Alessandria d’Egitto, 19 dicembre 1941. Alle sei in punto un’esplosione violentissima risvegliò l’intera città. Pochi minuti dopo – alle 6,15 e poi alle 6,25 – altri due terribili botti.
Tre testate esplosive avevano appena squarciato le chiglie delle navi da battaglia britanniche Queen Elizabeth (33.550 tonnellate) e Valiant da (27.500 tonnellate) e danneggiato la petroliera Sagona (7750 tonnellate) e il cacciatorpediniere Jervis (1690 t). Il sigillo della più luminosa vittoria della Regia Marina nel Secondo conflitto mondiale. Un’impresa epica.
Tutto ebbe inizio qualche mese prima grazie ad un insperato colpo di fortuna. Nell’estate i nostri sommozzatori avevano fortunosamente recuperato la documentazione segreta custodita a bordo del relitto del cacciatorpediniere britannico Mohawk, silurato e affondato dal caccia italiano Tarigo al largo della Tunisia. Ricevuti i preziosi documenti, Borghese studiò attentamente le carte riguardanti Alessandria, la principale base inglese nel Mediterraneo orientale, e si convinse della possibilità di poter sgusciare attraverso i campi minati nemici, infilarsi allo sbocco del porto e colpire.
Presa la decisione iniziò il conto alla rovescia. Selezionati gli equipaggi, iniziarono i durissimi addestramenti nel golfo spezzino a bordo degli Slc di nuova generazione – la serie 200 – con attacchi simulati a navi bersaglio. Mesi di attesa, studi e fatica. Infine, il 3 dicembre 1941 alle 23.00, lo Sciré al comando di Borghese, lasciò Spezia diretto alla base italiana di Lero, nel Dodecaneso, dove arrivò la sera del 9; durante il tragitto in superficie il sommergibile, avvistato da un aereo britannico, sfuggì all’identificazione salutando allegramente il velivolo e trasmettendo prontamente, con il proiettore, il corretto segnale di riconoscimento inglese del giorno: un regalino del Servizio informazioni della Marina, come scoprirono, con sommo imbarazzo, il mese successivo gli investigatori britannici dopo aver esaminato tutti i rapporti dei ricognitori del novembre-dicembre 1941.
Alle 07.00 del 14, imbarcati gli operatori, il battello lasciava gli ormeggi e iniziava la navigazione occulta verso Alessandria, emergendo solo di notte per ricaricare le batterie e verificare la rotta. La sera del 17 dicembre arrivò la conferma della presenza in porto di due navi da battaglia da parte del comando centrale della Marina – “Da Supermarina: accertata presenza in porto due navi da battaglia. Probabile portaerei: attaccate!” –; caricate al massimo aria ed energia elettrica, lo Scirè iniziò la sua incredibile corsa sottomarina attraverso gli sbarramenti minati, sempre al di sotto dei 60 metri di profondità e su fondali rapidamente decrescenti, per emergere, infine, in posizione perfetta a 1.3 miglia nautiche per 356° dal fanale di Alessandria.
Assegnati i bersagli, i sei uomini del gruppo d’assalto, ripartiti in tre coppie – il tenente di vascello Luigi Durand De La Penne con il capo palombaro Emilio Bianchi, il capitano Antonio Marceglia con il sottocapo palombaro Spartaco Schergat, il capitano Vincenzo Martelotta con capo palombaro Mario Marino – iniziarono l’avvicinamento verso le navi nemiche. Il seguito è noto.
Come scrisse Beppe Pegolotti, oltre che grande giornalista, amico e compagno di prigionia degli incursori: “Con la strepitosa vittoria dei ‘siluri umani‘ portati da Valerio Borghese ad Alessandria, la flotta inglese del Mediterraneo, per la prima volta nella storia, fu messa in stato di netta inferiorità. Aveva perduto le sue ultime corazzate efficienti. Per quanto sfuggiti all’affondamento totale a causa delle acque basse, i due colossi erano realmente fuori combattimento. La Valiant rimase immobile fino al marzo 1942 e fu poi portata a Durban per altri sei mesi di lavori; la Queen Elizabeth ne ebbe per un tempo assai più lungo”.
Una piccola disgressione. Vi fu un tempo non lontanissimo in cui il cinema italiano non si vergognava di raccontare storie di una guerra sfortunata, storie orgogliosamente italiane. Storie di mare e di eroi. Nel 1952 uscì nelle sale I sette dell’Orsa maggiore di Duilio Coletti, il primo film dedicato all’impresa seguito nel 1961 da L’affondamento della Valiant, coproduzione anglo-italiana. Pellicole d’ottima fattura, capaci d’imporsi anche sul mercato internazionale, ma oggi archiviate, dimenticate, nascoste. Il coraggio è passato di moda.
Torniamo a Borghese e ai suoi uomini. Al ritorno in Patria la bandiera dello Scirè fu decorata con la medaglia d’Oro e il suo comandante insignito dell’Ordine militare di Savoia. L’otto marzo 1942 Borghese, ormai oberato dai pressanti impegni del reparto subacqueo, lasciava definitivamente il comando del “suo” sommergibile. A malincuore. Non a caso volle chiamare il suo quartogenito, nato il 9 febbraio di quell’anno di guerra, Andrea Sciré.
L’impresa d’Alessandria segnò lo zenit dell’epopea dei mezzi insidiosi italiani ma, al tempo stesso, fissò uno spartiacque: i britannici, ormai consapevoli della pericolosità della Decima, presero le loro contromisure rafforzando pesantemente le misure di sicurezza dei loro porti e alimentando ancor di più il lavoro di decriptazione dei nostri cifrari. A fare le spese di tanto lavorio fu proprio lo Sciré, passato al comando del comandante triestino Bruno Zelik, un valido ma purtroppo sfortunato marinaio. Il 10 agosto l’unità venne scoperta dal nemico, già allertato dalle intercettazioni, mentre si apprestava a rilasciare gli “uomini Gamma” davanti ad Haifa. Colpito dalle bombe di profondità il sommergibile riemerse ma venne subito bersagliato dalle batterie costiere e affondato con tutto l’equipaggio: 48 sommergibilisti e 11 incursori.
Una tragedia. Ricordiamo che da allora il relitto giace su un fondale di 35 metri; grazie ad un accordo tra Italia e Israele, dal 2 settembre al 28 settembre 1984 si sono svolte, ad opera della nave Anteo, le operazioni di recupero di 42 salme. Spezzoni della nave sono conservati al museo della base navale di Augusta, all’Arsenale della Spezia e all’Arsenale di Venezia, mentre il basamento del cannone con parte del fasciame è esposto al Sacrario delle bandiere al Vittoriano.
La tragedia dello Sciré e una fallita incursione su Alessandria d’Egitto convinsero Borghese a concentrare gli sforzi su Gibilterra. La rocca era ben difesa ma dalla neutrale (e ancor benevola) Spagna franchista era possibile colpire senza troppi rischi l’intenso traffico mercantile alleato. Grazie all’assoluta autonomia del reparto, garanzia di segretezza e dinamismo, e all’ingegnoso gruppo di tecnici, il comandante organizzò una base clandestina ad Algeciras, praticamente all’ombra di Gibilterra. Sotto il naso dei servizi nemici e delle guardie spagnole, la petroliera Olterra, internata nel porto iberico dallo scoppio della guerra, fu abilmente modificata e la sua stiva divenne il rifugio degli Slc mentre dalla vicina villa Carmela, affittata dall’agente della Decima Antonio Ramognino e da sua moglie Conchita Peris del Corral, partivano nottetempo gli “uomini Gamma”.
Dal 12 luglio 1942 al 4 agosto 1943 gli operatori compirono cinque missioni colpendo 11 piroscafi. Risultati magari non ottimali ma tatticamente importanti: per tutta la durata dell’offensiva subacquea gli sconcertati inglesi furono costretti a impegnare un numero spropositato di uomini, mezzi e risorse.
Intanto il 12 dicembre 1942 una missione comandata da Mario Arillo con tre Slc e dieci “Gamma” violava il porto di Algeri, da poco occupato dagli americani, affondando due mercantili e danneggiandone altri due. Nel febbraio 1943 Borghese inviò i nuotatori Salvatore Nizzi e Carlo Vianello nel porto spagnolo Huelva con l’incarico di sabotare i mercantili inglesi. Dopo alcuni tentativi i due “Gamma” affondarono un cargo di 9700 tonnellate.
Il primo maggio 1943 Borghese subentrò a Forza e assunse il pieno comando della flottiglia. Sebbene consapevole che le sorti della guerra fossero ormai segnate – nelle sue memorie scrisse: “Perso l’impero, sgomberata l’Africa Settentrionale, passato il dominio del cielo e del mare al nemico, eravamo un Paese assediato” -, il comandante non demordeva.
Pochi giorni convocò il genovese Luigi Ferrraro, il migliore allievo della scuola sommozzatori di Eugenio Wolk, e lo spedì ad Alessandretta, importante porto della Turchia meridionale e snodo dello strategico minerale di cromo, con l’incarico di colpire i mercantili nemici. Raggiunta la città sotto copertura diplomatica, Ferraro inscenò una fantastica pantomima – “sono un imboscato, ho paura del mare, odio la guerra e amo le donne“ – che ingannò gli occhiuti agenti dell’Intelligence service. In poche notti, quello che appariva a tutti come uno sfaticato dongiovanni, s’immergeva nelle acque del porto per, bracciata dopo bracciata, fissare micidiali cariche esplosive sotto le chiglie delle navi. Risultato: tre cargo affondati, uno danneggiato. Esauriti gli esplosivi Ferraro rientrò in patria adducendo motivi di salute. Lo attendevano quattro medaglie d’Argento al valor militare. Era l’agosto 1943.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.



