Cinque sono gli elementi naturali che, secondo l’antidiluviana filosofia giapponese del Godai, costituiscono il mondo e hanno potere sull’Uomo: l’acqua, il fuoco, la terra, il vento e il vuoto. Ognuno dei cinque elementi ha delle caratteristiche distintive, che lo rendono unico, ma nessuno di loro ha tanti poteri e facoltà come l’acqua. Acqua che spegne il fuoco. Acqua che fertilizza la terra. Acqua che trae forza dai maestrali. Acqua che non percepisce il vuoto.

Se qualcosa distingue l’acqua dagli altri elementi è il fatto di poter dare e togliere la vita a piacimento. E quel suo essere terribilmente irrefrenabile, perché madre di onde assassine, non è passato inosservato alle principali potenze del pianeta, i cui scienziati militari vagliano la possibilità di produrre e teleguidare gli tsunami sin dagli anni Quaranta.

E se si potesse “creare” uno tsunami?

Porto di Halifax, 6 dicembre 1917. La Grande guerra è nel vivo e nel porto canadese, dove da tempo è un via vai di mercantili carichi di armamenti destinati alle forze dell’Intesa, la collisione tra due navi produce un’agghiacciante esplosione di circa tre chilotoni. Si dovranno attendere ventotto anni, cioè Hiroshima e Nagasaki, prima di assistere ad uno sprigionamento di energia di simili dimensioni.

Dagli Stati Uniti e dal Commonwealth parte una corsa agli aiuti in direzione di Halifax, e non a causa degli accadimenti nel porto. Perché nell’immediato dopo-incidente, invero, la città è stata travolta da uno tsunami spaventevole e mortifero. Un’onda gigantesca, alta approssimativamente diciotto metri, che insieme all’esplosione si porterà via circa duemila vite, provocando quasi diecimila feriti. Una tragedia che avrebbe scioccato le opinioni pubbliche dell’epoca e che avrebbe dato da pensare a intere generazioni di scienziati militari, instillando nelle loro menti un’ossessione: e se si potesse creare uno tsunami?

Il Progetto Sigillo

Gli Stati Uniti e il Regno Unito, forse perché memori di Halifax, sono stati i primi Paesi a vagliare la possibilità di creare artificialmente degli tsunami da teleguidare contro le città nemiche. L’interesse angloamericano nei riguardi della bomba tsunami avrebbe portato dollari e sterline nelle casse dell’università di Auckland (Nuova Zelanda) fra il 1944 e il 1945, dove un professore visionario, tal Thomas Leech, prometteva di poter creare delle letali onde anomale attraverso detonazioni meticolosamente pianificate.

Le promesse di Leech avrebbero assunto la forma del Progetto Sigillo (Project Seal), nel cui alveo furono condotte quasi quattromila esplosioni su piccola scala al largo della penisola di Whangaparaoa tra il 1944 e il 1945. Gli storici sono d’accordi sul perché gli Stati Uniti fossero interessati a co-finanziare le ricerche di Leech, monitorandone con regolarità e costanza il progresso: una volta traghettato lo tsunami artificiale dal campo fantascientifico a quello scientifico, lo si sarebbe testato sulle vulnerabili, e quindi perfette, coste giapponesi.

L’esperimento, svelato al pubblico neozelandese soltanto nel 1999, si sarebbe concluso dando ragione alle tesi di Leech: possibilità di creare uno tsunami distruttivo facendo detonare almeno due tonnellate di esplosivo a otto chilometri dalla costa-obiettivo.

Da Leech a oggi

Nell’immediato post-Progetto Sigillo, complice l’albeggiare della Guerra fredda, gli Stati Uniti proseguirono in totale autonomia le ricerche sulla bomba tsunami, senza delegare niente agli alleati minori. Ad ogni modo, i documenti sugli esperimenti non sono mai stati desecretati e non è pertanto possibile stabilire a quali risultati abbiano condotto.

Forse perché informati sulle ricerche militari statunitensi grazie allo spionaggio, o forse perché anch’essi affascinati dall’idea dell’acqua assassina, anche i sovietici si dedicarono allo studio della manipolazione degli elementi terrestri a scopo bellico. È noto, ad esempio, che Andrei Sakharov fu messo a capo di Lavina, un progetto concepito con l’obiettivo di studiare se e come fosse possibile sommergere la costa occidentale degli Stati Uniti. Ed è stato storicamente oggetto di indiscrezioni un altro progetto, senza nome, avente quale obiettivo lo sviluppo di armi capaci di generare terremoti.

Nel dopo-guerra fredda, più precisamente nel 1992, in una Russia appena nata dalle ceneri della defunta Unione Sovietica, Aleksei Vsevolodovich Nikolaev dell’Accademia russa delle scienze si sarebbe fatto iniziatore di un nuovo dibattito: lo sviluppo di armi tettoniche, cioè potenzialmente in grado di provocare, oltre che tsunami, fenomeni come i terremoti e le eruzioni vulcaniche.

Ricercate e sperimentate in luoghi remoti, ma ufficialmente mai prodotte in serie né autorizzate all’impiego in siti abitati, le armi capaci di sollevare l’acqua contro le città costituiscono uno degli argomenti prediletti dei teorici del complotto sin dai primi anni Duemila. Di bomba tsunami parlarono i cospirazionisti dell’Asia meridionale nel 2004, in occasione del tremendo terremoto e maremoto dell’Oceano Indiano. E di bomba tsunami parlò nel 2010 un capo di Stato, Hugo Chavez, accusando gli Stati Uniti di aver manifatturato il terremoto di Haiti.

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