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	<title>attacco-torri-gemelle Archives - InsideOver</title>
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	<title>attacco-torri-gemelle Archives - InsideOver</title>
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		<title>I talebani controllano gran parte dell&#8217;Afghanistan</title>
		<link>https://it.insideover.com/terrorismo/i-talebani-controllano-gran-parte-dell-afghanistan.html</link>
		
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		<pubDate>Wed, 23 Jan 2019 16:23:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/LP_8780969.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/LP_8780969.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/LP_8780969-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/LP_8780969-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/LP_8780969-1024x683.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>È il 7 ottobre 2001, è una domenica sera: dall&#8217;11 settembre e dall&#8217;attacco alle Torri Gemelle è passato meno di un mese, i network di tutto il mondo rilanciano le immagini delle prime esplosioni udite a Kabul in quella che sembra l&#8217;inizio di un conflitto lampo, volto a far crollare il governo dei Talebani dall&#8217;Afghanistan. &#8230; <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/i-talebani-controllano-gran-parte-dell-afghanistan.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/i-talebani-controllano-gran-parte-dell-afghanistan.html">I talebani controllano gran parte dell&#8217;Afghanistan</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/LP_8780969.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/LP_8780969.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/LP_8780969-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/LP_8780969-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/LP_8780969-1024x683.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>È il 7 ottobre 2001, è una domenica sera: dall&#8217;11 settembre e dall&#8217;attacco alle Torri Gemelle è passato meno di un mese, i network di tutto il mondo rilanciano le immagini delle prime esplosioni udite a Kabul in quella che sembra l&#8217;inizio di un conflitto lampo, volto a far crollare il governo dei Talebani dall&#8217;Afghanistan. Si tratta della prima conseguenza diretta degli attacchi a New York e Washington. Già da giorni gli Usa vedono in<strong> Osama Bin Laden</strong> e nella sua organizzazione <strong>Al Qaeda</strong> i responsabili degli attentati. Lui, Bin Laden, si nasconde proprio in Afghanistan protetto dai Talebani. Due sono quindi i nemici giurati in quella campagna militare: il terrorista saudita fondatore di Al Qaeda ed il <strong>Mullah Omar</strong>, leader dei Talebani. Da allora sono passati 17 anni, chi è nato in quella domenica sera di ottobre oggi si avvia a diventare maggiorenne e la guerra non è ancora finita. Per di più, i Talebani sembrano più forti di prima. </p>
<p><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" class="size-full wp-image-61707 aligncenter" src="http://www.occhidellaguerra.it/wp-content/uploads/2018/11/strip_occhi_articolo_talebani.jpg" alt="strip_occhi_articolo_talebani" /></p>
<p>I Talebani controllano più del 50% del territorio afghano </p>
<p>Dopo poco più di un mese dall&#8217;inizio dei bombardamenti Usa su Kabul, la capitale cade di fronte alle avanzate dell&#8217;Alleanza del Nord, ossia il raggruppamento di fazioni che dal 1996 si oppongono ai Talebani. Sembra la fine della loro storia di breve dominio sull&#8217;Afghanistan. <strong>Ed invece è soltanto l&#8217;inizio</strong>. Vengono piazzate dagli americani istituzioni provvisorie, vengono tirati fuori dai cassetti nomi e volti degli anni &#8217;80 e &#8217;90 pescando tra i più moderati all&#8217;epoca della contrapposizione all&#8217;invasione sovietica. Si punta soprattutto su <strong>Hamid Karzai</strong>, primo presidente eletto della storia afghana. Dopo un interim da lui guidato, nel 2004 vince le elezioni presidenziali ed il suo insediamento è un grande spot per Bush senior che si prepara al voto di novembre di quell&#8217;anno: a Kabul vola il suo vice Dick Cheney per presentare al mondo il &#8220;nuovo e democratico&#8221; Afghanistan. Tutta un&#8217;immensa sceneggiata. Proprio in quel periodo i Talebani rialzano la testa ed attuano una guerriglia che non fa sconti a nessuno. Nel paese vi sono numerosi contingenti internazionali inquadrati nella missione Nato denominata <strong>Isaf</strong>. C&#8217;è anche l&#8217;Italia che con i suoi soldati è stanziata ad Herat. E nel cuore di quelle vallate, muoiono anche tanti nostri soldati vittime di imboscate talebane. </p>
<p>Il vero Afghanistan è quello fragile ed instabile dove si continua a combattere, sia nelle regioni più impervie che quelle attorno alle grandi città. Karzai ad un certo punto viene definito, ironicamente, il &#8220;sindaco di Kabul&#8221;. La sua giurisdizione non va oltre la capitale ed anche all&#8217;interno della più importante città del paese in realtà non mancano problemi di sicurezza ed instabilità. La missione Isaf termina solo nel 2015, ma la presenza di militare Usa e di altri paesi rimane ancora oggi. La guerra c&#8217;è, l&#8217;esercito locale negli anni viene finanziato ed addestrato spendendo miliardi di Dollari, ma tutto questo non funziona. Oggi i Talebani controllano gran parte delle zone rurali dell&#8217;Afghanistan, più della metà della popolazione vive in territori occupati dagli studenti coranici. E questo per gli stessi afghani non sembra costituire un problema. </p>
<p>Il radicamento sociale e territoriale dei Talebani </p>
<p>Il gruppo fondamentalista nasce negli anni &#8217;80, viene inquadrato tra le tante milizie che combattono contro la presenza sovietica. Ma è all&#8217;inizio degli anni &#8217;90 che i Talebani iniziano a distinguesi dagli altri gruppi. C&#8217;è una guida carismatica, quella del Mullah Omar, così come un&#8217;ideologia che predica l&#8217;estremismo islamico e che ha come obiettivo quello della costituzione di un vero e proprio califfato. <strong>Ma ci sono delle differenze rispetto sia ad Al Qaeda che all&#8217;Isis</strong>. I Talebani non vogliono una guerra globale ed inoltre appaiono forza di governo in grado di controllare i territori come un vero e proprio Stato. Sotto questo aspetto, si presenta del tutto differente dall&#8217;Isis, che invece nel giro di pochi anni perde il suo territorio e si dimostra incapace di amministrare le zone conquistate tra Siria ed Iraq. I Talebani dimostrano conoscenza del territorio e radicamento sociale. Riescono, in diverse zone, a governare grazie anche ad un&#8217;importante attenzione al contesto sociale. <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="https://www.lastampa.it/2019/01/22/esteri/il-ritorno-degli-eredi-del-mullah-omar-le-mani-dei-taleban-su-met-afghanistan-Gb5kdqlTK0N7Gh8cQY5WBI/premium.html">Come si legge in un recente rapporto della Foundation for defence of democracies</a>, i Talebani ad esempio non interferiscono nei servizi prestati dalle Ong nei territori sotto il loro controllo, a differenza invece del governo di Kabul. Gli estremisti dunque qui riescono a guadagnarsi il consenso della popolazione. </p>
<p><em>La guerra in afghanistan non è ancora vinta, e noi vogliamo tornare in prima linea per essere i vostri occhi. Per scoprire come aiutarci clicca <a href="http://www.occhidellaguerra.it/projects/conflitti-non-dimenticare/" target="_blank">QUI</a></em></p>
<p>Oggi i dati sulla situazione afghana, diffusi proprio dal rapporto sopra citato, piombano a gamba tesa sul dibattito in corso negli Usa. Donald Trump infatti, dopo aver annunciato il ritiro degli americani dalla Siria, adesso pensa a ridimensionare la presenza statunitense in Afghanistan. E si aprono accese discussioni tra i sostenitori ed i detrattori della linea del presidente Usa. Partendo dalla constatazione che i Talebani in questi anni non vengono sconfitti, c&#8217;è chi dice di aumentare il contingente Usa e chi invece di riturare tutti i soldati evitando altre inutili perdite. Già, adesso anche negli Stati Uniti si parla di possibili inutili perdite: ben si comprende come sconfiggere i Talebani sia impossibile. Il loro radicamento sociale e territoriale fa sì che sia impossibile di fatto fare a meno di loro nei futuri sviluppi del dossier afghano. E già alcuni contatti tra Usa, governo di Kabul e talebani risultano esserci. </p>

<p>A distanza di 17 anni da quella domenica sera di ottobre, Osama Bin Laden è morto ed il Mullah Omar risulta deceduto a seguito di circostanze naturali senza essere acciuffato. Ma Al Qaeda ed i Talebani sono ancora lì, al punto di partenza. E la guerra sembra, nonostante tutto, proseguire. </p>
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		<title>La guerra tra Cia e Fbi  e gli errori dell&#8217;11 settembre</title>
		<link>https://it.insideover.com/terrorismo/la-guerra-tra-cia-e-fbi-e-gli-errori-che-portarono-all11settembre.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[eldoleo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Sep 2018 07:23:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1251" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/Apertura-Torri-Gemelle.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/Apertura-Torri-Gemelle.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/Apertura-Torri-Gemelle-300x195.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/Apertura-Torri-Gemelle-768x500.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/Apertura-Torri-Gemelle-1024x667.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Le macerie di quello che rimaneva del World Trade Center bruciarono per cento giorni. Ma subito dopo il crollo delle Torri Gemelle la macchina dei servivi americani si mise in moto per capire come 19 persone erano sfuggite ai controlli e avevano causato il più grave attacco terroristico della storia americana. Com&#8217;è stato possibile colpire gli &#8230; <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/la-guerra-tra-cia-e-fbi-e-gli-errori-che-portarono-all11settembre.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/la-guerra-tra-cia-e-fbi-e-gli-errori-che-portarono-all11settembre.html">La guerra tra Cia e Fbi  e gli errori dell&#8217;11 settembre</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1251" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/Apertura-Torri-Gemelle.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/Apertura-Torri-Gemelle.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/Apertura-Torri-Gemelle-300x195.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/Apertura-Torri-Gemelle-768x500.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/Apertura-Torri-Gemelle-1024x667.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Le macerie di quello che rimaneva del <strong>World Trade Center</strong> bruciarono per cento giorni. Ma subito dopo il crollo delle <strong>Torri Gemelle</strong> la macchina dei servivi americani si mise in moto per capire come 19 persone erano sfuggite ai controlli e avevano causato il più grave attacco terroristico della storia americana. Com&#8217;è stato possibile colpire gli Stati Uniti al cuore, come avevano fatto Cia, Fbi e Nsa a non capire quello che stava per succedere?</p>
<h2>Storia di Ali Abdul Saoud Mohamed</h2>
<p class="p1">Nel 1993, un mese dopo l’attentato dinamitardo nel parcheggio del World Trade Center, <strong>Ayman al-Zawahiri</strong> partì da Berna per compiere un tour per le moschee e centri islamici della California. A fargli da guida c’era Ali Abdul Saoud Mohamed. Era un egiziano atipico, curioso, attento e poliglotta. Per un periodo aveva servito nell’esercito fino all’espulsione per la sua vicinanza agli ambienti del fondamentalismo islamico. Successivamente entrò in al-Jihad, l’organizzazione del medico egiziano, che date le sue caratteristiche gli ordinò di infiltrarsi nell’intelligence statunitense. E così Ali Mohamed fece.</p>
<p class="p1">Nel 1984 si presentò in una sede della Cia in Qatar dicendo di voler collaborare. Venne spedito a Francoforte ma una leggerezza gli costò il ruolo di informatore. Il suo profilo venne poi trasmesso al Dipartimento di Stato perché venisse tenuto fuori dal Paese. Ma nel frattempo Ali Mohamed era già in California. Era entrato grazie a un particolare visto concesso proprio dalla stessa Cia a persone considerate possibili informatori. A quel punto assicurò la sua posizione con un matrimonio. Successivamente riuscì a ad arruolarsi nell’esercito e a farsi assegnare al John F. Kennedy Special Warfare Center. Tenne un comportamento irreprensibile, tanto da ottenere promozioni e encomi. Nel frattempo però trafugava documenti e materiali, con i quali confezionò una guida di addestramento che sarebbe poi diventata il manuale di base di Al Qaeda.</p>
<p class="p1">Nel 1993 cercò di nuovo un contatto con l’intelligence americana e lo trovò nell’agente dell’Fbi John Zent. Ali Mohamed raccontò molti dettagli come la localizzazione dei campi di addestramento e la storia di Bin Laden. Non solo, fece molto di più: parlò di una strana organizzazione chiamata Al Qaeda e raccontò di aver partecipato in qualità di addestratore, in particolare su come effettuare dirottamenti e sequestri. Quelle rivelazioni però non ebbero seguito. Il nome di Al Qaeda rimase a galleggiare, ci vollero altri tre anni perché qualcuno ne parlasse nuovamente ai servizi americani.</p>
<p class="p1"><div style="position:relative;width:100%;padding-bottom:70.25%;height:0;overflow:hidden;"><iframe src="https://telemaco87.carto.com/viz/b7f4c2c1-b6a4-4c45-8350-baaccff20e3f/embed_map" style="position:absolute;top:0;left:0;width:100%;height:100%;border:0;" allowfullscreen loading="lazy"></iframe></div></p>
<h2>I primo fascicolo e l’Alec station della Cia</h2>
<p class="p1">L’anno in cui le cose iniziarono ad accelerare fu il 1996. In agosto dalle montagne di Tora<strong> Bora Bin Laden</strong> lanciò il suo messaggio contro l’America. Ma l’intelligence americana era sulle sue tracce giù da tempo. A gennaio di quello stesso anno la Cia aveva aperto l’Alec Station. Si trattava della prima stazione virtuale di monitoraggio dell’Agenzia. Il suo compito era quello di stabilire legami tra mondo finanziario e il terrorismo. L’Alec era la creatura di Michael Scheuer, agente senior del dell&#8217;intelligence.</p>
<p class="p1">Verso la fine dell’anno Daniel Coleman, un agente dell’Fbi che aveva esaminato parte dei faldoni dell’Alec station, volò in Germania per incontrare Jamal al-Fadl. L’uomo, dopo una serie lunghissima di interrogatori, rivelò di essere un collaboratore di Bin Laden e di essere scappato dal Sudan dopo avergli sottratto oltre 100 mila dollari. A un certo punto raccontò di una inquietante organizzazione, Al Qaeda. E di come fosse stata legata a un attentato nello Yemen nel 1992 e avesse addestrato i combattenti somali che nel 1993 abbatterono un elicottero americano. Da quei dati Coleman ricostruì poi l’attività di Al Qaeda, ma i suoi superiori non sembrarono mai realmente coinvolti nelle vicenda.</p>
<h2>Anche l&#8217;Fbi si muove e crea l&#8217;I-49</h2>
<p class="p1">Parallelamente si mosse anche l’Fbi. Nel gennaio del 1997 John O’Neill, storico agente del Bureau venne assegnato all’ufficio di New York diventando responsabile della Divisione per la Sicurezza Nazionale di New York, in pratica il capo dell’anti-terrirismo. La squadra che venne messa ad analizzare le minacce del Medio Oriente era la I-49. Tra i membri del gruppo c’era anche Daniel Coleman, che svolgeva un ruolo di coordinamento con l’Alec station. Coordinamento che però non funzionò mai, ma non non per responsabilità di Coleman. Il fascio di indagini sul dissidente saudita finì quindi per ingarbugliarsi intorno alla tensione tra Scheuer e O’Neill, tra Cia ed Fbi. Intanto però le indagini andarono avanti. Nell’agosto del 1997, un anno dopo le prime confessioni di al-Fadl, Coleman e due agenti della Cia bussarono alla porta di una certo Wadih el-Hage a Nairobi, un uomo ritenuto vicino a Bin Laden. In casa sua trovarono un pc che conteneva una grande quantità di dati e che in parte confermò quanto aveva raccontato il disertore. Non solo. Tra i documenti comparivano spesso riferimenti alla Tanzania. Era il segno che qualcosa si stava muovendo.</p>

<p class="p1"><div style="position:relative;width:100%;padding-bottom:70.25%;height:0;overflow:hidden;"><iframe src="https://telemaco87.carto.com/viz/a96acd8f-0f0b-4799-89d3-1fe205f446ba/embed_map" style="position:absolute;top:0;left:0;width:100%;height:100%;border:0;" allowfullscreen loading="lazy"></iframe></div></p>
<h2>Le ragioni del blocco fra agenzie d&#8217;intelligence</h2>
<p class="p1">Le ragioni dei blocchi tra Fbi, Cia e Nsa sono molteplici, ed è difficile riassumerle tutte. Basti però pensare che nel 1995 venne integrata una direttiva che limitava il passaggio di informazioni per evitare che elementi vitali per l’attività di intelligence venissero “esposti alla luce” nel corso di processi. L’Fbi, però, applicò troppo duramente questa direttiva e di fatto mise in condizione molti agenti di non parlare coi colleghi. Come avvenuto nel caso degli agenti del Bureau assegnati ad altre agenzie. In questo sistema la Cia ebbe vita facile. Il suo massimo interesse era quello di conservare informazioni preferendo tenerle al sicuro per eventuali operazioni. Magari evitando di segnalare possibili terroristi sospetti con la speranza di poterli reclutare come agenti doppiogiochisti.</p>
<h2>Gli arresti alla fine del millennio, qualcosa bolle in pentola</h2>
<p class="p1">Il 7 agosto del 1998 Al Qaida colpì per la prima volta con due camion-bomba che distrussero parte delle ambasciate Usa in Kenya e Tanzania. Nel corso delle prime indagini sul campo a Nairobi un agente dell’Fbi, Stephen Gaudin, riuscì a trovare l’attentatore fuggito all’esplosione, Mohammed al-Owhali. Nel corso degli interrogatori vennero scoperte molte cose, in particolare un numero telefonico yemenita, che l’uomo aveva chiamato prima e dopo l’attacco e che faceva capo a Ahmed al-Hada. Da quel numero l’Fbi riuscì a ricostruire parte delle attività dell’organizzazione di Bin Laden. La successiva rappresaglia americana, sostenuta dai piani della Cia, fu un stanziale fallimento.</p>
<p class="p1">Nel 1999 Scheuer venne sollevato dal suo incarico dopo la bocciatura del suo piano per uccidere Bin Laden. Verso la fine del millennio i segni che qualcosa stava per arrivare erano numerosi. La Cia si limitò a emettere un segnale di pericolo senza però fornire altri dettagli. Nel dicembre del 1999 successero due episodi minori che suonarono però come spie d’allarme. Il primo arrivò dalla Giordania. Le autorità del paese arabo segnalarono di aver smantellato una cellula che progettava un attentato ad Amman composta da diversi cittadini americani di origine araba. Il secondo successe a Washington. Nel corso di un normale controllo di polizia venne fermato Ahmed Ressam, nel bagagliaio della sua auto venne trovato materiale per confezionare una bomba. Dalle indagini successive si scoprì che l’uomo, pur non appartenendo direttamente ad Al Qaeda, si era addestrato in uno dei suoi campi in Afghanistan. Dai suoi documenti si risalì poi a un canadese, segno che le cellule terroristiche avevano trovato terreno fertile anche negli Usa.</p>
<h2>I buchi sul vertice di Kuala Lumpur</h2>
<p class="p1">A cavallo del millennio successe una cosa che avrebbe potuto cambiare il destino dell’11 settembre. Verso la fine dell’anno, in Afghanistan fervevano i preparativi per il vertice di Kuala Lumpur che avrebbe posto le fondamenta agli attacchi del World Trade center, tra i partecipanti c’erano due dei futuri dirottatori dei voli: <strong>Nawaf al-Hazmi</strong> e <strong>Khaled al-Mihdhar</strong>. Secondo il rapporto della commissione sull’11 settembre, i servizi segreti sauditi avevano informato la Cia che i due erano membri di Al Qaeda. Non solo, l’Nsa intercettò una telefonata che parlava del meeting in Malesia. Gli agenti dell’Agenzia intercettarono al-Mihdhar a Dubai e fotografarono il passaporto scoprendo che l’uomo aveva un visto per entrare negli Usa.</p>
<p class="p1">Ma la Cia combinò anche un altro gravissimo pasticcio: lasciò all’intelligence malese il compito di registrare il summit, ma alla fine le microspie non vennero mai piazzate, in questo modo non solo non si scoprì in tempo che a quell’incontro c’era l’ideatore dell’attentato alla Uss Cole, Tawfiq bin Attash, noto come Khallad, che sarebbe stato compiuto qualche mese dopo, ma si perse anche l’opportunità di conoscere dettagli dell’”operazione aeroplani” che Al Qaeda stava preparando. Le uniche informazioni che arrivano furono delle fotografie che mostravano Khallad, al-Hazmi e al-Mihdhar. La Cia però non diede disposizioni su Khallad, che poté viaggiare indisturbato in Thailandia per organizzare l’attacco in Yemen contro la nave della marina Usa. Ma ancor più grave, l’Agenzia non segnalò al Dipartimento di Stato che al-Mihdhar era un possibile terrorista.</p>
<p class="p1">A marzo del 2000 gli agenti della Cia scoprirono che al-Hazmi e al-Mihdhar erano atterrati a Los Angeles il 15 gennaio, ma l’Agenzia non informò mai l’Fbi e il Dipartimento di Stato che almeno un uomo di Al Qaeda era arrivato sul suolo americano. La beffa più grande, ha raccontato molti anni dopo Mark Rossini, agente del Bureau assegnato all’Alec station, è che lui conosceva quell’informazione, ma per legge non poteva condividerla coi suoi colleghi.</p>

<h2>L’attentato alla Uss Cole e i flussi di denaro</h2>
<p class="p1">Nei mesi successivi al-Hazmi e al-Mihdhar furono liberi di muoversi nel paese e di iscriversi in ad una scuola di volo. Nel frattempo il muro contro muro tra Cia ed Fbi andava avanti. Il 12 ottobre una nave bomba squarciò la fiancata della nave da guerra Cole nel porto di Aden, in Yemen. Alla fine del mese i servizi yemeniti misero le mani su un certo Fahd al-Quso, membro della cellula che aveva compiuto l’attacco. al-Quso raccontò di aver dato dei soldi a Khallad, l’ideatore dell’attacco alla nave, durante un incontro a Bangkok.</p>
<p class="p1">L’informazione venne notificata all’Fbi solo un mese dopo. Ma quella dichiarazione era strana. Ali Soufan, agente di origine libanese della squadra I-49, aveva già sentito il nome di Khallad da un informatore afghano che lo aveva definito un emiro di Bin Laden. Soufan non riusciva a capire che senso avessero le parole di al-Quso: perché del denaro doveva uscire dallo Yemen proprio quando era in preparazione un attacco nel Paese? Alla fine l’agende del Bureau riuscì a interrogare il membro della cellula che non cambio versione ma disse che i soldi versati a Khallad erano quasi 40 mila dollari, soldi, si scoprì poi, che erano destinati a pagare le spese di viaggio e alloggio degli attentatori arrivati in Usa per condurre l’11 settembre.</p>
<p class="p1">Soufan inviò una richiesta di informazioni alla Cia per sapere se c’erano informazioni sui presunti incontri nel Sud-Est asiatico ma l’agenzia non rispose mai. Se l’avesse fatto l’Fbi avrebbe scoperto del summit di Kuala Lumpur, ma soprattutto dell’arrivo di due agenti di Al Qaeda nel Paese. Con l’incriminazione che pensava su Bin Laden dopo la “dichiarazione di guerra” del 1996, il Bureau avrebbe potuto fermarli e forse sventare l’11 settembre.</p>
<p class="p1"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-57890" src="http://www.occhidellaguerra.it/wp-content/uploads/2018/09/rete-bin-laden.png" alt="rete bin laden" /></p>
<h2>La guerra aperta fra Bureau e Agenzia</h2>
<p class="p1">A fine maggio del 2001 quasi tutti i dirottatori dell’11 settembre si trovavano negli Usa. Il 29 vennero emesse le sentenze di condanna per gli attentati alle ambasciate del 1998 e nel frattempo le indagini intorno ad Al Qaeda andavano a rilento. Tom Walshire, un vicecapo della Cia che lavorava all’Fbi con il ruolo di coordinamento, chiese più volte ai suoi superiori di poter informare l’Fbi sul fatto che al-Hazmi e al-Mihdhar si trovavano negli Stati Uniti, ma non ottenne mai risposta. Parallelamente chiese ad un’analista dell’Fbi, Margarette Gillespie di analizzare con dovizia di particolari il summit in Malesia. A questo punto però l’azione della Cia si fece sempre più intricata.</p>
<p class="p1">Walshire consegnò tre fotografie a una seconda analista dell’Fbi, Dina Corsi, per cercare di capire quali erano le informazioni a conoscenza del Bureau. Nelle diapositive si vedevano al-Hazmi e al-Mihdhar e un terzo uomo, forse al-Quso. Walshire si limitò a dire che uno degli uomini in foto si chiamava al-Mihdhar. L’11 giugno ci fu una riunione che di fatto chiuse ogni possibilità di fermare gli attentatori in tempo. Clark Shannon, un supervisionare senior della Cia incontrò insieme a Corsi e Gillespie gli agenti dell’Fbi impegnati nel caso della Uss Cole. Durante l’incontro Corsi mostrò le foto ottenute da Walshire, i colleghi del Bureau chiesero a Shannon chi fossero gli uomini ma l’agente si rifiutò di rispondere. Al termine dell’incontro Corsi si lasciò sfuggire il nome di Khaled al-Mindhar. Ma un nome da solo non era sufficiente.</p>
<p class="p1">Servivano altri dati, come ad esempio una data di nascita. La Cia però non mostrò mai agli agenti dell’Fbi una quarta foto. Nell’immagine mancante i federali avrebbero visto che i due sconosciuti erano in compagnia di Khallad, che loro conoscevano bene perché identificato da Soufan durante le indagini sull’attacco alla nave della marina ad Aden. Non solo. Avrebbero scoperto che al-Mindhar era il genero di quel al-Hada che gestiva il centralino telefonico di Al Qaeda scoperto dalla stessa Fbi durante le indagini sull’attentato alle ambasciate. Se l’informazione fosse stata condivisa l’Fbi sarebbe riuscita a scoprire che i due uomini erano entrati in America e forse avrebbe potuto fermare l’attacco al Word Trade Center. Ma la segnalazione non avvenne.</p>
<p class="p1">Fra l’altro in quel preciso momento al-Mindhar non si trovava più sul suolo statunitense. Aveva fatto rientro in Yemen per poi recuperare parte dei dirottatori in Arabia Saudita. Con la mancata comunicazione della Cia al dipartimento di Stato l’uomo riuscì ad ottenere un nuovo visto e il 4 luglio sbarcò a New York. Nei blocchi e contro blocchi di Fbi e Cia si mise di mezzo anche la National Security Agency. L’orecchio del Nsa catturò diverse telefonate tra al-Mindhar e il numero yemenita, ma la trascrizione di quelle chiamate non venne mai condivisa. L’I-49 aveva un diagramma con i collegamenti del numero di al-Hada, se l’Nsa avesse aggiornato le altre agenzie, l’Fbi avrebbe capito in modo più evidente il rischio che correvano gli Stati Uniti.</p>
<h2>L’ultima opportunità di fermare l’attacco</h2>
<p class="p1">I servizi di sicurezza americani ebbero un’ultima occasione di fermare l’attacco. Intorno alla metà di agosto del 2001 una scuola di volo del Minnesota inviò una segnalazione alla sede locale dell’Fbi dicendo che uno dei loro allievi aveva fatto delle domande strane sul funzionamento dei dispositivi di sicurezza all’interno degli abitacoli dei velivoli. L’uomo venne identificato come Zacarias Moussaoui, fondamentalista islamico che con ogni probabilità era stato in Afghanistan. Gli agenti del Bureau che lavoravano al caso chiesero di poter esaminare i suoi effetti personali e il suo computer, ma i vertici dell’organizzazione non diedero il via libera. Se le indagini fossero andate avanti si sarebbe scoperto che l’uomo aveva fitti contatti con Ramzi bin ash-Shibh, un membro della cosiddetta cellula di Amburgo della quale facevano parte tre attentatori e che si occupava della questione finanziaria. Non solo. Se la Cia avesse condiviso le informazioni, il Bureau avrebbe scoperto che Moussaoui aveva una lettera di accompagnamento di Yazid Sufaat, l’uomo d’affari malese che aveva ospitato il famoso summit di Kuala Lampur.</p>
<p class="p1">Il 24 agosto, 19 giorni prima degli attacchi, la Gillespie aveva finito di esaminare tutto il materiale sul meeting malese e inviato notificato all’ufficio immigrazione, al Dipartimento di Stato, all’Fbi e all’agenzie delle dogane, di inserire al-Mihdhar e al-Hazmi nella lista delle persone da non far entrare negli Usa. Successivamente scrisse al Bureau di individuare al-Mihdhar. Ma ormai era tardi. Il 25 agosto al-Hazmi prenotò i biglietti per il volo 77.</p>

<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/la-guerra-tra-cia-e-fbi-e-gli-errori-che-portarono-all11settembre.html">La guerra tra Cia e Fbi  e gli errori dell&#8217;11 settembre</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Come è stato pianificato l&#8217;attentato alle Torri Gemelle</title>
		<link>https://it.insideover.com/terrorismo/al-qaeda-attentati-11-settembre.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alasdair Lane]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Sep 2018 06:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[Al Qaeda]]></category>
		<category><![CDATA[Al Qaeda nel Maghreb]]></category>
		<category><![CDATA[Al Qaeda nella Penisola Arabica (Aqap)]]></category>
		<category><![CDATA[attacco-torri-gemelle]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1262" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/LP_5264454-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/LP_5264454-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/LP_5264454-1-300x197.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/LP_5264454-1-768x505.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/LP_5264454-1-1024x673.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Nel maggio del 1998 John Miller, un reporter della Abc si inerpicò con la sua troupe nei dintorni di Tora Bora, in Afghanistan. L’obiettivo era quello di intervistare Osama Bin Laden. Miller venne accolto da Ayman al-Zawahiri che lo istruì sulle modalità di intervista. Nel corso del colloquio il reporter e il capo di Al &#8230; <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/al-qaeda-attentati-11-settembre.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1262" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/LP_5264454-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/LP_5264454-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/LP_5264454-1-300x197.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/LP_5264454-1-768x505.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/LP_5264454-1-1024x673.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p class="p1">Nel maggio del 1998 <strong>John Miller</strong>, un reporter della <em>Abc</em> si inerpicò con la sua troupe nei dintorni di Tora Bora, in Afghanistan. L’obiettivo era quello di intervistare <strong>Osama Bin Laden</strong>. Miller venne accolto da Ayman al-Zawahiri che lo istruì sulle modalità di intervista. Nel corso del colloquio il reporter e il capo di <a href="http://www.occhidellaguerra.it/al-qaeda/" target="_blank" rel="noopener">Al Qaeda</a> parlarono della <em>fatwa</em> contro l’America e di altri aspetti del jihad afghano. Durante l’intervista diversi seguaci e membri di Al Qaeda parteciparono alle riprese. Al termine del lavoro i tecnici di Bin Laden vollero vedere il girato. Dopo un esame riconsegnarono i nastri agli operatori della <em>Abc</em>. Apparentemente non era stato tolto niente, tranne forse un piccolo particolare. I volti di due di loro, Mohammed al-Owhali e Jihad Ali, erano stati rimossi.</p>
<h2>L’attentato contro le ambasciate</h2>
<p class="p1">Intorno alle 10 del 7 agosto dello stesso anno, al-Owhali e Ali salirono a bordo di un camioncino Toyota e si diressero verso l’ambasciata americana nel cuore di <strong>Nairobi</strong>, in Kenya. Arrivato nei pressi del cancello di ingresso, al-Owhali scese dal camion e si diresse verso il posto di blocco all&#8217;entrata. Cercò di convincere la guardia ad aprire, ma senza successo. A quel punto lanciò una <strong>granata stordente</strong> riuscendo ad attirare alle finestre degli edifici un certo numero di persone. Subito dopo decise di fuggire lasciando a bordo Jihad Ali. Ma quasi subito venne scaraventato a terra dallo spostamento d’aria. Il suo compagno aveva azionato la bomba presente sul camion.</p>
<p class="p1">L’esplosione fu terrificante, la facciata principale dell’edificio venne squarciata e il bilancio fu tragico: 212 morti e quasi 4mila feriti. Nove minuti dopo, a circa 500 chilometri di distanza, un secondo ordigno esplose davanti all’ambasciata Usa a Dar es Salaam, in <strong>Tanzania</strong>. Un terzo uomo, Ahmed Abdallah, noto anche come Ahmed il tedesco, azionò una seconda bomba nel parcheggio vicino all’edificio principale causando la morte di 11 persone e il ferimento di altre 85. Entrambi gli ordini erano stati confezionati da un certo Saleh, noto anche con altri nomi, Abu Mohammed al-Masri e Abdullah Ahmed Abdullah, un egiziano (probabilmente appartenente alla truppa di al-Jihad legata ad al-Zawahiri), che oggi, a vent’anni di distanza, risulta latitante. Su di lui infatti pende ancora una taglia dell’Fbi da 10 milioni di dollari.</p>
<p class="p1"><div style="position:relative;width:100%;padding-bottom:70.25%;height:0;overflow:hidden;"><iframe src="https://telemaco87.carto.com/viz/e2cf2e92-5961-4ed5-9b07-d88bab94262c/embed_map" style="position:absolute;top:0;left:0;width:100%;height:100%;border:0;" allowfullscreen loading="lazy"></iframe></div></p>
<p class="p1">L&#8217;intensità degli attacchi al-Qaeda fino al 1998</p>
<h2>Le rivelazioni: il numero yemenita</h2>
<p class="p1">Tre giorni dopo l’attentato, in un albergo poco lontano dal centro della capitale, venne scovato al-Owhali. Dopo le iniziali resistenze iniziò a parlare. Raccontò della preparazione dell’attacco e della sua esperienza nei campi di addestramento di Al Qaeda. Ma i dettagli più interessanti furono due, ed entrambi legati a stretto giro a quello che sarebbe successo tre anni dopo. Il primo fu un numero di telefono, il 967-1-1200578, un numero yemenita che faceva capo a un certo Ahmed al-Hada. Il giorno dell’attacco al-Owhali aveva chiamato più volte il numero e lo stesso aveva fatto Bin Laden. Quel numero, negli anni successivi, sarebbe stato una miniera per ricostruire la rete di Al Qaeda. Un dettaglio che forse avrebbe potuto sventare l’11 settembre. L’altro dettaglio fornito da al-Owhali fu un inquietante avvertimento: &#8220;Abbiamo un piano per attaccare gli Stati Uniti, ma non siamo ancora pronti. Il grande attacco arriverà. Non c’è niente che possiate fare per fermarlo&#8221;.</p>
<h2>La rappresaglia inutile</h2>
<p class="p1">Nel frattempo Washington doveva dare una risposta. E la scelta dell’<strong>amministrazione Clinton</strong>, che nel frattempo era stata logorata dal sexgate, fu quanto mai disastrosa. Il 20 agosto, su suggerimento della Cia, gli Usa bombardano una fabbrica di prodotti farmaceutici nei pressi di Khartum, in Sudan. I servizi di intelligence americani, usando le indicazioni di Jamal al-Fadl, uno dei primissimi membri dell’organizzazione nonché il primo vero disertore, erano conviti che nella struttura si producessero componenti per armi chimiche. In realtà i lavori nella struttura erano finiti un anno prima. L’effetto dell’attacco fu quello di interrompere un tentativo del governo sudanese di uscire dallo status di “Stato canaglia” fornendo informazioni ai servizi segreti Usa.</p>
<p class="p1">L’intelligence del Paese africano aveva infatti segnalato che due membri di Al Qaeda si trovavano nel Paese e con ogni probabilità erano coinvolti degli attentati delle ambasciate. Il bombardamento coi<strong> missili Tomahowk</strong> interruppe ogni collaborazione e l’Fbi perse le loro tracce. Ma la Casa Bianca perse anche un’altra grande occasione. Nello stesso momento in cui i missili colpivano la struttura sudanese, un altro gruppo di razzi era diretto verso l’Afghanistan. I cruise alla fine si abbatterono nel campo di Faruq, nei pressi di Khost. I danni furono minimi, circa cinque morti e niente più. Ma la beffa fu duplice. Secondo l’intelligence russa molti Tomahowk non esplosero e Bin Laden fu abile a rivederne i pezzi alla Cine per una cifra intorno ai 10 milioni di dollari. Mentre il fatto che fosse sopravvissuto a un attacco della grande potenza lo rese ancora più popolare.</p>
<p class="p1"><div style="position:relative;width:100%;padding-bottom:70.25%;height:0;overflow:hidden;"><iframe src="https://telemaco87.carto.com/viz/524f24c9-8e28-4f69-8a3f-78c7ba6bfcd6/embed_map" style="position:absolute;top:0;left:0;width:100%;height:100%;border:0;" allowfullscreen loading="lazy"></iframe></div></p>

<p class="p1">L&#8217;intensità degli attacchi al-Qaeda dopo il 1998</p>
<h2>Gli effetti degli attentati e seme dell’Isis</h2>
<p class="p1">Le bombe alle ambasciate ebbero degli effetti a cascata. In primo luogo sancirono la rottura definitiva tra i <strong>talebani</strong> e gli Stati Uniti, e un legame sempre più stretto tra il <strong>Mullah Omar</strong> e Bin Laden. Allo stesso tempo il saudita si era accreditato e aveva attirato l’attenzione di altri attori internazionali, tra questi l’Iraq di <strong>Saddam Hussein</strong>. I rapporti tra il presidente iracheno e il leader di Al Qaida non sfociarono mai in una collaborazione stretta, ma diedero il là a qualcos’altro. Nel 1999 al-Zawahiri volò a Baghdad con un nome falso e lì, probabilmente sotto la guida dei servizi segreti di Hussein, incontrò un jihadista giordano: <strong>Abu Musab az-Zarqawi</strong>, l’uomo che molti anni dopo avrebbe dato il via all’<strong>Isis</strong>.</p>
<p>Le attività si espandono e si allunga l’ombra dell’11 settembre</p>
<p class="p1">Tra il 1996 e il 2001 un numero variabile di combattenti passò per i campi afghani di Bin Laden. Secondo un rapporto della Cia del marzo 2001, tra il 1996, anno del ritorno in Afghanistan, e il 2000, sarebbero passati dai sui campi tra i 15 e i 20 mila combattenti. Nello stesso periodo in un laboratori non lontano da Kandahar, Midhat Mursi, conosciuto anche come Abu Khabab al-Masri, stava cercando di confezionare degli ordigni chimici con il supporto di un uomo d’affari malese, <strong>Yazid Sufaat</strong>. Il programma di Mursi, il cui figlio ha militato tra le file dell’Isis prima di fuggire nel 2015, fu però accantonato per le divisioni all’interno dell’organizzazione. Ma anche il solo fatto di mettere in cantiere un simile progetto mostrava come al-Qaeda fosse arrivata a un altro livello di specializzazione.</p>
<p class="p1">Ma l’attività di al-Qaeda non si svolgeva in un contesto vuoto. Come abbiamo, visto migliaia giovani arrivarono in Afghanistan creando una <strong>nuova generazione di combattenti</strong>, che poi confluì anche in Bosnia e Cecenia, che però era diversa di quella che aveva partecipato al jihad contro i sovietici negli anni ’80. Molti venivano da Paesi occidentali, erano figli delle seconde generazioni e sentivano sulla loro pelle l’effetto di vivere come espatriati. Basti pensare alle enclave algerine in Francia o quelle pakistane nelle città inglesi. A questo si unì la propaganda nelle moschee. Diverse erano state costruite con soldi sauditi che avevano poi messo a predicare imam radicali, salafiti e wahhabiti, con il risultato di un aumento della retorica jihadista. E fu così che migliaia di gruppi di giovani radicalizzati partirono per l’Afghanistan dei talebani. Tra questi ci furono anche i quattro di Amburgo: Mohammed Atta, Marwan ash-Shehhi, Ziad Jarrah e Ramzi bin ash-Shibh. Gli amici arrivarono nel campo di Khaldan, in Afghanistan nel novembre del 1999 e lì iniziarono il loro addestramento.</p>
<p class="p1"><div style="position:relative;width:100%;padding-bottom:70.25%;height:0;overflow:hidden;"><iframe src="https://drive.google.com/file/d/1TCfek0n_FfZdgW9_qhoxRDjeWeOhYo5G/preview" style="position:absolute;top:0;left:0;width:100%;height:100%;border:0;" allowfullscreen loading="lazy"></iframe></div></p>
<p class="p1"><em>Rapporto della Cia sui campi di addestramento afgani</em></p>
<h2>La mente dietro l&#8217;11 settembre</h2>
<p class="p1">Nel 1996 quando Bin Laden si era appena sistemato a Tora Bora, andò a fargli visita una vecchia conoscenza dai tempi del jihad contro i russi: <strong>Khalid Shaykh Muhammad</strong>. Di origine pakistana, Muhammad ha avuto una vita quanto mai singolare. Rispetto a Bin Laden era un giramondo. Prima di combattere i sovietici aveva studiato negli Usa, in Nord Carolina, dove aveva conseguito una laurea in meccanica, poi era andato a combattere, successivamente aveva lavorato come tecnico in Qatar. In mezzo uno strano legame con il nipote: Ramzi Yusef. Di tre anni più giovane Ramzi divenne tristemente celebre per aver cercato di distruggere il World Trade Center. Nel 1993 Yusef fece detonare un ordigno nei parcheggi sotterranei di una delle due torri uccidendo sei persone e ferendone oltre un migliaio.</p>
<p class="p1">Su queste basi Khalid Shaykh Muhammad si presentò da Bin Laden con una nuova inquietante idea: usare degli aerei per compiere un attentato terroristico. Il progetto originale prevedeva di usare una decina di velivoli da lanciare contro obiettivi sensibili. Lì per lì l’ambiziosa, e in parte bizzarra idea di Muhammad, venne accantonata. Ma tre anni dopo, nel 1999 qualcosa si mosse. Bin Laden fece chiamare Khalid Shaykh a Kandahar e insieme ad Abu Hafs tennero una riunione a tre per decidere gli obiettivi. Alla fine il piano decise di prendere di mira simboli e centri nevralgici del potere americano. In quella riunione vennero fuori quattro luoghi: le torri del World Trade Center, il Pentagono e una tra il Campidoglio e la Casa Bianca. A quel punto però Al Qaeda si pose un interrogativo: chi piloterà i voli? In quel momento vennero in aiuto i ragazzi della<strong> cellula di Amburgo</strong>.</p>
<h2>La creazione delle cellule</h2>
<p class="p1">Il principale problema di Al Qaeda era trovare persone adatte per l'&#8221;<strong>operazione aeroplani</strong>&#8220;. Servivano non solo piloti addestrati ma anche persone capaci di parlare inglese e in grado di inserirsi in una società occidentale senza destare particolari sospetti. In questo senso i quattro &#8220;tedeschi&#8221; facevano al caso loro. Abu Hafs notò le loro qualità e li spedì da Bin Laden per inserirli nel piano d’addestramento. Al termine del quale solo tre di loro avrebbero poi preso parte attiva nell’attentato, Mohammed Atta, Marwan ash-Shehhi, Ziad Jarrah, mentre il quarto, Ramzi bin ash-Shibh, avrebbe lavorato alla parte finanziaria perché non sarebbe mai riuscito ad ottenere un visto per gli Usa. Secondo le disposizioni i quattro sarebbero dovuti tornare in Germania per ripartire poi alla volta degli Stati Uniti. Il leader del gruppo Atta, sbarcò negli Usa il 3 giugno del 2000. Da quel momento iniziò a girovagare per il Paese fino all&#8217;iscrizione in una scuola di volo in Florida. Gli altri membri della cellula hanno poi seguito un destino analogo.</p>
<p class="p1">Ma a Bin Laden servivano altri uomini e quindi si rese necessaria la creazione di un secondo gruppo. Il capo di Al Qaeda inserì nel programma altri due uomini fidati: Khaled al-Mihdhar e Nawaf al-Hazmi. I due avevano combattuto sia in Bosnia che con i talebani ed erano entrati in Al Qaeda molto giovani. Al-Mihdhar, di origine yemenita, aveva sposato Hoda al-Hada, la figlia di quel al-Hada che gestiva il numero telefonico yemenita chiamato da al-Owhali dopo gli attentati alle ambasciate nel 1998. Ai due vennero aggiunti altri uomini, il fratello di Nawaf, Salem, Abu Bara e Tawfiq bin Attash, noto soprattutto come Khallad.</p>
<p class="p1">Una parte di questa seconda cellula, Nawaf al-Hazmi, Khaled al-Mihdhar e Khallad, tra il 5 e 8 gennaio si incontrò a Kuala Lumpur in Indonesia. Il meeting si svolse in un appartamento di proprietà di Yazid Sufaat, quel Sufaat che a metà degli anni novanta aveva collaborato con Al Qaeda al programma di<strong> armi chimiche</strong>. Durante l’incontro si parò soprattutto del “operazione aerei” ma non solo. Il piano di attaccare i luoghi simbolo degli Stati Uniti non era l’unico sulla lista di Bin Laden e soci, l’offensiva contro l’America doveva continuare in altre forme. Dopo il summit, Khallad, grazie all’aiuto di un intermediario locale, il leader del gruppo Jemaah Islamiyah, con al-Hazmi e al-Mihdhar partirono alla volta di Bangkok dove Khallad incontrò altri uomini di Al Qaeda e dove uno di questi, Fahd al-Quso, gli consegnò quasi <strong>40mila dollari</strong>, soldi probabilmente destinati a finire nell'&#8221;operazione aerei&#8221;.</p>
<p class="p1">Ma nel meeting thailandese si discusse anche di altro: si progettò quello che sarebbe successo una decina di mesi dopo, in Yemen: l’attacco diretto alle forze armate americane. A quel punto il gruppo si divise. Khallad tornò in Afghanistan per riferire a Bin Laden, mentre al-Hazmi e al-Mihdhar partirono per gli Usa dove arrivarono il 15 gennaio 2000, un anno e otto mesi prima degli attacchi dell’11 settembre. Nei mesi successivi, le attività di addestramento e organizzazione andarono avanti, fino al 12 ottobre del 2000. Alle 11 e 20 della mattina un barchino da pesca si avvicinò allo scavo della <strong>nave da guerra Uss Cole</strong>, alla fonda nei pressi del porto di Aden in Yemen, e saltò in aria. Il bilancio fu di 17 morti. In modo molto meno timido questa volta Al Qaeda rivendicò l’attacco.</p>
<h2>Gli effetti dell’attentato alla Cole e l’accelerazione sull’11 settembre</h2>
<p class="p1">L’effetto immediato di un simile attentato fu un’enorme attenzione per la causa di Al Qaeda. I centri di addestramento attirarono nuove reclute ma soprattutto da diversi paesi del golfo arrivarono migliaia di donazioni. E così le casse dell’organizzazione poterono concentrarsi sull’operazione principale. Ma l’accelerazione verso l’11 settembre paradossalmente arrivò perché gli Usa scelsero di non reagire all’attacco. Bin Laden prese molto male la notizia. L’obiettivo delle sue operazioni era quello di provocare un’invasione americana (cosa poi avvenuta dopo l’11 settembre), e successivamente di distruggerli in una sanguinosa guerra coi mujaheddin. Ma l’attacco alla marina americana non portò a questo. Tuttavia Al Qaeda era ormai lanciata verso il grande obiettivo. E niente sembrava fermarla. L’ultimo disperato tentativo di mettere in guardia il mondo arrivò da un alleato inaspettato:<strong> Ahmed Shah Massud</strong>.</p>
<p class="p1"><div style="position:relative;width:100%;padding-bottom:70.25%;height:0;overflow:hidden;"><iframe src="https://drive.google.com/file/d/1NZZDr03s5RkfmCTBPEtdGW1Dtl_-Fktb/preview" style="position:absolute;top:0;left:0;width:100%;height:100%;border:0;" allowfullscreen loading="lazy"></iframe></div></p>
<p class="p1"><em>Documento parzialmente secretato sulle segnalazioni diAhmed Shah Massud</em></p>
<p class="p1">Il comandante dell’Alleanza del Nord era l’ultimo mujaheddin che si opponeva allo strapotere dei talebani in Afghanistan. Massud, era visto come la valida alternativa al regime del Mullah Omar e lo strumento che Washington poteva usare per liberarsi della fastidiosa questione Bin Laden. Nell’aprile del 2001 Massud, chiamato anche il <strong>Leone del Panjshir</strong>, si recò in Europa e tenne un discorso davanti a una commissione del Parlamento Europeo spiegando le difficoltà della guerra e mettendo in guardia il mondo sulla pericolosità dei talebani e la loro saldatura con Al Qaeda. Non solo. Secondo un cablogramma declassificato della Dia, Massoud aveva cercato di avvisare l’amministrazione Bush che la sua intelligence aveva ricevuto avvisaglie che Osama Bin Laden stava preparando un nuovo attacco contro l’America molto più imponente di quello alle ambasciate in Africa del 1998. Il suo appello cadde nel vuoto. Il 9 settembre Massoud accolse due inviati di una tv nel suo rifugio afghano. Poco dopo una bomba piazzata nella telecamera esplose uccidendo i due, il traduttore e Massoud. L’ultimo argine era caduto.</p>
<h2>Il giorno degli attacchi: quattro obiettivi per quasi 3mila morti</h2>
<p class="p1">Alle 8:19, ora di New York, la hostess Betty Ong del volo AA11 partito da Boston e diretto a Los Angels contatta al telefono l’American Airlines. «Credo che il nostro aereo sia stato dirottato». Alle 8:46 il volo si schianta contro la Torre Nord del World Trade Center. È l’inizio degli attacchi dell’11 settembre. Alle 9:03 un secondo velivolo colpisce la Torre Sud. L’aereo United Airlines 175 si schianta tra il 77° e 85° piano a una velocità di oltre 900km orari. Da qualche parte, nelle montagne dell’Afghanistan, tra Khost e Tora Bora qualcuno esultava, qualcuno pregava e qualcun altro fece segno di aspettare. Alle 9:30 un volo American Airlines 77 partito da Washington e diretto a Los Angels, si schianta sul lato ovest del Pentagono. A quel punto Osama Bin Laden alzò quattro dita, ma il quarto obiettivo non venne mai colpito. Alle 10:03 il volo UA-93 precipita in un campo nei pressi di Shanksville, in Pennsylvania. L’obiettivo non è mai stato chiarito ma pare fosse la Casa Bianca o il Campidoglio. Nel frattempo alle 9:59 la Torre Sud era collassata su se stessa. Alle 10:28 crolla anche la Torre Nord che bruciava a 102 minuti. Alle 11:02 arriva l’ordine di evacuare Lower Manhattan. Nel pomeriggio crolla anche un terzo edificio il Wtc7 situato vicino alle Torri. Il bilancio sarà il più grave della storia degli Stati Uniti: 2996 morti. 265 erano a bordo degli aerei mentre 125 hanno perso la vita nell’attacco al Pentagono. Ancora oggi, a 17 anni di distanza, 24 persone risultano disperse e almeno 1.100 non sono ancora state identificate. L’atto di sfida all’America di Osama bin Laden era stato lanciato.</p>
<p class="p1"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-57818" src="http://www.occhidellaguerra.it/wp-content/uploads/2018/09/spostamenti-Bin-Laden-dopo-l11-settembre.png" alt="spostamenti Bin Laden dopo l'11 settembre" /></p>

<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/al-qaeda-attentati-11-settembre.html">Come è stato pianificato l&#8217;attentato alle Torri Gemelle</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Mosca vuol trattare con i talebani  per fermare l&#8217;Isis in Afghanistan</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/russia-afghanistan-talebani.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 May 2018 15:03:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[attacco-torri-gemelle]]></category>
		<category><![CDATA[Talebani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="864" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/05/LAPRESSE_20170817134418_24043189.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/05/LAPRESSE_20170817134418_24043189.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/05/LAPRESSE_20170817134418_24043189-300x173.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/05/LAPRESSE_20170817134418_24043189-768x442.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/05/LAPRESSE_20170817134418_24043189-1024x590.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>Diciotto anni dopo quel fatidico 2001, i talebani sono ancora i protagonisti della storia afghana. Quando, quel lontano 7 ottobre di quasi vent’anni fa, gli Stati Uniti cominciarono le operazioni per l’invasione dell’Afghanistan, tutti gli osservatori erano concordi nel concedere zero possibilità al futuro del movimento talebano. I talebani controllano ancora il 40% del territorio &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/russia-afghanistan-talebani.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="864" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/05/LAPRESSE_20170817134418_24043189.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/05/LAPRESSE_20170817134418_24043189.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/05/LAPRESSE_20170817134418_24043189-300x173.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/05/LAPRESSE_20170817134418_24043189-768x442.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/05/LAPRESSE_20170817134418_24043189-1024x590.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>Diciotto anni dopo quel fatidico 2001, i <strong>talebani</strong> sono ancora i protagonisti della storia afghana. Quando, quel lontano 7 ottobre di quasi vent’anni fa, gli Stati Uniti cominciarono le operazioni per l’invasione dell’<strong>Afghanistan</strong>, tutti gli osservatori erano concordi nel concedere zero possibilità al futuro del movimento talebano.</p>
<p>I talebani controllano ancora il 40% del territorio</p>
<p>Troppa era la differenza militare sul campo. Sia a livello numerico sia a livello tecnologico. Diciotto anni dopo i talebani sono ancora lì, pronti a rivendicare il 40% del territorio afghano, come riferisce <a style="color: #0000ff" href="https://www.bloomberg.com/news/articles/2018-05-20/talk-to-taliban-or-fight-endless-afghan-war-russia-tells-u-s"><em>Bloomberg</em></a>. La netta supremazia americana non aveva tenuto conto che i talebani si erano formati attraverso diciassette anni di guerra ininterrotta. Dieci anni contro un altro esercito, quello sovietico, nettamente superiore in fatto di uomini e tecnologie e altri sette di sanguinosa guerra civile tra le varie fazioni. L’aver vissuto una guerra vera per così lungo tempo è evidentemente altra cosa rispetto alle semplici esercitazioni e simulazioni cui gli eserciti occidentali sono invece abituati.</p>

<p>I talebani hanno così potuto sfruttare al meglio la loro piena conoscenza del territorio, l’ottima dimestichezza con tecniche di <strong>guerriglia estrema</strong> (già messe in atto contro i sovietici) e infine una certa dose di accondiscendenza della popolazione. Tempo fa la <a style="color: #0000ff" href="http://www.bbc.com/news/world-asia-16851949"><em>Bbc</em></a> affermava infatti che se i talebani sono riusciti a sopravvivere fino ad oggi, ciò lo si deve proprio al favore della popolazione locale che, come scritto anche su questo portale, anche se non appoggia direttamente il movimento, di certo non vi si oppone.</p>
<p>La Russia usa i talebani per frenare l&#8217;Isis</p>
<p>Questa presenza ormai certificata sta facendo cambiare strategia alla Russia che, in via informale, ha iniziato a dialogare con i talebani. Il gigante euro-asiatico ha infatti percepito il pericolo montante dell’Isis che si sta lentamente espandendo nel Paese. L’ultimo attacco dello Stato islamico ha colpito la capitale Kabul nemmeno 15 giorni fa. La Russia ha dunque intrapreso una strategia diplomatica volta alla riappacificazione tra talebani e governo di <strong>Ashraf Ghani</strong> proprio in funzione anti Isis. Ora lo stesso inviato speciale russo in Afghanistan, Zamir Kabulov, <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="https://www.bloomberg.com/news/articles/2018-05-20/talk-to-taliban-or-fight-endless-afghan-war-russia-tells-u-s">ha apertamente dichiarato</a> che &#8220;se gli Stati Uniti non stabiliscono contatti con i talebani, la guerra e lo spargimento di sangue continueranno senza fine&#8221;.</p>

<p>[Best_Wordpress_Gallery id=&#8221;976&#8243; gal_title=&#8221;Polizia afghana&#8221;]</p>
<p>L’avvertimento di Kabulov non è però casuale. Secondo <a href="https://www.bloomberg.com/news/articles/2018-05-20/talk-to-taliban-or-fight-endless-afghan-war-russia-tells-u-s"><em>Bloomberg</em></a>, infatti, i recenti colloqui tra russi e talebani avrebbero fatto emergere il totale disprezzo di questi ultimi nei confronti dell’attuale governo afghano, definito &#8220;fantoccio&#8221;. I talebani non sono quindi disposti a scendere a patti con l’amministrazione di Kabul, se prima non si apriranno dei negoziati diretti con gli americani, considerati &#8220;forza occupante&#8221;. Una posizione che si scontra frontalmente con quanto era stato dichiarato lo scorso marzo da parte americana. &#8220;Non possiamo certo sostituirci al governo afghano e alla sua popolazione&#8221;, aveva detto Alice Wells, in merito alla possibilità di aprire negoziati con il movimento islamico.</p>
<p>Il dilemma americano</p>
<p>Da parte di Washington, scendere a negoziati con i talebani sarebbe inoltre come ammettere pubblicamente il fallimento di quella missione. Gli Stati Uniti si trovano lì per i presunti legami tra il movimento talebano e l’organizzazione Al Qaeda. Nello specifico perché Osama Bin Laden avrebbe preparato e organizzato l’attentato contro le Torri Gemelle proprio nel territorio allora controllato dal Mullah Omar. Negoziare con il movimento islamico sarebbe come patteggiare con i complici di quell’attentato oppure come negare ufficialmente l’esistenza di legami tra talebani e Al Qaeda, delegittimando così 18 anni di operazioni militari. Dietro a questo dilemma americano c’è il destino di un Paese che non conosce stabilità dal 1979.</p>
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		<title>I curdi arrestano un predicatore coinvolto nell&#8217;attacco dell&#8217;11 settembre</title>
		<link>https://it.insideover.com/terrorismo/i-curdi-hanno-arrestato-un-predicatore-coinvolto-negli-attacchi-dell11-settembre.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[eldoleo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Apr 2018 10:11:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[attacco-torri-gemelle]]></category>
		<category><![CDATA[Curdi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="600" height="315" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/07/1449593940139.jpg-torri_gemelle.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/07/1449593940139.jpg-torri_gemelle.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/07/1449593940139.jpg-torri_gemelle-300x158.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 600px) 100vw, 600px" /></p>
<p>Un cittadino tedesco nato in Siria, accusato di aver contribuito a pianificare gli attacchi dell&#8217;11 settembre, è stato catturato dalle forze curde in Siria, secondo quanto riferito da un comandante curdo. &#8220;Mohammed Haydar Zammar è stato arrestato dalle forze di sicurezza curde nel Nord della Siria e ora è sottoposto ad interrogatorio&#8221;, ha detto l&#8217;alto &#8230; <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/i-curdi-hanno-arrestato-un-predicatore-coinvolto-negli-attacchi-dell11-settembre.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="600" height="315" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/07/1449593940139.jpg-torri_gemelle.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/07/1449593940139.jpg-torri_gemelle.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/07/1449593940139.jpg-torri_gemelle-300x158.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 600px) 100vw, 600px" /></p><p>Un cittadino tedesco nato in Siria, accusato di aver contribuito a pianificare gli attacchi dell&#8217;11 settembre, è stato catturato dalle forze curde in Siria, <a style="color: #0000ff; text-decoration: underline;" href="http://www.middleeasteye.net/news/german-militant-tied-911-attack-arrested-syrian-kurdish-forces-report-765193634">secondo quanto riferito</a> da un comandante curdo.</p>
<p>&#8220;Mohammed Haydar Zammar è stato arrestato dalle forze di sicurezza curde nel Nord della Siria e ora è sottoposto ad interrogatorio&#8221;, ha detto l&#8217;alto funzionario, senza fornire ulteriori dettagli.</p>
<p>Zammar era stato precedentemente detenuto dal governo siriano nei primi anni della guerra civile, ma è stato liberato per ragioni sconosciute nel 2014, secondo quanto ha riferito il <em>Washington Post</em>, citando funzionari americani non identificati.</p>
<p>Zammar, che ha circa cinquant&#8217;anni, è stato accusato di aver reclutato alcuni dei dirottatori coinvolti nell&#8217;attacco dell&#8217;11 settembre 2001; fu arrestato in Marocco nel dicembre 2001 in un&#8217;operazione che ha coinvolto agenti della Cia e fu successivamente consegnato alle autorità siriane due settimane dopo.</p>
<p>Un tribunale siriano ha condannato Zammar a 12 anni di prigione nel 2007 per l&#8217;appartenenza alla Fratellanza Musulmana, un&#8217;accusa che all&#8217;epoca avrebbe potuto portarlo alla pena di morte.</p>

<p>È stato un autorevole religioso in Germania che ha contribuito a organizzare il viaggio per Mohammed Atta &#8211; il capo dirottatore degli attacchi dell&#8217;11 settembre &#8211; in Afghanistan per l&#8217;addestramento di al-Qaeda, secondo il <em><a href="http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/articles/A64793-2002Sep10_2.html">Washington Post</a></em>.</p>
<p>Funzionari tedeschi hanno detto che Zammar ha spesso parlato con Atta e lo ha visitato a casa sua mentre vivevano entrambi ad Amburgo.</p>
<p>Il rapporto della Commissione sull&#8217;11 settembre, che ha studiato perché e come si sono verificati gli attacchi del World Trade Center del 2001 e del Pentagono, conclude che Zammar &#8220;ha colto ogni opportunità di esaltare le virtù del jihad violento&#8221;.</p>
<p>Come apostolo a tutti gli effetti della jihad, Zammar divenne rapidamente una delle figure più note nella ristretta comunità islamica di Amburgo. Ha inveito contro gli Stati Uniti e l&#8217;Occidente.</p>
<p>&#8220;Non possiamo semplicemente sederci e non fare nulla&#8221;, ha detto Zammar in un discorso sulle ingiustizie dell&#8217;Occidente contro l&#8217;Islam, secondo Azam Irschid, vice direttore della moschea Al Muhadjirin. &#8220;Chi sono i peggiori terroristi?&#8221; Zammar ha urlato in un&#8217;altra occasione. &#8220;Il cosiddetto mondo civilizzato.&#8221;</p>

<p>Abderrasak Labied ricorda un invito a casa di Zammar in quel periodo. Labied rimane un compagno di stanza di uno dei firmatari del testamento di Atta, Abdelghani Mzoudi, ed è stato interrogato dalla polizia tedesca sulla cella di Amburgo. I funzionari affermano che Labied era tra un gruppo di radicali che si sono impegnati al martirio nel retrobottega della libreria islamica di Attawhid ad Amburgo lo scorso aprile. Labied nega la carica.</p>
<p>Tuttavia, il <em>Post </em>ha detto che Zammar potrebbe non essere a conoscenza del complotto messo a punto per condurre l&#8217;attacco agli Stati Uniti, citando la testimonianza di Ramzi Binalshibh &#8211; un altro complice accusato degli attacchi dell&#8217;11 settembre che è attualmente detenuto a Guantanamo Bay.</p>
<p>Mohamed Atta aveva conosciuto Zammar nella moschea di Al Quds ad Amburgo, molto probabilmente nel 1998, secondo fonti statunitensi, tedesche e arabe. Atta era arrivato ad Amburgo nel 1992 e successivamente si è iscritto all&#8217;università tecnica di Amburgo-Harburg. Studente disciplinato e pio musulmano, Atta era riservato e distaccato, in particolare in compagnia dei tedeschi.</p>
<p>Tra i compagni musulmani, potrebbe essere un moralista hectoring. Ha castigato Ziad Samir Jarrah e Marwan Al-Shehhi per le loro passioni per la musica, l&#8217;alcol e le sigarette fino a quando i suoi due giovani compagni hanno anche rinunciato alle trappole dell&#8217;indulgenza occidentale.</p>
<p>La moschea di Al Quds fu inaugurata nel 1993 e divenne un centro in cui si proponevano visioni incendiarie del fondamentalismo islamico. &#8220;Gli ebrei e i crociati devono farsi tagliare la gola&#8221;, ha detto l&#8217;imam Mohammed bin Mohammed al Fizazi pronunciò in un sermone pre 11 settembre, che venne anche registrato.</p>

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		<title>&#8220;C&#8217;è l&#8217;Iran dietro l&#8217;11 settembre&#8221;:  Adesso i sauditi provano a discolparsi</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/iran-dietro-l11-settembre-la-fake-news-dei-sauditi.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Sep 2017 14:45:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[attacco-torri-gemelle]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="800" height="555" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/09/1467704467-clark4-800x555.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/09/1467704467-clark4-800x555.jpg 800w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/09/1467704467-clark4-800x555-300x208.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/09/1467704467-clark4-800x555-768x533.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
<p>Ci sarebbe l’Iran dietro gli attentati dell’11 settembre, che portarono al crollo delle Torri Gemelle, oltre a più di 3mila vittime civili. A riportarlo è il portale d’informazione Al Arabiya, emittente con sede a Dubai e riccamente finanziata dall’Arabia Saudita. Secondo i sauditi c&#8217;è l&#8217;Iran dietro le Torri Gemelle In data 11/9/2017, a sedici anni &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/iran-dietro-l11-settembre-la-fake-news-dei-sauditi.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/iran-dietro-l11-settembre-la-fake-news-dei-sauditi.html">&#8220;C&#8217;è l&#8217;Iran dietro l&#8217;11 settembre&#8221;:  Adesso i sauditi provano a discolparsi</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="800" height="555" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/09/1467704467-clark4-800x555.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/09/1467704467-clark4-800x555.jpg 800w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/09/1467704467-clark4-800x555-300x208.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/09/1467704467-clark4-800x555-768x533.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p><p>Ci sarebbe l’<strong>Iran</strong> dietro gli attentati dell’<strong>11 settembre</strong>, che portarono al crollo delle <strong>Torri Gemelle</strong>, oltre a più di 3mila vittime civili. A riportarlo è il portale d’informazione <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="https://english.alarabiya.net/en/perspective/features/2017/09/11/ANALYSIS-Revisiting-Iran-s-9-11-connection.html">Al Arabiya</a>, emittente con sede a Dubai e riccamente finanziata dall’Arabia Saudita.</p>
<p>Secondo i sauditi c&#8217;è l&#8217;Iran dietro le Torri Gemelle</p>
<p>In data 11/9/2017, a sedici anni esatti di distanza dal più grande attentato subito dagli Stati Uniti,<em> Al Arabiya</em> pubblica un’<a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="https://english.alarabiya.net/en/perspective/features/2017/09/11/ANALYSIS-Revisiting-Iran-s-9-11-connection.html">analisi</a> dall’eloquente titolo: “Rivisitare le connessioni tra l’Iran e l’11/9”. All’interno dell’editoriale è subito facile comprendere la tesi che si vuole supportare: l’Iran è la nazione che più di tutte ha guadagnato potere dopo gli attentati del World Trade Center. In realtà lo scritto è molto confusionario, mescola fatti ed eventi di notevole distanza temporale ed è inoltre palesemente di parte.</p>
<p>Si possono leggere infatti frasi come “L’Iran è stato governato da un regime teocratico che è stato semplicemente incapace di provvedere ai bisogni e alle richieste della società”. Sul fatto che il regime degli ayatollah governi dal 1979 in condizione di profondo isolamento e abbia superato senza troppi patemi anche le stesse rivolte del 2011, l’editoriale, invece, sorvola.</p>
<p>Un&#8217;analisi confusa</p>
<p>In seguito il portale d’informazione incolpa gli ayatollah per il rovesciamento di <strong>Saddam Hussein</strong> del 2003. Il motivo? Colui che procurò le prove, false, alla Casa Bianca sul possesso di armi di distruzione di massa da parte di Hussein era di nazionalità iraniana. Una “prova” piuttosto debole per incolpare l’Iran del regime change in Iraq, considerato che la Casa Bianca, con <strong>Colin Powell</strong> in testa era ben consapevole dell’inattendibilità di quelle prove.</p>
<p>Infine l’editoriale menziona l’<a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.iran911case.com/">indagine</a> fatta da una Corte del Distretto federale di Manhattan e risalente al 2011 per incolpare l’Iran degli attentati del 9/11. Quella Corte distrettuale americana si pronunciò nel lontano 22 dicembre 2011 sostenendo che l’Iran abbia facilitato il transito di alcuni membri di Al Qaeda attraverso le sue frontiere e abbia finanziato l’addestramento della stessa organizzazione insieme a <strong>Hezbollah</strong>. L’indagine, che non è andata oltre il livello distrettuale, si basa principalmente sulla testimonianza di tale Abolghasem Mesbahi. Un ex agente segreto dell&#8217;Iran, già sospettato per altro di fare il “doppio gioco” per gli Stati Uniti.</p>
<p>Il legame tra l&#8217;Ambasciata saudita e l&#8217;11/9</p>
<p>L’impianto accusatorio messo in piedi da quella corte distrettuale sembra dunque un po’ debole ed è strano che a distanza di sei anni venga ripreso proprio ora da un’emittente vicino all’Arabia Saudita. Proviamo a capire il motivo di questa tempistica. Proprio ieri è uscito un report, ripreso da numerose <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.aljazeera.com/news/2017/09/saudi-embassy-funded-911-dry-run-report-170909223532351.html">testate</a>, che dimostrerebbe il <strong>coinvolgimento dell’ambasciata saudita negli attentati alle Torri Gemelle</strong>. Il report parla di un finanziamento diretto dell’ambasciata saudita di Washington D.C. per un “test” preliminare agli attacchi dell’11/9. La prova risalirebbe a due anni prima dell’attentato, quando l’ambasciata pagò due persone di nazionalità saudita per volare da Phoenix a Washington e cadere in un campo della Pennsylvania.</p>
<p>Le infinite connessioni tra Riyad e gli attentatori</p>
<p>Quest’ultimo report confermerebbe quanto emerso da un’altra indagine. Quella effettuata dai membri delle Commissioni Intelligence della Camera e del Senato degli Stati Uniti intitolata: inchiesta congiunta sulle attività dei Servizi di Intelligence prima e dopo gli attacchi terroristici del settembre 2001. Si tratta di<a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="https://28pages.org/the-declassified-28-pages/"> 28 pagine</a> desecretate solamente lo scorso 15 luglio 2016, all’interno di queste si può leggere: “Mentre si trovavano negli Stati Uniti alcuni dei dirottatori dell’11 settembre ricevettero supporto e assistenza da personaggi che possono ritenersi collegati al governo saudita. Ci sono informazioni da fonti dell’Fbi secondo le quali almeno due di questi personaggi erano funzionari dell’<strong>intelligence saudita</strong>”.</p>
<p>Al Qaeda e Iran sono incompatibili a livello ideologico</p>
<p>Un’indagine che ha sicuramente contribuito alla <a href="http://www.aljazeera.com/news/2016/09/congress-overrides-obama-veto-911-bill-160928170519575.html">storica decisione</a> del Congresso Usa, che superando il veto di Obama, ha dato l’autorizzazione alle famiglie delle vittime degli attentati a<strong> citare in giudizio proprio l’Arabia Saudita</strong>. Anche sul piano ideologico Casa Saud è molto più vicina ad Al Qaeda di quanto possa esserlo l’Iran. E questo è dimostrato dal fatto che <strong>ben 15 dei 19 dirottari dell’11 settembre erano di nazionalità saudita</strong>, nessuno d’altra parte aveva il passaporto iraniano. Inoltre la corrente takfira che domina all’interno di Al Qaeda considera gli sciiti, e quindi il regime in Iran, come apostati. Quello del portale <em>Al Arabiya</em> sembrerebbe dunque un goffo tentativo di creare una “fake news”, vecchia di sei anni, nella speranza che sia ripresa da altre testate. Un modo per distogliere l’attenzione dalla monarchia saudita all’indomani dell’ennesima indagine che dimostra il legame tra essa e l’11/9. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/iran-dietro-l11-settembre-la-fake-news-dei-sauditi.html">&#8220;C&#8217;è l&#8217;Iran dietro l&#8217;11 settembre&#8221;:  Adesso i sauditi provano a discolparsi</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>L&#8217;oscuro legame fra Cambrils e l&#8217;11 Settembre</title>
		<link>https://it.insideover.com/terrorismo/loscuro-legame-fra-cambrils-e-l11-settembre.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Aug 2017 21:09:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[attacco-torri-gemelle]]></category>
		<category><![CDATA[attentati-barcellona]]></category>
		<category><![CDATA[Jihadismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/08/LAPRESSE_20170818091326_24047901.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/08/LAPRESSE_20170818091326_24047901.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/08/LAPRESSE_20170818091326_24047901-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/08/LAPRESSE_20170818091326_24047901-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/08/LAPRESSE_20170818091326_24047901-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>Mentre Barcellona era ancora sotto shock e iniziava la pietosa conta delle vittime dei feriti, un’altra città della Catalogna, Cambrils, diventava teatro di un altro episodio del terrorismo islamico. All’alba di venerdì, nella cittadina in provincia di Tarragona, i Mossos d’Esquadra, i poliziotti della comunità catalana, hanno abbattuto cinque terroristi mentre stavano mettendo a segno &#8230; <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/loscuro-legame-fra-cambrils-e-l11-settembre.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/loscuro-legame-fra-cambrils-e-l11-settembre.html">L&#8217;oscuro legame fra Cambrils e l&#8217;11 Settembre</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/08/LAPRESSE_20170818091326_24047901.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/08/LAPRESSE_20170818091326_24047901.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/08/LAPRESSE_20170818091326_24047901-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/08/LAPRESSE_20170818091326_24047901-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/08/LAPRESSE_20170818091326_24047901-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>Mentre <strong>Barcellona</strong> era ancora sotto shock e iniziava la pietosa conta delle vittime dei feriti, un’altra città della Catalogna, Cambrils, diventava teatro di un altro episodio del terrorismo islamico. All’alba di venerdì, nella cittadina in provincia di Tarragona, i Mossos d’Esquadra, i poliziotti della comunità catalana, hanno abbattuto cinque terroristi mentre stavano mettendo a segno un altro attacco sullo stesso stile di quello che massacrato gli innocenti di Barcellona: un’auto sulla folla. C’è stata purtroppo una vittima, una donna che camminava per le vie del paese, ma il fatto che la polizia abbia intercettato l’auto dei terroristi ha evitato che ci fosse una mattanza simile a quella che ha colpito la capitale della Catalogna. Non si sa ancora con certezza se gli islamisti volessero colpire di nuovo Barcellona, spostandosi con un’altra auto della morte, oppure colpire direttamente la cittadina della Costa Dorada, in questi giorni piena di turisti e villeggianti. Quello che è certo è che Cambrils, per fortuna, seppur con una vittima innocente, è stata il luogo della battaglia finale in cui è terminato l’orrore della notte che ha sconvolto la Spagna.</p>

<p>In molti si sono stupiti della scelta di Cambrils. Perché una delle tante città della Costa Dorada? In fondo si parla di una città che conta 33mila anime, un luogo turistico sì, ma niente a che vedere con le grandi località balneari che rendono i mari spagnoli fra i più frequentati di turisti del mondo. Barcellona era un simbolo, Cambrils, tutto sommato, no. Una nuova strategia del terrore che colpisce indistintamente qualsiasi centro urbano? Un assalto non voluto, ma creato a causa dell’intervento degli agenti dei Mossos? Per ora non si hanno risposte. Tuttavia questo nome, Cambrils, che sembra essere assolutamente privo di valore o simbologie, non è del tutto nuovo per ciò che riguarda il terrorismo internazionale di stampo islamista. Al contrario, Cambrils riveste un ruolo centrale proprio nel primo dei grandi attentati di matrice islamica che ha sconvolto l’Occidente: l’attacco alle Torri Gemelle.</p>

<p>Quando nel settembre del 2001 due aerei di linea si schiantarono contro le Torri Gemelle, sconvolgendo per sempre la vita degli Stati Uniti e di tutto il mondo, tutti puntarono il dito sul Medio Oriente, in particolare sul Golfo Persico. Doveva essere lì, fra Riad e le altre città del mondo arabo, la culla dell’attacco. Eppure, nonostante tutto, una tappa fondamentale nel processo di pianificazione dell’attentato del 2001e della sua esecuzione è stata proprio vicino a Tarragona: a Cambrils. È stato<strong> Ramzi Binalshibh</strong>, arrestato nel 2002 in Pakistan, ad affermare di fronte ai giudici, nel 2004, di aver incontrato il capo del commando suicida di Al Qaeda, Mohamed Atta, nella comunità catalana per gli ultimi dettagli sull’esecuzione dell&#8217;attacco alle Torri Gemelle. Secondo quanto ricostruito da Binalshibh, la preparazione dell&#8217;operazione ebbe inizio con l&#8217;arrivo dei due terroristi all&#8217;aeroporto di Reus l’8 luglio del 2001, dove affittarono un&#8217;auto per spostarsi dalla zona.</p>

<p>Durante i successivi otto giorni, ci sarebbero stati numerosi incontri fra gli organizzatori dell’attentato, e i terroristi presero alloggio in differenti alberghi nella cittadina di Cambrils. Erano in tre, ma la terza persona ancora non si è riuscita a identificare. Mohamed Atta, l’egiziano che guidò il commando suicida che ha dirottato il volo American Airlines 11, prese una stanza all’Hotel Sant Jordi, poi si spostò al Montsant e Playa Hotel e infine lasciò la città per incontrare il gruppo terroristico che ha dirottato il volo dell’American Airlines e della United Airlines. Binalshibh, lui non egiziano, ma di origine yemenita, si sa che si è registrato come cliente dell&#8217;Hotel Mónica di Cambrils, dove ha soggiornato prima di partire per la Germania dall&#8217;aeroporto di Reus. Binalshibh è stato imprigionato a Guantánamo e nel 2004 ha confessato: disse che era stato a Cambrils, dove il piano ha iniziato a concretarsi dopo la preparazione pluriennale ad Amburgo.</p>
<p>Se la scelta di Cambrils sia stata casuale o meno, non è dato saperlo. Certamente, conoscendo il passato recente della città in tema di terrorismo islamico, qualcosa non torna. È strano, o comunque molto curioso, che nella stessa località di mare spagnola si siano incontrati nel 2001 gli attentatori dell’11 settembre e nel 2017 sia diventata teatro di una sparatoria che ha evitato una strage a bordi di un’Audi A3. Che ci sia un filo rosso chiaro fra questi due episodi è tutto da dimostrare, ma simbolicamente è già qualcosa che fa riflettere, quasi fosse un passaggio ideale di staffetta fra un certo tipo di terrorismo, quello dei commando specializzati in attacchi devastanti e altamente tecnici dei primi anni Duemila, e quello di oggi, per cui bastano 60 euro di noleggio di un furgone e la follia del radicalismo islamico. Cambrils, suo malgrado, di fronte alle placide acque del Mediterraneo, è diventata la sede di questo orrendo passaggio di consegne.</p>
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		<title>Un risarcimento per l&#8217;11 settembre</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/emirati-arabi-uniti-e-11-settembre-le-famiglie-delle-vittime-chiedono-risarcimento.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Jul 2017 09:53:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[attacco-torri-gemelle]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="600" height="315" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/07/1449593940139.jpg-torri_gemelle.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/07/1449593940139.jpg-torri_gemelle.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/07/1449593940139.jpg-torri_gemelle-300x158.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 600px) 100vw, 600px" /></p>
<p>I parenti delle vittime degli attentati dell’11 settembre non ci stanno ad accettare che l’argomento “terrorismo” venga utilizzato &#8211; senza rispetto per la verità &#8211; come mero strumento per fare politica. Il mondo sunnita ha provato a salvare la faccia cercando di scaricare tutte le accuse di supporto al terrorismo sul piccolo stato qatariota. Con &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/emirati-arabi-uniti-e-11-settembre-le-famiglie-delle-vittime-chiedono-risarcimento.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="600" height="315" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/07/1449593940139.jpg-torri_gemelle.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/07/1449593940139.jpg-torri_gemelle.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/07/1449593940139.jpg-torri_gemelle-300x158.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 600px) 100vw, 600px" /></p><p>I parenti delle vittime degli attentati dell’11 settembre non ci stanno ad accettare che l’argomento “terrorismo” venga utilizzato &#8211; senza rispetto per la verità &#8211; come mero strumento per fare politica. <strong>Il mondo sunnita ha provato a salvare la faccia cercando di scaricare tutte le accuse di supporto al terrorismo sul piccolo stato qatariota</strong>. Con il beneplacito del presidente degli Stati Uniti che, in questo modo, può continuare indisturbato a intrattenere rapporti con Riyadh, di fatto alleata di Washington come gli schieramenti nel conflitto siriano hanno fatto capire lasciando poco spazio ai dubbi.</p>
<p>La scelta di trovare un capro espiatorio su cui riversare tutte le accuse di supporto al terrorismo è stata presa nella speranza di giustificare, appunto, l’alleanza tra America e Arabia Saudita, il tutto parte del progetto di isolamento a danno dell&#8217;Iran sciita. Il colpo sparato da Trump e dal regno dei Saud, però, rischia di avere un forte “rinculo” a danno di entrambi. <strong>In America le famiglie che hanno perso i loro parenti durante gli attentati dell’11 settembre 2001 hanno deciso di alzare la voce e di non accettare il denso velo di ipocrisia che si stende ogni volta che si parla di terrorismo</strong>. È infatti <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.middleeasteye.net/news/xxx-376213863" target="_blank">giunta notizia</a> che i parenti di coloro che hanno perso la vita durante l&#8217;attacco delle Torri Gemelle abbiano intenzione di inserire anche gli Emirati Arabi Uniti nella lista dei paesi che hanno fornito il loro supporto agli attentatori.</p>

<p>Nel settembre del 2016 il Congresso ha approvato il Justice Against Sponsor of Terrorism Act (<strong>JASTA</strong>), legge che permette a coloro che hanno perso dei familiari durante gli attentati di <strong>chiedere un risarcimento</strong> agli Stati accusati di aver favorito gli episodi, indimenticabili, del 2001. Il governo americano ha sempre mostrato la sua contrarietà nei confronti di questa legge. Basti pensare che <strong>ci sono voluti 15 anni</strong> dal quel maledetto 11 settembre per approvare la risoluzione contro gli sponsor del terrorismo islamico. Questo perché l’Arabia Saudita ha sempre fatto di tutto per bloccare il JASTA, che costerebbe ai Saud cifre spaventose. A parlare delle <strong>pressioni fatte dai lobbisti emiratini e sauditi è stato lo stesso Dipartimento di Stato americano</strong>, che in più occasioni ha confermato come i funzionari di questi due paesi abbiano lavorato senza sosta per evitare che la legge contro gli sponsor del terrorismo venisse implementata. Il <a href="http://www.telegraph.co.uk/news/2017/06/21/uae-warned-us-could-end-intelligence-cooperation-911-victims/" target="_blank">Daily Telegraph</a> il 21 giugno ha pubblicato un articolo in cui vengono riproposte le mail tra Yousef al-Otaiba, l’Ambasciatore degli Emirati negli Stati Uniti, e alcuni funzionari americani. Secondo il <em>Telegraph</em> al-Otaiba ha minacciato Washington di interrompere la cooperazione tra i loro rispettivi <strong>dipartimenti di intelligence</strong> in caso gli EAU vengano inclusi nella lista contenuta nel JASTA.</p>
<p>Ma il coinvolgimento degli Emirati è pressoché innegabile: innanzitutto 2 dei 19 dirottatori e affiliati che hanno fatto schiantare gli aerei sul Pentagono e sulle Torri Gemelle provenivano da un paese degli Emirati, mentre i restanti erano sauditi. Nel documento pubblicato nel luglio 2004 dalla <strong>Commissione d’indagine sull’11 settembre</strong>, gli EAU vengono citati più di 70 volte anche perché, per esempio, la maggior parte degli attentatori è transitata a Dubai prima di arrivare negli Stati Uniti. Senza contare che ci sono prove – tutte riportate sul documento sopracitato – che la maggior parte del denaro inviato per finanziare i dirottatori come Mohammed Atta sia partito proprio da Dubai, o meglio dalla <strong>Dubai Islamic Bank</strong>.</p>

<p>Le famiglie delle vittime recentemente sono tornate a rivendicare il diritto alla giustizia. Non capiscono come sia possibile che, dopo più di 13 anni dalla pubblicazione del documento della Commissione d’indagine sull’11 settembre, non si siano prese contromisure nei confronti degli Emirati Arabi Uniti. <strong>Anche il Qatar non è certo privo di colpe</strong>: basti pensare che una delle menti dell’attacco terroristico, Khalid Sheikh Mohammed, fosse un funzionario del governo qatariota durante gli anni precedenti al 2001. Quello che non accettano le famiglie di quei 3mila morti &#8211; caduti in terra americana a causa dal terrorismo islamico – è che il governo statunitense continui indisturbato a intrattenere rapporti con l’Arabia Saudita e i paesi degli Emirati Arabi Uniti, pur essendo riconosciuto il ruolo da protagonisti che hanno svolto per portare a termine il più grande attacco terroristico all’interno dei confini americani della storia statunitense. L’avvocato Jim Kreindler, che rappresenta 850 vittime nel caso contro gli sponsor del terrorismo, ci tiene a sottolineare che, se proprio si deve indicare il primo colpevole per quanto riguarda gli attentati terroristici, questo sarebbe proprio il <strong>regime saudita</strong>.</p>
<p>Trump e i Saud hanno provato a scaricare tutte le responsabilità del supporto al terrorismo sul Qatar. Ora, però, il tentativo di nascondere le mani sporche di sangue del mondo sunnita addossando le responsabilità sul solo stato qatariota <strong>rischia di ritorcersi contro di loro</strong>. Nell’eventualità che le famiglie delle vittime riescano a far includere gli Emirati nella lista del Justice Against Sponsor of Terrorism Act, il presidente americano non solo non sarebbe riuscito a “coprire” i suoi partner strategici, ma potrebbe anche aver dato nuova vita a un argomento che, forse (per chi lo deve gestire nello studio Ovale), era meglio lasciare nel dimenticatoio.</p>

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		<title>Tregua in Siria: si chiude un&#8217;epoca</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/con-la-tregua-in-siria-si-chiude-unepoca.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Sep 2016 16:09:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[attacco-torri-gemelle]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="998" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/09/OLYCOM_20160912140124_20595659.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/09/OLYCOM_20160912140124_20595659.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/09/OLYCOM_20160912140124_20595659-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/09/OLYCOM_20160912140124_20595659-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/09/OLYCOM_20160912140124_20595659-1024x681.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>Dopo cinque anni di una guerra civile tra le più crudeli e di una guerra per procura tra potenze che ha fatto quasi 300 mila morti, l’unica cosa decente è augurarsi che l’accordo per il cessate il fuoco in Siria, siglato da Russia e Usa e accettato sia dal Governo di Damasco sia dall’Alto comitato &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/con-la-tregua-in-siria-si-chiude-unepoca.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="998" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/09/OLYCOM_20160912140124_20595659.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/09/OLYCOM_20160912140124_20595659.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/09/OLYCOM_20160912140124_20595659-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/09/OLYCOM_20160912140124_20595659-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/09/OLYCOM_20160912140124_20595659-1024x681.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>Dopo cinque anni di una guerra civile tra le più crudeli e di una guerra per procura tra potenze che ha fatto quasi 300 mila morti, l’unica cosa decente è augurarsi che l’accordo per il <strong>cessate il fuoco in Siria</strong>, siglato da Russia e Usa e accettato sia dal Governo di Damasco sia dall’Alto comitato negoziale siriano che raccoglie i gruppi dell’opposizione armata cosiddetta “moderata”, e destinato a entrare in vigore da questa sera, possa funzionare. Se la tregua reggerà, le sofferenze dei civili saranno alleviate e sarà magari avviato un negoziato politico degno di tal nome. Potremmo forse, e finalmente, vedere Russia e Usa impegnati insieme contro l’Isis e Al Nusra.<a href="http://www.occhidellaguerra.it/tutti-i-limiti-della-tregua-in-siria/" target="_blank">Per approfondire: I limiti della tregua in Siria</a>Come si vede, abbondano i “se” e i “ma”. Molti dei gruppi ribelli, anche tra quelli appoggiati da Paesi come Turchia e Arabia Saudita, stretti alleati degli Usa, sono a loro volta alleati di <strong>Jabat Fateh al Shams</strong>, l’ultima reincarnazione di Al Nusra che era a sua volta l’incarnazione siriana di Al Qaeda, e non hanno alcuna intenzione di rompere il patto che un gruppo forte di 20 mila uomini e per nulla orientato a rispettare la tregua. D’altra parte è fresco il ricordo della precedente tregua, quella di febbraio, che fu usata dagli insorti anti-Assad per rinforzarsi e ripartire all’offensiva.Dal punto di vista della situazione siriana, quindi, alle molte speranze si oppone un quadro che esclude qualunque eccesso di ottimismo.Dal punto di vista internazionale, invece, il patto Usa-Russia, arrivato in coincidenza quasi perfetta con il quindicesimo anniversario degli <strong>attentati dell’11 settembre</strong> che provocarono quasi 3 mila morti negli Usa, non può essere sottostimato. Al di là delle esigenze contingenti e tattiche (gli Usa non riescono a far buttar giù Assad ma la Russia non può pensare di sorreggere Assad in eterno), l’accordo ha un grande valore strategico.<a href="http://www.occhidellaguerra.it/il-film-che-permise-la-guerra-in-iraq/" target="_blank">Per approfondire: Il film che permise la guerra in Iraq</a>Quindici anni fa, con la polvere delle Torri Gemelle ancora in aria, il presidente<strong> George W. Bush</strong> (20 settembre 2001) proclamò la “war on terror”, la guerra al terrore che doveva estirpare il terrorismo e domare i Paesi che lo sostenevano. Gran parte dei Paesi del mondo si unì a quella che voleva essere la crociata dei buoni e dei democratici contro l’estremismo islamico. Era l’epoca in cui dire “siamo tutti americani” sembrava avere un senso.Da allora, e in nome di quella parola d’ordine, abbiamo accettato eventi drammatici. L’infinita <strong>guerra in Afghanistan</strong>. Abbiamo attaccato e di fatto occupato il Paese nel 2001 per cacciare i talebani e disperdere Al Qaeda, ma nel primo semestre del 2016 l’Afghanistan ha avuto il record di vittime civili dopo il 2009, con 1.601 persone uccise (tra le quali 388 bambini e 5007 donne). L’orrenda<strong> guerra in Iraq</strong>. Bush e Blair vollero a tutti i costi una guerra e ne inventarono le ragioni mentendo al mondo e ai propri elettori. Oggi, centinaia di migliaia di morti dopo, il Paese è più disgregato che mai e per una parte importante è ancora occupato dai miliziani dell’Isis, che l’hanno disseminato di fosse comuni.In questi quindici anni, inoltre, non è stata risolta alcuna delle molte ambiguità che legano l’Occidente, gli Usa per primi, ai Paesi del Golfo Persico che sono noti per essere i primi finanziatori e sostenitori dell’estremismo islamico e del terrorismo che ne è emanazione. Possiamo davvero credere di farla finita coi terroristi se continuiamo a fare affari e scambiarci omaggi con i loro padroni?Subito dopo l’11 settembre, una sola nazione venne esclusa, almeno in termini morali, dalla grande coalizione internazionale del bene: la <strong>Russia</strong>. Il Cremlino era contrario all’invasione dell’Iraq, e questo fu ritenuto un peccato grave dagli Usa e dai loro alleati. Ma il problema vero era un altro. Già allora la Russia chiedeva che fosse riconosciuto un fatto inoppugnabile: essere stato il primo Paese europeo a subire un jihad (guerra santa islamista) con la seconda guerra di Cecenia cominciata nel 1999, dove i denari del Golfo e i relativi miliziani (molti qaedisti reduci dall’Afghanistan) erano intervenuti in modo decisivo.Gli Usa e i loro alleati negarono sempre quella realtà e continuarono a parlare di “indipendentisti” ceceni anche quando lo “stile” degli attentati (il massacro nelle scuole di Beslan nel 2004, ma poi anche lo stillicidio di attacchi e kamikaze nel Caucaso) parlavano chiaramente di terrorismo islamico. Così come parlava chiaro la proclamazione del califfato del Caucaso, arrivata anni prima della nascita dell’Isis e del suo califfato. Una negazione che aveva due ragioni. Le difficoltà della Russia, diventata più orgogliosa, aggressiva e nazionalista con Vladimir Putin, erano benvenute a chi propugnava l’esportazione delle democrazia e l’espansione politico-militare verso Est. Inoltre, allora come oggi, non si poteva in alcun modo riconoscere il ruolo che le petro-monarchie del Golfo Persico, alleate dell’Occidente e pur sempre definite “Paesi islamici moderati” svolgevano e svolgono nella diffusione dell’estremismo wahabita e del relativo estremismo violento.Oggi possiamo dire che l’accordo siglato tra Kerry e Lavrov chiude la stagione post-11 settembre, con tutte i suoi errori e le sue ipocrisie. La “war on terror” è stata un clamoroso fallimento, visto che dal 2000 al 2016 i morti per atti di terrorismo, nel mondo, non sono calati ma, al contrario, cresciuti di nove volte. E l’idea che si potesse radunare una coalizione del bene per lottare contro il male è stata dispersa dalle tragedie generate in tutto il Medio Oriente dalla guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein.<a href="http://www.occhidellaguerra.it/projects/cristiani-sotto-tiro/" target="_blank"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-15849" src="http://www.occhidellaguerra.it/wp-content/uploads/2016/09/banner_occhi_cristiani.jpg" alt="banner_occhi_cristiani" /></a>Oggi gli Usa dell’impalpabile Obama sono costretti ad accettare realtà che quindici anni fa, nel tripudio neo-con, non avrebbero nemmeno considerato. E cioè, che la guerra al terrorismo non si fa con i “buoni”, con i Paesi amici e/o sottomessi, ma con chi ci sta. Nel caso, anche con la Russia del detestato Vladimir Putin. Che la strategia di “esportazione della democrazia”, varata subito dopo il crollo del Muro di Berlino, in certe regioni del mondo ha portato solo a far rimpiangere i dittatori, come avviene oggi in Iraq e in Siria e come è già avvenuto in Egitto e nello Yemen. Che sovvertire certi equilibrii senza sapere come crearne di nuovi spalanca le porte all’incubo.Firmando l’accordo, insomma, Lavrov e Kerry hanno chiuso un’epoca. Quella che ora si apre non è meno complicata e pericolosa ma è certamente nuova. Speriamo che diventi presto anche migliore.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/con-la-tregua-in-siria-si-chiude-unepoca.html">Tregua in Siria: si chiude un&#8217;epoca</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Cosa svela il dossier sull&#8217;11/9</title>
		<link>https://it.insideover.com/terrorismo/dossier-119-in-crisi-il-sistema-usa.html</link>
		
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		<pubDate>Sat, 16 Jul 2016 18:02:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[attacco-torri-gemelle]]></category>
		<category><![CDATA[Attentato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1280" height="1024" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/07/%C3%A8.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/07/%C3%A8.jpg 1280w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/07/%C3%A8-300x240.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/07/%C3%A8-768x614.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/07/%C3%A8-1024x819.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></p>
<p>Che cosa intendiamo per “smoking gun”? Ovvero: quale “pistola fumante” ci aspettavamo dalle 28 pagine del Rapporto del Congresso Usa sugli attentati dell’11 settembre, che sono state rese note ieri dopo 14 anni di polemica attesa? Chi si aspettava di trovarci una frase tipo “è stato il re dell’Arabia Saudita e dirci di abbattere le &#8230; <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/dossier-119-in-crisi-il-sistema-usa.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="1024" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/07/%C3%A8.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/07/%C3%A8.jpg 1280w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/07/%C3%A8-300x240.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/07/%C3%A8-768x614.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/07/%C3%A8-1024x819.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></p><p>Che cosa intendiamo per “smoking gun”? Ovvero: quale “pistola fumante” ci aspettavamo dalle 28 pagine del Rapporto del Congresso Usa sugli attentati dell’<strong>11 settembre</strong>, che sono state rese note ieri dopo 14 anni di polemica attesa? Chi si aspettava di trovarci una frase tipo “è stato il re dell’Arabia Saudita e dirci di abbattere le Torri Gemelle” sarà rimasto deluso. Chi ha cercato di approfondire le vicende del terrorismo islamico sponsorizzato dai petrodollari, al contrario, ha trovato una serie di consistenti conferme.<a href="http://www.occhidellaguerra.it/119-i-sauditi-hanno-aiutato-i-dirottatori/" target="_blank">Per approfondire: 11 settembre, i sauditi e i dirottatori</a>Un’ottima analisi dei contenuti delle 28 famose pagine è già apparsa su <em><a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.ilgiornale.it/news/mondo/attentati-torri-gemelle-pubblicate-28-pagine-mancanti-1285019.html" target="_blank">ilGiornale.it</a></em>, inutile ripetere. In estrema sintesi e per orientarci: alcuni dei <strong>terroristi</strong> (15 dei quali, su 19, erano sauditi ) che dirottarono gli aerei dell’11 settembre ebbero contatti ripetuti e frequenti (per ottenere documenti, sistemazioni, informazioni, conti bancari) con personaggi legati ad aziende, a rappresentanze diplomatiche e a istituzioni religiose saudite negli Usa. Su alcuni di questi “personaggi” le 28 pagine lasciano un margine di dubbio: forse sapevano, forse no, impossibile stabilirlo. Su altri no.Inutile notare che in altri casi è servito molto meno al Governo americano per trarre deduzioni opposte. Il principio del “non poteva non sapere” viene volentieri applicato al nemico Putin (Panama Papers, omicidio Nemtsov, omicidio Politkovskaja, doping degli atleti, omicidio Litvinov, per fare qualche esempio a memoria) ma assai meno volentieri al principe saudita <strong>Bandar bin Sultan</strong>, dal 1983 al 2005 ambasciatore saudita a Washington, poi segretario del Consiglio di Sicurezza Nazionale dell’Arabia Saudita e dal 2012 al 2014 capo dei servizi di intelligence del regno. Oltre che, naturalmente, grande amico della famiglia Bush. Così va il mondo, non è una sorpresa.Più utile notare che tutti questi maneggi tra i terroristi dell’11 settembre (due in particolare: <strong>Khalid al-Midhar</strong> e <strong>Nawaf al-Hazmi</strong>) e il giro di uomini d’affari sauditi, imam sauditi e diplomatici sauditi si svolge in luoghi che di intrighi islamisti avevano grande esperienza. Siamo nel <strong>Sud della California</strong>, tra la città del cinema Culver City e quella della marina San Diego. Qui, un po’ di anni prima, era di casa <strong>Abd Allah Yussuf al-Azzam</strong>, il mentore di <strong>Osama Bin Laden</strong>, il vero inventore del jihad globale. Negli anni Ottanta Al-Azzam (palestinese di nascita, già docente all’università King Abdulaziz di Gedda, in Arabia Saudita, dopo essere stato espulso dalla Giordania per le sue idee troppo radicali) visitò oltre cinquanta città degli Usa per raccogliere fondi e propagandare il jihad contro i sovietici. Nel 1989, quando i sovietici sconfitti si ritirarono dall’Afghanistan, Al-Azzam fu fatto opportunamente saltare in aria con due dei suoi figli. Ma la sua rete americana aveva i punti forti appunto in California, soprattutto a San Diego, oltre che a Tucson (Arizona) e Brooklyn (New York), sedi di importanti centri islamici.Ho provato a raccontare un po’ di queste cose nel mio libro <em>Il patto con il diavolo</em> (Rizzoli). Qualcuno potrebbe chiedersi che cosa c’entrano gli anni Ottanta con questi nostri anni, e che rapporto c’è tra la guerra contro i sovietici e gli attentati in America. La risposta è: tutti gli studi più seri sul finanziamento del terrorismo islamico dicono la stessa cosa. E cioè, che da allora a oggi il meccanismo è rimasto lo stesso. <strong>Dopo che Al-Azzam fu tolto di mezzo, fu Osama bin Laden a rilevare i suoi contatti americani, esattamente negli stessi posti</strong>. E venne l’11 settembre.<a href="http://www.occhidellaguerra.it/la-storia-non-detta-dell11-settembre/" target="_blank">Per approfondire: La storia non detta dell&#8217;11 settembre</a>Ci sono le somme enormi spese dai Governi dei Paesi del Golfo Persico per promuovere la causa del wahabismo nel mondo. E ci sono le somme, altrettanto cospicue, che arrivano a estremisti e terroristi attraverso la rete di fondazioni caritative, moschee e ricchi individui attive in tutto il Medio Oriente e altrove nel mondo. Ed è la stessa catena di trasmissione che finanziò la lotta contro i sovietici, poi gli attentati di Osama e oggi le guerre dell’Isis, a entrare sempre in azione.Due dei più autorevoli think tank americani, hanno pubblicato interessanti studi in proposito. Il primo, intitolato<em> Terrorist financing</em>, è stato pubblicato dal Council on Foreign Relations e spiega che “per anni singole persone e charities con sede in Arabia Saudita sono state la più importante fonte di finanziamento di … E per anni le autorità dell’Arabia Saudita hanno fatto finta di non vedere”. Il secondo, intitolato <em>Playing with fire</em> e pubblicato dalla Brookings Institution, dice che “fin dai primi giorni delle proteste in Siria i donatori basati in Kuwait… hanno lavorato per convincere i siriani a prendere le armi… Oggi abbiamo le prove del fatto che i donatori basati in Kuwait hanno sostenuto gruppi ribelli che hanno commesso atrocità…”. Il brutto di questa cosa sta appunto nel fatto che il primo rapporto è del 2002 e si riferisce ad Al Qaeda mentre il secondo è del 2013 e annuncia l’Isis. Nulla è cambiato, il sistema è lo stesso.Per cui, in quelle 28 pagine c’è molto più di una pistola fumante, c’è il sistema che gira a tutto vapore e su cui nessuno vuole intervenire. Nemmeno il premio Nobel per la Pace Obama: il Presidente ha spesso ribadito la propria volontà di mettere il veto al Justice Against Sponsor of Terrorism Act, la legge che permetterebbe alle famiglie delle vittime dell’11 settembre di far causa a Governi stranieri che fossero responsabili di atti di terrorismo, se questa fosse mai approvata dal Congresso.</p>
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