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	<title>25 aprile Archives - InsideOver</title>
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	<title>25 aprile Archives - InsideOver</title>
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		<title>L&#8217;orrore della guerra civile che diventa grande letteratura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Zanella]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Apr 2024 05:47:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[25 aprile]]></category>
		<category><![CDATA[guerra civile]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="2048" height="1415" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240422231259246_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_406401.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240422231259246_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_406401.jpg 2048w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240422231259246_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_406401-600x415.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240422231259246_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_406401-300x207.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240422231259246_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_406401-1024x708.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240422231259246_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_406401-768x531.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240422231259246_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_406401-1536x1061.jpg 1536w" sizes="(max-width: 2048px) 100vw, 2048px" /></p>
<p>Quando si parla di Resistenza, se si pensa a un&#8217;opera letteraria rappresentativa di quella stagione di sangue durata 20 mesi che ha forgiato la democrazia di cui oggi godiamo, non può non venire in mente l&#8217;opera di Giuseppe &#8220;Beppe&#8221; Fenoglio: da Il partigiano Johnny a Una questione privata, da Primavera di bellezza a I ventitré &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/lorrore-della-guerra-civile-che-diventa-grande-letteratura.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2048" height="1415" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240422231259246_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_406401.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240422231259246_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_406401.jpg 2048w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240422231259246_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_406401-600x415.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240422231259246_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_406401-300x207.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240422231259246_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_406401-1024x708.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240422231259246_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_406401-768x531.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240422231259246_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_406401-1536x1061.jpg 1536w" sizes="(max-width: 2048px) 100vw, 2048px" /></p>
<p>Quando si parla di Resistenza, se si pensa a un&#8217;opera letteraria rappresentativa di quella stagione di sangue durata 20 mesi che ha forgiato la democrazia di cui oggi godiamo, non può non venire in mente l&#8217;opera di Giuseppe &#8220;Beppe&#8221; Fenoglio: da <em><strong>Il partigiano Johnny</strong> </em>a <em><strong>Una questione privata</strong></em>, da <em>Primavera di bellezza </em>a <em>I ventitré giorni della città di Alba</em>, Fenoglio con i suoi romanzi e i suoi racconti ha dato forma e sostanza all&#8217;epopea partigiana. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Il libro di una generazione in guerra</h2>



<p>Non solo quella combattuta in Piemonte, tra le Langhe (dove sono ambientate le vicende dei suoi protagonisti e dove l&#8217;autore stesso ha combattuto), ma nel suo complesso. Resta famosa la frase di <strong>Italo Calvino </strong>che, riferendosi a Il partigiano Johnny, pubblicato postumo del 1968, disse &#8220;Il libro che la nostra generazione voleva fare, adesso c&#8217;è, e il nostro lavoro ha un coronamento e un senso, e solo ora, grazie a Fenoglio, possiamo dire che una stagione è compiuta, solo ora siamo certi che è veramente esistita&#8221;.</p>



<p>Nei suoi libri, Fenoglio racconta la sua esperienza tra le file degli autonomi guidati dal mitico Enrico Martini &#8220;Mauri&#8221;, mischiandola con esperienze altrui, con storie sentite raccontare durante i lunghi mesi passati a combattere sotto ogni condizione climatica, sfidando la paura e la morte in agguato dietro ogni collina. L&#8217;affresco che emerge dalle sue pagine è duro, potente. Il suo romanzo più celebre, benché incompiuto, è senz&#8217;altro Il partigiano Johnny. In Italia è il periodo del Neorealismo, ma Fenoglio si muove a margine degli schemi letterari e dà vita a un&#8217;opera che colpisce per il linguaggio ibrido (italiano e inglese), che nonostante il crudo realismo è attraversata da una vena poetica palpabile, da un senso quasi mitologico che innalza l&#8217;esperienza partigiana e ne fa epica contemporanea, una sorta di Odissea novecentesca dove tutti &#8211; partigiani, tedeschi, fascisti, spie, alleati &#8211; sono comparse di una storia più grande, una storia che è la vera protagonista. </p>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;orrore della guerra civile</h2>



<p><em><strong>Una questione privata</strong></em>, anch&#8217;esso pubblicato postumo, ma nel 1963, due mesi dopo la morte dell&#8217;autore, scomparso a 41 anni, è l&#8217;altro romanzo più famoso. Anche qui il protagonista, Milton, è un giovane militare sbandato dopo l&#8217;8 settembre; anche qui è prima di tutto uno studente di letteratura americana; anche qui la cruda realtà della guerra civile trascende impercettibilmente in un&#8217;atmosfera vagamente onirica, che tuttavia non attenua l&#8217;orrore di una lotta fratricida.</p>



<p>In questi romanzi, come anche nei numerosi racconti, la scelta di campo è netta, ma non c&#8217;è spazio per l&#8217;odio. Il nemico è nemico, certo, ma non per questo meno tragico, meno umano. I suoi protagonisti &#8211; esattamente come l&#8217;autore &#8211; combattono senza ideologia politica, mossi solamente da un senso di giustizia e per amore di una libertà che va conquistata un pezzo alla volta, strappandola ai tedeschi e, soprattutto, ai fascisti, a quegli uomini, spesso a quei ragazzi che hanno fatto un&#8217;altra scelta, che spesso sono stati costretti a farla. </p>



<p>Quei fascisti che uccidono a bruciapelo, che rispondono a un governo fantoccio, che si ostinano a combattere per una causa persa e che per questo sono ancora più aggressivi, Fenoglio li tratteggia esattamente come tratteggia i partigiani induriti dalle intemperie e dagli stenti. L&#8217;unica differenza è il colore della divisa, nero, e il teschio con le ossa incrociate sul basco, simbolo di morte, la &#8220;bella morte&#8221; delle canzoni, che quando arriva fa piangere gli uomini come vitelli mandati al macello, che è presente in ogni pagina come una compagnia silenziosa. Perché al di là di tutto, quello che Fenoglio racconta è il disastro di una generazione mandata a morire, l&#8217;orrore di una guerra civile che alimenta fratture insanabili. I protagonisti dei suoi libri si chiedono spesso che ne sarà dell&#8217;Italia, se sarà possibile tornare a una convivenza civile o se una parte dovrà necessariamente sterminare l&#8217;altra. </p>



<h2 class="wp-block-heading">I rossi, gli azzurri e lo spettacolo della natura</h2>



<p>Un altro elemento peculiare della letteratura fenogliana, la contrapposizione tra i vari Johnny, Milton e gli altri partigiani &#8220;azzurri&#8221; o &#8220;badogliani&#8221; e quelli delle formazioni garibaldine, i &#8220;rossi&#8221;, come spesso vengono definiti i partigiani comunisti. La descrizione che Fenoglio ne fa risente della sua breve e traumatica esperienza, durante le prime settimane di attività partigiana, tra le fila di una formazione garibaldina che, più attenta all&#8217;aspetto politico che a quello militare, verrà decimata nel corso di un pesante rastrellamento nazifascista. Nei suoi romanzi i rossi e gli azzurri collaborano solo se obbligati a farlo, per il resto c&#8217;è reciproca diffidenza, talvolta anche una mal sopita ostilità. </p>



<p>Altro elemento fondamentale che integra il racconto della guerra partigiana in tutte le sue sfumature è la natura. La maestosa natura delle Langhe, luogo meraviglioso, reso straniante da una guerra che ne intacca la pace e la bellezza. Natura matrigna durante gli inverni, con la neve che rallenta gli spostamenti e le fughe, i fiumi in piena che inghiottono i partigiani che vi si gettano per sfuggire alla cattura, il gelo che si infila nelle ossa e buca i polmoni. Natura benevola quando con il verde dei suoi boschi nasconde alla vista dei tedeschi, quando il paesaggio sboccia in primavera lenendo la malinconia di lunghi mesi passati lontani dagli affetti, sotto la costante minaccia di venire catturati, torturati e infine impiccati o fucilati.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un autore dimenticato dalle nuove generazioni</h2>



<p>Autore spesso ai margini dei programmi scolastici, Beppe Fenoglio racconta di un&#8217;Italia al bivio della storia. Racconta di campagne e paesi immersi in atmosfere ancestrali, di miserie umane e altrettante virtù. Consegna alle future generazioni la memoria di una guerra civile che, a distanza di quasi 80 anni, mette ancora paura, ma che in pochi conoscono. </p>



<p>La trasposizione cinematografica dei due romanzi più famosi &#8211; Il partigiano Johnny diretto da Guido Chiesa nel 2000 e Una questione privata diretto da Paolo e Vittorio Taviani nel 2017 &#8211; non ha contribuito molto alla riscoperta di uno scrittore di razza, molto apprezzato dai suoi contemporanei. Uno scrittore che non ebbe la fortuna e la soddisfazione di conoscere la propria fama, di veder pubblicati i suoi due capolavori. Uno scrittore che meriterebbe di essere riscoperto.</p>



<p></p>
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		<item>
		<title>L&#8217;epopea partigiana di Enrico Mattei</title>
		<link>https://it.insideover.com/storia/lepopea-partigiana-di-enrico-mattei.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Apr 2024 13:50:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[25 aprile]]></category>
		<category><![CDATA[resistenza]]></category>
		<category><![CDATA[Seconda Guerra Mondiale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1046" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240424154420978_1cec08d3112e1b4fd672ba59cc208850-e1713966953455.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240424154420978_1cec08d3112e1b4fd672ba59cc208850-e1713966953455.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240424154420978_1cec08d3112e1b4fd672ba59cc208850-e1713966953455-600x327.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240424154420978_1cec08d3112e1b4fd672ba59cc208850-e1713966953455-300x163.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240424154420978_1cec08d3112e1b4fd672ba59cc208850-e1713966953455-1024x558.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240424154420978_1cec08d3112e1b4fd672ba59cc208850-e1713966953455-768x418.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240424154420978_1cec08d3112e1b4fd672ba59cc208850-e1713966953455-1536x837.jpg 1536w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Enrico Mattei è stato partigiano di grandi cause lungo l&#8217;intero corso della sua vita. Partigiano della ricostruzione nazionale dopo la seconda guerra mondiale, dell&#8217;indipendenza energetica dell&#8217;Italia, di un ruolo attivo del Paese nel gioco geopolitico della Guerra Fredda tra Mediterraneo, Africa e Medio Oriente, addirittura della causa di un popolo, quello algerino, nella lotta di &#8230; <a href="https://it.insideover.com/storia/lepopea-partigiana-di-enrico-mattei.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1046" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240424154420978_1cec08d3112e1b4fd672ba59cc208850-e1713966953455.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240424154420978_1cec08d3112e1b4fd672ba59cc208850-e1713966953455.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240424154420978_1cec08d3112e1b4fd672ba59cc208850-e1713966953455-600x327.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240424154420978_1cec08d3112e1b4fd672ba59cc208850-e1713966953455-300x163.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240424154420978_1cec08d3112e1b4fd672ba59cc208850-e1713966953455-1024x558.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240424154420978_1cec08d3112e1b4fd672ba59cc208850-e1713966953455-768x418.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240424154420978_1cec08d3112e1b4fd672ba59cc208850-e1713966953455-1536x837.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p><strong>Enrico Mattei</strong> è stato partigiano di grandi cause lungo l&#8217;intero corso della sua vita. Partigiano della ricostruzione nazionale dopo la seconda guerra mondiale, dell&#8217;indipendenza energetica dell&#8217;Italia, di un ruolo <strong>attivo del Paese</strong> nel gioco geopolitico della Guerra Fredda tra Mediterraneo, Africa e Medio Oriente, addirittura della causa di un popolo, quello algerino, nella lotta di liberazione nazionale dalla Francia, l&#8217;imprenditore marchigiano fu, prima di tutto, <strong>partigiano in senso stretto</strong>. Uomo simbolo della <strong>Resistenza cattolica</strong>. Tanto da arrivare a rappresentare i &#8220;bianchi&#8221; nel Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Mattei, il partigiano Este-Monti-Marconi</h2>



<p>Nella celebre foto del 5 maggio 1945, giorno di celebrazione della liberazione di Milano, in prima fila al corteo del Cln c&#8217;era <strong>Ferruccio Parri, esponente di spicco dei partigiani di Giustizia e Libertà; c&#8217;era Luigi Longo, a capo delle brigate Garibaldi, la Resistenza comunista, c&#8217;era Raffaele Cadorna, generale comandante del Corpo Volontari della Libertà</strong>. E c&#8217;era anche <strong>Enrico Mattei</strong>, allora imprenditore divenuto esponente della Resistenza anti-fascista e anti-nazista per puntellare la presenza della <strong>futura Democrazia Cristiana</strong> anche sul terreno nella lotta partigiana. Mattei combatté utilizzando tre nomi di battaglia: fu Este, nei comunicati volti a fomentare l’attività politica; fu il partigiano &#8220;Monti&#8221; nelle comunicazioni con gli altri democristiani; fu, soprattutto, noto col nome in codice Marconi, cognome della nonna materna, quando il riferimento era l’attività militare. Uno e plurimo, camaleontico come seppe sempre essere, Mattei, in arte Este-Monti-Marconi, si arruolò nel corpo dei partigiani nel 1943, nella nativa regione delle Marche, vicino Matelica. Si spostò poi a Milano, ove aveva sede la sua <strong>Industria Chimica Lombarda</strong>, che continuò a mantenere operativa durante la guerra evitando di proposito di fornire rifornimenti e commesse alle ditte che lavoravano con la Wehrmacht o la Repubblica Sociale Italiana.</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong><a href="https://it.insideover.com/politica/la-grande-strategia-di-enrico-mattei.html">La grande strategia di Enrico Mattei</a></strong></li>



<li><strong><a href="https://it.insideover.com/politica/le-lezioni-di-cavour-e-mattei-per-la-politica-estera-italiana.html">La lezione di Cavour e Mattei per la politica estera italiana</a></strong></li>



<li><strong><a href="https://it.insideover.com/storia/bascape-27-ottobre-1962-i-misteri-sulla-morte-di-enrico-mattei.html">La misteriosa morte di Mattei</a></strong></li>
</ul>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p>&#8220;Grazie a <strong>Marcello Boldrini,</strong> docente all’Università Cattolica&#8221; e futuro vicepresidente dell&#8217;Eni da lui fondata, &#8220;Mattei aveva quindi preso contatto con esponenti antifascisti del mondo cattolico tra i quali <strong>Giuseppe Dossetti</strong> e <strong>Amintore Fanfani&#8221;</strong>, nota <em><a href="https://www.remocontro.it/2023/04/23/il-partigiano-enrico-mattei-bandiera-di-meloni-in-africa-e-il-suo-25-aprile/">Remocontro</a></em>. &#8220;Nell’ottobre 1944 fu arrestato insieme ad altri resistenti democristiani, ma riuscì ad evadere con numerosi detenuti politici dal carcere di Como provocando un corto circuito nell’impianto elettrico che originò una baraonda. Dopo un breve periodo in Svizzera, ritornò a Milano per continuare la lotta di liberazione assumendo altri importanti incarichi organizzativi&#8221; e continuando con la sua opera preferita: quella di organizzazione. Mattei non fu un <strong>comandante &#8220;d&#8217;assalto&#8221;</strong>, capace di azioni militari audaci o di programmare operazioni strategiche di sabotaggio, controinsorgenza o agguato verso le truppe tedesche o i reparti fascisti. Non avendo una formazione militare, non ne sarebbe stato in grado. La sua fondamentale opera per la Resistenza fu quella, piuttosto, di <strong>maniacale organizzatore</strong> e gestore delle risorse a disposizione dei corpi. Il Cln si trovava, tra il 1943 e il 1944, chiamato a gestire una quantità cospicua di risorse fornite dai partiti romani, dal governo italiano che si era schierato contro la Germania e, soprattutto, dagli Alleati che risalivano la Penisola.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Mattei, &#8220;tesoriere&#8221; della Resistenza</h2>



<p><a href="https://anpcnazionale.com/2012/05/21/50-anniversario-della-morte-di-enrico-mattei/">L&#8217;<strong>Associazione Nazionale Partigiani Cattolici</strong> </a>bene ha ricordato questa fase della Resistenza in cui Mattei fu decisivo, riportando un testo di Giuseppe Accorinti che di Mattei nella Resistenza ricorda &#8220;la funzione di intendente e tesoriere del Comando generale&#8221;. Il futuro presidente dell&#8217;Agip &#8220;si conquisto nell’ambiente partigiano apprezzamenti per la puntualità quasi “maniacale” (espressione usata da un componente del Cln) nel presentare a guerra finita i rendiconti delle cifre ricevute a sostegno dei costi della lotta partigiana e i relativi importi di spesa&#8221;. Mattei fu anche in grado di <strong>coinvolgere verso la Resistenza </strong>l&#8217;attività di molte centrali importanti di potere del Nord Italia: &#8220;preziosa l’attività di raccolta fondi su Milano per la quale si giova di un rapporto privilegiato con Enrico Falck, il grande imprenditore che, con suo padre Giorgio Enrico, aveva fondato l’azienda siderurgica omonima di Sesto San Giovanni alle porte di Milano. Falck, a sua volta, funzionava da collettore del sostegno, che vari industriali milanesi – e non solo – davano alle formazioni partigiane cristiane della resistenza&#8221;, parallelo a quello garantito al Cln da figure come il banchiere Raffaele Mattioli, consentendo l&#8217;arruolamento di un numero di volontari crescenti. </p>



<p>Da 2mila Mattei rivendicò di <strong>aver portato i partigiani cattolici a 65mila</strong>, anche se stime più caute riducono il numero di volontari afferenti alle <strong><a href="https://it.insideover.com/guerra/i-volti-sconosciuti-della-resistenza.html">Fiamme Verdi</a></strong> e altre formazioni a circa 40mila tra il 1944 e il 1945. Comunque un risultato notevole, che consentì ai cattolici di combattere, lottare e, in molti casi, morire per il riscatto del Paese consumatosi con la Resistenza. Mattei fu tra i sostenitori dell&#8217;idea di passare per le armi, e non consegnare agli angloamericani, <strong>Benito Mussolini e i gerarchi arrestati durante la ritirata verso la Germania</strong> dopo l&#8217;insurrezione nazionale del 25 aprile. La condanna a morte di Mussolini, decretata dal Cln, fu poi eseguita su ordine del Comitato insurrezionale di Milano avente <a href="https://www.dagospia.com/rubrica-29/cronache/quando-pertini-mussolini-si-incrociarono-scale-351062.htm">alla guida il <strong>futuro presidente della Repubblica Sandro Pertini,</strong></a><strong> socialista, il comunista Longo</strong>, il suo compagno di partito <strong>Emilio Sereni e l&#8217;azionista Leo Valiani</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un segno duraturo</h2>



<p>Mattei fu dunque uno dei protagonisti della lotta resistenziale e questo gli consentì di essere, nel secondo dopoguerra, voce di punta della Democrazia Cristiana, tanto da poter trasformare il suo apparentemente anonimo <strong>ruolo di commissario liquidatore dell&#8217;Agip</strong> nell&#8217;Italia post-bellica nella punta di lancia per creare un sistema imprenditoriale a trazione pubblica capace di essere punta di lancia della ricostruzione nazionale. Anche grazie all&#8217;Agip-Eni di Mattei l&#8217;Italia seppe, nel secondo dopoguerra, essere in grado di rinascere dalla miseria umana, morale e materiale in cui il fascismo, causa della disfatta bellica, l&#8217;aveva gettata per diventare una grande economia industriale. Il Mattei partigiano divenne il Mattei deputato e manager di Stato cattolico che ebbe sempre un afflato particolare per la libertà dei popoli, a partire da quello algerino. La sintonia con il quale forse è all&#8217;origine delle cause che portarono alla sua morte nel misterioso incidente aereo di Bascapé, il 27 ottobre 1962. Quel che è certo è che l&#8217;intera Dc <strong>non dimenticò la presenza sul campo dei partigiani cattolici</strong>. La quale rappresentò una delle tre frecce con cui il nuovo sistema istituzionale prese vita assieme all&#8217;operato, a Roma, del gruppo dirigente guidato da <strong><a href="https://it.insideover.com/schede/storia/rovesciare-la-sconfitta-in-vittoria-la-lezione-di-de-gasperi-e-sforza.html">Alcide De Gasperi</a> che costruì il solido ponte con gli Usa e il Vaticano</strong> e all&#8217;attività dei <strong>movimenti intellettuali che col Codice di </strong><a href="https://www.true-news.it/politics/camaldoli-giorno-ultimo-giorno-democrazia-cristiana"><strong>Camaldoli</strong> </a>scrissero, in piena guerra, la bozza della Costituzione contemporanea. </p>



<p>Nel 1946, al primo congresso post-bellico della Dc, Mattei intervenne per primo su iniziativa di De Gasperi, che volle enfatizzare il ruolo cattolico nella lotta di liberazione. Dieci anni dopo la<a href="https://anpcnazionale.com/2013/01/25/enrico-mattei-il-discorso-di-trieste-del-25-aprile-1955/"> Liberazione, parlando a Trieste</a> Mattei ricordava con forza il valore di quegli anni di lotta: &#8220;benché sia stato ripetuto dagli storiografi di sinistra che noi eravamo al più presenti con generici sentimenti di patriottismo, è doveroso ricordare che con noi il clero non fu secondo nel levare alta la fiaccola della riscossa. Né i cristiani avevano bisogno di sovrapporre teorie più o meno politiche a quelle radicate nel cuore delle masse,  se è vero, come è vero, che l’idea cristiana è un’idea di libertà&#8221;. Ricordando poi che &#8220;non si può essere <strong>missionari di una grande causa solo occasionalmente</strong>, si è missionari per vocazione e la vocazione non può venir meno che con la vita stessa&#8221; <strong>enfatizzò</strong> il senso della riscossa nazionale insito nella Resistenza. A cui il mondo cattolico seppe dare, genuinamente, un contributo di valore.</p>
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		<title>La Resistenza vista dalla parte sbagliata</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/la-resistenza-vista-dalla-parte-sbagliata.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Zanella]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Apr 2024 08:15:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[25 aprile]]></category>
		<category><![CDATA[guerra civile]]></category>
		<category><![CDATA[resistenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1267" height="787" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/Battaglione_M-copia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/Battaglione_M-copia.jpg 1267w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/Battaglione_M-copia-600x373.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/Battaglione_M-copia-300x186.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/Battaglione_M-copia-1024x636.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/Battaglione_M-copia-768x477.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1267px) 100vw, 1267px" /></p>
<p>Con "Tiro al piccione" Giose Rimanelli consegna alla letteratura italiana l'unico romanzo che racconta la Resistenza dal punto di vista di chi ha scelto di combattere tra le fila della RSI</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1267" height="787" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/Battaglione_M-copia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/Battaglione_M-copia.jpg 1267w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/Battaglione_M-copia-600x373.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/Battaglione_M-copia-300x186.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/Battaglione_M-copia-1024x636.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/Battaglione_M-copia-768x477.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1267px) 100vw, 1267px" /></p>
<p>Esiste un romanzo che nessuno &#8211; o quasi &#8211; conosce, scritto da un autore che nessuno &#8211; o quasi &#8211; conosce. Con <em><strong>Tiro al piccione</strong></em> Giose Rimanelli, molisano, classe 1925, ha consegnato alla letteratura italiana l&#8217;unico romanzo (almeno degno di questo nome) che <strong>racconta l&#8217;esperienza della guerra civile dalla parte di chi l&#8217;ha persa</strong>: i repubblichini.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La scelta della parte sbagliata</h2>



<p>Morto a Lowell, Massachusetts, nel 2018, dopo un&#8217;esistenza raminga, qualche libro di scarso successo, e parecchi anni passati come stimato insegnante di italiano e letteratura comparata presso diversi atenei americani, Rimanelli aveva messo un oceano di distanza tra lui e il suo passato.</p>



<p>Nel settembre del 1943, a diciotto anni appena compiuti, Giose Rimanelli decide di fuggire dal suo paese, Casacalenda, che gli sta stretto. Il Molise di quegli anni è una terra arcaica, dura, senza futuro. Lì Marco Laudato &#8211; il suo alter ego letterario &#8211; è preda dei furori post adolescenziali che gestisce con rabbia, quasi con violenza. Coltiva il mito dell&#8217;avventura, vorrebbe seguire le orme di suo nonno, che è nato a New Orleans e suona la tromba jazz quando ancora il jazz in Italia, o meglio, in Molise non esiste; sente il richiamo di terre lontane, come il Canada dove è nata sua madre. Ed è per questo che Giose/Marco sceglie di unirsi a una colonna di camion della Wermacht in ritirata.</p>



<p>La sua è una &#8220;non scelta&#8221; e, dopo giorni confusi, passati tra quei soldati che parlano un&#8217;altra lingua ma che con lui sono persino gentili, si ritrova a Venezia. Qui incontra altri tedeschi, ma molto meno gentili. Le <strong>SS </strong>infatti lo arrestano e lo spediscono ai lavori forzati a Villafranca. Da qui Marco fugge, arriva a Milano e stavolta a catturarlo sono i militi delle <strong>Brigate nere</strong>. A questo punto, per sfuggire alla fucilazione come disertore, si arruola nella Repubblica sociale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un orrendo carnaio</h2>



<p>Da questo momento in poi, Tiro al piccione si trasforma in un racconto crudo, realistico e a tratti cupo dell&#8217;Italia sconvolta dalla guerra civile. Il giovane protagonista si lascia trascinare dal gorgo di violenza e follia che attanaglia gli uomini mandati a caccia di altri uomini tra boschi e montagne, dove la morte arriva improvvisa, come un falco che piombi sulla sua preda dal cielo. Eppure, Marco mantiene il suo sguardo lucido, la capacità di comprendere ciò che gli accade intorno. Partito ragazzo, la guerra lo rende un uomo a metà. L&#8217;orrore dei massacri, delle battaglie, di una guerra persa in partenza gravano sulla sua coscienza e alimentano un senso di sconfitta che Marco interiorizza: &#8220;Passando per i paesi i ragazzi sventolavano i fez, ma la gente ci guardava senza rispondere. Spesso mi domandavo perché la gente ci guardasse senza rispondere, ma non riuscivo a tirar fuori delle conclusioni. Poi mi venne un pensiero: e se la gente ci odia?&#8221;. </p>



<p>Ma in questo libro le riflessioni amare sono tante: &#8220;Hanno raccolta la polvere e ce l’hanno buttata addosso, e di noi hanno fatto le nuove legioni, ci hanno riempita la bocca di canti e ci hanno detto di andare. Andare! Ma andare dove? Non abbiamo mai saputo dove dovevamo andare. Ci hanno mandati a morire, a morire massacrati, tutti insieme&#8221;. </p>



<p>E ancora: &#8220;Nel mio battaglione ci sono ufficiali di vent’anni e soldati di quindici. Tutti gli uomini di questa guerra odiosa sono giovani e hanno tanti anni davanti a loro, anni felici da vivere. La mascotte della mia compagnia ne ha tredici, di anni, e conosce meglio il mitra che la faccia di sua madre. La mascotte è nato a Tripoli e i suoi genitori sono là. Il Duce l’ha fatto portare nei collegi italiani insieme a mille altri ragazzi della sua età, per dargli un’educazione littoria. Ora va ai rastrellamenti e spara contro gli uomini come se fossero cani, e peggio. E tutti così gli altri. <strong>Ammazzano la gente da cani e sono ammazzati da cani</strong>&#8220;.</p>



<p>Italo Calvino disse che Tiro al piccione ci mostra “un carnaio spietato ed osceno”. Lo fa con uno stile che strizza l&#8217;occhio ai romanzi di Hemingway, ma anche al Beppe Fenoglio de Il partigiano Johnny (e questo è particolarmente curioso, perché il libro di Fenoglio uscì solamente nel 1968). </p>



<h2 class="wp-block-heading">Bambini soldato, avventurieri e criminali: l&#8217;Italia della guerra civile</h2>



<p>In questo romanzo non c&#8217;è la speranza di un riscatto, di un fine ultimo che salvi l&#8217;anima di un&#8217;Italia dilaniata. C&#8217;è solo il presente e tutti i mostri generati dall&#8217;odio. I protagonisti di Tiro al piccione sono avventurieri che nella guerra civile hanno trovato il loro habitat naturale; criminali che approfittano della situazione per dare libero sfogo alle proprie pulsioni e che si trovano tanto nelle file dei fascisti, quanto tra quelle dei partigiani. Ma il romanzo di Rimanelli mostra soprattutto la follia di un periodo storico in cui anche i bambini imbracciano un mitra e uccidono. Bambini soldato come quelli che in Germania, nello stesso periodo, cercarono di bloccare inutilmente l&#8217;avanzata dei russi su Berlino. Bambini soldati come oggi ce ne sono in Africa. Un mondo al contrario, quello che esce dalle pagine del romanzo. Un mondo malato al tramonto.</p>



<p>Il Tiro al piccione che dà il titolo al romanzo, poi, è quello che i partigiani fanno mirando al basco dei militi della Legione d&#8217;assalto M. Tagliamento, di cui Marco fa parte. E mentre i suoi camerati vengono colpiti alla fronte, rotolando nel loro stesso sangue nei giorni finali della guerra, Marco prega che la prossima pallottola tocchi a lui. Ma la sorte ha in serbo altro. E Marco tornerà a casa, in Molise. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Un romanzo sfortunato</h2>



<p>Giose Rimanelli, una volta rientrato fortunosamente a casa dopo aver evitato la cattura da parte degli alleati, comincerà subito a lavorare al suo romanzo. D&#8217;altronde non c&#8217;era altro modo per sublimare l&#8217;esperienza vissuta. A casa i genitori lo tennero segregato, per paura di rappresaglie nei suoi confronti. Un muro lo divideva dal resto del suo mondo. Che non voleva capire, non poteva capire cos&#8217;era stata la guerra civile. Cos&#8217;era stata la Resistenza vista dalla parte sbagliata. </p>



<p>Il periodo di stallo dura poco. Rimanelli, insofferente, riprende le sue peregrinazioni: Roma, Milano, Parigi, Nord Europa. Per procurarsi da vivere scrive tesi di laurea, lavora come sparring-partner in una palestra di pugilato. E intanto legge molto: tra i suoi autori preferiti Pavese, Faulkner, Vittorini ed Hemingway. Nel frattempo, stringe diverse amicizie: conosce Elio Vittorini, Carlo Levi, Giuseppe Ungaretti. Ma la conoscenza che dà un&#8217;apparente svolta alla sua esistenza è quella con Cesare Pavese. </p>



<p>Pavese, editor di Einaudi, legge la bozza di Tiro al piccione. Ne critica lo stile ancora aspro, tuttavia lo propone per la collana I Coralli della casa editrice. Dopotutto, quello, secondo lo stesso Pavese, non era certo un romanzo politico. Come ebbe a dire il critico letterario Raffaele Liucci molti anni dopo, nel 1997, in questo romanzo troviamo “la punta di diamante di una letteratura della zona grigia, espressione di coloro che, pur essendo stati costretti a militare sotto le insegne di Salò, sono però difficilmente inquadrabili nel campo del fascismo o dell’antifascismo, perché tenacemente ancorati ad un humus valoriale non assimilabile a rigide e prescrittive divisioni politiche”.</p>



<p>Il 27 agosto del 1950, però, Pavese si uccise. Venuto meno il suo prezioso supporto, il progetto di pubblicazione presso Einaudi si arenò. Il romanzo di quel giovane che aveva visto la Resistenza dalla parte sbagliata non vide la luce. Bisognerà attendere il 1953. Stavolta a interessarsi di questo romanzo fu Elio Vittorini, che lo portò a pubblicazione presso Mondadori. Una traduzione dal titolo <em>The day of the lion </em>venne pubblicata anche in America, ed ebbe un discreto successo, mentre nel 1961 Giuliano Montaldo ne fece un adattamento cinematografico che venne stroncato dalla critica. Da questo momento in poi, il romanzo cadde nel dimenticatoio.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un corpo estraneo nella letteratura italiana</h2>



<p>Rimanelli, dopotutto, non fece nulla per ottenere il contrario. I salotti letterari gli erano sempre stati stretti. La stessa industria editoriale si muoveva secondo logiche che a lui davano il prurito. Nel 1958 pubblica <em>Il mestiere del furbo</em>, nel quale mette alla berlina quell&#8217;ambiente frivolo e patinato che, per tutta risposta, lo espelle come un corpo estraneo, mettendo in atto un&#8217;opera di <em>damnatio memoriae</em> che perdura ancora oggi. </p>



<p>Ciononostante, Tiro al piccione resta un romanzo validissimo. L&#8217;unico romanzo in grado di raccontare la Resistenza da un punto di vista inedito, senza alcuna retorica, senza alcun riferimento al culto guerriero della &#8220;bella morte&#8221;, di cui invece sono intrise altre prove letterarie che, con scarso successo, hanno provato a raccontare la guerra civile dagli occhi di un milite della RSI. </p>
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		<title>Da Bongiorno a Montanelli, il 25 aprile che non ti aspetti</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/il-25-aprile-di-chi-ha-unificato-l-italia-con-la-televisione.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mauro Indelicato]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Apr 2024 17:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[25 aprile]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Seconda Guerra Mondiale]]></category>
		<category><![CDATA[tv]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="960" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/mike-bongiorno-montanelli.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/mike-bongiorno-montanelli.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/mike-bongiorno-montanelli-600x300.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/mike-bongiorno-montanelli-300x150.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/mike-bongiorno-montanelli-1024x512.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/mike-bongiorno-montanelli-768x384.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/mike-bongiorno-montanelli-1536x768.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Mike Bongiorno, Raimondo Vianello, Ugo Tognazzi, Walter Chiari: sono soltanto alcuni dei nomi di chi ha vissuto in pieno la fine della guerra</p>
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<p>È <strong>l&#8217;8 maggio del 1945</strong>, la radio in Italia sta trasmettendo della musica per come spesso previsto nella programmazione di allora: da qualche mese a questa parte, la vecchia Eiar risulta infatti ufficialmente chiusa e sostituita, nelle aree già controllate dagli angloamericani, con la<strong> Radio Audizioni Italiane </strong>(Rai). Una società quest&#8217;ultima ancora troppo giovane per poter avviare una programmazione stabile in una fase in cui, tra le altre cose, la penisola sta affrontando ben altre priorità. Nell&#8217;organico della neonata Rai però, c&#8217;è già un ragazzo poco più che ventenne con una voce molto apprezzata dal pubblico e a cui è stato dato l&#8217;incarico di leggere gli annunci più importanti dei radiogiornali. Ed è proprio quel ragazzo, nel pomeriggio di quell&#8217;8 maggio, a prendere il microfono e a leggere l&#8217;annuncio più importante:<em> &#8220;Interrompiamo le trasmissioni</em> &#8211; scandisce &#8211; pe<em>r comunicarvi una notizia straordinaria: le forze armate tedesche si sono arrese agli angloamericani. La guerra è finita. Ripeto, la guerra è finita&#8221;.</em></p>



<p>Quel ragazzo, nell&#8217;Italia di un dopoguerra che sta iniziando a nascere proprio in quelle ore, sarà noto soprattutto con il suo nome: si chiama infatti Corrado Mantoni, ma per tutti negli anni successivi sarà semplicemente <strong>Corrado</strong>. Uno dei presentatori più popolari di sempre, uno dei volti con cui ha preso forma e vita la televisione italiana e quindi la nuova società sorta dalle macerie del conflitto. Corrado non è l&#8217;unico, tra i personaggi dello spettacolo dell&#8217;Italia repubblicana, a essere protagonista nei giorni in cui i rumori della guerra iniziano a lasciare spazio alla <strong>ricostruzione</strong>. Tra il 25 aprile e l&#8217;8 maggio 1945, non ci sono soltanto futuri politici e future figure istituzionali in prima fila: sono tanti i nomi, diventati poi popolari nell&#8217;intrattenimento, ad aver un ruolo, a volte su fronti contrapposti, nelle settimane più delicate della nostra storia unitaria. </p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-4-3 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="embed-responsive embed-responsive-16by9"><iframe loading="lazy" title="CORRADO annuncia alla radio la fine della SECONDA GUERRA MONDIALE" width="500" height="375" src="https://www.youtube-nocookie.com/embed/x321nSn-wJk?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div><script>ga("set", "video_embed", "youtube_x321nSn-wJk");</script>
</div></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Mike Bongiorno e Indro Montanelli, due insospettabili compagni di cella</h2>



<p>A proposito di televisione, c&#8217;è un nome che nel nostro Paese rappresenta ancora oggi un sinonimo del piccolo schermo ed è quello di <strong>Mike Bongiorno</strong>. Nell&#8217;aprile del 1945 il futuro presentatore è a casa sua a New York, lì dove è nato nel maggio del 1924 da genitori italiani (mamma piemontese e padre siciliano). In quel momento la sua guerra è già finita, ma solo grazie a un espediente: avendo documenti Usa in tasca, nel gennaio di quello stesso anno ha potuto usufruire di uno scambio di prigionieri tra statunitensi e tedeschi. Il passaporto Usa lo ha salvato già una volta, nel 1944: Mike Bongiorno infatti, è stato arrestato dai tedeschi nel Piemonte occupato in quanto scoperto mentre portava messaggi ad alcuni partigiani nascosti nelle montagne. Ai piedi delle Alpi il giovane Bongiorno c&#8217;era arrivato per la scelta della madre di vivere a Torino quando lui era ancora molto giovane: poi, scoppiato il conflitto, nelle fasi più calde della guerra nel nord Italia la sua conoscenza dell&#8217;inglese si è rivelata fondamentale per alcuni gruppi di combattenti, da qui la sua attività di <strong>staffetta partigiana</strong> e da qui il successivo arresto. I documenti statunitensi, in quell&#8217;occasione, gli hanno evitato la fucilazione, ma hanno anche rappresentato l&#8217;inizio di una girandola tra carceri e campi di prigionia. </p>



<p>Nel maggio del 1944, Mike Bongiorno è stato portato all&#8217;interno di <strong>San Vittore</strong>. Ed è qui che ha conosciuto<strong> Indro Montanelli</strong>, giornalista rinchiuso da quasi un anno nella struttura penitenziaria milanese in quanto accusato di aver diffamato il governo di Salò. Il futuro presentatore in carcere è stato designato tra gli uomini delle pulizie, per questo aveva meno restrizioni e poteva accedere anche nella sezione femminile. Montanelli, fidandosi di lui, lo ha più volte incaricato di far recapitare propri messaggi alla moglie di allora, anch&#8217;essa detenuta a San Vittore. La convivenza in carcere tra il giornalista e il presentatore è durata poche ma intense e significative settimane: Montanelli è stato scarcerato dopo essere anch&#8217;egli sfuggito alla fucilazione e ha trovato rifugio in Svizzera, mentre Bongiorno è stato portato prima nel campo di prigionia di Bolzano e poi in quello austriaco di <strong>Spittal</strong>, da dove è uscito nel gennaio 1945 grazie al prima menzionato accordo per lo scambio di prigionieri. </p>



<p>A guerra terminata, Montanelli proseguirà la sua carriera giornalistica mentre Mike Bongiorno tornerà in Italia. Qui diventerà il volto più popolare della nascente televisione. I due ricorderanno i mesi della prigionia vissuta assieme in alcune occasioni nel corso degli anni successivi: particolarmente importante è stata la testimonianza, durante un programma televisivo in prima serata, raccontata assieme da entrambi nel 1987. Quando erano trascorsi oramai 43 anni dai fatti. </p>



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<div class="embed-responsive embed-responsive-16by9"><iframe loading="lazy" title="L&#039;incontro in carcere tra Mike Bongiorno e Indro Montanelli" width="500" height="281" src="https://www.youtube-nocookie.com/embed/UcQAn3WYodQ?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div><script>ga("set", "video_embed", "youtube_UcQAn3WYodQ");</script>
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<h2 class="wp-block-heading">Da Raimondo Vianello a Walter Chiari, da Ugo Tognazzi a Enrico Ameri: i volti dello spettacolo rinchiusi a Coltano</h2>



<p>C&#8217;è poi in luogo in cui molti futuri volti popolari osservano i fatti dell&#8217;aprile del 1945 da dietro delle sbarre: si tratta del campo di prigionia di <strong>Coltano</strong>, vicino Pisa. Qui gli alleati hanno rinchiuso per alcuni mesi, prima del rilascio, decine di prigionieri di guerra e di appartenenti alla Repubblica Sociale Italiana. La caduta definitiva del fascismo, la fine del conflitto e il ritiro dal nord Italia delle forze tedesche è stato seguito e vissuto dal campo di Coltano da diversi futuri appartenenti al mondo dello spettacolo. Volti, anche in questo caso, che faranno parte della quotidianità degli italiani in un Paese in via di ricostruzione. </p>



<p>A partire ad esempio da un altro attore e presentatore divenuto icona della televisione: <strong>Raimondo Vianello.</strong> Il suo nome è tra gli aderenti alla <strong>Rsi</strong>, in cui è stato inquadrato come sottoufficiale dei bersaglieri. Fatto prigioniero dagli Alleati in risalita verso Milano, Vianello ha trascorso alcune settimane a Coltano prima di essere poi rilasciato: in seguito, l&#8217;attore intraprenderà la carriera all&#8217;interno del mondo dello spettacolo e diventerà famoso anche per il sodalizio sentimentale e lavorativo con la moglie Sandra Mondaini. Nel campo costruito dagli angloamericani in Toscana, era presenta anche un suo futuro compagno di avventura in numerosi spettacolo, ossia <strong>Ugo Tognazz</strong>i. Anche lui è risultato arruolato nella Rsi e per alcuni mesi ha prestato servizio nel Ponente Ligure. </p>



<p>Uno dei nomi più illustri rinchiusi in quell&#8217;aprile del 1945 a Coltano, era quello di <strong>Walter Chiari</strong>. La sua adesione alla Repubblica Sociale è stata spesso oggetto di <strong>controversie</strong> anche nel dopoguerra, per via di un maggiore attivismo dell&#8217;attore all&#8217;interno delle forze fedeli al governo di Salò. Chiari è stato infatti arruolato nella X Mas, così come raccontato anche nel 2023 dal figlio Simone Annicchiarico sul <em>Corriere della Sera</em>: &#8220;<em>Un saluto alla prima fila e alla decima. Lui nella Decima Mas aveva combattuto davvero. Dopo, non sopportò l’egemonia della sinistra”</em>, si legge nel racconto del figlio. </p>



<p>Nel campo di Coltano è stato tenuto prigioniero per alcuni mesi anche il futuro premio Nobel della letteratura, <strong>Dario Fo</strong>. Circostanza quest&#8217;ultima che negli anni &#8217;70, quando lo scrittore era già uno dei nomi più importanti associati alla sinistra, non ha mancato di creare polemiche. Lui, dal canto suo, ha confermato di essere stato prigioniero in quanto aderente alla Rsi: &#8220;Ma la mia adesione &#8211; ha spiegato in un&#8217;intervista su RaiTre nel 2015 &#8211; era in quanto italiano e non in quanto fascista, quell&#8217;esercito era l&#8217;unico esistente e l&#8217;ho fatto per evitare di essere deportato in Germania come lavoratore o come militare di leva&#8221;.</p>



<p>A proposito di voci e volti molto popolari, a Coltano nei prima mesi del 1945 era presente <strong>Enrico Ameri</strong>, colui che diverrà in seguito la voce di &#8220;Tutto il Calcio Minuto per Minuto&#8221;: il motivo della sua detenzione era dovuto, come per gli altri nomi, alla sua adesione alla Repubblica Sociale. La carriera nel giornalismo sportivo, subito dopo il conflitto, lo farà diventare l&#8217;icona delle domeniche degli italiani del boom economico, quelle trascorse attaccate alla radio per conoscere in tempo reale tutti i risultati dai vari campi della Serie A. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Lo spirito di ripartenza dopo la guerra </h2>



<p>Una data, il 25 aprile, e due barricate differenti in cui in quel momento si sono ritrovati futuri esponenti dello spettacolo. Eppure le differenze, all&#8217;epoca, non sono mai del tutto emerse: per chi, pur su due lati diversi, è stato protagonista di quelle settimane e ha successivamente intrapreso vie diverse dalla politica, il tempo ha come cancellato ogni tipo di divario ideologico o culturale. C&#8217;è chi ha scelto di stare convintamente con una parte, chi si è ritrovato per necessità all&#8217;interno di uno degli schieramenti, ma tutti hanno poi portato successivamente nei rispettivi campi la volontà di <strong>superare</strong> quei tragici momenti e di diventare protagonisti in un&#8217;Italia del tutto differente da quella in cui si era cresciuti. </p>



<p>Occorrerà attendere molti anni prima di sapere dell&#8217;attività di staffetta partigiana di Mike Bongiorno e, allo stesso modo, le esperienze sull&#8217;altro versante degli altri futuri esponenti dello spettacolo salteranno fuori dopo diverso tempo e non saranno mai del tutto impattanti sull&#8217;immagine e sulle rispettive carriere dei diretti interessati. Dopo quel 25 aprile e dopo la fine della guerra, era semplicemente nata un&#8217;altra Italia. Un Paese ricostruito e ricucito anche da chi ha intrattenuto per decenni intere generazioni di italiani. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/il-25-aprile-di-chi-ha-unificato-l-italia-con-la-televisione.html">Da Bongiorno a Montanelli, il 25 aprile che non ti aspetti</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<item>
		<title>I volti sconosciuti della Resistenza</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/i-volti-sconosciuti-della-resistenza.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Zanella]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Apr 2024 13:50:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[25 aprile]]></category>
		<category><![CDATA[guerra civile]]></category>
		<category><![CDATA[resistenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="576" height="389" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/Partigiane_a_Brera.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/Partigiane_a_Brera.jpg 576w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/Partigiane_a_Brera-300x203.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 576px) 100vw, 576px" /></p>
<p>A quasi ottant&#8217;anni da quel 25 aprile che segna la data in cui l&#8217;Italia, pagando un tributo di sangue altissimo, si liberò dal giogo del nazifascismo, l&#8217;epopea della Resistenza viene da molti ancora percepita come un monolite diviso da una frattura al centro: da una parte il blocco nero, composto dai tedeschi delle SS, della &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/i-volti-sconosciuti-della-resistenza.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="576" height="389" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/Partigiane_a_Brera.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/Partigiane_a_Brera.jpg 576w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/Partigiane_a_Brera-300x203.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 576px) 100vw, 576px" /></p>
<p>A quasi ottant&#8217;anni da quel 25 aprile che segna la data in cui l&#8217;Italia, pagando un tributo di sangue altissimo, si liberò dal giogo del nazifascismo, l&#8217;epopea della Resistenza viene da molti ancora percepita come un monolite diviso da una frattura al centro: da una parte il blocco nero, composto dai tedeschi delle <strong>SS</strong>, della <strong>Wehrmacht</strong>, dai fascisti della <strong><a href="https://it.insideover.com/storia/tra-pearl-harbor-e-salo-la-strana-alleanza-tra-litalia-e-il-giappone.html">Repubblica di Salò</a></strong> e dai <strong>collaborazionisti</strong>; dall&#8217;altra, il blocco antifascista, dove &#8211; molto spesso &#8211; per antifascismo il pensiero vola subito alle Brigate Garibaldi, i partigiani con la stella rossa sul berretto, le formazioni che, senza ombra di dubbio, contribuirono in maniera determinante &#8211; per numero di effettivi sul campo e per quello di martiri &#8211; alla liberazione dell&#8217;Italia.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il monopolio della Resistenza</h2>



<p>Nel corso dei decenni, più per ragioni politiche che per motivazioni storico/militari, l&#8217;argomento &#8220;Resistenza&#8221; è poi stato monopolizzato dall&#8217;<strong>Anpi</strong>, l&#8217;Associazione nazionale partigiani d&#8217;Italia, organo nato a Roma il 6 giugno del 1944 in seno al CLN del Centro Italia e divenuto organo nazionale poco dopo, il 27 giugno del 1945. Di contro, molte altre sigle della galassia resistenziale, conosciute e celebrate a livello locale, sono del tutto sconosciute &#8211; o quasi &#8211; a livello nazionale, quasi il loro contributo alla liberazione del Paese sia un contributo di Serie B.</p>



<p>Questo per diverse ragioni. Prima fra tutte la mancanza di appoggi politici, di un&#8217;organizzazione centralizzata, di un&#8217;opera di comunicazione efficace e coordinata. Tutti strumenti che l&#8217;Anpi ha da sempre valorizzato al massimo delle loro potenzialità. Ecco allora che può essere utile ricordare quali furono quelle formazioni partigiane che, pur non rientrando nell&#8217;immaginario collettivo quando si parla di Resistenza, offrirono il proprio contributo sul campo, combattendo i nazifascisti dal Centro al Nord Italia. Per entrare nel dettaglio e conoscere la storia di questi gruppi, consigliamo la lettura di un volume edito da Marsilio e a cura del ricercatore Tommaso Piffer dal titolo &#8220;<em>Le formazioni autonome nella Resistenza italiana</em>&#8220;. </p>



<h2 class="wp-block-heading">La lunga marcia dei patrioti della Maiella</h2>



<p>Partendo proprio dal Centro, una formazione piuttosto atipica della galassia resistenziale, che soleva definirsi non brigata partigiana, ma di &#8220;patrioti&#8221;, è la Brigata Maiella, comandata dal leggendario comandante Ettore Troilo. Nata in Abruzzo, la Maiella è stata la formazione più a lungo operativa dal punto di vista bellico. Fieri, organizzati, combattivi, i patrioti della Maiella non hanno mai giurato fedeltà ai Savoia, considerati responsabili del disastro italiano tanto quanto i fascisti. Si definiscono repubblicani, ma tra i ranghi della brigata non si fa politica. Il comandante, Ettore Troilo, era avvocato e socialista. Comincia l&#8217;attività resistenziale con quindici fedelissimi, per aiutare gli inglesi a liberare i paesi dell&#8217;Abruzzo che sorgevano nei pressi della <strong>Linea Gustav</strong>, dove i tedeschi erano acquartierati. Per gli inglesi, i patrioti della Maiella furono una sorta di scout: si muovevano a loro agio nei boschi, tra le montagne; conoscevano i sentieri più nascosti per cogliere alle spalle i tedeschi. E soprattutto erano affidabili. Per questo, sin da subito, cominciarono ad armarli.</p>



<p>Quando nel giugno 1944 l&#8217;Abruzzo viene liberato, i maiellini chiedono di continuare a combattere. Il 17 giugno, i britannici accorpano i patrioti abruzzesi al II Corpo d&#8217;Armata polacco del generale Wladislaw Anders, <strong>decimato nel corso delle cruente battaglie di Montecassino</strong>. Abruzzesi e polacchi sembrano inarrestabili: liberano paesi e cittadine conquistando terreno palmo a palmo, a costo di grandi sacrifici di uomini. Il 2 settembre, dopo un&#8217;aspra battaglia, gli uomini della Maiella entrano a Pesaro. Le Marche liberate hanno richiesto la vita di ventotto uomini.</p>



<p>All&#8217;alba del 21 aprile i maiellini entrano a Bologna; il 1 maggio ad Asiago, incalzando i reparti tedeschi in rotta. Il 15 luglio 1945, a Brisighella, la Brigata Maiella, inquadrata in assetto perfetto, riceve <strong>l&#8217;onore delle armi</strong> dalle Grenadiers Guards e dalle Gildstream Guards, di fronte ad alti ufficiali inglesi, italiani e polacchi, e ammaina il tricolore di guerra, oggi conservato presso il Museo dell&#8217;Altare della Patria, a Roma.</p>



<p>La lunga marcia della Maiella, durata 15 mesi, in massima parte passati in prima linea, è costata 55 morti e 151 feriti, di cui 36 mutilati. I nomi dei caduti &#8211; metà dei quali è composta da contadini &#8211; sono ricordati nel sacrario di Taranta Peligna. La Brigata è stata insignita della Medaglia d&#8217;Oro. </p>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;attendismo vincente dei patrioti Apuani</h2>



<p>Il Gruppo Patrioti Apuani, comandato da Pietro Del Giudice, prete domenicano, operò nella zona del Monte Altissimo, in provincia di Lucca. Nato nell&#8217;estate del 1944 dalla fusione di diversi gruppi, tra cui la formazione Luigi Mulargia, guidata dal comunista Marcello &#8220;Tito&#8221; Garosi, che attaccando un camion della <strong>X Mas</strong> e una caserma delle <strong>Brigate nere</strong> provocarono l&#8217;<strong>eccidio di Forno</strong> (68 morti), il Gruppo Patrioti Apuani arrivò a contare circa 1.800 uomini, divisi in una Compagnia di comando, cinque comandi di gruppo e di battaglione, a loro volta suddivisi in compagnie, plotoni e squadre. Insomma, un vero e proprio esercito. </p>



<p>Il compito dichiarato del Gruppo era quello di proteggere i paesi e i cittadini del territorio di loro competenza dai tedeschi e dai fascisti. Una linea considerata polemicamente da altre formazioni, per lo più di anima comunista, come attendista e passiva. </p>



<p>Gli Apuani riuscirono a creare una vasta zona libera dal giogo nemico grazie a una strategia di dialogo con i tedeschi. Per contro, il loro ruolo stabilito dagli Alleati fu quello di controllare e proteggere il passaggio del fronte sulla <strong>Linea Gotica</strong>, presidiando alcuni passi montani che consentivano di penetrare lo schieramento tedesco. I patrioti tutelavano i civili in fuga dalle zone di guerra, assicurandosi che non finissero preda dei contrabbandieri. I tedeschi tentarono di bloccare questa via di passaggio, ma Pietro Del Giudice ottenne una sorta di accordo con il comando tedesco di Massa. </p>



<p>Le voci di compromissione tra Del Giudice e i tedeschi non ressero di fronte alla prova dei fatti: furono molti a usufruire del passaggio nella zona libera presidiata dal Gruppo Patrioti Apuani, anche molti partigiani feriti, che in questo modo trovarono la salvezza. Dopo la guerra, Del Giudice tornò allo stato laicale e dal 1986 al 2000, anno della sua morte, fu presidente dell&#8217;Anpi.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Tra intelligence e sabotaggi: la rete di Edgardo Sogno</h2>



<p>La Resistenza &#8220;liberale&#8221; riuscì a sorgere grazie alle famiglie aristocratiche antifasciste e alle reti di relazioni intessute tra di esse. In questo contesto, l&#8217;organizzazione più nota è senz&#8217;altro la <strong>Franchi </strong>di Edgardo Sogno. Figura mitica, quella di Sogno, il quale unì una discreta dose d&#8217;azione (dopo un addestramento in Algeria si paracadutò oltre le linee tedesche), alla consapevolezza che almeno quanto le armi sarebbero state importante le relazioni. </p>



<p>Uomo d&#8217;intelligence, Sogno mise in piedi un&#8217;organizzazione denominata La Nonna. Arrestato dai tedeschi a Genova, evase dal carcere scalzo, scappando sui tetti, e finì in Piemonte settentrionale. Da lì, la sua rete iniziò a ramificarsi, fino a estendersi in tutta la regione, in Lombardia, Liguria, Emilia e Veneto. I membri della rete Franchi (nome di battaglia di Sogno) erano eterogenei: giovani liberali, tra cui moltissime donne, azionisti, ma anche comunisti.</p>



<p>Molto stretti i rapporti tra la rete e gli inglesi. Lionello Santi, detto Sciabola, partigiano azionista e amico di Sogno, fu il più importante tramite con gli alleati, arrivando a guidare  diverse missioni straniere della Resistenza. Lo stesso Sogno relazionava direttamente alla <strong>Special Force</strong> inglese.</p>



<p>Tra le azioni in cui gli uomini della rete eccellevano c&#8217;erano i sabotaggi delle linee di approvvigionamento tedesche. Ma la rete si occupava anche di servizi ausiliari come trasporti, <strong>produzione di documenti falsi</strong>, reperimento di alloggi sicuri, costruzione di ponti radio. Un ruolo cruciale la Franchi lo ebbe anche nell&#8217;organizzazione dell&#8217;insurrezione finale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Gli autonomi della Val d&#8217;Ossola e la repubblica partigiana</h2>



<p>Repubblica partigiana con vita breve (10 settembre &#8211; 22 ottobre 1944) la Val d&#8217;Ossola ha registrato alcune delle pagine più importanti dell&#8217;epopea resistenziale. Qui operò la divisione Valtoce, comandata dal celebre <strong>Alfredo Di Dio</strong>, nome di battaglia &#8220;Marco&#8221;, riconosciuto come leader indiscusso da tutti i partigiani della Valle fino alla sua morte. </p>



<p>Militare, tanto lui quanto il fratello Antonio (che morirà nel febbraio 1944 in uno scontro a fuoco con i tedeschi) non ebbero dubbi &#8211; l&#8217;8 settembre 1943 &#8211; da che parte stare. Alfredo prese il comando di una compagnia di carri armati e si diresse verso Milano. Scontratosi con i tedeschi nei pressi di Vercelli, virò su Novara e si mise a disposizione del comandante della piazzaforte. Per tutta risposta, quello lo mise in arresto. Liberato dai suoi uomini, fu in questo momento che Alfredo Di Dio comprese che per fare la guerra ai tedeschi doveva contare solo sulla sua determinazione e sulla sua attitudine al comando.</p>



<p>Ripresa la strada per Milano, la colonna di carri armati cadde in un&#8217;imboscata tedesca. Di Dio e gli uomini superstiti si diedero alla macchia e cominciarono a radunare proseliti. Il gruppo, sempre più nutrito, si diresse verso la Val d&#8217;Ossola, dove si acquartierò. </p>



<p>Nel giro di poco tempo la Valtoce divenne la formazione più organizzata e meglio armata della zona. Mossa esclusivamente da fini patriottici, venne finanziata da imprenditori lombardi e piemontesi. Vicecomandante di Di Dio era <strong>Eugenio Cefis</strong>, incaricato di tenere i contatti con il capo della resistenza cattolica della zona: <strong>Enrico Mattei</strong>.</p>



<p>La momentanea liberazione della Valle, che diede vita all&#8217;esperienza breve ma intensa della &#8220;repubblica della Val d&#8217;Ossola&#8221;, fu determinata da una <strong>sanguinosa sconfitta</strong> inflitta ai tedeschi, che negoziarono grazie alle mediazione di un sacerdote la ritirata, abbandonando armi e rifornimenti. La controffensiva arrivò puntuale e il 14 ottobre, a Finero, Alfredo Di Dio viene ucciso in battaglia. </p>



<p>Terminata l&#8217;esperienza della repubblica della Val d&#8217;Ossola, la Valtoce diventa la divisione Alfredo Di Dio, al cui comando c&#8217;è Eugenio Cefis. Fino alla fine della guerra sarà una delle formazioni più attive e combattive della zona. </p>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;esercito delle Langhe: gli autonomi di Enrico Martini &#8220;Mauri&#8221;</h2>



<p>Nel basso Piemonte gli autonomi del celebre comandate Enrico Martini &#8220;Mauri&#8221; sono stati la formazione più numerosa a militarmente attiva, resa celebre dall&#8217;opera di <strong>Beppe Fenoglio</strong>, che con il suo &#8220;<em>Il partigiano Johnny</em>&#8221; ha consegnato alla storia la guerra partigiana combattuta tra le Langhe.</p>



<p>In una prima fase, schierato nella Val Casotto, il gruppo contava più di mille uomini, ma agiva come un monolite e questo permise ai tedeschi, nell&#8217;inverno del 1944, di sferrare un attacco che provocò oltre cento morti. Da questo momento in poi, Mauri &#8211; che scelse come teatro delle operazioni le Langhe &#8211; organizzò i suoi uomini in piccoli gruppi, dando così inizio a un&#8217;azione persistente di guerriglia che sfiancò l&#8217;esercito tedesco e, soprattutto, le formazioni fasciste molto attive nella regione. </p>



<p>Imboscate, attacchi rapidi e altrettanto rapide ritirate, azioni di disturbo costanti per fiaccare il morale del nemico: i partigiani autonomi di &#8220;Mauri&#8221;, soprannominati anche &#8220;Azzurri&#8221; per il colore del bavero, sono per la maggior parte ex militari del Regio esercito (Mauri era stato maggiore degli Alpini), ma non mancano i civili di varia estrazione. </p>



<p>I rapporti con gli organi politici della Resistenza piemontese e nazionale (il CLN) non furono facili. Mauri non era propenso a sottostare alle regole di un organo che stenta a riconoscere e impedisce ai commissari politici la penetrazione nelle formazioni da lui comandate. La politica non gli interessa, quello che gli interessa è solamente battere il nemico sul piano militare. Al resto si penserà dopo. </p>



<p>Nella primavera del 1944, dopo il disastro della val Casotto, gli effettivi sotto il suo comando sono 5.600. Tante le battaglie e gli scontri, ma tante anche le trattative portate a termine con tedeschi e, soprattutto, fascisti per scambiare prigionieri. D&#8217;altro canto, Mauri farà fucilare molti uomini accusati di essere delle spie. </p>



<p>Un po&#8217; spregiativamente chiamati &#8220;badogliani&#8221;, gli uomini di Mauri sono &#8211; dopo quelli delle formazioni garibaldine &#8211; quelli che hanno pagato il più alto tributo di sangue per la liberazione dell&#8217;Italia.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Gli autonomi del vicentino</h2>



<p>Nella zona compresa tra Vicenza, Padova e Treviso, operarono nei 20 mesi di invasione tedesca due formazioni partigiane: la brigata Damiano Chiesa e il battaglione Guastatori, rispettivamente guidate da Giacomo Prandina &#8220;Pierre&#8221; e da Gaetano Bressan &#8220;Nino&#8221;. Entrambi di estrazione cattolica e, in qualche modo, combattuti tra le direttive dell&#8217;Azione cattolica &#8211; che vietava ai suoi iscritti di prendere parte alle attività partigiane, pur schierandosi nella schiera antifascista -, Prandina, che svolgeva anche il ruolo di commissario politico, fu catturato dai tedeschi il 31 ottobre 1944. <strong>Torturato a lungo</strong>, fu poi deportato a Mauthausen, dove morì il 20 marzo 1945; Bressan, esperto di esplosivi, venne catturato nel marzo del 1945 da militi della X Mas e fu torturato a Padova dai membri della <strong>famigerata banda Carità</strong>. Riuscito a fuggire, prese il comando della divisione Vicenza, forte di circa tremila uomini. Al termine della guerra, si adoperò per evitare ulteriori violenze ai danni dei fascisti.</p>



<p>Anche negli altipiani di Asiago e del Grappa operarono alcuni gruppi di ribelli composti da molti militari italiani sbandati e prigionieri alleati riusciti a fuggire. Nel corso dei mesi quelle che erano delle bande si strutturarono come vere e proprie brigate. Tra queste, la brigata Pasubio, comandata da Giuseppe Marozin &#8220;Vero&#8221;; il battaglione Apolloni; il battaglio Stella. Queste ultime due, insieme al distaccamento Pretto, diedero poi vita alla brigata garibaldina Ateo Garemi. </p>



<p>Sull&#8217;altopiano di Asiago operava anche la brigata Sette Comuni, al comando di Giovanni Carli &#8220;Ottaviano&#8221;, e molte altre formazioni &#8211; tra quelle di ispirazione cattolica e quelle di fede comunista &#8211; imperversarono nella zona. Tuttavia, questa massiccia presenza non fermò la furia nazifascista e nell&#8217;estate del 1944 avvennero <strong>imponenti rastrellamenti </strong>sul Pasubio, in val Posina, sull&#8217;altopiano di Asiago, sul Monte Grappa e nella valle del Chiampo.<strong> Intere formazioni partigiane furono annientate</strong>. Si contarono 171 impiccati, 603 fucilati, 800 deportati, 285 case incendiate. </p>



<p>Un ruolo cruciale nella lotta alle formazioni partigiane lo ebbe il trasferimento della banda di Mario Carità da Firenze a Vicenza e Padova, avvenuto tra ottobre e novembre 1944. Qui, la banda &#8211; attraverso spie infiltrate nelle formazioni partigiane e l&#8217;uso di informatori ben pagati &#8211; sistematizzò la tortura verso i prigionieri, compì <strong>esecuzioni sommarie</strong>, stupri, e azioni di repressione che portarono allo smantellamento dell&#8217;intera scala gerarchica del CLN vicentino.</p>



<p>Nonostante questo, i partigiani superstiti si riorganizzano in piccoli gruppi e continuano la lotta, arrivando nella primavera del 1945 a strutturarsi in tre grandi divisioni: la Garemi, la Monte Ortigara e la Vicenza, che diedero un importante contributo all&#8217;arrivo delle forze alleate per dare una spallata finale ai nazifascisti. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Le Fiamme Verdi bresciane</h2>



<p>Di ispirazione cattolica, le Fiamme Verdi operarono in Lombardia orientale a partire dal 1943. Il nome prendeva ispirazione dalle mostrine della divisa degli Alpini. Molti dei membri di queste formazioni, infatti, erano stati Alpini sia nella Prima, che nella Seconda guerra mondiale. </p>



<p>Pienamente inseriti nel CLN, esenti da qualsiasi influenza politica, il motto della Fiamme Verdi era &#8220;Morte al fascismo, libertà all&#8217;Italia&#8221;. Tra i leader di queste formazioni, il sottotenente degli Alpini <strong>Teresio Olivelli</strong> e  il generale alpino Luigi Masini &#8220;Fiori&#8221;. La loro azione si svolse principalmente nelle valli bresciane, inizialmente senza una coordinazione effettiva, ma con operazioni di guerriglia spesso improvvisate e affidate all&#8217;istinto dei singoli. Solo in seguito l&#8217;operatività divenne prettamente di stampo militare e, quindi, più efficace. </p>



<p>Un ruolo decisivo lo ebbe senza dubbio la stampa clandestina, in particolare il periodico &#8220;Il ribelle&#8221;, fondato nel 1944 a Brescia da Teresio Olivelli, Laura Bianchini, Claudio Sartori, don Giuseppe Tedeschi, Rolando ed Enzo Petrini, Franco Salvi e molti altri. Diffuso in tutta la Lombardia, il suo motto era &#8220;<strong>esce come e quando può</strong>&#8220;.</p>



<p>Il 27 aprile 1944 Teresio Olivelli fu arrestato dai fascisti e deportato nel campo di concentramento di Ersbruck, dove morì. I rastrellamenti, le esecuzioni sommarie, gli incendi delle case delle frazioni dove si immaginava trovassero riparo i partigiani misero a dura prova la tenuta delle Fiamme Verdi che tuttavia, nell&#8217;estate del 1944, si riorganizzarono nella divisione Tito Speri, guidata da Romolo Ragnoli, Lionello Levi Sandri, Angelo Cemmi e Enzo Petrini. Così strutturati, i partigiani bresciani, tra febbraio e maggio 1945, furono i protagonisti di<strong> due battaglie campali</strong>, tra le più importanti della guerra di Liberazione. </p>



<p>La prima ebbe luogo tra il 22 e il 27 febbraio 1945, quando i fascisti della I Legione d&#8217;assalto M. Tagliamento cercarono inutilmente di accerchiare i partigiani. L&#8217;offensiva riprese il 23 marzo, quando duecento partigiani furono attaccati da oltre duemila militi fascisti, supportati da alcune truppe tedesche e dall&#8217;artiglieria tedesca, che bersagliava le posizioni delle Fiamme Verdi. I combattimenti durarono fino al 1 maggio, quando i tedeschi firmarono la resa con gli alleati. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Le formazioni Osoppo</h2>



<p>Attive sul confine orientale &#8211; il confine &#8220;caldo&#8221; per eccellenza, luogo di diversi sconfinamenti delle formazioni partigiane jugoslave &#8211; le formazioni partigiane Osoppo hanno visto la loro storia oscurata da un evento che rappresenta senza dubbio <strong>l&#8217;evento più controverso dell&#8217;intera storia resistenziale</strong>: il 7 febbraio 1945 un centinaio di gappisti della federazione del Partito comunista di Udine salirono a Porzus, località dove si trovava la malga che fungeva da posto di comando della I brigata Osoppo. Dopo aver finto di aver bisogno di aiuto, riuscirono a disarmare gli osovani, torturarono e uccisero sul posto il comandante, <strong>Francesco De Gregori</strong> &#8220;Bolla&#8221;, zio dell&#8217;omonimo cantautore, e altri partigiani, tra cui una donna, Elda Turchetti, che gli osovani dovevano interrogare in quanto sospettata di essere una spia dei tedeschi. Altri tredici partigiani, tra cui il fratello di <strong>Pier Paolo Pasolini</strong>, vennero fatti prigionieri, trascinati in località Bosco Romagno e fucilati. </p>



<p>Si determinò una insanabile frattura tra queste formazioni e quelle garibaldine. Frattura che diede adito a <strong>feroci polemiche nel dopoguerra</strong>, tanto che solamente negli anni Duemila l&#8217;Anpi ha cominciato a prendere parte alle commemorazioni organizzate dall&#8217;Associazione partigiani Osoppo.</p>



<p>Ma al di là delle ragioni dietro al compimento dell&#8217;eccidio, ancora oggi fonte di dibattiti non sempre sereni ed equilibrati, le formazioni Osoppo hanno avuto una vita &#8211; e una dignità &#8211; del tutto indipendente dai fatti della malga di Porzus. I primi a mobilitarsi nelle zone intorno Udine furono gli ufficiali dell&#8217;esercito sbandato dopo l&#8217;armistizio dell&#8217;8 settembre e i cappellani militari. Le formazioni Attimis e Treppo Grande, guidate rispettivamente da Manlio Cencig e don Ascanio De Luca, che poi confluiranno nell&#8217;Osoppo, inizialmente operarono in sordina, cercando di sottrarre quanti più militari italiani possibile dalla deportazione in Germania.</p>



<p>A partire dal mese di novembre del 1943, il gruppo Attimis si sposta a Porzus e comincia a raccogliere intorno a sé altri gruppi più o meno grandi di ribelli decisi a combattere contro i nazifascisti, ma anche a porsi come ideale margine nei confronti delle formazioni slovene. Sin da subito, la Osoppo prende forma come un piccolo esercito, mantenendo le gerarchie tipiche dell&#8217;ambiente militare. Sono in molti, infatti, a sostenere che la Osoppo non fosse altro che la Julia (divisione degli Alpini tra quelle protagoniste della Campagna di Russia) passata dalla guerra, alla guerriglia. Sabotaggi, agguati &#8220;mordi e fuggi&#8221;, azioni di destabilizzazione del morale del nemico. Queste le attività portate avanti nei 20 mesi di guerra partigiana, dove non mancarono anche violenti scontri frontali. </p>



<p>Tra le figure più significative che militarono nella Osoppo: Renato Del Din &#8220;Anselmo&#8221;; Giancarlo Marzona &#8220;Piero&#8221;; Ferdinando Tacoli. Capi carismatici, tutti e tre caddero tra la primavera e l&#8217;estate del 1944: Dal Din nel corso di un attacco al presidio nazifascista di Tolmezzo, il 25 aprile; Tacoli il 6 luglio ad Adegliacco mentre, dopo un accerchiamento, copriva la ritirata dei suoi; Marzona il 15 agosto quando, fermato a un posto di blocco insieme a due compagni di azione, probabilmente a seguito di una precisa soffiata, venne trovato in possesso di armi e giustiziato a bordo strada. </p>



<p>La loro uccisione sconvolse e indignò la popolazione, spingendo ancora più giovani a salire in montagna per unirsi alla lotta partigiana tra le fila delle Osoppo.</p>



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