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Nella vulgata postbellica Junio Valerio Borghese è stato spesso dipinto come un impolitico puro o, talvolta, come un pasticcione, un velleitario. A nostro avviso errori di prospettiva. Nei 600 giorni della repubblica mussoliniana il comandante giocò una sua personalissima, spregiudicata quanto raffinata, partita politica. Su più tavoli.

Non a caso il professor Giuseppe Parlato scrive: “La Decima fu una sorta di compagnia di ventura guidata da una personalità tutt’altro che sprovveduta politicamente, che colse come, in quel determinato momento politico, fosse necessario offrire a coloro che non volevano cedere alla resa incondizionata una via d’uscita che non fosse necessariamente politica. Nel senso che, secondo il principe, si poteva essere fedeli all’alleato tedesco senza necessariamente vestire la camicia nera. Fu questa una soluzione di notevole intelligenza, che permise alla Decima di essere presente nella guerra civile, ma in una posizione che sempre richiamava l’obbligo di una testimonianza di coerenza, in ossequio alla parola data e non a condizioni di carattere ideologico.  Ciò consentì a Borghese di essere considerato dai nemici come uno dei tramiti privilegiati di contatto” (Fascisti senza Mussolini, Il Mulino 2006).

Dall’estate ’44 – dopo la caduta di Roma, lo sbarco in Normandia, l’attentato a Hitler e lo sfondamento sul fronte russo -, Borghese non ebbe più, semmai le avesse avute, illusioni sull’esito finale del conflitto e iniziò a pensare e lavorare per il “dopo”.  Va altresì ricordato che Borghese non era il solo (anzi…) a cercare una via d’uscita dal tunnel della guerra civile: lo stesso Mussolini sperò sino all’ultimo in una soluzione politica appoggiando sia i tentativi dei cosiddetti “pontieri” – Cione, Borsani, Pettinato e altri – per una ipotetica transizione pacifica sia cercando d’interloquire in qualche modo con il campo nemico. Borghese stesso partecipò, il 16 novembre 1944, ad un ancora misterioso incontro sul Lago d’Iseo tra una delegazione del governo della Rsi, accompagnata dal capo delle Ss in Italia, Karl Wolff, e dall’ambasciatore tedesco Rudolf Rahn, con emissari inglesi e americani. L’esito dei colloqui non è noto, ma di certo i due tedeschi, mossi da solidi interessi privati, una volta scaricati gli italiani, continuarono le trattative per proprio conto in Svizzera concludendole a Caserta il 29 aprile 1945 con la resa incondizionata delle forze germaniche in Italia.

In questo complicatissimo frangente, come ricostruito da Fabio Andriola e Franco Bandini nelle loro accurate ricerche, il principe preferì seguire un proprio percorso. Non a torto. Nell’estate del 1944 Raffaele De Courten, ministro della Marina del Sud, inviò il tenente di vascello Giorgio Zanardi presso la Decima con un messaggio segretissimo contenente una duplice valenza anti tedesca e anti jugoslava. Il debolissimo governo regio temeva, in vista dell’imminente crollo dell’Asse, la possibilità di un’ultima vendetta tedesca ai danni del cuore produttivo (o ciò che ne restava…) del triangolo industriale del Settentrione italiano. Bisognava salvare gli impianti e i porti, soprattutto Genova. Rimaneva poi la spinosa questione della Venezia Giulia, ormai inglobata nel Reich germanico e sempre più insidiata dall’avanzata dell’esercito jugo-comunista di Tito. Una minaccia esiziale.

Un passo indietro. Nei mesi precedenti De Courten, d’accordo con Badoglio e poi Bonomi, aveva previsto lo sbarco a Trieste del reggimento “San Marco” e del battaglione “Azzurro” (gli incursori dell’Aviazione) a sostegno dell’intervento dei partigiani italiani anticomunisti. Una mossa che avrebbe posto in sicurezza gran parte dell’Istria e dell’Isontino. Purtroppo, nota Andriola, l’ipotesi cozzava contro più ostacoli: “Come sottolineò la medaglia d’Oro Cigala Fulgosi era necessario che non solo il Comando alleato desse una formale, benché segreta, autorizzazione all’azione ma anche che favorisse il distaccamento degli uomini e dei mezzi necessari. L’operazione infine avrebbe avuto bisogno di una adeguata scorta aerea e di essere sincronizzata con altre operazioni che, da terra, concorressero all’occupazione della Venezia Giulia”. Purtroppo i britannici, grandi sostenitori di Tito e pervicacemente ostili alle rivendicazioni italiane, bocciarono il piano sul nascere e a De Courten non rimase che giocare l’unica carta possibile: per salvare il salvabile bisognava rivolgersi alla Decima a-fascista e al suo eccentrico ma molto patriottico comandante. Da qui la missione al Nord.

Borghese incontrò l’ufficiale e ascoltò con attenzione le sue proposte. Bandini racconta che “Zanardi rimase alquanto stupito quando apprese che queste preoccupazioni ed eventuali iniziative non soltanto non avevano bisogno d’illustrazione, per Borghese, ma si erano tradotte già in fatti concreti”. A Genova la Decima controllava accuratamente i genieri tedeschi ed era pronta ad intervenire per disinnescare eventuali mine, gli impianti della Fiat a Torino, come altre fabbriche del Settentrione, erano presidiati dai marò e il grosso della divisione – circa seimila uomini – era in procinto di spostarsi sul fronte orientale.

Una mossa appoggiata da Mussolini ma assolutamente non gradita dai tedeschi per nulla entusiasti dall'”intrusione” italiana nella Venezia Giulia, per loro ormai solo l’Adriatisches Kustenland, una zona ormai separata militarmente e amministrativamente dalla Rsi e già in procinto, secondo i calcoli del governatore germanico Friedrich Reiner e dei suoi superiori a Berlino, d’essere inglobata nel Reich hitleriano.

Borghese, sempre informando De Courten, dislocò i suoi reparti lungo la frontiera e il 9 dicembre iniziò una accurata ispezione che indispettì terribilmente i nazisti. Riprendendo Andriola: “Il 13 dicembre Reiner ordinò l’arresto del comandante a Fiume. Subito dopo aver passato in rivista la compagnia ‘D’Annunzio’, Borghese fu avvicinato da tre ufficiali della marina tedesca. Il più anziano dei tre, dopo averlo salutato, lo informò di avere l’incarico di arrestarlo. Borghese fece come se non avesse sentito nulla: continuò la sua ispezione e poi tenne un discorso ai soldati. Dopo che Borghese aveva finito di parlare, l’ufficiale tedesco si fece nuovamente avanti ma solo per sentirsi dire che la terra su cui stavano si chiamava ancora Italia, che i suoi marinai erano italiani, che la bandiera che garriva era italiana e che a lui, ufficiale della marina italiana, non importava niente di un ordine che veniva da stranieri sconosciuti. Quelli dissero poche parole quasi a scusarsi, salutarono e fecero dietrofront”.

Malgrado e nonostante le pressioni tedesche i reparti entrarono in linea e a gennaio affrontarono una pesantissima offensiva del IX corpus jugoslavo. Gli strateghi di Tito prevedevano, una volta travolte le difese nella valle del Baccia e sulla selva di Tarnova, una rapida occupazione della valle dell’Isonzo con Gorizia e Monfalcone e poi un’avanzata sino ad Udine e al Tagliamento. Praticamente la conquista di gran parte del Friuli Venezia Giulia. Il peso ricadde quasi interamente sui battaglioni della Decima che per tre notti e tre giorni bloccarono gli jugoslavi sulle montagne sopra Gorizia salvando miracolosamente il fronte. L’ultima vittoria della Divisione. A fine gennaio le autorità militari germaniche chiesero ufficialmente il ritiro della divisione dalla Venezia Giulia e il suo trasferimento oltre il Piave. Borghese, in mancanza di qualsiasi appoggio del governo di Salò, fu costretto ad accettare e dislocò parte delle unità presso Vicenza – pronte ad intervenire ad Est in caso di necessità – mentre un gruppo di combattimento raggiungeva in Romagna il fronte del Senio.

Ma prima di ritirarsi il principe cercò ancora un accordo con i partigiani della brigata “Osoppo”, cardine della resistenza antitedesca e antislava in Carnia, e una delle poche formazioni animata da sentimenti di italianità. Tramite il tenente medico Cino Bocazzi, ufficiale di collegamento del Regio esercito e paracadutato al nord per riorganizzare il locale movimento di resistenza, il comandante del battaglione “Valanga” Manlio Morelli incontrò i capi della “Osoppo” che proposero una soluzione alquanto sorprendente: formare sul confine un reparto misto Decima-osovani contro ogni ingerenza straniera e, nell’avvicinarsi del tracollo tedesco, costruire un fronte comune patriottico.

Purtroppo, come ricorda nelle sue memorie Borghese, “l’accordo con l'”Osoppo” non venne perfezionato per colpa degli inglesi che, da parte loro, paventavano collusioni di carattere patriottico tra italiani, dato che era molto più facile mettere in ginocchio un’Italia divisa che un’Italia unita”.

Il 7 febbraio 1945 un centinaio di militi comunisti italiani e jugoslavi attaccò il comando della “Osoppo”. Un’azione rapida, brutale. Terroristica. I difensori, frastornati, alzarono le braccia e si arresero, ma gli ordini del partito erano chiari: il quartier generale degli “osovani” doveva essere annientato. I sicari assassinarono il comandante Francesco De Gregori – lo zio dell’artista romano -, i suoi luogotenenti – tra cui Guido Pasolini, il fratello di Pier Paolo – e i loro commilitoni. Un massacro. La tragedia del confine orientale entrava nella sua fase più cupa.

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