza dalle esportazioni di risorse naturali, la fragilità delle economie locali e la marcata disuguaglianza sociale, che rendono complesso il raggiungimento degli obiettivi entro il 2030. </p>



<p>La povertà e la disuguaglianza (SDG 1, Sconfiggere la povertà, e SDG 10, Ridurre le disuguaglianze) rimangono<strong> le sfide più pressanti</strong>. L’ALC è la regione più disuguale al mondo, con <strong>il 50% delle persone sotto i 18 anni che vive in povertà</strong>, un dato che sottolinea l’urgenza di politiche mirate per i giovani. La pandemia del 2020 ha aggravato la povertà multidimensionale, spingendo milioni di persone sotto la soglia di povertà e riducendo il potere d’acquisto delle famiglie a causa dell’inflazione. La bassa crescita economica, combinata con un accesso limitato a finanziamenti internazionali, ha ridotto la capacità dei governi di investire in programmi sociali. Senza interventi decisi, come l’espansione della protezione sociale e politiche progressive, <strong>l’ALC non raggiungerà mai gli obiettivi</strong> di riduzione della povertà e delle disuguaglianze entro il 2030. Anche le disparità tra aree urbane e rurali continuano a ostacolare il progresso della regione, con le comunità indigene e afro-discendenti particolarmente svantaggiate.</p>



<h2 class="wp-block-heading"></h2>



<p>Sul fronte della salute e della nutrizione (SDG 2, Porre fine alla fame, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere un&#8217;agricoltura sostenibile, e SDG 3, Assicurare la salute e il benessere per tutti e per tutte le età), l’ALC registra successi parziali ma significativamente incompleti. La mortalità infantile e neonatale è diminuita, grazie a miglioramenti nei sistemi sanitari, ma i tassi di <strong>gravidanza adolescenziale</strong> restano tra i più alti al mondo, secondi solo all’Africa subsahariana. Questo fenomeno limita le opportunità educative e lavorative delle giovani donne, perpetuando cicli di povertà e disuguaglianza. La malnutrizione è un altro problema persistente: <strong>il 22% dei bambini sotto i cinque anni soffre di ritardo nella crescita</strong> e la fame è tornata a crescere, con milioni di persone colpite nel 2023 e 2024. Le campagne di vaccinazione pediatriche, cruciali per SDG 3, hanno subito battute d’arresto post-pandemiche, richiedendo un rafforzamento dei sistemi sanitari per garantire una copertura universale.</p>



<p>L’istruzione (SDG 4, Garantire un&#8217;istruzione inclusiva ed equa e promuovere opportunità di apprendimento permanente per tutti) ha visto progressi nell’accesso, con un’espansione significativa dell’iscrizione scolastica primaria e secondaria in tutta la regione. La qualità dell’apprendimento però rimane un punto debole, viste le  lacune che colpiscono soprattutto i bambini delle aree rurali e delle comunità indigene. <strong>Il rapporto evidenzia la necessità di investire in formazione degli insegnanti</strong>, infrastrutture scolastiche moderne e tecnologie digitali per garantire un’istruzione inclusiva e di qualità. La connettività digitale correlata all’istruzione scolastica, pur migliorata, non è ancora equamente distribuita. Molte comunità rurali restano ancora escluse dall’accesso a strumenti educativi online.</p>



<p>Gli obiettivi ambientali (SDG 13, Azione per il clima, 14, Vita sott’acqua e 15, Vita sulla terra) rappresentano una priorità urgente per la regione, soprattutto per i SIDS dei Caraibi, altamente vulnerabili a uragani, innalzamento del livello del mare ed eventi climatici estremi. La perdita di biodiversità e la deforestazione, particolarmente in Amazzonia, minacciano gli ecosistemi e compromettono la capacità della regione di raggiungere la sostenibilità. Sebbene l’accesso all’energia pulita sia avanzato, con una copertura elettrica quasi universale, la transizione verso fonti rinnovabili è lenta, ostacolata da costi elevati e dalla dipendenza dai combustibili fossili. Il rapporto invita a intensificare gli sforzi per proteggere le aree marine e terrestri protette e adottare politiche climatiche più ambiziose, come l’espansione delle energie rinnovabili e la promozione di pratiche agricole sostenibili. </p>



<p>Alcuni Paesi dell’ALC si distinguono per i loro progressi. Il <strong>Perù</strong> ha registrato avanzamenti più rapidi rispetto alla media regionale, specialmente in obiettivi socioeconomici come la riduzione della povertà e l’accesso ai servizi di base. Il <strong>Costa Rica</strong> si riconferma un leader in sostenibilità, con politiche ambientali avanzate che lo posizionano tra i migliori Paesi OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) della regione. <strong>Barbados</strong>, invece, spicca per il suo impegno nel multilateralismo, promuovendo attivamente accordi internazionali come quello di Parigi sul clima, in netto contrasto con il ritiro degli Stati Uniti da tali iniziative.</p>



<p>I finanziamenti rimangono la chiave per il futuro dell’ALC. Il rapporto stima che la regione necessiti di circa <strong>500 miliardi di dollari all’anno</strong> per colmare le lacune in infrastrutture, protezione sociale e crisi climatica. Le banche di sviluppo, come la <strong>CAF</strong>, la Corporación Andina de Fomento, stanno intensificando la cooperazione con le <strong>agenzie ONU</strong> per migliorare la raccolta di dati e l’impatto delle politiche, ma è necessario un maggiore coinvolgimento del settore privato e di donatori internazionali. Tutti i 33 Paesi dell’ALC hanno integrato gli SDG nei loro piani di sviluppo nazionali, e 31 hanno presentato Rapporti Nazionali Volontari (VNR) tra il 2015 e il 2025, dimostrando un impegno significativo verso l’Agenda 2030. </p>



<p>Infine la<strong> Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi (ECLAC)</strong> gioca un ruolo centrale nel coordinare gli sforzi regionali, promuovendo sei transizioni chiave per accelerare il progresso: trasformazione dei sistemi alimentari per garantire la sicurezza alimentare; accesso universale all’energia pulita per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili; connettività digitale inclusiva per colmare il divario tecnologico; miglioramento dell’istruzione per preparare le nuove generazioni; <strong>creazione di posti di lavoro dignitosi</strong> con protezione sociale per ridurre la precarietà; e lotta al cambiamento climatico per proteggere gli ecosistemi.</p>



<p>Con il 2030 a soli cinque anni di distanza, l’ALC si trova di fronte un’opportunità per trasformare le sue vulnerabilità in punti di forza. Le sfide strutturali, dalla disuguaglianza alla vulnerabilità climatica, richiedono un’azione coordinata, investimenti mirati e una cooperazione regionale e internazionale rafforzata. Dei progressi significativi sono possibili, come dimostrato da alcuni Paesi della regione, ma il tempo stringe. L’ALC può e deve agire con decisione se intende costruire un futuro più equo, inclusivo e sostenibile, in cui nessuno venga lasciato indietro.</p>
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		<title>Centroamerica e Caraibi nell’occhio del ciclone</title>
		<link>https://it.insideover.com/ambiente/centroamerica-e-caraibi-nellocchio-del-ciclone.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Maddalena Pezzotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Mar 2021 10:44:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Caraibi]]></category>
		<category><![CDATA[Uragano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/03/Uragano-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="L&#039;Uragano Eta arriva in FloridaL&#039;Uragano Eta arriva in Florida (LaPresse)" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/03/Uragano-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/03/Uragano-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/03/Uragano-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/03/Uragano-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/03/Uragano-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/03/Uragano-2048x1365.jpg 2048w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Nel 2020, si è registrato un record per gli uragani. In media, se ne verificano 12 l’anno, ma nello scorso si è raggiunto un totale di 30. L’organizzazione meteorologica mondiale ha stilato sei liste, che vengono usate a rotazione dal 1953, ognuna composta da nomi propri, che iniziano seguendo l’ordine dell’alfabeto, escludendo q, u, x, y &#8230; <a href="https://it.insideover.com/ambiente/centroamerica-e-caraibi-nellocchio-del-ciclone.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/03/Uragano-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="L&#039;Uragano Eta arriva in FloridaL&#039;Uragano Eta arriva in Florida (LaPresse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/03/Uragano-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/03/Uragano-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/03/Uragano-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/03/Uragano-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/03/Uragano-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/03/Uragano-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Nel 2020, si è registrato un record per gli <strong>uragani</strong>. In media, se ne verificano 12 l’anno, ma nello scorso si è raggiunto un totale di 30. L’organizzazione meteorologica mondiale ha stilato sei liste, che vengono usate a rotazione dal 1953, ognuna composta da nomi propri, che iniziano seguendo l’ordine dell’alfabeto, escludendo q, u, x, y e z, per la difficoltà di trovare equivalenti in inglese, spagnolo e francese. Per la seconda volta nella storia, si è dovuti ricorrere alle lettere greche per designarli tutti. Poco oltre la metà di settembre, si era arrivati al 22º, con l’uragano subtropicale Alfa, ma alla fine ce ne sono stati ben 9 con caratteri ellenici. L’ultimo, Iota, è stato classificato nella categoria più alta, <strong>forza 5</strong>, della scala Saffir-Simpson.</p>
<p>Il transito di <strong>Iota ed Eta</strong>, a quindici giorni uno dall’altro, in Nicaragua, Honduras, El Salvador, Guatemala e Colombia, ha causato enorme distruzione. Le Nazioni Unite stimano 4.6 milioni di persone colpite, con comunità isolate senza acqua, alimenti e medicine, deterioramenti a installazioni pubbliche, e perdite fino all’80 per cento nel <strong>settore agricolo</strong>. In Nicaragua, sono stati compromessi 1200 chilometri di strade e danneggiate 70 mila tonnellate di legumi, e i coltivi di riso e mais, da cui dipendono la sicurezza alimentare. Ne El Salvador, è stato messo a repentaglio fra il 15 e il 20 per cento, circa 148 mila quintali, della produzione di caffé, fonte di esportazione in valuta pregiata. Già prima di Iota ed Eta, a Cuba, l’88 per cento della pesca si trovava in stato critico per cause ambientali. Nello Yucatán, in Messico, è stato battuto il primato delle inondazioni sia per il livello sia per il tempo di permanenza.</p>
<p>I cicloni in Centroamerica e nei Caraibi sono aumentati di un 77 per cento in quarant’anni. Tre delle quattro ultime stagioni nel nord Atlantico sono state caratterizzate da mega uragani, con venti a una velocità di più di 250 chilometri orari, che rappresenta un incremento del 70 per centro della loro potenza. Di conseguenza, le città costiere ormai passano da periodi prolungati di siccità a violenti alluvioni, che condizionano la bilancia economica nazionale e la vita di milioni di persone che non possono prescindere dall’agricoltura di sussistenza e la pesca artigianale. Studi, che hanno contato con la partecipazione tecnologica della <strong>Nasa</strong>, affermano che in nessun altro luogo del mondo si associa la stessa quantità e rilevanza di incognite climatiche e geologiche. La regione è stata definita un <strong>laboratorio sul riscaldamento globale</strong>, alla stregua dei poli, per osservare come l’intensificazione di situazioni estreme impatta sulla resilienza della natura e le società umane.</p>
<p>Inoltre, molte delle azioni previste dai <strong>piani di stimolo economico</strong>, non solo determinano un pericolo per il rinnovo degli ecosistemi dopo eventi traumatici, ma la stessa effettività e sostenibilità degli investimenti è alla mercé del decadimento del<strong> medio ambiente</strong>. A esempio, gli incentivi per l’ittica in zone fragili, depauperano la biodiversità e la sua rigenerazione, mentre la costruzione di strade, e l’urbanizzazione disordinata e massiva sui litorali, riducono le barriere naturali alle tormente, come i boschi di mangrovie, che solo nel 2017 avevano subito 30 volte più danni che nelle otto epoche anteriori. Altro ambito è la crescita smisurata dell’industria turistica con l’edificazione di strutture ricettive e porti che hanno distrutto grandi estensioni forestali, aumentando l’esposizione agli azzardi climatici e, in ultima istanza, minacciando la redditività del comparto.</p>
<p>I risultati delle investigazioni, quindi, devono tradursi in politiche concrete con rapidità. Il Centroamerica e i Caraibi, da un laboratorio possono tradursi in uno <strong>spazio di innovazione</strong>. Per gli esperti, un caso virtuoso è quello offerto da Cuba, dove strumenti di pianificazione, basati sulle risorse territoriali esistenti, e gestione del rischio intrinseco, sono inquadrati in una piattaforma nazionale che garantisce le dovute sinergie. In nessuno degli altri paesi colpiti da circostanze devastatrici è stato posto in atto un sistema simile, dove <strong>approccio scientifico </strong>e <strong>sviluppo socioeconomico</strong> si incontrano con alti <em>standard</em> di integrazione. Di fatto, il nesso fra medio ambiente ed economia non sembra essere sempre del tutto chiaro. Tuttavia, le infrastrutture verdi, costituite da mangrovie, barriere coralline e pascoli dei fondali, che proteggono dall’innalzamento delle acque, e assorbono il carbonio nei suoli marini e  inframarini, così riducendo l’effetto serra, potrebbero non resistere ancora per molto.</p>
<p>Diversi stati della regione hanno richiesto aiuti al fondo verde delle Nazioni Unite, la cooperazione internazionale statunitense, e le grandi istituzioni per il finanziamento dello sviluppo, come la banca mondiale, l’interamericana, e la centroamericana di integrazione economica. Gli scienziati concordano che si tratta di un’occasione per mettere al centro della ripresa la <strong>ricostruzione verde</strong>, il cui impegno era stato sancito dall’iniziativa 20&#215;20, lanciata alla conferenza sul cambio climatico di Lima, che aveva l’obiettivo di ripristinare 20 milioni di ettari di terre degradate in America Latina entro il 2020, poi passato a 30 milioni di ettari nel 2030, e dalla decade per il recupero degli<strong> ecosistemi </strong>dell’Onu, proclamata quest’anno. A maggio, si dovrà anche accordare una <em>roadmap</em> che preveda la salvaguardia del 30 per cento degli spazi acquiferi e terrestri del pianeta. Quello che è indispensabile per affrontare questi fenomeni, e assumere decisioni che non siano fondate su calcoli opportunistici o spinte emotive, sono politiche di lungo termine e progetti di ricerca su larga scala.</p>
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		<title>Quel progetto della Cina  che mette nel mirino gli Stati Uniti</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/quel-progetto-della-cina-mette-nel-mirino-gli-stati-uniti.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Jan 2019 18:53:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Caraibi]]></category>
		<category><![CDATA[Panama]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/05/1492236184-lapresse-20170405140204-22716658.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/05/1492236184-lapresse-20170405140204-22716658.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/05/1492236184-lapresse-20170405140204-22716658-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/05/1492236184-lapresse-20170405140204-22716658-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/05/1492236184-lapresse-20170405140204-22716658-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>Le mani della Cina si stringono attorno alle spiagge da sogno dei Caraibi. Investimenti, intrecci economici, infrastrutture e alleanze di reciproca convenienza. La strategia di Pechino è sempre la stessa. È quella che ha già funzionato in Africa e che potrebbe presto trasformare il &#8220;cortile degli Stati Uniti&#8221; in zona a influenza cinese. Presenza economica &#8230; <a href="https://it.insideover.com/economia/quel-progetto-della-cina-mette-nel-mirino-gli-stati-uniti.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/05/1492236184-lapresse-20170405140204-22716658.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/05/1492236184-lapresse-20170405140204-22716658.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/05/1492236184-lapresse-20170405140204-22716658-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/05/1492236184-lapresse-20170405140204-22716658-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/05/1492236184-lapresse-20170405140204-22716658-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>Le mani della <strong>Cina</strong> si stringono attorno alle spiagge da sogno dei <strong>Caraibi</strong>. Investimenti, intrecci economici, infrastrutture e alleanze di reciproca convenienza. La strategia di Pechino è sempre la stessa. È quella che ha già funzionato in Africa e che potrebbe presto trasformare il &#8220;cortile degli Stati Uniti&#8221; in zona a influenza cinese.</p>
<p>Presenza economica e strategica</p>
<p>La presenza del Dragone negli Stati che si affacciano sul Mar dei Caraibi si manifesta su due livelli. Il primo è ovviamente quello economico. Pechino ha la vorace necessità di creare nuovi mercati sui quali far affluire i prodotti del proprio settore manifatturiero. I beni di consumo a prezzi irrisori hanno già attecchito in Europa. Figurarsi se non possono fare altrettanto in contesti economici ben più complicati, come l&#8217;area caraibica. Arriviamo al secondo livello, strettamente connesso al primo: gli investimenti. Sempre più spesso, per aprire nuovi mercati, la Cina è disposta a costruire infrastrutture in Paesi terzi attingendo a soldi di tasca propria. Ponti, aeroporti, ferrovie: tutto quello che serve ad aiutare il Dragone a fruire dell&#8217;economia locale di un dato Stato strategico e alleato. Gli esempi più eclatanti in cui si notano questi effetti sono Panama e Nicaragua.</p>
<p>Le relazioni con Panama</p>
<p><a style="color: #0000ff; text-decoration: underline;" href="https://www.theguardian.com/world/2018/nov/28/panama-china-us-latin-america-canal">Panama è di fatto il <em>gate</em> principale dei Caraibi</a>. Il Presidente cinese Xi Jinping ha visitato il Paese lo scorso dicembre <a style="color: #0000ff; text-decoration: underline;" href="https://www.reuters.com/article/us-panama-china/panama-china-sign-accords-on-xi-visit-after-diplomatic-ties-start-idUSKBN1O22PE">firmando un patto di cooperazione su 19 tematiche, fra cui commercio e infrastrutture</a>. Nel frattempo appaltatori cinesi hanno portato a casa contratti importantissimi per la costruzione di un porto, un centro congressi e un nuovo ponte sopra il Canale. Ricordiamo che due terzi delle navi da o per gli Stati Uniti passano proprio attraverso il Canale di Panama, dal 1903 al 1979 territorio statunitense. Adesso non è più così e la Cina prova a insediare Washington da vicino. Il Ministro del Commercio di Panama, Agusto Arosemena, è arrivato a dichiarazioni forti e chiare: “Diventeremo la porta per le merci cinesi in America Latina. Saremo un esempio di come i paesi più piccoli possono negoziare con la Cina”.</p>
<p>Il canale interoceanico in Nicaragua</p>
<p>Ma il Dragone si spinge oltre e guarda anche al <strong>Nicaragua</strong>. <a href="https://www.scmp.com/news/world/americas/article/2134250/nicaraguas-us50b-rival-panama-canal-going-ahead-slowly-funding">Qui Pechino vorrebbe costruire un nuovo canale sul modello di quello di Panama</a>. Un canale interoceanico cinese – e non americano &#8211; che potrebbe cambiare il destino delle rotte commerciali. Costo previsto: 50 miliardi di dollari per un canale di 276 chilometri. Nel 2013 è stato Wang Jing a ottenere il contratto di costruzione dell&#8217;opera conferito dal presidente nicaraguense Daniel Ortega. Wang è un miliardario che può contare sull&#8217;<em>HK Nicaragua Canal Development</em>, un gruppo con sede a Hong Kong. Il problema è che, dopo aver perso parte della sua fortuna, l&#8217;investitore sta ora tenendo un basso profilo. E i lavori, iniziati nel 2016, sarebbero fermi. Il Nicaragua rassicura tutti: “Ci sono stati dei ritardi ma l&#8217;HKND ci sta ancora lavorando, è un progetto molto grande. Tutto procede lentamente”.</p>
<p>I due fronti cinesi</p>
<p>La Cina sta giocando su due fronti: Panama e Nicaragua. Visto che la scorsa estate Panama ha interrotto le relazioni diplomatiche con Taiwan per stabilirne con Pechino, la situazione potrebbe cambiare. Il Dragone, se riuscisse a mettere davvero le mani su Panama, si ritroverebbe un alleato ricco, strategico e con un canale già funzionante. Il piano B? Dirottare sul Nicaragua, con tutti i rischi connessi. Quel che è certo è che il Dragone sta per bussare alle porte di Washington.</p>
<p></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/quel-progetto-della-cina-mette-nel-mirino-gli-stati-uniti.html">Quel progetto della Cina  che mette nel mirino gli Stati Uniti</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Torna l&#8217;incubo dei piratiEcco dove e perché colpiscono</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/ritorno-pirati.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Aug 2018 11:10:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Caraibi]]></category>
		<category><![CDATA[Golfo di Guinea]]></category>
		<category><![CDATA[Pirateria]]></category>
		<category><![CDATA[Stretto di Malacca]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1278" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/pirati-navy-mil.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/pirati-navy-mil.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/pirati-navy-mil-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/pirati-navy-mil-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/pirati-navy-mil-1024x681.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Ad aprile di quest&#8217;anno, quattro pescherecci vengono assaltati mentre navigano a largo della Guyana. I testimoni parlano di alcuni uomini incappucciati. La loro ferocia è oltre ogni immaginazione: attaccano a colpi di machete i pescatori, altri li cospargono di olio bollente, alcuni uomini vengono gettati in mare a notte fonda, lasciandoli tra la vita e la &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/ritorno-pirati.html">[...]</a></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1278" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/pirati-navy-mil.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/pirati-navy-mil.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/pirati-navy-mil-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/pirati-navy-mil-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/pirati-navy-mil-1024x681.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Ad aprile di quest&#8217;anno, quattro pescherecci <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="https://www.reuters.com/article/us-suriname-piracy/pirates-burn-beat-and-toss-fishermen-overboard-off-suriname-survivors-idUSKBN1IC23C">vengono assaltati</a> mentre navigano a largo della Guyana. I testimoni parlano di alcuni uomini incappucciati. La loro ferocia è oltre ogni immaginazione: attaccano a colpi di machete i pescatori, altri li cospargono di olio bollente, alcuni uomini vengono gettati in mare a notte fonda, lasciandoli tra la vita e la morte in mezzo all&#8217;Oceano. Quell&#8217;assalto è l&#8217;ultimo di tanti campanelli d&#8217;allarme: i<strong> pirati </strong>erano tornati a infestare il mar dei Caraibi.</p>
<p>La pirateria del Mar dei Caraibi</p>
<p>Non c&#8217;è niente di romantico nei pirati che colpiscono le flotte di pescherecci e imbarcazioni commerciali che transitano nel mar dei Caraibi. Si tratta di una rete criminale senza scrupoli, profondamente legata ad altri traffici come quello della droga, della prostituzione e delle armi. Le coste settentrionali dell&#8217;America Latina e delle piccole isole caraibiche assistono così inermi all&#8217;aumento di un fenomeno che sembrava dover essere un lontano ricordo, ormai utile solo per attrarre turisti.</p>
<p>E invece la storia si ripete. Tragicamente. Come riporta <em><a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="https://www.agi.it/estero/attacchi_pirati_dei_caraibi_venezuela-4271404/news/2018-08-15/">Agi</a></em>, nel 2017 <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://oceansbeyondpiracy.org/reports/sop/latin-america">le statistiche</a> parlano di <strong>71 assalti</strong> compiuto dai pirati tra Venezuela e isole caraibiche. <strong>L&#8217;aumento rispetto al 2016 è stato del 163%</strong>. Un aumento che nasce non solo dalla povertà endemica di alcune aree del mar dei Caraibi, ma anche dal collasso di uno di più importanti Paesi della regione, il <strong>Venezuela</strong>. La crisi che sta falcidiando l&#8217;economia venezuelana fa sì che il crimine aumenti non solo il suo potere ma anche il suo raggio d&#8217;azione.</p>
<p>I mezzi della polizia e della guardia costiera subiscono i tagli di uno Stato ridotto al lastrico, la povertà rende il crimine l&#8217;unica strada percorribile per sopravvivere, mentre la corruzione dilagante negli apparati di sicurezza e tra i funzionari statali fa sì che molti siano collusi con le reti criminali che infestano in particolare le coste fra Venezuela e <strong>Trinidad e Tobago</strong>.</p>
<p>La situazione è esplosiva. Fono a poco tempo fa, gli attacchi erano circoscritti a navi di piccolo taglio, yacht privati come pescherecci, ma iniziano a essere colpite anche le navi mercantili e le <strong>petroliere</strong>. E molti temono che sia l&#8217;inizio di un&#8217;escalation che le marine regionali non possono certamente risolvere da sole. E in quel mare esiste a tutt&#8217;oggi un&#8217;unica superpotenza: quegli <strong>Stati Uniti</strong> che hanno già da tempo il governo di Nicolas Maduro nel mirino e che adesso vedono i loro interessi potenzialmente lesi da un incremento degli attacchi pirati nel loro &#8220;cortile di casa&#8221;.</p>
<p>I pirati del Sud-est asiatico </p>
<p>La pirateria non è solo un problema sudamericano. Anzi, quello dei Caraibi è un fenomeno assolutamente circoscritto rispetto ad altri luoghi in cui la pirateria ha assunto, negli anni, numeri molto importanti. </p>
<p>Il Sud-est asiatico vive da anni un profondo problema legato alla pirateria. Il nucleo intorno cui ruota questo fenomeno criminale è certamente lo <strong>Stretto di Malacca</strong>. Considerato uno dei principali <em>choke point</em> del mondo, cioè uno stretto in cui le navi sono costrette a transitare per raggiungere la loro meta, quello di Malacca è uno stretto che per sua natura attira da sempre i pirati.</p>
<p>Lo faceva negli scorsi secoli e lo fa tutt&#8217;oggi, pur con differenti reti organizzative e anche basi ideologiche. Lo stesso intensificarsi del <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="https://www.defensenews.com/naval/2017/10/13/malaysia-indonesia-and-philippines-target-isis-in-trilateral-air-patrols/">terrorismo islamico</a> nella regione ha forti legami con la pirateria, che è non solo uno <strong>strumento di lotta</strong>, ma anche di guadagno. In quest&#8217;area dunque, si innestano organizzazioni terroristiche, indipendentiste, criminali e, come cornice comune, c&#8217;è la pirateria.</p>
<p>Ma è un fenomeno che sta anche cambiando. E i due casi più interessanti per comprendere questo mutamento sono quelli di Indonesia e Filippine. L&#8217;Indonesia era considerato un vero e proprio santuario dei pirati. La presenza di migliaia di isole, di movimenti terroristi e secessionisti, unita alla <strong>scarsa efficienza della marina</strong> di Giacarta, ha reso per anni il Paese uno dei luoghi di incubazione più importanti del fenomeno della pirateria.</p>
<p>Un fenomeno da non sottovalutare che però è in diminuzione da anni. I dati forniti dall&#8217;International Maritime Bureau parlano di <strong>43 attacchi nel 2017</strong>, cioè meno della metà di quanti sono stati registrati nel 2016 e nel 2015. Un segnale di come qualcosa stia cambiando anche su spinte politiche e militari estremamente forti che provengono dalle superpotenze coinvolte nella regione.</p>
<p>Dall&#8217;altro lato, invece, cresce il fenomeno della <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.limesonline.com/pirati-e-filippine/98334?prv=true">pirateria nelle Filippine</a>. Il passaggio di <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="https://www.google.it/maps/place/Sibutu+Passage/@5.2686599,122.5314153,7.17z/data=!4m5!3m4!1s0x3241b019ab3e9fff:0x39c4a71561eb390c!8m2!3d4.833333!4d119.583333">Sibutu</a>, una delle vie d&#8217;acqua più rapide per collegare Australia e Asia, è oggetto di un aumento sensibile degli attacchi di pirati: il doppio rispetto al 2016. I numeri sono ancora non eccessivi, ma è un segnale di come quella parte delle <strong>Filippine</strong>, specialmente vicino <strong>Mindanao</strong>, rappresenta un pericolo per molti mercantili. Una minaccia per la quale Rodrigo Duterte si è rivolto a tutti gli Stati regionali, oltre che a Cina e Stati Uniti, per combatterlo.</p>
<p>I pirati somali</p>
<p>La pirateria sulle coste del <strong>Corno d&#8217;Africa</strong> è quella più nota perché ci vede, come italiani, direttamente coinvolti. La nostra Marina è da molti anni impegnata nelle operazioni internazionali per il contrasto al fenomeno attraverso il dispiegamento di navi nel <strong>Golfo di Aden</strong> e nei pressi della costa della <strong>Somalia</strong>.</p>
<p>Il motivo anche qui è legato all&#8217;importanza strategica dell&#8217;area. La pirateria non si sviluppa casualmente: cresce dove c&#8217;è possibilità di guadagno e dove non esistono Paesi in grado di contrastarla sia via terra che via mare. Le coste della Somalia sono attualmente senza un governo che abbia la capacità di controllarle. Dall&#8217;altro lato, il traffico mercantile e di navi da pesca che solca le sue acque, lo rende uno dei mari più importanti.</p>
<p><a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://news.bbc.co.uk/2/hi/africa/7650415.stm">Come riportò la <em>Bbc</em></a> nel 2008, i pirati somali non vanno considerati come un gruppo compatto. Sono alcune bande, composte da <strong>migliaia di uomini</strong> che agiscono spinti da esigenze simili ma con origini diverse. Ci sono <strong>ex pescatori</strong> che sfruttano la pirateria per guadagnare denaro ma anche per combattere la presenza di navi straniere che pescano illegalmente depredando i mari somali. Ci sono <strong>ex miliziani dei signori della guerra</strong> che hanno trovato non questa rete criminale la loro nuova vita. E su questo, si innestano fenomeni politici e criminali molto più estesi che si radicano in un Paese già molto complesso e devastato da anni di guerra civile, <strong>povertà</strong> e <strong>terrorismo</strong> islamico, specialmente con Al Shabaab.</p>
<p>Ma anche questo è un fenomeno che si sta riducendo. Le ragioni sono diverse. Sicuramente l&#8217;operazione Atalanta così come altre operazioni condotte da altre potenze navali hanno reso più difficile ai pirati colpire le flotte mercantili e le petroliere straniere. Ma, come spiega <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://oceansbeyondpiracy.org/reports/sop/editorials/global-piracy-armed-robbery"><em>Oceans beyond piracy</em></a>, &#8220;il tasso di successo di questi dirottamenti [&#8230;] è stato basso a causa dell&#8217;intercettazione dei gruppi pirati a terra da parte delle autorità locali; l&#8217;implementazione delle <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://eunavfor.eu/wp-content/uploads/2013/01/bmp4-low-res_sept_5_20111.pdf">Best Management Practices (Bmp4)</a> da parte degli equipaggi; così come la cattura dei pirati da parte delle forze navali&#8221;.</p>
<p>Il Golfo di Guinea</p>
<p>Se in Somalia, i pirati diminuiscono il loro operato, dall&#8217;altra parte, nel <strong>Golfo di Guinea</strong>, il fenomeno è in aumento. Anche in questo caso, sono quattro gli elementi su cui si innesta la nascita della pirateria: povertà, criminalità radicata, inefficacia delle autorità locali, interessi economici. A tutto ciò, si aggiunge anche un fenomeno di lotta politica, in particolare nel <strong>Delta del Niger</strong>.</p>
<p>I paesi coinvolti nella crescita della minaccia sono in particolare Benin e Nigeria. Come spiega l&#8217;<a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="https://www.hellenicshippingnews.com/sea-pirates-attack-on-crude-oil-tankers-rise/"><em>Hellenic Shipping News</em></a>, &#8220;l&#8217;ultimo rapporto della società di servizi di sicurezza Eos Risk Group ha mostrato che i <strong>pirati nigeriani</strong> hanno rapito 35 marinai dalle navi nel Golfo di Guinea tra gennaio e giugno 2018&#8243;.</p>
<p></p>
<p>I numeri sono costanti e adesso potrebbero anche aumentare, soprattutto per l&#8217;aumento del prezzo del petrolio che rende ancora più appetibile il sequestro delle navi cisterna e il furto di carburante. In <strong>Benin</strong> sono stati già sette gli attacchi alle petroliere nel primo semestre del 2018. Gli inglesi la chiamano <em><a href="https://worldmaritimenews.com/archives/258245/petro-piracy-returns-to-gulf-of-guinea/">petro-piracy</a></em> ed è un fenomeno destinato a crescere. Segno che la pirateria, cambiando forme e caratteristiche, resta sempre un elemento costante delle rotte mercantili e non è destinata a scomparire finché il mare rappresenterà ancora la più grande via di comunicazione.</p>
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		<title>Quell&#8217;isola dei Caraibi diventata una centrale del terrorismo islamico</title>
		<link>https://it.insideover.com/terrorismo/caraibi-isola-trinidad-terrorismo-islamico-carnevale.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Feb 2018 07:34:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[Caraibi]]></category>
		<category><![CDATA[Foreign fighters]]></category>
		<category><![CDATA[Isis (Stato islamico)]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="800" height="600" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/Orange_Carnival_Masqueraders_in_Trinidad.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/Orange_Carnival_Masqueraders_in_Trinidad.jpg 800w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/Orange_Carnival_Masqueraders_in_Trinidad-300x225.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/Orange_Carnival_Masqueraders_in_Trinidad-768x576.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
<p>Un&#8217;isola dei Caraibi, a poche miglia dal Venezuela, culla di uno dei più pericolosi focolai di terrorismo islamico dell&#8217;America. Sembra impossibile, eppure Trinidad, isola principale dello Stato di Trinidad e Tobago, vede un costante lavoro dei militari americani per aiutare la polizia locale a combattere il fenomeno dello jihadismo. Un impegno che ha avuto un &#8230; <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/caraibi-isola-trinidad-terrorismo-islamico-carnevale.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/caraibi-isola-trinidad-terrorismo-islamico-carnevale.html">Quell&#8217;isola dei Caraibi diventata una centrale del terrorismo islamico</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="800" height="600" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/Orange_Carnival_Masqueraders_in_Trinidad.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/Orange_Carnival_Masqueraders_in_Trinidad.jpg 800w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/Orange_Carnival_Masqueraders_in_Trinidad-300x225.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/Orange_Carnival_Masqueraders_in_Trinidad-768x576.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p><p>Un&#8217;isola dei <strong>Caraibi</strong>, a poche miglia dal Venezuela, culla di uno dei più pericolosi focolai di <strong>terrorismo islamico</strong> dell&#8217;America. Sembra impossibile, eppure <strong>Trinidad</strong>, isola principale dello Stato di Trinidad e Tobago, vede un costante lavoro dei <strong>militari americani</strong> per aiutare la polizia locale a combattere il fenomeno dello jihadismo. Un impegno che ha avuto un particolare risultato in  queste ultime settimane, quando la <em><a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="https://edition.cnn.com/2018/02/09/politics/trinidad-carnival-terror-attack-thwarted/index.html">Cnn</a></em> ha informato che era stato <strong>sventato il piano terroristico per colpire il Carnevale</strong> dell&#8217;isola, uno degli eventi più attesi di tutto l&#8217;anno da parte della popolazione locale e che attira una gran quantità di turisti.</p>
<p>Due funzionari militari americani hanno dichiarato al canale statunitense che le truppe Usa avevano partecipato a un&#8217;operazione antiterrorismo nella nazione caraibica di Trinidad e Tobago riuscendo a catturare &#8220;quattro obiettivi di alto valore&#8221;. I funzionari hanno detto che il personale militare dello <strong>United States Southern Command (Ussouthcom)</strong>, che sovrintende alle operazioni militari statunitensi nella regione, ha collaborato e assistito le forze di sicurezza locali nel catturare i <strong>quattro estremisti</strong> che si ritiene facciano parte di una rete impegnata nella pianificazione di attacchi terroristici, ma che le truppe statunitensi non hanno partecipato a nessuno scontro armato. In una conferenza stampa tenuta giovedì giovedì 8 febbraio, un funzionario della polizia di Trinidad e Tobago, Michael Jackman, aveva dichiarato che la polizia aveva scoperto una minaccia volta a colpire le attività di Carnevale e arrestato &#8220;diverse persone di interesse&#8221;.</p>
<p></p>
<p>L&#8217;<strong>ambasciata degli Stati Uniti a Trinidad e Tobago ha diramato poi l&#8217;allerta</strong> giovedì sera dicendo che era stato appena sventato un piano terroristico per colpire il Carnevale, aggiungendo il suggerimento rivolto ai funzionari del governo di stanza nell&#8217;isola &#8220;ad esercitare ulteriore cautela e  avere maggiore consapevolezza della situazione se partecipano agli eventi del Carnevale&#8221;. Anche il <strong>Foreign Office del Regno Unito</strong> ha emesso la stessa giornata un avviso praticamente identico e ha ammonito il personale in servizio a Trinidad che &#8220;un attacco è ancora possibile&#8221;.</p>
<p>La questione non è di poco conto. <strong>Trinidad e Tobago</strong> è una località che desta molta preoccupazione al Pentagono e negli uffici dell&#8217;intelligence degli Stati Uniti, poiché è considerata<strong> una delle sedi principali dei simpatizzanti dello Stato islamico</strong> in tutta l&#8217;America Latina. E sono molti i funzionari locali che affermano che alcuni dei suoi cittadini si sono recati in Iraq e in Siria per unirsi a gruppi terroristici in lotta sotto le bandiere del Califfato. Nell&#8217;aprile 2017, l&#8217;ammiraglio della marina statunitense Kurt Tidd, comandante del Southern Command, ha dichiarato che &#8220;alcuni degli individui che hanno lasciato Trinidad e Tobago&#8221; si sono fatti vedere &#8220;in alcuni video, impegnati in atti terroristici&#8221; e hanno partecipato attivamente alle operazioni islamiste in Medio Oriente. Un&#8217;allarme che è stato ribadito anche da un rapporto di ottobre del <strong>Soufan Group</strong>, una società di consulenza sulla sicurezza che monitora i foreign fighter, che ha detto che <strong>circa 130 cittadini dell&#8217;isola hanno imbracciato le armi in Iraq o in Siria</strong> per diventare combattenti del jihad dello Stato islamico. </p>
<p></p>
<p>Il numero è altissimo, se si pensa che lo Stato dei Caraibi meridionali ha una popolazione di un milione e 200mila abitanti circa. Ci troviamo di fronte a uno dei tassi di radicalizzazione più alti del mondo se si osserva la proporzione fra jihadisti e abitanti. Nell&#8217;estate del 2016, come riportato da <a href="https://www.theatlantic.com/international/archive/2016/12/isis-trinidad/509930/"><em>The Atlantic</em></a>, lo Stato islamico, ancora in piena attività propagandistica, pubblicò il numero 15 della sua rivista online, <em>Dabiq</em>, in cui era riportata l&#8217;intervista a un tale <strong>Abu Sa&#8217;d at-Trinidadi</strong>. Come suggerisce il suo nome di battaglia, il combattente proveniva dall&#8217;isola caraibica di Trinidad e Tobago e diceva di aver abbandonato la fede cristiana per unirsi al jihad. La minaccia dunque esiste. Ed è anche particolarmente interessante osservarla in un territorio del tutto estraneo al mondo mediorientale, asiatico, africano o anche a quello colpito dalle migrazioni di massa. Ma ha una particolarità: la vicinanza geografica a uno dei più grandi avversari degli Stati Uniti, il <strong>Venezuela</strong>. Un dato geografico da tenere in conto e che consente anche di capire il perché dell&#8217;occhio vigile del Pentagono sul focolaio terroristico nella piccola isola dei Caraibi.</p>
<p><a href="http://www.ilgiornale.it/news/cronache/i-nostri-reporter-raccontano-violenze-sui-cristiani-nel-1493669.html"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-42557 size-full" src="http://www.occhidellaguerra.it/wp-content/uploads/2018/02/bannerino-occhi.jpg" alt="bannerino-occhi" width="745" height="100" /></a></p>
<p></p>
<p>Cristiani nel mirino: è questo il tema dell&#8217;incontro del<strong> 20 febbraio</strong> durante il quale Fausto Biloslavo e Gian Micalessin racconteranno la realtà drammatica di chi è perseguitato per la propria fede. L&#8217;incontro si terrà martedì 20 febbraio alle ore 17 in via Gaetano Negri 4. <strong>I posti sono limitati. Per partecipare potete scrivere a info@gliocchidellaguerra.it o chiamare il numero 028566445/028566308</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/caraibi-isola-trinidad-terrorismo-islamico-carnevale.html">Quell&#8217;isola dei Caraibi diventata una centrale del terrorismo islamico</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Riprende la pirateria nei Caraibi</title>
		<link>https://it.insideover.com/societa/riprende-la-pirateria-nei-caraibi.html</link>
		
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		<pubDate>Mon, 19 Dec 2016 08:05:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Caraibi]]></category>
		<category><![CDATA[Pirateria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="997" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/OLYCOM_20161211173038_21572304.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/OLYCOM_20161211173038_21572304.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/OLYCOM_20161211173038_21572304-300x199.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/OLYCOM_20161211173038_21572304-768x510.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/OLYCOM_20161211173038_21572304-1024x681.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>La pirateria è tornata a terrorizzare i caraibi. Le coste dello stato venezuelano di Sucre, un tempo maggior produttore di tonno del mondo, sono infestate da imbarcazioni di ex-pescatori divenuti predoni del mare per cercare di sopravvivere alla gravissima crisi economica in cui è sprofondato il Venezuela.A Sucre molti ricordano come un tempo i porti &#8230; <a href="https://it.insideover.com/societa/riprende-la-pirateria-nei-caraibi.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="997" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/OLYCOM_20161211173038_21572304.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/OLYCOM_20161211173038_21572304.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/OLYCOM_20161211173038_21572304-300x199.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/OLYCOM_20161211173038_21572304-768x510.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/OLYCOM_20161211173038_21572304-1024x681.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>La pirateria è tornata a terrorizzare i caraibi. Le coste dello stato venezuelano di Sucre, un tempo maggior produttore di tonno del mondo, sono infestate da imbarcazioni di ex-pescatori divenuti predoni del mare per cercare di sopravvivere alla gravissima crisi economica in cui è sprofondato il Venezuela.A Sucre molti ricordano come un tempo i porti dello stato ospitassero la quarta flotta al mondo di pescherecci per la pesca del tonno e una prospera industria ittica. Oggi l’intero settore è al collasso, insieme a praticamente tutte le altre attività economiche in Venezuela, a causa delle scellerate decisioni del governo bolivariano. Spinti dalla disperazione e dalla fame, gang di pescatori disoccupati hanno convertito le loro imbarcazioni in navi pirata, attaccando gli altri bastimenti che si avventurano per quelle acque, rubando il carico (molto spesso pesce) e i motori. Gli sfortunati equipaggi delle navi attaccate vengono legati e gettati in mare, o spesso eliminati con armi da fuoco. Dall’inizio del 2016 le autorità locali hanno registrato quotidianamente centinaia di segnalazioni di abbordaggi in alto mare, le quali hanno provocato la morte di decine di persone.“I pescatori non riescono più a sopravvivere pescando, e per questo motivo usano le loro navi per le opzioni che gli restano: contrabbandare benzina, trafficare droga e la pirateria”, ha affermato José Antonio García, leader del principale sindacato dello stato di Sucre.Collasso economicoNella regione costiera del Venezuela, la pesca si è ridotta a meno di un terzo delle 120 mila tonnellate di tonno che il Venezuela produceva nel 2004. Lo scorso giugno Sucre è stata l’epicentro di tumulti causati dalla mancanza di alimenti, che si sono rapidamente diffusi in tutto il Paese. E pensare che lo stato di Sucre era tradizionalmente considerato un bastione della rivoluzione bolivariana di Hugo Chávez. Ma l’appoggio alla “revolucion” e al “socialismo del XXI secolo” è iniziato a scemare rapidamente quando nel 2010 il governo ha decretato la statalizzazione della maggiore azienda di pesca della regione, la Pescalba. Con risultati ovviamente disastrosi. Se un tempo i pescherecci partivano prima dell’alba e rimanevano tutto il giorno al largo, oggi più della metà della flotta rimane attraccata al porto, oziosa, con barche crivellate di colpi e scafi arrugginiti. Il porto è così silenzioso che sembra che i lavatori marittimi siano in sciopero permanente. Molte aziende private hanno trasferito le loro attività all’estero, perché il governo pretende che vendano la metà del pescato in moneta venezuelana, il bolivar, il cui valore virtuale è zero. Tanto che ormai non viene neanche più contata dagli esercenti commerciali, ma pesata con bilance.“Non ho mai visto un’implosione completa come questa senza che ci fosse una guerra a provocarla”, ha dichiarato l’economista venezuelano Alejandro Grisanti, che un tempo lavorava per la banca Barclays Capital.Zuppa di caneConseguenza diretta di sedici anni di chavismo: la fame. Le famiglie di Punta de Araya sono sopravvissute nel terzo trimestre di quest’anno nutrendosi di “<strong>zuppa di cane</strong>”, un brodo fatto con acqua del mare e i piccoli pesci che un tempo erano ributtati in mare dai pescatori. “Quelle piccole sardine hanno salvato le nostre vite”, ha dichiarato il bibliotecario Efren Pares.Disperati, i venezuelani stanno rubando quello che resta di un’era prospera, come le reti elettriche, i generatori di energia e i motori di poppa delle navi da pesca. Uccidendo senza pietà chiunque opponga resistenza. Le calde acque del Mar dei Caraibi si stanno trasformando ogni giorno di più in un violento campo di battaglia.@carlocauti</p>
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