L’eterno ritorno dell’Ucraina sta andando in scena da diversi mesi, amplificando una situazione di tensione ai confini orientali dell’Europa consolidata da anni: il braccio di ferro tra Kiev e la Russia, con la prima sostenuta alle spalle dall’Occidente a guida americana, è la fase più recente del post-Maidan e dei fatti inaugurati dall’annessione russa della Crimea nel 2014, ma si inserisce in un continuum che per un intero millennio ha visto l’Ucraina decisiva per le sorti dell’Europa orientale.

Vasta, pressoché priva di ostacoli naturali, terra di incontro e commistione tra popoli, crocevia tra Eurasia, Mar Nero, Mitteleuropa l’Ucraina è doppiamente limes: lo è per la Russia, che ne ha storicamente fatto la sua porta sull’Europa, ma lo è anche per il Vecchio Continente stesso, a corrente alternata nella sua volontà di ammettere Mosca al consesso europeo. Terra di valenza geopolitica per eccellenza, l’Ucraina è sempre stata confine, linea divisiva, terra di difficile inquadramento e dominio.



Questi temi sono studiati con approfondimento dallo storico Giorgio Cella nel saggio Storia e geopolitica della crisi ucraina. Dalla Rus’ di Kiev a oggi, trattato che approfondisce queste dinamiche e inquadra l’Ucraina e la sua natura di crocevia strategico. Cella viaggia indietro nel tempo e parte nientemeno dalla Rus’ di Kiev, l’entità statuale sorta nel IX secolo come risultato dello stanziamento, avvenuto a partire dal secolo precedente, di alcune tribù vichinghe svedesi, chiamate Rus’, in alcune zone dell’Europa nordorientale abitate da tribù slave, finniche, baltiche. Esteso dal Mare di Barents al Mar Nero, il regno della Rus’ unì al suo interno tutte le terre decisive che hanno costituito il diaframma tra Vecchio Continente e Russia, le aree contese dagli Zar con il Granducato di Polonia e Lituania e la Svezia prima, la Prussia poi; lo Heartland, il “cuore geopolitico” del mondo indicato da Halford Mackinder come area da dominare per la supremazia in Eurasia; le terre di sangue contese e travolte dall’attività dei totalitarismi nazista e sovietico tra gli Anni Trenta e Quaranta; il cuscinetto creato da Stalin ai tempi della Guerra Fredda; infine, il fronte di avanzamento della Nato verso Occidente dagli Anni Novanta in avanti. Tutto questo è stato avviato dalla Rus’ di Kiev e dalla sua scelta di guardare all’Europa, suggellata con l’abbraccio del cristianesimo da parte del principe Vladimir I nel 980.

La scia dell’eredità della Rus’ di Kiev ha creato una faglia identitaria importante: la madre di tutte le nazioni russe si identifica, nel suo cuore profondo, con l’Ucraina e la sua capitale, e Cella sottolinea la valenza geopolitica e narrativa di questo fatto. La storia dell’epopea dei vichingi giunti sul Don e sul Dnepr per formare uno Stato multiculturale, mercantile, infine cristiano ha nei secoli continuato a emergere e riaffiorare come tema di discussione in termini di primato nazionalista e di contesa del passato, tra i principali di questa entità statuale medievale: la  Russia e l’Ucraina.

Strutturandosi come popolo, la nazione ucraina ha nei secoli mostrato una costante coppia di comportamenti: la ricerca di patroni (o guide, addirittura) esterne come alternativa alla dominazione di Mosca e uno sguardo, spesso strumentalmente accentuato, alle dinamiche occidentali come contraltare alle mire di Mosca.  L’unione di Lublino del 1569, ad esempio, contribuì a consolidare il dominio polacco-lituano con la confederazione tra i due Stati che rafforzava la presa della Polonia sull’Ucraina, mentre l’unione di Brest del 1596, ricorda Cella, condusse alla nascita della chiesa sui iuris greco-cattolica. Vero e proprio pied-a-terre anti-russo in una zona in cui, lo dimostra il caso della Chiesa ortodossa, la religione è tuttora importante fattore identitario.

Per secoli, non a caso, la maggiore garanzia del dominio russo sull’Ucraina, dopo la fine della dominazione della Polonia-Lituania, fu la volontà di scendere a patti con le peculiarità di una terra ben diversa dalla semplice accezione di “cuscinetto” che le è spesso cucita addosso. La rivoluzione del 1648 scoppiata per mano cosacco-ucraina, incarnata e capitanata dall’etmano Bohdan Chmel’nyc’kyj saldò nell’asse della fedeltà personale tra i Cosacchi e gli Zar le basi per l’egemonia russa sull’Ucraina, che sarebbe sostanzialmente durata fino all’epoca sovietica garantendo ai guerrieri del Don un rispetto sostanziale delle proprie tradizioni in cambio della fedeltà alla corona di San Pietroburgo.



In quei tempi l’espansione russa verso il Mar Nero aprì il vaso di Pandora di un’ulteriore questione destinata a segnare la storia russo-ucraina: la partita della Crimea. “La Crimea è una questione che si lega agli ultimi tre secoli di storia delle relazioni internazionali, ergo europee, precisamente dal 1783 quando la zarina Caterina II annesse la penisola all’impero russo, sottraendolo all’Impero Ottomano, che da secoli era il protettore di questo territorio di tradizione turcico-islamica, patria dei tatari di Crimea, per l’appunto, tutt’oggi presenti. Altro capitolo fondamentale di questa storia si trova nel 1954, anno del trasferimento della penisola crimeana al territorio ucraino per volere di Krushev”, ha dichiarato Cella in un’intervista a Il Domani d’Italia. L’atto di Krushev, spesso letto come una sorta di regalo del dirigente sovietico nato proprio in Ucraina alla sua terra d’origine per consolidarla come seconda Repubblica dell’Urss, è da Cella interpretato, invece, come definitiva consacrazione della dominazione imperiale sovietica, erede di quella zarista, rafforzata dopo l’era dello stalinismo in cui l’Ucraina fu “bersaglio” della repressione di massa, terra della tremenda carestia dell’Holodomor, infine area contesa con la Germania nazista e sede di alcune delle pagine più brutali dell’Olocausto.

Si arriva dunque all’epoca contemporanea, che sconta l’eredità del passato e le influenze strategiche delle dinamiche dell’ultimo trentennio: la fine della Guerra Fredda, la marcia a Est della Nato, l’influenza della riunificazione tedesca sugli assetti geoeconomici dell’Europa orientale, l’ingresso nell’Unione Europea, a fianco di Paesi caratterizzati da uno sfasamento della concezione temporale rispetto alla loro, creando il cortocircuito degli ultimi anni, ben evidenziato dal rafforzamento dell’asse di Visegrad e dall’influenza giocata da Stati come la Polonia su Bruxelles. Tutto questo ha enfatizzato la valenza geopolitica dell’Ucraina, a cui il grande dilemma sul rapporto con l’Occidente di Vladimir Putin, autore di una politica strategico-militare molto assertiva ma contraddistinto da una leadership che ha visto tendere al ribasso nell’ultimo ventennio tutti gli indicatori della potenza russa, ha aggiunto il resto. Sull’Ucraina si stanno scaricando sia le eredità di una storia che non passa, specie nell’Europa orientale che non dimentica traumi e influenze di lungo corso, che le contingenze di una politica internaizonale anarchica e competitiva. Avente, inevitabilmente, le pianure sarmatiche dell’Ucraina come uno dei maggiori oggetti del suo interesse.

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