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Risolti, almeno momentaneamente, i problemi con i tedeschi e i notabili di Salò, Junio Valerio Borghese si rimise al lavoro. Freneticamente e tra mille difficoltà. Mancava tutto ma il principe non si perse d’animo e decise di “arrangiarsi” al modo dei vecchi corsari. Come racconta Franco Bandini, il comandante “mandò subito gente attorno per mettere le mani sugli scafi militari ancora utilizzabili, soprattutto sulle armi. Tra l’entusiasmo degli uomini, abituati alla piemontese taccagneria amministrativa della ‘Regia’, dette ordini inconsueti: rubare, scambiare, alla peggio comperare quello che faceva comodo, senza andare per il sottile. Così i suoi cominciarono a far ubriacare le sentinelle tedesche agli arsenali, portare ragazze buone per tutte le stagioni alle guardie armate sui Mas confiscati e maiali a un magazziniere tedesco a Torino. Un maiale per un cannone, finché furono costituite quattro batterie da 120”.

Da subito venne ricostruito, affidato alle capaci mani di Mario Arillo, il reparto navale: i germanici restituirono otto Mas e due motosiluranti (con cui si costituirono tre squadriglie pronte all’impiego) e i sommergibili Murena, Sparide e Gronco, autoaffondati alla Spezia e da recuperare in vista di un loro impiego come “avvicinatori”, mentre si armò una prima squadriglia di piccoli motoscafi siluranti del tipo MTSM.

A gennaio 1944 fu programmata un’incursione contro il porto di Napoli ma l’improvviso sbarco anglo-americano a Anzio costrinse Borghese – angustiato da un Mussolini ansioso di “un successo sul mare, per quanto piccolo, perché si possa compilare il nostro primo bollettino di guerra” – a modificare i piani e spostare i mezzi a Fiumicino. All’imbrunire del 17 gennaio i mezzi della Decima repubblicana entrarono per la prima volta in azione infiltrandosi tra la flotta nemica e attaccando un caccia e una corvetta. Seguirono altre rischiosissime azioni che, sebbene avare di risultati, portarono scompiglio nel dispositivo alleato rallettandone le operazioni di sbarco. Il primo successo arrivò nella notte tra il 20 e il 21 febbraio quando tra motoscafi siluranti affondarono la LST 305 inglese da 2366 e danneggiarono il dragamine statunitense Pioneer. Sulle fiancate delle piccole imbarcazioni un motto: Con poca prora per l’insidia vasta

Le operazioni, nonostante la perdita di sedici motoscafi siluranti e tre Mas, proseguirono sino al 4 giugno. Caduta Roma, la squadriglia ripiegò al nord, installandosi a San Remo e Savona da dove continuò a combattere questa volta nelle acque dell’alto Tirreno e della Francia meridionale. La prima fase di questa inconsueta e pericolosissima guerriglia navale si era conclusa con una sconfitta ma il morale rimase alto. Come scrive Sergio Nesi, uno dei protagonisti di quei giorni drammatici: “Non era il tonnellaggio del naviglio nemico affondato o danneggiato quello che contava per i marinai della Decima. Sapevano benissimo che le loro missioni erano soltanto delle punture di spillo nel corpo di quella gigantesca balena arenatasi sulle spiagge di Anzio e Nettuno. Quello che importava era far conoscere la loro presenza all’antico nemico, rimasto tale anche dopo l’8 settembre; far comprendere a tutti gli avversari che la Decima avrebbe sempre combattuto così, fino alla fine” (Decima Flottiglia nostra…, Mursia, 1986).

Sul fronte di Nettuno, accanto ai marò dei mezzi insidiosi, Borghese schierò anche un reparto di fanteria di marina, il battaglione “Barbarigo”, la prima unità della Rsi impiegata al fronte. Entrato in linea il 4 marzo 1944 al comando del capitano di corvetta Umberto Bardelli, il 10 marzo ricevette il suo battesimo del fuoco affrontando delle coriacee truppe canadesi. Nonostante la disparità numerica e di mezzi, i ragazzi del “Barbarigo” tennero duro e bloccarono per tre mesi l’avanzata nemica sino al tre giugno quando, una volta sfondato il fronte, coprirono la ritirata dei tedeschi. In quel breve arco di tempo le perdite furono altissime: oltre 200 morti più cento dispersi, quasi 200 feriti su un totale di 1180 uomini.

Il 9 aprile, giorno di Pasqua, Borghese raggiunse il battaglione per ispezionare i reparti e condividere con i suoi ragazzi, in un clima di entusiasmo, il magro pranzo pasquale. Tre giorni dopo il comandante, scavalcando bellamente le gerarchie, volle incontrare il feldmaresciallo Kesselring, capo supremo del fronte italiano. Riprendendo le sue memorie Borghese, sapendo che il tedesco era rimasto molto impressionato dalla combattività del “Barbarigo”, propose di “riunire tutti i battaglioni della Decima, costituiti o in via di costituzione, in un’unità più consistente, cioè di formare un’unica divisione. Kesselring approvò l’idea. Restavano però da superare le inevitabili difficoltà che avrei incontrato con nelle alte sfere politico-militari italiane oltreché tedesche”.

La forzatura ebbe un effetto dirompente sui fragili equilibri della repubblica mussoliniana. L’idea che Borghese potesse disporre, in piena autonomia, addirittura di una divisione infastidì i vertici tedeschi, irritò terribilmente Pavolini e i suoi e preoccupò non poco anche Rodolfo Graziani, ministro della Difesa e capo delle Forze armate repubblicane, ma Mussolini, visto l’appoggio di Kesselring, a maggio diede infine il suo assenso.

La divisione Decima prese infine forma: furono previsti due reggimenti di fanteria di marina, ognuno strutturato su tre battaglioni, e un terzo di artiglieria con tre gruppi di combattimento. In più, annota Mario Borgogna, ufficiale d’ordinanza di Borghese e nel dopoguerra curatore delle sue memorie, “il tipo d’addestramento che ogni comandante dava al proprio reparto contribuiva a rendere la divisione un consistente corpo unitario, difficilmente imitabile, certamente criticato e anche invidiato dalle autorità militari e politiche della Rsi».

Restava, una volta di più, il problema degli armamenti e dei mezzi e ancora una volta il comandante decise di risolvere la questione nel solito modo picaresco. Emblematico a proposito il racconto di Mario Gandini, tenente del gruppo d’artiglieria “Colleoni”: “Andammo a Torino. La città sembrava gonfia di cannoni negli arsenali, anche nelle caserme, cannoni abbandonati dopo l’armistizio come ferrivecchi e con un dito di polvere, cannoni che non servivano a nessuno. I consegnatari, vecchi colonelli tedeschi, non volevano sentir ragione senza timbri e firme.  Noi eravamo una specie di corpo franco e loro non volevano responsabilità. Il ricorso alle debolezze umane fu proprio necessario. Biglietti da mille, pacchetti di sigarette, calze di seta lunghe, dorate…e, ad uno ad uno, i cannoni cambiavano furtivamente di proprietà”.

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