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Agli sgoccioli della Guerra Fredda, gli Stati Uniti di Ronald Reagan non sostenevano esplicitamente l’indipendenza ucraina, ma le sue politiche e dichiarazioni ebbero un forte impatto sui nazionalisti e dissidenti. Convinto sostenitore del movimento delle “Nazioni Prigioniere“, denunciò più volte gli abusi dei diritti umani da parte del regime sovietico, e la sua amministrazione seguì con attenzione i casi di dissidenti ucraini come Mykola Rudenko e Vasyl Stus, incarcerati per le loro attività in difesa dei diritti umani. Per questa ragione, mantenne stretti legami con la diaspora ucraina negli Stati Uniti, specialmente in città come Chicago e New York. La sua amministrazione incontrò spesso i leader della comunità ucraino-americana, sostenendone simbolicamente le cause culturali e commemorative, come il 50º anniversario dell’Holodomor nel 1983.

Il disastro nucleare di Chernobyl del 1986, nel cuore della Repubblica ucraina, rappresentò un momento di svolta per Kiev. Le sue conseguenze ambientali e politiche alimentarono il sentimento indipendentista, favorendo la nascita del movimento Rukh. Ma mentre Gorbacev lanciava la perestrojka e la glasnost, i leader ucraini intensificavano i contatti con l’Occidente. Le visite a Washington di figure come Volodymyr Yavorivskyi e Mykhailo Horyn anticiparono un cambiamento epocale. Toccò al suo successore raccogliere l’eredità del crollo del Muro.

Il discorso di Bush padre

Ed è proprio il 1° agosto 1991 che George H. W. Bush pronunciò a Kiev il celebre — e controverso — discorso del “Pollo di Kiev”, mettendo in guardia la nazione contro il “nazionalismo suicida” e l’ “odio etnico“. L’allora presidente degli Stati Uniti – mal consigliato dal “realista” ossessionato dalla stabilità Brent Scowcroft – pronunciò un discorso in cui esortava gli ucraini desiderosi di indipendenza a guardarsi dal “nazionalismo suicida”. Il suo discorso, che ora insiste significasse solo “non così in fretta”, fu ampiamente interpretato come un consiglio a rimanere fedeli all’impero di Mosca.

In quell’occasione, Bush fu accolto calorosamente dal Soviet Supremo ucraino in un momento cruciale per il destino dell’URSS. Lodò la capitale come simbolo di cultura e storia – “Kiev è un frutteto, un poeta, un’epopea, è arte” – e riconobbe che l’Ucraina stava esplorando “i confini della libertà”. Ribadì il sostegno degli Stati Uniti alle riforme democratiche ed economiche, ma mise in guardia da derive nazionaliste, affermando che “la libertà non è la stessa cosa dell’indipendenza” e che “gli americani non appoggeranno coloro che cercano l’indipendenza solo per sostituire una tirannia lontana con un dispotismo locale” – frase che avrebbe suscitato forti critiche e dato origine al soprannome ironico Chicken Kiev Speech.

Un discorso prudente

Bush dichiarò che gli Stati Uniti non avrebbero preso parte alle competizioni politiche interne tra Repubbliche e centro sovietico, ma avrebbero sostenuto chiunque avesse perseguito i principi di libertà, democrazia e libero mercato. Citando Lord Acton, ricordò che “il miglior test per valutare la libertà di un Paese è la sicurezza di cui godono le minoranze” e sottolineò che la vera democrazia non si misura con la mera esistenza di urne elettorali, ma con il rispetto dei diritti, delle leggi e della libertà di espressione. Sul piano economico, denunciò i limiti di un sistema chiuso e autoritario: “Non si può innovare se non si può comunicare”, affermò, richiamando l’importanza dello scambio di idee, della libera impresa e dello stato di diritto. Concluse il discorso esprimendo solidarietà concreta agli ucraini colpiti dal disastro di Chernobyl e lanciando un appello alla fiducia e al coraggio, citando un proverbio ucraino: “Quando si intraprende una grande impresa, bisogna liberare l’anima dalla debolezza”.

Un discorso carico di diplomazia e cautele, che cercava di bilanciare la stabilità geopolitica con le aspirazioni indipendentiste, ma che fu accolto con freddezza da molti ucraini e dalla diaspora, desiderosi di un sostegno più netto alla sovranità nazionale. Sebbene pensato per sostenere l’unità sovietica, l’intervento accese l’animo degli attivisti.

Come il discorso di Bush riorientò la politica estera Usa

Il fallito colpo di stato di agosto diede slancio all’indipendenza: il 24 agosto 1991, l’Ucraina si dichiarò sovrana. A seguito di pressioni interne ed esterne, gli Stati Uniti riconobbero ufficialmente l’indipendenza ucraina il 25 dicembre dello stesso anno, dopo la dissoluzione dell’URSS. I rapporti diplomatici formali furono stabiliti poche settimane dopo, nel gennaio 1992. Nel periodo tra l’indipendenza dichiarata e il referendum del 1° dicembre 1991, Washington faticò a riorientare la propria politica estera, ancora fortemente centrata su Mosca. Timori legati alla proliferazione nucleare e la fiducia nella leadership di Gorbacev contribuirono a una risposta cauta e spesso in ritardo, sottovalutando le spinte centrifughe nelle repubbliche sovietiche. Alla fine, tuttavia, l’Ucraina emerse come attore autonomo sulla scena internazionale, segnando l’inizio di un nuovo capitolo nelle relazioni transatlantiche.

Nelle sue memorie, Bush confessò: “Qualunque fosse il corso, la durata del processo e l’esito, volevo vedere un cambiamento stabile e, soprattutto, pacifico. Pensavo che la chiave per raggiungere questo obiettivo sarebbe stata un Gorbacev politicamente forte e una struttura centrale efficace“. L’esito, secondo Bush, dipendeva da ciò che Gorbacev era disposto a fare. Se avesse esitato ad attuare il nuovo accordo [ovvero il Trattato sull’Unione degli Stati Sovrani ] con le Repubbliche, la disintegrazione politica dell’URSS avrebbe potuto accelerare e destabilizzare il Paese… Se fosse apparsa troppo compromessa, avrebbe potuto provocare un colpo di Stato. “Continuavo a temere ulteriori violenze all’interno dell’Unione Sovietica e che potessimo essere trascinati in un conflitto“, dichiarò più tardi.

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