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Società

“You Are Here Central Asia” una mostra a Milano racconta 27 artisti di Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan

“You Are Here”, “Tu sei qui”: non solo una semplice frase per orientarsi nello spazio, ma anche un invito alla scoperta. È questo il titolo della vibrante mostra presentata presso la Fondazione Elpis di Milano, interamente dedicata all’Asia Centrale e...

“You Are Here”, “Tu sei qui”: non solo una semplice frase per orientarsi nello spazio, ma anche un invito alla scoperta. È questo il titolo della vibrante mostra presentata presso la Fondazione Elpis di Milano, interamente dedicata all’Asia Centrale e visitabile gratuitamente fino al 13 aprile. L’Asia Centrale, quell’area che da sempre suscita immenso fascino verso esploratori da tutto il mondo, ma che è anche avvolta da un alone di “mistero”, dovuto tanto alla distanza geografica, quanto a quella culturale, soprattutto dalla nostra prospettiva.

Proprio per questo, “You Are Here” si propone di aprire ai visitatori uno sguardo sulle secolari culture e tradizioni dell’Asia Centrale, grazie a una ricca collezione di opere, curata dalle artiste di origine centro-asiatica Dilda Ramazanova e Aida Suslova. Tra sculture, quadri, fotografie, installazioni, performance e filmati video, si tratta di una mostra unica e immersiva che racconta il senso intimo di trovarsi “qui” – “here” – di 27 artisti, proveniente in particolare Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan, ognuno secondo la proprio percezione e la propria sensibilità, attraverso ricordi d’infanzia, storie familiari, saperi antichi e sguardi da diverse angolazioni storico-sociali, con un focus lontano dai classici stereotipi esotizzanti con cui si è soliti immaginare l’Asia Centrale.

Installazioni presso l’ingresso della mostra “You Are Here Central Asia” – Fondazione Elpis

Una mostra dove l’eredità dello spazio post-sovietico, si fonde con i ricordi degli spazi urbani delle città, dei palazzi, ma anche degli ambienti domestici, tra artefatti di uso casalingo, come tele di lana, ricami a mano, preziose stoffe e tanti altri oggetti, in cui ogni artista racconta la sua storia e le ragioni di aver associato proprio quell’opera, al suo senso di appartenenza all’Asia Centrale. La mostra, sviluppata su tre piani, è stata pensata e creata nel corso di circa un anno, dal 2023 al 2024, attraverso una open call.

Dai ricordi dell’URSS alle secolari tradizioni dell’Asia Centrale: preziosi ricami, cultura nomade, ma anche cinema e ribellione

La visita si apre con un’installazione di colore azzurro che ricorda un pod’ezd (dal russo), ovvero il tipico ingresso nei grandi condomini di epoca sovietica, dove, una volta varcata la soglia, ci si sentiva “a casa”. Un’opera curata dall’artista kazaka Aika Akhmetova che rappresenta uno spazio intimo, dove intere generazioni sovietiche – e non solo – erano solite scambiarsi furtivi baci, prima di salire la scala d’ingresso verso casa, ma anche conversazioni accese, liti tra vicini e festeggiamenti. Un luogo simbolico, dove osserviamo le classiche cassette postali, ma anche “panni stesi” come in un qualunque condominio, dove una tuta Adidas, tanto amata nel mondo russo e (post) sovietico, pende da un lato. A seguire diverse tele e quadri, che volgono invece lo sguardo verso le terre di Karakalpakstan – Repubblica autonoma dell’Uzbekistan – e il Kazakistan, con la pittura figurativa di Temur Shardemetov e la tela sperimentale di Nurbol Nurakhmet ricche di colori.

L’installazione Rage Fantasies di Aika Akhmetova, che ricorda un pod’ezd (ingresso) di un palazzo residenziale di epoca sovietica

Al primo piano, tante opere originali, tra cui Bir Ai (“una luna” in kazako) di Said Atabekov, che raccoglie 31 ferri di cavallo, elemento centrale della cultura nomade kazaka, ma anche un simbolo che ricorda tanto la falce (e martello) sovietica, quanto la mezzaluna musulmana. Un ferro di cavallo, dunque, che diventa simbolo del multiculturalismo della complessità dell’Asia Centrale. L’artista Anna Ivanova, invece, rappresenta con la sua tela l’arte tessile e il ricamo uzbeko artigianale, mentre Yerbossyan Meldibekov, artista kazako, evoca in modo simbolico il temibile organo sovietico dell’NKVD, ovvero il Commissariato del Popolo per gli Affari Interni, o più semplicemente, la polizia segreta dell’Unione Sovietica.

Il primo piano della mostra
L’opera Bir Ai di Said Atabekov che raccoglie 31 ferri di cavallo

La mostra si conclude con diversi sculture, fotografie, artefatti e quattro filmati video, dove, dopo essersi accomodati sui soffici cuscini a disposizione – finemente decorati con ricami di velluto, che ricordano l’Oriente, ma anche l’Unione Sovietica attraverso un classico simbolo falce e martello – ci si immerge in alcuni filmati dedicati a diversi temi, dall’esperienza di migrazione a Mosca dell’artista kirghizo Chyngyz Aidarov, alla delicata bellezza femminile nel cinema uzbeko, attraverso una preziosa raccolta di filmati storici selezionati da Saodat Izmailova, che raccontano della transizione della Perestrojka tra il 1985-1995 e di un’epoca di “ribellione” femminile, e non solo. Una mostra e un viaggio artistico e “temporale” che ricostruisce il mosaico sfaccettato di un’area geografica dal passato e dalle tradizioni vastissime, dove se è vero che il ricordo dell’epoca sovietica è ancora forte, altrettanto viva è l’identità di ogni luogo e popolo. Con numerose similitudini, ma anche tante unicità tutte da scoprire.

Tappeto con ricami di velluto e falce e martello, simbolo dell’epoca sovietica

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