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	<title>Bengasi Archives - InsideOver</title>
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	<title>Bengasi Archives - InsideOver</title>
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		<title>Al Sarraj a Roma tra richieste e dubbi sul governo italiano</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/al-sarraj-a-roma-tra-richieste-e-dubbi-sul-governo-italiano.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 May 2019 14:52:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="1069" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/05/LAPRESSE_20190507111027_29239952.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/05/LAPRESSE_20190507111027_29239952.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/05/LAPRESSE_20190507111027_29239952-300x214.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/05/LAPRESSE_20190507111027_29239952-768x547.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/05/LAPRESSE_20190507111027_29239952-1024x730.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>Chissà qual è il pensiero di Al Sarraj mentre il suo aereo sta lasciando Tripoli. È la prima volta che il premier libico vola fuori dal paese da quando la capitale è nel pieno della lotta per il suo possesso. Una battaglia che ha inizio lo scorso 4 aprile e che pone Al Sarraj al centro &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/al-sarraj-a-roma-tra-richieste-e-dubbi-sul-governo-italiano.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/al-sarraj-a-roma-tra-richieste-e-dubbi-sul-governo-italiano.html">Al Sarraj a Roma tra richieste e dubbi sul governo italiano</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="1069" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/05/LAPRESSE_20190507111027_29239952.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/05/LAPRESSE_20190507111027_29239952.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/05/LAPRESSE_20190507111027_29239952-300x214.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/05/LAPRESSE_20190507111027_29239952-768x547.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/05/LAPRESSE_20190507111027_29239952-1024x730.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>Chissà qual è il pensiero di Al Sarraj mentre il suo aereo sta lasciando Tripoli. È la prima volta che il premier libico vola fuori dal paese da quando la capitale è nel pieno della lotta per il suo possesso. Una battaglia che ha inizio <span style="text-decoration: underline;"><span style="color: #0000ff;"><a style="color: #0000ff; text-decoration: underline;" href="http://www.occhidellaguerra.it/libia-haftar-avanza-verso-tripoli-scontri-a-sud-della-capitale/">lo scorso 4 aprile</a></span></span> e che pone Al Sarraj al centro di una vera e propria <strong>dicotomia</strong>: da un lato è il capo di governo eternamente messo politicamente e militarmente in discussione, con una capacità di controllo del territorio che non va oltre la sua stanza all&#8217;interno del palazzo presidenziale. Dall&#8217;altro però, è pur vero che sta lasciando Tripoli non da personaggio in fuga, come in tanti lo vedono da diverse settimane, bensì da capo del governo in visita nei paesi europei.</p>
<p>Da un lato potrebbe mostrare soddisfazione per questo, dall&#8217;altro però vive nell&#8217;incognita di cosa può accadere nella capitale libica mentre lui è in giro nelle cancellerie europee.</p>
<h2>A Roma con il cappello in mano</h2>
<p>E questa dicotomia, questo essere al tempo stesso perdente e vincitore, attaccato ed attaccante, Al Sarraj la porta con sé anche quando atterra a Roma. L&#8217;Italia è uno dei pochi governi che lo sostiene apertamente, di sicuro in Europa è il suo principale alleato anche perché trecento nostri soldati sono ancora dislocati a Misurata. Inevitabile dunque che la prima tappa del suo breve ma intenso tour europeo sia proprio a Roma. Al suo seguito <span style="text-decoration: underline;"><span style="color: #0000ff;"><a style="color: #0000ff; text-decoration: underline;" href="http://www.occhidellaguerra.it/libia-oggi-il-premier-al-sarraj-arriva-a-roma-ecco-il-ruolo-dell-italia/">porta nella città eterna una rappresentanza militare</a></span></span>, che fa ben capire cosa vuole Al Sarraj dall&#8217;Italia, ma anche cosa forse non si aspetta: <span style="text-decoration: underline;"><span style="color: #0000ff;"><a style="color: #0000ff; text-decoration: underline;" href="https://www.agenzianova.com/a/5cd1996b47ee58.92021123/2429533/2019-05-07/italia-libia-sarraj-chiede-a-conte-di-costringere-haftar-a-ritirarsi/linked">un aiuto in termini di fornitura di armamenti per contrastare l&#8217;avanzata di Haftar</a></span></span> che, oramai da giorni, per la verità appare abbastanza blanda ed entrata in una fase di stallo.</p>
<p>A Roma Al Sarraj incontra <strong>Giuseppe Conte</strong>, per adesso forse l&#8217;unica cosa a cui il premier libico può aspirare è una stretta di mano a favore di telecamera che possa dimostrare il legame tra il suo governo e quello italiano. Da Tripoli nei giorni scorsi emerge un Al Sarraj preoccupato proprio dal suo principale alleato: quelle frasi sull&#8217;equidistanza e sull&#8217;inclusione di tutte le parti nel conflitto pronunciate dal ministro <strong>Moavero Minalesi</strong>, al pari di quelle di Conte che la settimana scorsa dichiara di &#8220;stare solo dalla parte dei libici&#8221;, fanno pensare ad un graduale rovesciamento italiano verso Haftar. Per questo il governo di Tripoli risulta infastidito dall&#8217;apertura del consolato italiano a <strong>Bengasi</strong>, <span style="text-decoration: underline;"><span style="color: #0000ff;"><a style="color: #0000ff; text-decoration: underline;" href="http://www.occhidellaguerra.it/libia-niente-consolato-italiano-a-bengasi-sarebbe-troppo-rischioso/">poi &#8220;congelata&#8221; dalla Farnesina a data da destinarsi</a></span></span>.</p>
<p>La sponda italiana per Al Sarraj risulta fondamentale per tornare a Tripoli ancora da leader del governo. Un sostegno politico che in questo momento vale molto più di qualsiasi aiuto militare, visto anche lo stallo che si vive in quel fronte a 25 km a sud della capitale libica in cui nessuna forza riesce a sovrastare l&#8217;altra. Alla fine, da parte italiana, Conte ribadisce l&#8217;impegno affinché, <span style="text-decoration: underline;"><span style="color: #0000ff;"><a style="color: #0000ff; text-decoration: underline;" href="https://www.agenzianova.com/primopiano/9/italia-libia-conte-a-sarraj-ribadito-forte-impegno-per-rivitalizzare-processo-politico-efficace">come si legge nella nota di Palazzo Chigi</a></span></span>, &#8220;sia rivitalizzato un processo politico che sia efficace e sostenibile&#8221;. L&#8217;Italia inoltre, dichiara ancora Conte a margine del suo incontro con Al Sarraj, auspica un dialogo tra le parti &#8220;sotto l&#8217;egida delle Nazioni Unite&#8221;. Per il premier libico forse un risultato minimo comunque non scontato alla vigilia. Di certo però, le <strong>preoccupazioni</strong> da parte sua permangono e fanno compagnia ai dubbi sulla reale posizione italiana.</p>
<h2>Il proseguo del tour europeo</h2>
<p>E qui si ritorna alla dicotomia sopra citata. Al Sarraj di fatto a Roma elemosina aiuti politici e militari, ma al tempo stesso sa pure di presentarsi come colui capace di rimanere in sella anche durante gli assalti di Haftar. Dopo la capitale italiana, è la volta di <strong>Berlino</strong>, <strong>Londra</strong> e soltanto alla fine <strong>Parigi</strong>. In questo suo tour, gioca (e lo fa con scientifica cognizione) le sue carte. Prova in primis con la <strong>diplomazia</strong>, incontrando tutti i più importanti leader del vecchio continente, ma non è da trascurare la sua azione sotto il profilo <strong>mediatico</strong>. Al Sarraj infatti prende l&#8217;aereo da Tripoli a pochi giorni dall&#8217;inizio del Ramadan, da quella festività religiosa islamica vista dall&#8217;alto rappresentante Onu in Libia, <strong>Ghassan Salamé</strong>, come possibile data spartiacque per una tregua. Al Sarraj arriva in Europa da politico in cerca di dialogo, provando a far passare il messaggio secondo cui è lui l&#8217;unico attore che vuole la pace in Libia, al contrario di un generale Haftar presentato come &#8220;invasore&#8221; che attacca anche durante il Ramadan.</p>
<p>Il premier libico da questo elemento spera di essere quel &#8220;volto presentabile&#8221; capace di persuadere, se non i più importanti attori internazionali, almeno l&#8217;opinione pubblica. Al Sarraj vola quindi tra le capitali europee con lo stesso spirito di chi vuol dimostrare di aver imparato a fare il suo mestiere, di aver appreso in questi tre anni di governo come si resta in sella nonostante non si controlla alcun territorio. Ma sa pure che si sta giocando le ultime carte: lui, nella morsa di Haftar ma anche di quella <span style="text-decoration: underline;"><span style="color: #0000ff;"><a style="color: #0000ff; text-decoration: underline;" href="http://www.occhidellaguerra.it/tripoli-quei-timori-che-emergono-dal-fronte-jihadisti-infiltrati-nei-combattimenti/">delle milizie islamiste che combattono al fronte contro il generale</a></span></span> che potrebbero voler la sua testa a guerra conclusa, prova a giocare ancora nel ruolo di premier. In mezzo a questo dualismo ed a questa dicotomia, vi è lo stallo di un conflitto ancora ben lontano da ogni risoluzione.</p>
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		<title>Libia, niente consolato italiano a Bengasi: “Sarebbe troppo rischioso”</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/libia-niente-consolato-italiano-a-bengasi-sarebbe-troppo-rischioso.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Apr 2019 08:00:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="952" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LAPRESSE_20190425203821_29145302.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LAPRESSE_20190425203821_29145302.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LAPRESSE_20190425203821_29145302-300x190.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LAPRESSE_20190425203821_29145302-768x487.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LAPRESSE_20190425203821_29145302-1024x650.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>La presenza di militari italiani a Misurata viene vista a Bengasi come atto ostile, il possibile consolato italiano a Bengasi viene visto da Tripoli come evento tale da far incrinare i rapporti con Roma. Comunque la si veda, la presenza italiana in Libia in questo momento non appare ben vista. Non è una buona notizia per il &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/libia-niente-consolato-italiano-a-bengasi-sarebbe-troppo-rischioso.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="952" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LAPRESSE_20190425203821_29145302.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LAPRESSE_20190425203821_29145302.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LAPRESSE_20190425203821_29145302-300x190.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LAPRESSE_20190425203821_29145302-768x487.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LAPRESSE_20190425203821_29145302-1024x650.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>La presenza di militari italiani a Misurata viene vista a Bengasi come atto ostile, il possibile consolato italiano a Bengasi viene visto da Tripoli come evento tale da far incrinare i rapporti con Roma. Comunque la si veda, la presenza italiana in Libia in questo momento non appare ben vista. Non è una buona notizia per il nostro governo ed il nostro paese, alle prese con la necessità di premere sull’acceleratore sul dossier libico sotto un profilo diplomatico, ma di fatto impelagato nel pantano che è diventata l’intera Libia.</p>
<h2>Rinviata apertura del consolato a Bengasi</h2>
<p>La nostra presenza nella città più importante della Cirenaica è da anni al centro delle cronache. Nel 2006 la diplomazia italiana vive con apprensione la giornata del 17 febbraio, quando il consolato italiano di Bengasi viene assaltato da manifestanti inviperiti dalle vignette su Maometto mostrare su Rai Uno dall’allora ministro Calderoli. La nostra sede diplomatica viene circondata ed assaltata, con saccheggi e devastazioni che creano un certo sconcerto in Italia ed in Libia. A seguito dell’avanzata dei gruppi jihadisti a Bengasi nel dopo Gheddafi, la città non viene più ritenuta sicura e dunque la nostra rappresentanza viene chiusa. La riapertura di un consolato italiano in Cirenaica viene vista come cartina di tornasole, nei mesi scorsi, della strategia di Roma sulla Libia.</p>
<p>Da paese che può già vantare la presenza di un’ambasciata a Tripoli, unico caso occidentale fino ad oggi, l’Italia avrebbe l’opportunità di porre operativa una sede diplomatica anche nell’est della Libia, a dimostrazione del dialogo avviato con Haftar. Ma oggi lo scenario è cambiato e dalla capitale libica fanno sapere che un’eventuale apertura del consolato a Bengasi verrebbe interpretato come “atto ostile”. Dunque da Roma il governo preferisce fermarsi. Per la verità la riapertura della nostra sede diplomatica è prevista già ad inizio anno, ma rinviata per motivi burocratici. Adesso però il rinvio appare “sine die”: l’esecutivo vuole prendere tempo dopo le richieste arrivate dal ministero degli esteri tripolino. Anche perché, spiegano fonti della Farnesina a La Stampa, in Cirenaica da giorni sarebbero in atto manifestazioni anti italiane. Lo scenario, in poche parole, si complica.</p>
<h2>Italia tra due fuochi</h2>
<p>La terzietà voluta di cui Conte parla dalla Cina, dove afferma “né con Al Sarraj e né con Haftar, ma con i libici”, se da un lato è la stessa che permette all’Italia nei mesi scorsi di aspirare al ruolo di guida della cabina di regia sulla Libia, a conflitto in corso sembra porre Roma tra due fuochi. Al Sarraj giudica ogni mossa verso Haftar come ostile, altrettanto fa il generale quando vede l’Italia mantenere i propri soldati a Misurata ed i propri rapporti con Tripoli. I libici non sembrano al momento fidarsi o, per meglio dire, chiedono all’Italia una decisa scelta di campo: essere terzi, per i principali protagonisti dello scacchiere libico, equivale ad una posizione “ibrida” mal digerita in un momento in cui entrambe le parti provano a scavalcare l’altra.</p>
<p>Dal canto suo da Roma, come detto, si preferisce prendere tempo. L’Italia già da mesi sembra accettare la possibilità di un Haftar a guida di un esercito unificato al culmine delle tappe del piano elaborato dalle Nazioni Unite. E dopo la chiamata di Trump al generale della Cirenaica, da Roma una soluzione del genere viene vista come inevitabile, prima o poi. Per questo si prova ad essere equidistanti e ad aspettare che il tempo (e la diplomazia) faccia la propria parte. Il problema però è che entrambe le fazioni libiche iniziano a spazientirsi: l’attesa viene interpretata come inattività del nostro paese e l’Italia, mentre osserva da un punto privilegiato la situazione diventare sempre più ingarbugliata giorno dopo giorno, rischia di rimanere con il tempo appoggiata alla finestra.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Ecco la mossa dell&#8217;Italia in Libia Presto un consolato a Bengasi</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/italia-consolato-bengasi.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Dec 2018 11:59:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Bengasi]]></category>
		<category><![CDATA[Cirenaica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="3500" height="2336" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/03/libiawar.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/03/libiawar.jpg 3500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/03/libiawar-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/03/libiawar-768x513.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/03/libiawar-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 3500px) 100vw, 3500px" /></p>
<p>L&#8217;est della Libia per l&#8217;Italia fino a pochi mesi fa sembra una delle spine nel fianco della diplomazia del nostro paese. Roma infatti riconosce soltanto il governo di Al Sarraj, stanziato a Tripoli dopo gli accordi di Skhirat del 2015, circostanza questa che certamente non va giù ad Haftar ed al parlamento che si riunisce &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/italia-consolato-bengasi.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/italia-consolato-bengasi.html">Ecco la mossa dell&#8217;Italia in Libia Presto un consolato a Bengasi</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="3500" height="2336" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/03/libiawar.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/03/libiawar.jpg 3500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/03/libiawar-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/03/libiawar-768x513.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/03/libiawar-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 3500px) 100vw, 3500px" /></p><p>L&#8217;est della Libia per l&#8217;Italia fino a pochi mesi fa sembra una delle spine nel fianco della diplomazia del nostro paese. Roma infatti riconosce soltanto il governo di Al Sarraj, stanziato a Tripoli dopo gli <strong>accordi di Skhirat del 2015</strong>, circostanza questa che certamente non va giù ad Haftar ed al parlamento che si riunisce in Cirenaica. Poi, dopo alcuni contatti intrapresi lo scorso anno, avviene un lento avvicinamento anche verso la parte orientale della Libia, come sottolineato nei giorni scorsi dal deputato Ali Al Saidi ai nostri microfoni: &#8220;È vero che negli ultimi sei mesi Roma si è riavvicinata all&#8217;est&#8221;, <a style="color: #0000ff" href="http://www.occhidellaguerra.it/libia-da-tobruk-reazioni-negative-alla-nomina-di-buccino/">sono le dichiarazioni dell&#8217;esponente politico ritenuto tra i più vicini ad Haftar</a>. Il culmine di questa strategia di avvicinamento, lo si ha giorno 23: in quell&#8217;occasione, dopo aver incontrato Al Sarraj a Tripoli,<a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.occhidellaguerra.it/il-significato-simbolico-della-visita-di-conte-in-libia/"> il presidente del consiglio Giuseppe Conte arriva direttamente in Cirenaica</a>. È il segnale del definitivo riavvicinamento tra l&#8217;Italia e la parte orientale della Libia. </p>
<p><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" class="size-full wp-image-61673 aligncenter" src="http://www.occhidellaguerra.it/wp-content/uploads/2018/11/strip_libia-1.jpg" alt="strip_libia" /></p>
<p>La possibile apertura di un consolato italiano a Bengasi </p>
<p>Bengasi è da sempre la città più rappresentativa della Cirenaica, un problema più che un&#8217;opportunità per Gheddafi: qui il rais fatica ad avere lo stesso appoggio di cui gode a Tripoli, non è un caso che nel 2011 le prime manifestazioni partono proprio da questa regione storica della Libia. L&#8217;Italia a Bengasi ha uno storico consolato, che però più volte risulta sotto il tiro di manifestanti od islamisti.</p>
<p>Nel 2006, nel bel mezzo del caos generato dalle vignette scritte sul profeta Maometto, il consolato italiano viene bersagliato per via della riproposizione in tv proprio di quelle vignette da parte dell&#8217;allora ministro Calderoli. Per la diplomazia italiana è una delle giornate più difficili del dopoguerra: il consolato viene assaltato, la polizia libica costretta ad intervenire sparando sulla folla, il console italiano viene portato in salvo dalle forze di sicurezza grazie ad un&#8217;uscita laterale. La struttura risulta poi razziata e saccheggiata e torna in piena operatività soltanto qualche anno più tardi. Nel 2013 invece, <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="https://www.repubblica.it/esteri/2013/01/12/news/bengasi_attentato_al_console_italiano_spari_contro_la_sua_auto_nessun_ferito-50410926/">ad essere oggetto di un attacco è l&#8217;allora console italiano Guido De Sanctis</a>. Il rappresentante diplomatico viene raggiunto da alcuni colpi di pistola mentre è in macchina e solo per un puro caso risulta illeso. </p>
<p>Da allora il consolato italiano a Bengasi è chiuso. Un problema di non poco conto, specie se si considera che dopo le elezioni del 2014 la Cirenaica diventa una regione quasi a sé, che ospita il centro di potere opposto a quello di Tripoli. Disagi diplomatici, ma anche operativi per gli italiani che ancora sono in Cirenaica ed in previsione di un possibile ritorno di alcune aziende del nostro paese nella regione. Durante la visita di Conte a Bengasi ed a Tobruk, dove vi è la sede provvisoria del parlamento, si è parlato proprio di questo. In particolare, potrebbe essere riaperto il nostro consolato a Bengasi. <strong>Sarebbe un segnale di definitivo superamento delle distanze tra Roma e la Cirenaica</strong>, con l&#8217;Italia quindi pronta ad attuare sul campo la sua &#8220;strategia inclusiva&#8221;, con l&#8217;obiettivo di inglobare nelle sue mosse tutti gli attori impegnati nel frastagliato quadro libico. </p>

<p>Gli interessi in gioco in Libia sono molti, e ci riguardano da vicino. Per scoprire perché vogliamo tornare a raccontarla, clicca<strong> <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.occhidellaguerra.it/perche-e-importante-andare-in-libia/?fbclid=IwAR1YujoUiR9w46y92WbXWhmAK6yjtZ2hq8SGGJ_1KUa974xY3w7MdjiU-cQ">Qui</a></strong>.</p>
<p>La strategia italiana</p>
<p>La possibile riapertura del consolato italiano a Bengasi, andrebbe anche a completare la &#8220;squadra diplomatica&#8221; del nostro paese in Libia. Dopo mesi di incertezze, <a style="color: #0000ff" href="http://www.ilgiornale.it/news/politica/caos-libia-bruciato-lambasciatore-perrone-litalia-pensa-de-1575719.html">a seguito del caso dell&#8217;ex ambasciatore Giuseppe Perrone</a>, adesso si sta cercando di mettere a posto tutti i pezzi dell&#8217;intricato puzzle diplomatico. Nei giorni scorsi infatti, <a style="color: #0000ff" href="http://www.occhidellaguerra.it/libia-ecco-chi-e-il-nuovo-ambasciatore-italiano/">arriva la nomina del nuovo ambasciatore che a gennaio potrebbe già essere pienamente operativo</a>. Come si sa, a Tripoli torna <strong>Giuseppe Buccino Grimaldi</strong>, che ha già ricoperto questo ruolo tra il 2011 ed il 2015. <a style="color: #0000ff" href="http://www.occhidellaguerra.it/libia-da-tobruk-reazioni-negative-alla-nomina-di-buccino/">Una scelta non proprio andata giù in Cirenaica</a>, dove in tanti vedono nel vecchio/nuovo ambasciatore un uomo legato alla strategia italiana di appoggio esclusivo alle autorità di Tripoli. Haftar, secondo diverse indiscrezioni trapelate da Bengasi, dopo aver dichiarato Perrone &#8220;persona non gradita&#8221; ad agosto per via di alcune sue dichiarazioni, avrebbe poi appoggiato l&#8217;eventualità di un ritorno dello stesso ambasciatore. </p>

<p>L&#8217;apertura di un consolato a Bengasi dunque, potrebbe avere una duplice funzione: <strong>una simbolica</strong>, che testimonierebbe il ritorno dell&#8217;Italia anche nell&#8217;est della Libia, <strong>una politica</strong> con la prospettiva di nominare un console e dunque un referente con cui gli attori politici della Cirenaica potrebbero direttamente interloquire. Di certo, per Roma sarebbe anche un altro importante passo avanti nel quadro della costituzione di una cabina di regia a guida italiana per la Libia: avere un ambasciatore a Tripoli ed un console a Bengasi, vorrebbe significare essere il primo paese a ristabilire le proprie sedi diplomatiche nelle zone cruciali del paese africano. Un altro passo dopo <a href="http://www.occhidellaguerra.it/libia-gli-elementi-positivi-per-l-italia-del-vertice-di-palermo/">il vertice di Palermo</a>, che nelle intenzioni della diplomazia italiana viene sempre più considerato come una base da cui poter generare i futuri passi del nostro paese all&#8217;interno del percorso di stabilizzazione della Libia. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/italia-consolato-bengasi.html">Ecco la mossa dell&#8217;Italia in Libia Presto un consolato a Bengasi</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Conte adesso vola in Libia: ecco il piano B dell’Italia</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/il-significato-simbolico-della-visita-di-conte-in-libia.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Dec 2018 11:43:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Bengasi]]></category>
		<category><![CDATA[Cirenaica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="3960" height="2230" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/Giuseppe-Conte-e1543918509240.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/Giuseppe-Conte-e1543918509240.jpg 3960w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/Giuseppe-Conte-e1543918509240-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/Giuseppe-Conte-e1543918509240-768x432.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/Giuseppe-Conte-e1543918509240-1024x577.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/Giuseppe-Conte-e1543918509240-334x188.jpg 334w" sizes="auto, (max-width: 3960px) 100vw, 3960px" /></p>
<p>In molte parti del mondo il 24 dicembre è la vigilia di Natale e ci si prepara alla festa più sentita dal mondo cristiano. Ma anche in Libia è festa in questa particolare giornata: si celebra, in particolare, l&#8217;indipendenza del paese. Un dettaglio di non poco conto, che dona alla visita del presidente del consiglio &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/il-significato-simbolico-della-visita-di-conte-in-libia.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="3960" height="2230" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/Giuseppe-Conte-e1543918509240.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/Giuseppe-Conte-e1543918509240.jpg 3960w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/Giuseppe-Conte-e1543918509240-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/Giuseppe-Conte-e1543918509240-768x432.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/Giuseppe-Conte-e1543918509240-1024x577.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/Giuseppe-Conte-e1543918509240-334x188.jpg 334w" sizes="auto, (max-width: 3960px) 100vw, 3960px" /></p><p>In molte parti del mondo il <strong>24 dicembre</strong> è la vigilia di Natale e ci si prepara alla festa più sentita dal mondo cristiano. Ma anche in Libia è festa in questa particolare giornata: si celebra, in particolare, l&#8217;indipendenza del paese. Un dettaglio di non poco conto, che dona alla visita del presidente del consiglio Conte, tenuta domenica 23 dicembre, un significato ancora più simbolico. Un capo di governo italiano che, alla vigilia della festa dell&#8217;indipendenza del paese, gira in lungo e largo la Libia incontrando tutti e quattro i principali attori politici è un atto prima di tutto simbolico. La visita, sotto il profilo degli argomenti toccati nei vari colloqui avuti da Conte, non sembra richiamare grosse novità: pur tuttavia, le 12 ore trascorse nel paese africano sembrano lanciare importanti segnali sia in Libia che in Europa. </p>
<p><a href="http://www.occhidellaguerra.it/projects/conflitti-non-dimenticare/" rel="attachment wp-att-61704"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-61704" src="http://www.occhidellaguerra.it/wp-content/uploads/2018/11/strip_occhi_articolo_libia.jpg" alt="strip_occhi_articolo_libia" /></a></p>
<p>Le quattro tappe del viaggio di Conte</p>
<p>Come scrive lo stesso premier su Facebook, dopo la maratona tra i meandri della legge di bilancio al Senato, <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="https://www.facebook.com/GiuseppeConte64/photos/pcb.538814253267211/538813956600574/?type=3&amp;theater">Conte intorno alle sei del mattino si mette in viaggio verso Tripoli</a>. La prima visita è nella capitale libica e questo è già un passo non indifferente: dopo le sortite lampo dei mesi scorsi del vice premier Salvini, del ministro degli Esteri Moavero e del sotosegretario Del Re, adesso è la volta del capo dell&#8217;esecutivo. Conte arriva a Tripoli con la consapevolezza di rappresentare uno dei governi più attivi a livello internazionale sul dossier libico. La prima trappa prevede l&#8217;incontro con il numero uno del consiglio presidenziale libico, <strong>Fajez Al Sarraj</strong>. Il capo dell&#8217;esecutivo riconosciuto dall&#8217;Onu traccia a Conte una sorta di resoconto della situazione politica degli ultimi mesi a Tripoli: dalle riforme economiche approvate a settembre, ai passi effettuati dopo la conferenza di Palermo di novembre. Su quest&#8217;ultimo fronte, Al Sarraj e Conte avrebbero anche discusso delle iniziative intraprese all&#8217;interno del paese per l&#8217;organizzazione della conferenza di gennaio, <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.occhidellaguerra.it/ecco-il-piano-dell-onu-sulla-libia/">passo propedeutico alle elezioni previste in primavera secondo il piano voluto dall&#8217;Onu. </a></p>
<p>Dopo l&#8217;incontro con Al Sarraj, il presidente del consiglio ha tenuto un colloquio con <strong>Khaled Al-Mishri</strong>. È questa la seconda tappa in programma nella giornata libica di Conte, sempre a Tripoli. Un incontro che vuole rappresentare, al pari dell&#8217;invito inviato allo stesso Al-Mishri per la conferenza di Palermo, la considerazione del governo italiano verso l&#8217;Alto Consiglio di Stato presieduto dall&#8217;esponente politico libico.<strong> Successivamente da Tripoli la delegazione italiana prende la via della Cirenaica</strong>. Qui ovviamente il primo incontro è con <strong>Khalifa Haftar</strong>, il terzo tra Conte ed il generale nel giro di cinquanta giorni. Dopo infatti la stretta di mano a Palermo e <a href="http://www.occhidellaguerra.it/il-dietro-le-quinte-dell-incontro-conte-haftar/">la visita dell&#8217;uomo forte della Cirenaica a Roma ad inizio dicembre</a>, adesso il nuovo colloquio è direttamente a Bengasi. Anche in questo caso il significato simbolico appare più importante degli argomenti toccati tra i due, i quali sono gli stessi affrontati nelle settimane precedenti: esercito, percorso verso le elezioni, riappacificazione della Libia. La quarta ed ultima tappa, prima del rientro a Roma, è invece ancora più ad est: a Tobruk infatti, Giuseppe Conte incontra <strong>Aguila Saleh</strong>, presidente del parlamento che si riunisce nella città più orientale della Cirenaica. Poi intorno alle 20:00, il presidente del consiglio riprende l&#8217;areo alla volta dell&#8217;Italia. </p>
<p>Il significato della giornata libica del premier</p>
<p>Quattro tappe, quattro incontro e tutti e quattro i rappresentanti principali della Libia incontrati nel giro di poche ore. Il governo italiano sembra essere riuscito a battere più di un colpo, sia verso il paese africano che verso la sponda europea del Mediterraneo. Incontrare tutti i principali vertici del paese alla vigilia della festa nazionale dell&#8217;indipendenza, è un gesto che sia a Tripoli che in Cirenaica viene apprezzato. Una mossa che dona, in particolare, l&#8217;impressione non solo dell&#8217;attenzione del governo di Roma verso la Libia, ma anche del credito che l&#8217;Italia dà ad ogni principale istituzione impegnata nel frastagliato quadro del paese africano. È forse quello che si aspettano tutti i più importanti attori libici, desiderosi ciascuno di poter vantare un ruolo nel processo di stabilizzazione del paese. Ma la giornata libica di Conte segna anche il passo dell&#8217;Italia a livello internazionale: se già appaiono rare le comparse di capi di Stato e di governi europei in Libia nel dopo Gheddafi, riuscire a mandare un presidente del consiglio non solo a Tripoli ma anche in Cirenaica per Roma vuol significare la continuità di quanto fatto nel <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.occhidellaguerra.it/libia-gli-elementi-positivi-per-l-italia-del-vertice-di-palermo/">vertice di Palermo</a>. L&#8217;Italia quindi vuole continuare a seguire da vicino il dossier libico, senza lasciare nulla al caso e senza lasciare indietro nessuna delle autorità che in questo momento si contendono il potere in Libia. </p>
<p>L’Italia non può prescindere dalla Libia. E noi vogliamo tornare sul campo per raccontarvi la nostra sfida. <a href="http://www.occhidellaguerra.it/projects/conflitti-non-dimenticare/">Scopri come sostenerci</a></p>
<p><strong>Ma resta comunque ancora molto da fare</strong>. Se sotto il profilo simbolico e politico la visita di Giuseppe Conte appare un punto a favore dell&#8217;Italia, nel concreto adesso bisogna dare seguito ai buoni segnali arrivati in questo 23 dicembre. Bisogna dunque, in primis, continuare nel supportare il dialogo tra le parti in causa libiche per arrivare a rispettare le scadenze del piano Onu, a cominciare dalla conferenza nazionale prevista a gennaio. Occorre, in poche parole, arrivare ai passi concreti dopo i primi significativi passi politici compiuti nel dopo vertice di Palermo. E, in tal senso, <strong>molti punti sono ancora in ballo</strong>: unificazione delle banche centrali, unificazione dell&#8217;esercito, definitiva approvazione della legge per il referendum costituzionale, ristabilimento di normali condizioni di sicurezza, oltre che diversi altri elementi significativi. Il percorso è quindi ancora tutto da compiere. </p>

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		<title>Haftar è pronto ad entrare a Tripoli:  come cambia la questione migranti</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/haftar-e-pronto-ad-entrare-a-tripoli.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Sep 2018 14:03:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Bengasi]]></category>
		<category><![CDATA[Tripoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1400" height="909" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/LP_7824169.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/LP_7824169.jpg 1400w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/LP_7824169-300x195.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/LP_7824169-768x499.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/LP_7824169-1024x665.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1400px) 100vw, 1400px" /></p>
<p>Forse a questo punto la questione non riguarda più il &#8220;se&#8221;, ma semplicemente il &#8220;quando&#8221;. Khalifa Haftar è destinato ad arrivare a Tripoli, ad essere l&#8217;uomo forte anche della Tripolitania e non solo della &#8220;sua&#8221; Cirenaica. Lo si evince dalle nuove evoluzioni sul campo, da quelle all&#8217;interno delle stanze della diplomazia e da un&#8217;esigenza, sempre &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/haftar-e-pronto-ad-entrare-a-tripoli.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1400" height="909" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/LP_7824169.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/LP_7824169.jpg 1400w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/LP_7824169-300x195.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/LP_7824169-768x499.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/LP_7824169-1024x665.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1400px) 100vw, 1400px" /></p><p>Forse a questo punto la questione non riguarda più il &#8220;se&#8221;, ma semplicemente il &#8220;quando&#8221;. <strong>Khalifa Haftar</strong> è destinato ad arrivare a Tripoli, ad essere l&#8217;uomo forte anche della Tripolitania e non solo della &#8220;sua&#8221; Cirenaica. Lo si evince dalle nuove evoluzioni sul campo, da quelle all&#8217;interno delle stanze della diplomazia e da un&#8217;esigenza, sempre più avvertita dalla popolazione, di rivedere finalmente una Libia stabile e sicura. Ed al momento attuale appare soltanto Haftar l&#8217;uomo in grado, almeno militarmente, di riunificare l&#8217;intero territorio libico. Se ne sono accorti anche alcuni attori sia esterni che interni fondamentali per il passato ed il futuro del paese africano: <strong>l&#8217;Italia e le tribù. </strong></p>
<p>Haftar pronto a siglare un patto con le tribù? </p>
<p>Non costituiscono certamente mistero le velleità di Haftar. Il generale non si accontenta della sola Cirenaica,<strong> il suo obiettivo è essere autore e guida della nuova Libia riunificata</strong>. Per farlo però, non può contare solo sul suo esercito. Tante le insidie, a partire dalle milizie islamiste, che possono rallentare se non ostacolare del tutto l&#8217;avanzata di Haftar verso Tripoli. Del resto è bene anche considerare che il suo esercito da quattro anni è in guerra nell&#8217;ambito della cosiddetta &#8220;<strong>operazione dignità</strong>&#8220;, dunque i suoi uomini appaiono sfiancati da battaglie che dal 2014 hanno portato alla riconquista di importanti città in mano agli islamisti, Bengasi su tutte.<strong> Per arrivare nel cuore della capitale libica, Haftar deve fare &#8220;breccia&#8221; nelle milizie tripoline</strong>. Deve cioè cercare alleati in Tripolitania tra gruppi e tribù che possono aiutarlo a controllare il territorio.<a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.occhidellaguerra.it/tripoli-oramai-precipita-nel-caos/"> E forse l&#8217;escalation della Settima Brigata di fine agosto</a>, che ha dato il via agli scontri di Tripoli, si può leggere in questa ottica. Haftar ha ottimi rapporti con la tribù di <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.occhidellaguerra.it/misurata-e-tarhuna-le-due-citta-stato-della-libia/">Tahrouna</a>, la cittadina a sud di Tripoli in cui ha sede la Settima Brigata, così come con le milizie di <strong>Zintan</strong>. Proprio loro potrebbero dare l&#8217;ultima spallata ad Al Serraj. </p>

<p>Ma non solo: a sud di Tripoli vi è Bani Walid, centro di riferimento per la tribù dei <strong>Warfalla</strong>, la più numerosa ed importante dell&#8217;intera Libia. I Warfalla sono sempre stati vicini a Gheddafi, ma una parte di questa tribù nel 2011 ha scaricato il rais e questo ha inciso nei rapporti di forza della lotta tra lealisti e ribelli. Oggi però gran parte dei Warfalla sembrano essere poco in linea con il governo di Al Serraj, quello cioè che ufficialmente dovrebbe controllare almeno la Tripolitania. In questa ottica, i Warfalla potrebbero decidere di sostenere Haftar od almeno non ostacolare eventuali sue avanzate. Con loro, anche altri tribù potrebbero quindi decidere di dare il disco verde al generale della Cirenaica. <strong>Haftar ha bisogno delle tribù, ma anche le tribù iniziano ad avere bisogno di Haftar</strong>. Persino loro, che da sempre compongono l&#8217;ossatura della società libica, non riescono a tenere a bada la popolazione in uno stato di conflitto perenne ed oramai cronicamente latente. </p>
<p>Un reciproco interesse dunque, che a breve può anche portare ad un vero e proprio matrimonio d&#8217;interesse. Diversi segnali vanno in questa direzione, a partire dalle dichiarazioni di martedì del portavoce di Haftar: &#8220;Formeremo –<a href="http://www.occhidellaguerra.it/nuovi-scontri-ed-ancora-caos-a-tripoli/"> afferma Ahmed al Mesmari</a> – un fronte militare nella regione occidentale dopo aver preso il controllo di alcuni punti importanti”. <strong>Una dichiarazione in cui il fronte di Haftar inizia a sbilanciarsi</strong>, con l&#8217;obiettivo palese ed esplicito di creare un forte gruppo in Tripolitania che comprenda evidentemente fazioni e tribù pronte a saltare sul carro del generale della Cirenaica. </p>
<p>E l&#8217;Italia? </p>
<p>Lo stesso discorso inerente i rapporti tra Haftar e le tribù, è possibile farlo anche per quanto concerne i rapporti tra Haftar e l&#8217;Italia. Il generale ha bisogno di Roma, Roma ha bisogno del generale. La visita di Moavero a Bengasi dei giorni scorsi lo dimostra. Il nostro ministro degli esteri, spinto anche dal rinvigorito rapporto tra Italia ed Egitto (sponsor principale di Haftar), nell&#8217;incontro con il generale ha illustrato i piani futuri del nostro paese per la Libia chiedendo garanzie all&#8217;attuale leadership della Cirenaica. Si punta, in particolare, <strong>alla questione legata all&#8217;immigrazione ed al successo del summit per la Libia</strong> che l&#8217;Italia vuole organizzare nel mese di novembre in Sicilia. Su entrambi i fronti, Haftar avrebbe mostrato un atteggiamento di collaborazione. Roma ha quindi inglobato il generale tra gli attori con cui dialogare per il futuro e senza il quale si rischierebbe di ledere i vistosi interessi energetici del nostro paese. Ma anche Haftar, da sempre considerato più vicino a Macron, non vuole lasciare l&#8217;Italia fuori dalla Libia. </p>
<p>La ricostruzione del paese, la ripresa dei rapporti diplomatici con le nazioni del Mediterraneo, il ristabilimento della sicurezza e dell&#8217;ordine in Libia sono tutti elementi che non possono essere attuati senza l&#8217;aiuto dell&#8217;Italia. Ecco perché Roma ed Haftar hanno reciproci interessi e nessuno può lasciare fuori l&#8217;altro. Ed ecco perché dunque, molto probabilmente, anche l&#8217;Italia avrebbe poter già dato il proprio benestare all&#8217;arrivo di Haftar direttamente a Tripoli. Per Al Serraj sarebbe già pronto un salvacondotto o, quanto meno, un&#8217;onorevole uscita di scena. Del resto anche le parole dell&#8217;inviato speciale dell&#8217;Onu in Libia, <strong>Ghassan Salamé</strong>, non sono più molto tenere verso Al Serraj: &#8220;Non possiamo più accettare di vedere la rovina di Tripoli davanti ai nostri occhi&#8221;, sono le sue frasi rivolte all&#8217;attuale premier libico nel corso di un&#8217;intervista per un&#8217;emittente giordana. Segno che anche l&#8217;Onu ha già messo in conto la fine politica del governo Al Serraj. </p>
<p>Come detto ad inizio articolo, adesso il problema non è più se Haftar riesce o meno nell&#8217;intento di prendere Tripoli, ma quando. <strong>E non è però una domanda secondaria</strong>: il generale aspetterà i tempi dell&#8217;Onu (e dell&#8217;Italia) oppure agirà il prima possibile <em>manu militari</em> forte di un eventuale sostegno delle tribù? La risposta a questo interrogativo contiene forse la chiave del futuro prossimo della nostra ex colonia. </p>

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		<title>Il destino della Libia dopo l&#8217;omicidio di Misurata</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/destino-della-libia-lomicidio-misurata.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Dec 2017 09:38:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Bengasi]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[mediterraneo]]></category>
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		<category><![CDATA[Sirte]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="3500" height="2451" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/08/1400429576-generale.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/08/1400429576-generale.jpg 3500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/08/1400429576-generale-300x210.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/08/1400429576-generale-768x538.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/08/1400429576-generale-1024x717.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 3500px) 100vw, 3500px" /></p>
<p>Spesso l’opinione pubblica si spacca tra chi crede nelle coincidenze e chi, al contrario, non è portato a concepire l’esistenza della casualità affidando dunque, di fatto, ogni avvenimento a precisi disegni studiati più o meno a tavolino: la verità, quasi sempre, sta nel mezzo e questo non può che valere anche per un contesto così &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/destino-della-libia-lomicidio-misurata.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="3500" height="2451" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/08/1400429576-generale.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/08/1400429576-generale.jpg 3500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/08/1400429576-generale-300x210.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/08/1400429576-generale-768x538.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/08/1400429576-generale-1024x717.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 3500px) 100vw, 3500px" /></p><p>Spesso l’opinione pubblica si spacca tra chi crede nelle coincidenze e chi, al contrario, non è portato a concepire l’esistenza della casualità affidando dunque, di fatto, ogni avvenimento a precisi disegni studiati più o meno a tavolino: la verità, quasi sempre, sta nel mezzo e<strong> questo non può che valere anche per un contesto così tribolato quale quello libico</strong>; più che coincidenze o fatalità, spesso sono i richiami dati da alcuni elementi oggettivi ad influenzare determinati accadimenti e le date, ad esempio, ne sono un’autentica dimostrazione. L’avvicinarsi di una data importante tanto a livello pratico quanto simbolico, può essere foriera dell’inizio di determinate velleità; <strong>in Libia il 17 dicembre scorso è accaduto di tutto</strong>: è stato ucciso il Sindaco di Misurata, Haftar ha parlato al suo ‘esercito’ utilizzando toni aspri ed annunciando di fatto la sua candidatura a leader del paese, a sud di Sirte sono scoppiati scontri tra uomini fedeli al generale libico e milizie legate al rivale Al Serraj, anche a Tripoli si sono vissute ore di tensione culminate in combattimenti.</p>
<p>Né coincidenze, né disegni premeditati, semplicemente <strong>il 17 dicembre è stato il secondo anniversario degli accordi di Skhirat</strong> e quindi del compromesso che ha dato il via all’esperienza di Al Serraj quale capo del governo riconosciuto internazionalmente; il 17 dicembre era quindi una data sentita a livello simbolico, così come da un punto di vista prettamente pratico: in tanti, a partire da Haftar, hanno iniziato a considerare privo di ogni legittimità il governo di Al Serraj e questo, da più parti, ha generato la volontà dei diversi attori in campo di rimescolare le carte anche in vista delle possibili elezioni del prossimo anno. In poche parole, <strong>la Libia dopo il 17 dicembre rischia di essere ancora più frammentata e più soggetta a scontri e destabilizzazioni.</strong></p>
<p>Haftar ed il discorso di Bengasi</p>
<p>Proprio lo scorso 17 dicembre il generale Haftar, in quella che ritiene la ‘sua’ capitale, ha voluto mostrare i muscoli: in tv, <a href="https://www.reuters.com/article/us-libya-security/east-libyan-commander-haftar-says-u-n-backed-government-obsolete-hints-may-run-in-elections-idUSKBN1EB0FB">l’uomo forte della Cirenaica ha definito ‘carta straccia’  gli accordi di Skhirat</a>, sostenendo il fatto che oramai Al Serraj non ha più alcuna legittimazione interna ed internazionale per rimanere in sella a Tripoli. Haftar è riuscito, durante il suo discorso, <strong>a far radunare una piccola folla nelle vie di Bengasi</strong> i cui slogan erano in gran parte rivolti all’ONU ed all’opportunità, manifestata dai sostenitori del generale, di riconoscere il governo cirenaico quale unico interlocutore credibile del paese. Secondo i media locali, in piazza erano presenti un migliaio di cittadini, non proprio la folla oceanica ipotizzata alla vigilia del suo discorso da Haftar, ma nemmeno un totale fallimento specie se si considera che la più importante città della Libia orientale è uscita da poco dalla cruenta e lunga battaglia che ha visto contrapposti, in tutti i quartieri, l’esercito del generale libico con le tante sigle islamiste che controllavano il territorio dalla caduta di Gheddafi.</p>
<p><em>&#8220;Nonostante tutti i brillanti slogan</em> – ha dichiarato, tra le altre cose, Haftar nel suo discorso – <em>durante i colloqui tra i rivali per il potere, dal dialogo di Ghadames e finendo in Tunisia via Ginevra, Skhirat e altri luoghi, è uscito solo inchiostro su carta&#8221;</em>; per Haftar dunque, quella del 17 dicembre non era una ‘<em>data di ricorrenza</em>’ degli accordi di Skhirat, come dichiarato dal Ministro Alfano lo scorso 11 dicembre nel corso della visita dello stesso leader cirenaico a Roma, ma di vera e propria scadenza. Dunque, per l’esecutivo di Tobruck (di cui Haftar è braccio militare) adesso è tempo di ridisegnare l’aspetto istituzionale della Libia; non è un caso che un’altra parte importante del discorso del generale libico indichi chiaramente<strong> l’intenzione di considerare le elezioni come unico strumento per ricevere legittimità</strong>: “<em>Le forze di cui sono a capo, quelle dell’esercito nazionale libico</em> – ha affermato – <em>Sono pronte a sottomettersi agli ordini del popolo libico, l’unico oggi legittimato a decidere”.  </em></p>
<p>A fargli eco, sotto un profilo più politico che militare, è stato il presidente del parlamento di Tobruck, <strong>Aguila Saleh</strong>: <em>“Dobbiamo prepararci alle elezioni</em> – ha dichiarato in una nota pubblicata dalla Reuters –<em> Quella è l’unica strada da seguire”</em>. Le consultazioni, che anche il delegato ONU Salamé vorrebbe far effettuare entro il 2018, <a href="http://www.occhidellaguerra.it/la-libia-ed-rebus-delle-elezioni-si-arrivera-soluzione/">nonostante le cautele russe e le difficoltà oggettive</a> di organizzare la macchina elettorale in un paese profondamente diviso ed in stato di guerra, vengono descritte da più parti come l’unico vero grande obiettivo per i prossimi mesi: in tal senso, da qualche settimana è iniziata la registrazione dei cittadini in appositi collegi elettorali.</p>
<p>Scontri a sud di Sirte</p>
<p>La data del 17 dicembre entra di prepotenza anche nelle dinamiche di quanto sta accadendo a sud di Sirte, luogo natio di Gheddafi e per circa un anno ‘capitale’ dello Stato Islamico installato in Libia; proprio dalla giornata di domenica, a circa 70 km a sud della città sono scoppiati intensi scontri tra l’esercito di Haftar e la coalizione denominata “<em>al Bunian al Marsus</em>”, ossia il gruppo di miliziani che nell’estate 2016 ha combattuto l’ISIS in questa parte della Libia e che, in gran parte, è composto da <strong>militanti della tribù di Misurata</strong>. Un gruppo quindi fedele ad Al Serraj o, perlomeno, vicino al governo riconosciuto dall’ONU ma di fatto lontano dall’essere un vero e proprio esercito; secondo quanto dichiarato da un capo militare di Misurata ad<a href="https://www.agenzianova.com/a/0/1749268/2017-12-19/speciale-difesa-libia-tensioni-a-sirte-tra-forze-al-bunian-e-haftar-dopo-discorso-del-generale-e-uccisione-sindaco-di-misurata"> AgenziaNova</a>, entrambe gli schieramenti stanno concentrando ingenti forze nella zona la quale risulta strategica sia perché, lungo la linea di costa, si trova a metà strada tra Tripoli e Bengasi e sia perché, soprattutto,<strong> essa è molto vicina alla ‘Mezzaluna petrolifera’ di Ras Lanuf</strong> in mano agli uomini di Haftar.</p>
<p>La posizione internazionale sugli accordi di Skhirat</p>
<p>L’omicidio del Sindaco di Misurata, rientra quindi nel contesto più ampio di un paese che, alla scadenza di accordi che peraltro non hanno raggiunto gli obiettivi prefissati, adesso si ritrova sempre più alla deriva; a livello internazionale però, <strong>gli accordi siglati in Marocco due anni fa appaiono ancora validi</strong>: non solo l’Italia e l’Europa, ma anche<strong> Algeria, Tunisia ed Egitto</strong> hanno auspicato il proseguimento della fragile via del dialogo considerando in vigore quanto stabilito il 17 dicembre 2015. <strong>La posizione di Haftar dunque, non sembra avere massicci consensi a livello internazionale</strong>: lo stesso presidente egiziano Al Sisi, tra i partner più vicini al generale libico, non ha avallato l’idea di considerare tramontata del tutto l’era apertasi a Skhirat. In Libia però, <strong>c’è già chi parla della data dello scorso 17 dicembre come vero e proprio spartiacque</strong>: attorno al semplice richiamo della  scadenza degli accordi sopra citati, continuano a ruotare gran parte delle nuove tensioni sfociate in scontri e dichiarazioni bellicose.</p>
<p>Quello di Misurata in poche parole, potrebbe non essere l’ultimo episodio clamoroso all’interno dello scenario libico; tra scadenze, ambizioni di singole fazioni o di singoli personaggi, destabilizzazioni ed un quadro sociale nel frattempo sempre più disastrato, da qui ai prossimi mesi la Libia sembra destinata a vivere sempre più in uno stato di perenne tensione.</p>
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		<title>Ora scatta la prima condanna  per l&#8217;attacco al consolato di Bengasi</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/ora-scatta-la-condanna-lattacco-al-consolato-bengasi.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Nov 2017 08:17:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Bengasi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1111" height="740" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/11/bengasi.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/11/bengasi.jpg 1111w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/11/bengasi-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/11/bengasi-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/11/bengasi-1024x682.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1111px) 100vw, 1111px" /></p>
<p>Colpevole di terrorismo e dunque riconosciuto mente di uno dei più gravi attacchi perpetuati contro obiettivi americani, pur tuttavia non colpevole di omicidio: è questo il verdetto della Giuria Federale che a Washington, nelle scorse ore, ha condannato Ahmed Abu Khattala, il cittadino libico che già da diversi anni è il principale sospettato per quanto &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/ora-scatta-la-condanna-lattacco-al-consolato-bengasi.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1111" height="740" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/11/bengasi.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/11/bengasi.jpg 1111w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/11/bengasi-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/11/bengasi-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/11/bengasi-1024x682.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1111px) 100vw, 1111px" /></p><p><strong>Colpevole di terrorismo</strong> e dunque riconosciuto mente di uno dei più gravi attacchi perpetuati contro obiettivi americani, pur tuttavia <strong>non colpevole di omicidio</strong>: <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/attentato-ambasciata-usa-in-libia-corte-miliziano-libico-colpevole_3109275-201702a.shtml">è questo il verdetto</a> della Giuria Federale che a Washington, nelle scorse ore, ha condannato <strong>Ahmed Abu Khattala</strong>, il cittadino libico che già da diversi anni è il principale sospettato per quanto accaduto a Bengasi nel settembre 2012 quando, presso il consolato statunitense della seconda città libica, <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.lastampa.it/2012/09/14/esteri/nell-ultimo-rifugio-di-stevens-l-hanno-portato-fuori-morto-JfrQd8STm4MNDRWFI6ihbM/pagina.html">durante un attacco terroristico</a> è rimasto ucciso l’ambasciatore USA<strong> Christopher Stevens</strong>, assieme anche ad altri tre connazionali. Khattala è stato catturato in Libia nel 2014 e, da allora, è stato detenuto negli Stati Uniti in attesa del processo; nelle scorse ore dunque il verdetto: dei 15 capi d’imputazione pendenti su di lui, ha ‘resistito’ soltanto quello inerente l’accusa di terrorismo, mentre tutti gli altri sono stati archiviati tra cui quello più importante che lo vedeva imputato per omicidio.</p>
<p>L’attentato che fece vacillare la presidenza Obama</p>
<p>Una data simbolica ed un atto che ha destato profonda commozione e sconcerto negli USA: è stato questo il mix di emozioni vissute negli States quando, l’11 settembre 2012, i principali network hanno puntato le telecamere su Bengasi mostrando le immagini del consolato in fiamme. La mente di tutti, in quella giornata, è andata non solo all’anniversario dell’attacco alle torri gemelle, ma anche alla dinamica degli attentati nelle ambasciate USA di Nairobi e Dar Es Salam del 1998, primo importante colpo ad obiettivi sensibili americani all’estero orchestrato da Al Qaeda; alla fine di quella drammatica giornata di settembre di oramai cinque anni fa, gli Stati Uniti hanno contato quattro morti, tra cui il proprio ambasciatore nel paese nordafricano.<strong> Un episodio che inevitabilmente ha scosso il paese</strong>, il quale si stava tra le altre cose preparando alla campagna elettorale per le presidenziali del novembre di quell’anno; Barack Obama, che correva per la riconferma sfidando Mitt Romney, è uscito indebolito dall’attacco contro il consolato di Bengasi.</p>
<p>Segretario di Stato all’epoca era<strong> Hillary Clinton</strong>, principale bersaglio della critica con soprattutto i repubblicani che puntavano il dito contro l’ex first lady per una gestione giudicata inadeguata dell’intera faccenda; ma non solo: negli anni successivi, diverse inchieste hanno tirato in ballo la Clinton sia per il singolo episodio di Bengasi, che per il suo appoggio dato ai cosiddetti ‘ribelli’ libici in funzione anti Gheddafi, decisivo per far piombare il paese nordafricano nel caos. Nel novembre 2012 Barack Obama è riuscito a vincere le elezioni, ma alla Segreteria di Stato nella sua nuova amministrazione è andato John Kerry, il quale ha sostituito la Clinton e, forse, alla base di questa decisione ha contribuito anche la morte dell’ambasciatore americano in Libia; nel 2013<strong> alcuni documenti resi pubblici dalla ABC</strong>, hanno portato alla luce anche dei tentativi di insabbiamento di alcune negligenze imputate alla Segreteria di Stato USA. Il peso dell’attentato di Bengasi, ha avuto risvolti anche nella recente campagna elettorale, dove <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.ansa.it/usa_2016/notizie/2016/06/28/bengasi-hillary-ignoro-rischi_638eeea6-f920-4369-861a-0006d80408d3.html">Trump ha spesso accusato la Clinton</a> di essere inadatta al ruolo di Presidente proprio per la presunta inadeguatezza nella gestione del caso del 2012.</p>
<p>Chi è Ahmed Abu Khattala</p>
<p>Anche se sono caduti 14 dei 15 capi d’imputazione, a Khattala comunque la condanna per terrorismo potrebbe costargli 60 anni di prigione; la sentenza delle scorse ore pronunciata a Washington, ha riconosciuto al libico un ruolo importante nell’organizzazione dell’attentato e nella ‘guida morale’ del gruppo che ha poi materialmente attaccato la sede diplomatica. Pur tuttavia, i giudici non hanno ritenuto sufficienti le prove contro di lui per l’accusa di omicidio; chi dunque ha provocato nei fatti la morte di Christopher Stevens, non ha al momento né nome e né cognome. L’ambasciatore, secondo il rapporto degli inquirenti che hanno ricostruito i momenti dell’attacco, sarebbe morto per asfissia: fatali per lui i colpi di mortaio contro la sede diplomatica sparati dai miliziani libici, i quali hanno provocato un incendio che non ha lasciato scampo;<strong> il tutto è avvenuto nel giro di tredici ore</strong>, da quando cioè sono iniziate le prime avvisaglie dell’attacco, poi la situazione è degenerata fino al caos che ha comportato il decesso dei quattro funzionari americani.</p>

<p>La figura di Ahmed Abu Khattala è emersa già prima della guerra civile libica; nato a Bengasi, cresciuto nel capoluogo della Cirenaica, un <a href="http://www.nytimes.com/projects/2013/benghazi/?hp">articolo </a>del 2013 del New York Times scopre che la sua occupazione era quella di imprenditore edile ma, dai primi anni 2000, è stato rinchiuso all’interno del carcere di Tripoli <strong>in quanto accusato di sostegno all&#8217;estremismo islamico</strong>. Pur tuttavia, nonostante le sue idee fondamentaliste, non è mai stato affiliato ad alcun gruppo; con lo scoppio della guerra anti Gheddafi e con l’inizio dei bombardamenti NATO sulla Libia, Khattala ha fondato un gruppo di miliziani armati che ha per diversi mesi combattuto contro le forze governative a Bengasi. L’avvocato difensore di Khattala, durante il processo negli USA, <a href="https://www.theguardian.com/us-news/2017/nov/28/benghazi-attack-not-guilty-murder-ahmed-abu-khattala">ha sostenuto che il suo assistito non è mai stato un terrorista</a>, bensì un patriota; ma i giudici, sotto questo profilo, hanno dato ragione all’accusa: <strong>Khattala ha operato come terrorista</strong> e, da fondatore di una milizia di Bengasi, ha guidato l’attacco costato la vita all’ambasciatore americano. Nella sentenza,<strong> emerge tutta la contraddizione della posizione USA su Gheddafi</strong>: la Corte Federale ha condannato Khattala per la stessa tipologia di reato che, durante il governo del colonnello, ha contribuito a tenere in carcere in Libia il cittadino libico.</p>
<p>Un islamista che ha combattuto con la protezione dei bombardamenti NATO e che, ad un anno dalla fine di Gheddafi, ha contribuito all’uccisione dell’ambasciatore USA: quella di Khattala è una delle tante storie che compongono il puzzle degli errori compiuti in occidente negli ultimi anni in Medio Oriente.</p>
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		<title>Libia, riapre il porto di Bengasi  Uno &#8220;spot&#8221; per il generale Haftar</title>
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		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Sep 2017 12:02:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Bengasi]]></category>
		<category><![CDATA[Petrolio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="978" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/09/OLYCOM_20170918191153_24342578.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/09/OLYCOM_20170918191153_24342578.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/09/OLYCOM_20170918191153_24342578-300x196.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/09/OLYCOM_20170918191153_24342578-768x501.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/09/OLYCOM_20170918191153_24342578-1024x668.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>In Libia, oltre che alla guerra sul campo ed oltre ad un contesto diplomatico molto attivo tra le varie parti in causa, si accende anche un’altra battaglia; si tratta della rincorsa alle infrastrutture: porti da recuperare, industrie petrolifere da riattivare, strade ed arterie da rimettere in sicurezza, nell’ex colonia italiana ogni elemento recuperato alla normale &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/libia-riapre-porto-bengasi-uno-spot-generale-haftar.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="978" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/09/OLYCOM_20170918191153_24342578.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/09/OLYCOM_20170918191153_24342578.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/09/OLYCOM_20170918191153_24342578-300x196.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/09/OLYCOM_20170918191153_24342578-768x501.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/09/OLYCOM_20170918191153_24342578-1024x668.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>In Libia, oltre che alla guerra sul campo ed oltre ad un contesto diplomatico molto attivo tra le varie parti in causa, si accende anche un’altra battaglia; si tratta della rincorsa alle infrastrutture: porti da recuperare, industrie petrolifere da riattivare, strade ed arterie da rimettere in sicurezza, nell’ex colonia italiana ogni elemento recuperato alla normale attività ed alla consueta fruizione oltre ad essere un nuovo vantaggio strategico verso le rispettive controparti interne al mosaico libico, rappresenta anche un momento di vanto e propaganda importante, al fine di accreditarsi sia verso le tribù che verso gli attori internazionali come univi e veri rappresentanti del paese. E’ il caso, ad esempio, del ‘recupero lampo’ del porto di Bengasi: <strong>seconda città della Libia</strong>, spesso in contrapposizione a Tripoli in quanto capoluogo di una Cirenaica periferica rispetto al potere centrale tripolitano, a poco più di due mesi dalla liberazione ad opera dell’esercito di Haftar che ha allontanato le ultime sacche islamiste adesso Bengasi vedrà il proprio porto riattivato.</p>
<p>La funzione strategica del porto principale della Cirenaica</p>
<p>Così come si legge su <em><a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="https://www.libyaherald.com/2017/09/08/benghazi-port-to-open-in-october/">Lybia Herald</a></em>, a partire dal prossimo primo ottobre il porto di Bengasi tornerà nuovamente fruibile e funzionale; è proprio nei quartieri vicini la struttura portuale che si è combattuto aspramente in questi anni, specie dopo l’avvio nel 2014 dell’operazione denominata ‘Dignità’ da parte delle truppe di Haftar, con le quali sono stati cacciati i gruppi islamisti che avevano preso il controllo del territorio subito dopo la fine dell’era di Gheddafi. Ma subito dopo il 6 luglio, giorno in cui il governo di Tobruck ha annunciato la liberazione di Bengasi, tecnici ed operai si sono messi a lavoro per riparare i vari danni e far tornare nuovamente attivo il porto; per la città, il tutto ha il valore di una grande boccata d’ossigeno: anche se non sarà subito a pieno regime, la struttura permetterà il ritorno al lavoro di diversi dipendenti, oltre a ridare al capoluogo cirenaico quella funzione commerciale e politica appannata dopo il 2011 per via degli scontri e del conflitto imperversato tra le vie cittadine.</p>

<p>Ma non solo: <strong>per l’intera Cirenaica riaprire il porto di Bengasi vuol dire potersi nuovamente permettere un livello di estrazione e quindi esportazione petrolifera medio alto</strong>, anche se non da subito uguale ai livelli pre bellici; da Ras Lanuf o da altre zone interne della regione, si potrà nuovamente fare affidamento al porto di Bengasi riparato e messo in sicurezza per far partire tir, camion e petroliere alla volta dell’Italia e del resto d’Europa. Per il generale Haftar, il cui governo di riferimento ha ancora sede a Tobruck ma che de facto controlla quasi per l’intero la Cirenaica (oltre che parti del Fezzan e del governatorato di Sebah), la riapertura del porto di Bengasi è anche un vantaggio strategico rispetto ai rivali e, in primis, rispetto a quelle milizie di Misurata che rappresentano il blocco più duro del variegato mosaico che compone la ‘Terza Forza’, ossia il braccio armato a sostegno di Al Serraj e quindi del governo voluto dall’ONU; per il generale che aspira a rappresentare l’intera Libia, il porto di Bengasi rappresenta il nuovo avamposto strategico per il suo esercito e, di riflesso, per i suoi alleati militari e politici.</p>
<p>La riapertura del porto come arma di propaganda</p>
<p>Ma il vantaggio non è soltanto commisurabile a livello meramente politico o militare: poter mostrare immagini in cui viene festeggiata un’opera strategica recuperata e nuovamente fruibile, è indubbiamente materiale di propaganda da poter esibire tanto ai libici quanto all’estero; in particolare, Bengasi potrà vantare di essere arrivata in tal senso prima di Tripoli, il cui porto è fruibile ma dove la situazione sul fronte della sicurezza risulta essere ancora precaria e dove quindi appare molto lontano un ritorno alla normalità. Per Haftar il tutto si traduce nella possibilità di accreditarsi quale unico vero rappresentante del governo del paese in quanto è al momento l’unico capace di mettere in sicurezza una città come Bengasi e, soprattutto, l’unico attore la cui autorità si estende in una Libia in cui si inizia a parlare già di ricostruzione e non solo di battaglie e lotta al terrorismo.</p>

<p>Il porto del secondo centro libico, potrebbe essere quindi una vera e propria cartina di tornasole capace di incidere su due fronti: da un lato infatti,<strong> in Libia il ritorno alla normalità a Bengasi</strong> darebbe all’intera opinione pubblica l’idea che soltanto il governo di Tobruck, oltre a garantire la sicurezza e la riconquista dei territori, può anche essere capace di amministrare il territorio e di far ripartire quindi la ricostruzione e l’economia di un paese devastato dopo la cacciata di Gheddafi; dall’altro,<strong> Haftar si potrebbe porre come unico interlocutore affidabile e capace</strong> di far sentire gli effetti delle sue azioni in un vasto territorio da lui controllato, a differenza di un Al Serraj che, al contrario, è costretto a rivolgersi alle milizie di Misurata per la sua sicurezza ed a governare Tripoli da un ufficio posto su una nave presente nel porto della capitale.</p>
<p>A Bengasi l’embrione della nuova Libia?</p>
<p>L’impressione è che, a prescindere anche dalla questione relativa al porto di Bengasi, la Cirenaica potrebbe apparire sempre di più come una sorta di vera anticipazione di quelli che potrebbero essere gli assetti libici in vista di un ritorno, al momento comunque lontano, all’unità nazionale; la riapertura di infrastrutture strategiche ed il ritorno a livelli di estrazione petrolifera vicini a quelli pre 2011, sembrano voler indicare in qualche modo come la Libia di un prossimo futuro passa dal presente e dall’attualità della Cirenaica e del suo capoluogo. Non è un caso che, lo scorso 5 settembre,<strong> l’incontro tra il nostro Ministro degli interni ed Haftar sia avvenuto proprio a Bengasi e non a Tobruk</strong>; il summit, rimasto riservato fino alla sua conclusione, ha avuto luogo nella città cirenaica utilizzata dal generale libico, per la prima volta, come sede di incontri istituzionali.</p>

<p>Del resto, proprio il nostro governo è tra i sostenitori della linea secondo cui, per contrastare i più negativi fenomeni che avvengono in una Libia destabilizzata, a partire dalla questione immigrazione, nell’ex colonia italiana la situazione deve in qualche modo tornare alla normalità: non solo più sicurezza e più controlli, ma anche ripresa delle attività industriali e di quelle estrattive, capaci di rimettere in sesto anche l’economia del paese africano che, è bene ricordarlo, era la seconda dell’intero continente africano prima del 2011. In tal senso, l’apertura del porto di Bengasi non può che rappresentare proprio uno spot ed una pubblicità importante per Haftar: è nella sua Libia che si cerca il ripristino della normalità, mentre da altre parti si combatte ancora per avere maggiore sicurezza.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/libia-riapre-porto-bengasi-uno-spot-generale-haftar.html">Libia, riapre il porto di Bengasi  Uno &#8220;spot&#8221; per il generale Haftar</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Libia, cinque anni dopo Gheddafi</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/libia-cinque-anni-gheddafi.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Oct 2016 07:07:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Bengasi]]></category>
		<category><![CDATA[nato]]></category>
		<category><![CDATA[Sahel]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="955" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/1475740834-gheddafi.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/1475740834-gheddafi.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/1475740834-gheddafi-300x149.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/1475740834-gheddafi-768x382.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/1475740834-gheddafi-1024x509.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>“We came, we saw, he died”. “Siamo venuti, abbiamo visto, è morto”. Era il 20 ottobre del 2011 e l’allora segretario di Stato americano, Hillary Clinton, si trovava a Kabul, in Afghanistan. In una pausa fra una serie di interviste televisive, commentava così, sorridendo e parafrasando Giulio Cesare, la notizia della morte del Raìs libico, &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/libia-cinque-anni-gheddafi.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="955" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/1475740834-gheddafi.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/1475740834-gheddafi.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/1475740834-gheddafi-300x149.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/1475740834-gheddafi-768x382.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/1475740834-gheddafi-1024x509.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>“We came, we saw, he died”. “Siamo venuti, abbiamo visto, è morto”. Era il <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.ilgiornale.it/news/gheddafi-ucciso-sirte.html" target="_blank">20 ottobre del 2011</a> e l’allora segretario di Stato americano, <strong>Hillary Clinton</strong>, si trovava a Kabul, in Afghanistan. In una pausa fra una serie di interviste televisive, commentava così, sorridendo e parafrasando Giulio Cesare, la notizia della morte del Raìs libico, il colonnello <strong>Mu&#8217;ammar Gheddafi</strong>.<strong><a href="http://www.occhidellaguerra.it/libia-inizia-la-campagna-della-clinton/" target="_blank">LEGGI ANCHE: In Libia inizia la campagna elettorale di Hillary</a></strong>Quel 20 ottobre di cinque anni fa, a mezzogiorno, i ribelli del Consiglio Nazionale Transitorio braccano il Raìs, in fuga da Sirte, la sua città natale. Le immagini della cattura di Gheddafi fanno il giro del mondo. L’ex dittatore libico circondato dai ribelli che lo hanno appena catturato ha lo sguardo spaesato e il volto tumefatto che gronda sangue. Sono gli ultimi istanti della sua vita. Il potente dittatore che fino a pochi mesi prima era il capo della Jamahiriya libica, implora pietà di fronte ai ribelli che lo circondano. Si asciuga la fronte, mostra il palmo della mano insanguinato, mentre da ogni lato continuano ad accanirsi senza pietà sul suo corpo ferito. Morirà poche ore dopo. Forse ucciso con il suo stesso revolver d&#8217;oro, raccontano le tv americane mentre annunciano la &#8220;liberazione&#8221; della Libia.Il mistero sull&#8217;uccisione di GheddafiA distanza di cinque anni da quel 20 ottobre, però, le ombre sulla morte del Raìs libico, che prese il potere con un colpo di Stato militare nel 1969, rimangono molte. Come molti restano gli interrogativi sulla vicenda. Secondo la versione ufficiale, infatti, sarebbe stato <strong>Omran Shaban</strong>, un giovane combattente del Consiglio di Misurata, ad infliggere il colpo mortale al dittatore, dopo averlo scovato in una conduttura, dove si nascondeva assieme al capo delle forze armate lealiste e alla sua guardia del corpo.<strong><a href="http://www.occhidellaguerra.it/libia-la-nuova-meta-dei-jihadisti/" target="_blank">LEGGI ANCHE: Libia, la nuova meta dei jihadisti</a></strong><a href="http://www.corriere.it/esteri/12_settembre_29/gheddafi-morte-servizi-segreti-francesi-libia_155ed6f2-0a07-11e2-a442-48fbd27c0e44.shtml">Secondo altri testimoni però</a>, ad uccidere il Raìs, sarebbe stato uno<strong> 007 francese</strong>, infiltrato tra i guerriglieri. Parigi, del resto, aveva tutto l’interesse a chiudere la bocca il prima possibile all’ex dittatore che, nel marzo del 2011, dopo che erano state sganciate le prime bombe francesi su Bengasi, aveva minacciato di rivelare<strong> dettagli imbarazzanti sui milioni di dollari versati proprio dal colonnello per finanziare l’ascesa politica dell’allora presidente Sarkozy</strong>.<a href="http://www.occhidellaguerra.it/projects/cristiani-sotto-tiro/" target="_blank"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-17415" src="http://www.occhidellaguerra.it/wp-content/uploads/2016/10/banner_cristiani.jpg" alt="banner_cristiani" /></a>Parte della verità sulla vicenda, però, rimarrà sepolta con Shaban. Un anno dopo l’uccisione di Gheddafi, infatti, Shaban morirà, ventiduenne, in un ospedale di Parigi, dopo essere stato seviziato per cinquanta giorni dai suoi rapitori. Un gruppo di miliziani fedeli al colonnello, che lo sequestrarono nei pressi di Bani Walid, nel distretto di Misurata.Tutti gli errori dell&#8217;OccidenteCosì, a distanza di cinque anni dalla morte di Gheddafi, l’unica cosa certa è che la Libia, un tempo considerata uno dei Paesi più sviluppati dell’area MENA, si è trasformata in uno Stato fallito. Avamposto dello Stato Islamico nel Mediterraneo centrale, crocevia del traffico di esseri umani dall’Africa sub-sahariana verso l’Europa e terreno di scontro fra tre governi, 140 tribù e almeno 230 milizie. Questo, in estrema sintesi, è il <strong>tragico bilancio della rivoluzione del febbraio del 2011</strong>. Dopo l’esecuzione di Gheddafi, infatti, non si celebrò il “giorno della liberazione” come annunciavano i cronisti statunitensi, ma venne inaugurata una nuova guerra di tutti contro tutti, che continua ancora oggi, anche e soprattutto per colpa di una serie di valutazioni errate da parte dell’Occidente.L&#8217;ammissione di ObamaErrori sui quali è arrivata una prima, parziale, ammissione di colpa, nel marzo scorso, quando il presidente americano <strong>Barack Obama</strong>, vicino al termine del suo secondo mandato,<a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.ilgiornale.it/news/mondo/guerra-libia-gheddafi-obama-contro-scrocconi-ue-1234479.html"> in un’intervista al settimanale <em>The Atlantic</em></a>, definì un “disastro” la situazione in Libia, ed un “errore” il suo sostegno all’intervento Nato, voluto dagli alleati di Londra e Parigi. A volere la guerra, per ragioni geostrategiche, fu infatti, soprattutto l’allora presidente francese Sarkozy, che sobillò la rivolta anti-Gheddafi per ottenere il controllo del petrolio libico e per scongiurare la creazione da parte del Raìs <a href="http://www.ilgiornale.it/news/mondo/libia-carte-hillary-clinton-francia-distrusse-litalia-1292792.html">di una nuova moneta unica per gli scambi all’interno dell’Unione Africana</a>.Il ruolo della ClintonNel frattempo dall’altra parte dell’oceano, il dipartimento di Stato americano, allora guidato dall’attuale candidata democratica alla presidenza americana, Hillary Clinton premeva per proteggere i rivoltosi a Bengasi. Ed anche a Washington a prevalere fu, infine, la linea dura. La Clinton non fece mancare il suo sostegno all’operazione Nato <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.occhidellaguerra.it/il-lato-oscuro-della-clinton/">e il suo appoggio ai leader dei rivoltosi, come Mahmoud Jibril</a>. Ignorando che tra i ribelli potesse esserci pure chi coltivava simpatie jihadiste. Come quelli di Ansar al Sharia, che l’11 settembre del 2012 irruppero nel <strong>consolato Usa a Bengasi</strong>, uccidendo brutalmente l’ambasciatore americano Chris Stevens ed altri tre cittadini statunitensi.Nel 2011 fu una vera rivoluzione?Così, a cinque anni dalla morte del Raìs, anche i rivoluzionari della prima ora come Naser Seklani, ex deputato libico, tra i primi ad aderire alla rivolta del 2011, oggi si chiedono se quel febbraio di cinque anni fa fu vera rivoluzione? &#8220;Siamo stati felici di liberarci di Gheddafi, ma cinque anni dopo cominciamo a chiederci chi realmente abbia portato avanti la rivoluzione e sentiamo che non si sia trattato di una vera rivoluzione libica ma sia stata il frutto di una decisione internazionale”, ha detto Seklani in una intervista rilasciata alla <em>Bbc</em>. &#8220;Quello che stanno facendo ora le Nazioni Unite prova questa teoria”, continua Seklani, “perché nelle riunioni che si tengono in questi giorni si sta cercando di <strong>imporre persone che vengono da fuori</strong> e che i libici respingono perché arrivano per lavorare a favore degli Stati Uniti, dell&#8217;Europa, del Qatar e non del popolo&#8221;.I frutti avvelenati del caos libicoIl caos libico ha provocato la <strong>destabilizzazione</strong> dell’intera area sahelo-sahariana. Il<strong> conflitto in Mali del 2012</strong> e il rafforzamento dei <strong>gruppi jihadisti</strong> e criminali operanti nella zona, con i fiumi di armi arrivate nelle mani dei terroristi attraverso i confini porosi del deserto del Sahara, sono solo alcune delle conseguenze della rivoluzione del 2011.I tre governi libiciIn Libia oggi ci sono, di fatto, <strong>tre governi</strong>. Il governo di unità nazionale di <strong>Fayez al Sarraj</strong>, appoggiato dalle Nazioni Unite, e l’<strong>ex esecutivo islamista di Tripoli</strong>, appoggiato da Fratelli Musulmani, Turchia, Sudan e Qatar, che si contendono il controllo della parte occidentale del Paese. Ad est, invece, in Cirenaica, l’<strong>esecutivo di Tobruk</strong> continua a non riconoscere il governo di Tripoli e l’esercito del generale <strong>Khalifa Haftar</strong> si è assicurato il <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.occhidellaguerra.it/libia-haftar-conquista-i-porti-petroliferi/" target="_blank">controllo della cosiddetta “mezzaluna petrolifera”</a>. A distanza di cinque anni dalla morte dell’ex dittatore, quindi, in Libia non è emerso ancora un leader, che possa essere considerato un interlocutore credibile per l&#8217;Occidente e l&#8217;Europa. E dall&#8217;altra parte del Mediterraneo, continua a regnare il caos.</p>
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		<title>&#8220;Nuove mail di Hillary su Bengasi&#8221;</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/nuove-mail-di-hillary-su-bengasi.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Sep 2016 12:39:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Bengasi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="999" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/09/LAPRESSE_20160823094203_20434998.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/09/LAPRESSE_20160823094203_20434998.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/09/LAPRESSE_20160823094203_20434998-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/09/LAPRESSE_20160823094203_20434998-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/09/LAPRESSE_20160823094203_20434998-1024x682.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>Non si placa l&#8217;incubo «emailgate» per la candidata democratica alla Casa Bianca Hillary Clinton. Il Dipartimento di Stato americano ha infatti reso noto che l&#8217;FBI avrebbe recuperato una trentina di e-mail, precedentemente cancellate, che sarebbero correlate all&#8217;attacco al consolato americano del 11 settembre 2012 a Bengasi, in Libia, in cui vennero uccisi l&#8217;ambasciatore J. Christopher &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/nuove-mail-di-hillary-su-bengasi.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/nuove-mail-di-hillary-su-bengasi.html">&#8220;Nuove mail di Hillary su Bengasi&#8221;</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="999" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/09/LAPRESSE_20160823094203_20434998.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/09/LAPRESSE_20160823094203_20434998.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/09/LAPRESSE_20160823094203_20434998-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/09/LAPRESSE_20160823094203_20434998-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/09/LAPRESSE_20160823094203_20434998-1024x682.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>Non si placa l&#8217;incubo «emailgate» per la candidata democratica alla Casa Bianca <strong>Hillary Clinton</strong>. Il Dipartimento di Stato americano ha infatti reso noto che l&#8217;FBI avrebbe recuperato una trentina di e-mail, precedentemente cancellate, che sarebbero correlate all&#8217;attacco al consolato americano del 11 settembre 2012 a Bengasi, in Libia, in cui vennero uccisi l&#8217;ambasciatore <strong>J. Christopher Stevens</strong>, il diplomatico Sean Smith e altri due americani. Come ha riportato nelle scorse ore l&#8217;<em><a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://bigstory.ap.org/article/e9d432f94d6c4dd8811ccda30ef6f24d/fbi-soon-release-documents-related-clinton-email-probe" target="_blank">Associated Press</a></em>, si tratta di messaggi decriptati provenienti dal server di Hillary Clinton nell&#8217;ambito dell&#8217;inchiesta sull&#8217;utilizzo di account e-mail e server privati durante il suo mandato da Segretario di Stato, dal 2009 al 2013.<a href="http://www.occhidellaguerra.it/con-clinton-presidente-sara-la-terza-guerra-mondiale/" target="_blank">Per approfondire: &#8220;Con Clinton presidente sarà guerra mondiale&#8221;</a>Si tratta di e-mail che non farebbero parte del malloppo di 55 mila pagine consegnate e depositate dalla stessa Clinton nei mesi scorsi e contenenti oltre 30 mila e-mail.Il Dipartimento di Stato ha chiesto tempo fino alla fine di settembre per controllare ed esaminare attentamente tutti i documenti, ma il giudice che si occupa del caso, Amit P.Mehta, ha chiesto maggiore celerità nelle operazioni e ha preteso informazioni più dettagliate nel giro di una settimana.L&#8217;ultima udienza si è svolta martedì nell&#8217;ambito di una delle causa intentate dal gruppo legale conservatore Judicial Watch, che ha incalzato l&#8217;ex Segretario di Stato proprio sull&#8217;uso dei server di email privati quando ricopriva tale carica durante il primo mandato del presidente Barack Obama.In sua difesa, la Clinton ha sempre sostenuto che le e-mail cancellate dai server della sua posta elettronica personale nulla avevano a che fare con l&#8217;attività di Segretario di Stato: tuttavia, con l&#8217;avvicinarsi delle elezioni di novembre, i repubblicani spingono per la pubblicazione delle e-mail, e il prima possibile. Un funzionario di polizia, sentito dall&#8217;<em>Associated Press</em> in forma anonima, avrebbe confermato che la documentazione dovrebbe essere presto resa pubblica in nome della legge sul &#8220;Freedom of information act&#8221;, che impone alle amministrazioni pubbliche una serie di regole per permettere a chiunque di conoscere come opera il Governo federale, compreso l&#8217;accesso totale o parziale a documenti classificati.Ma non è finita qui perché Judicial Watch ha presentato 25 domande in merito alla decisione della candidata democratica, appena insediatasi nel 2009, di affidarsi ad un server privato, con sede in un seminterrato di sua proprietà a New York, piuttosto che ad un account governativo. Su questo si è pronunciato all&#8217;inizio di agosto il giudice della Corte Distrettuale Emmet G. Sullivan, il quale ha confermato che la Clinton dovrà rispondere ai quesiti sotto giuramento: le tempistiche non sono ancora chiare e non è stato reso noto se l&#8217;Ex Segetario di Stato dovrà fare chiarezza prima o dopo le elezioni di novembre, benché, almeno secondo &#8220;Judicial Watch&#8221;, la scadenza di questo appuntamento dovrebbe essere entro e non oltre il 29 settembre.<a href="http://www.occhidellaguerra.it/perche-la-clinton-odia-putin/" target="_blank">Per approfondire: Perché la Clinton odia Putin</a>Nelle scorse settimane il direttore dell&#8217;FBI James Comey aveva definito le azioni di Hillary Clinton e la sua gestione dei server &#8220;estremamente imprudente&#8221;, ma aveva escluso, in modo abbastanza perentorio, una possibile incriminazione. Ora anche quest&#8217;ipotesi non è affatto da scartare.Ma perché Hillary Clinton avrebbe cancellato queste e-mail? Che cosa contenevano? Non si tratta di una notizia in realtà del tutto inedita. Oltre a<em><a style="color: #3366ff;text-decoration: underline" href="https://www.rt.com/usa/clinton-emails-guccifer-benghazi-492/" target="_blank"> Russia Today</a></em>, che aveva ricevuto e pubblicato alcune e-mail decriptate già nel 2013 su Bengasi e trafugate dall&#8217;hacker rumeno Marcel Lazăr Lehel (noto come &#8220;Guccifer»), anche l&#8217;analista William Reynolds, in un articolo pubblicato lo scorso marzo su <em><a href="http://www.zerohedge.com/news/2016-03-09/missing-clinton-e-mail-claims-saudis-financed-benghazi-attacks" target="_blank">Zerohedge</a></em> e <em>Medium.com</em>, si è occupato del caso, partendo proprio da quella prima &#8220;fuga&#8221; di e-mail: egli dunque sostiene che l&#8217;attentato di Bengasi sia stato finanziato in realtà dall&#8217;Arabia Saudita, tra i maggiori sponsor della &#8220;Clinton Foundation&#8221;. Reynolds si concentra in particolare su un &#8220;e-mail mancante del 16 febbraio 2013, in cui si affermava che le agenzie d’intelligence francesi e libiche avevano prove che gli attacchi ad In Amenas, in Algeria, e Bengasi furono finanziati da islamisti sunniti dell’Arabia Saudita&#8221;.<a href="http://www.occhidellaguerra.it/projects/cristiani-sotto-tiro/" target="_blank"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-15482" src="http://www.occhidellaguerra.it/wp-content/uploads/2016/09/nuova-strip.jpg" alt="nuova strip" /></a>Ricostruzione &#8220;complottista&#8221;? Può anche darsi. Trattasi indubbiamente di un&#8217;ipotesi inquietante, su cui quest&#8217;indagine potrebbe finalmente fare luce. Ma lo scandalo &#8220;emailgate&#8221; ha fatto sinora emergere tante di quelle scomode verità da far passare notti insonni alla candidata democratica. E da qui alle elezioni di novembre il percorso è ancora molto lungo e i colpi di scena potrebbero non mancare. Certo è che su Hillary Clinton, sostenuta dall&#8217;establishment americano, le ombre cominciano a farsi sempre più ingombranti.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/nuove-mail-di-hillary-su-bengasi.html">&#8220;Nuove mail di Hillary su Bengasi&#8221;</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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