Il 18 marzo 1719, come ricorda a Trieste la colonna su cui s’innalza in piazza Unità la statua del sovrano, l’imperatore Carlo d’Asburgo conferì allo scalo giuliano e a Fiume lo status di porto franco. Le agevolazioni fiscali e la relativa libertà di culto richiamarono da tutto il Mediterraneo e dalla Mitteleuropa mercanti, imprenditori e marinai; italiani (per lo più veneti), greci, serbi, ebrei, tedeschi, boemi, ungheresi, armeni, levantini affluirono subito in gran numero sul Golfo, dando vita ad una sorprendente società urbana, quel dinamico mosaico multiculturale e multiconfessionale ben raffigurato nel quadro ”La proclamazione del porto franco” di Cesare dell’Acqua, oggi esposto al Museo Revoltella di Trieste.
L’inoltrarsi delle strutture statuali asburgiche verso l’Adriatico si accompagnò ad una imponente serie di lavori tra cui gli ingrandimenti delle strutture portuali, l’apertura nella città giuliana di un arsenale e la costruzione di strade transalpine per collegare gli empori con Vienna e Buda; assieme alle opere civili venne costituita la Compagnia privilegiata orientale – strumento per il commercio levantino – e formata una squadra navale di tre vascelli, una fregata e tre galee affidata all’ammiraglio genovese Gian Luca Pallavicini Centurione, il primo sfortunato embrione dell’imperialregia marina: perso nel 1734 il vicereame di Napoli la flottiglia riparò a Trieste dove, per motivi di bilancio, fu smantellata e lasciata imputridire in porto. Il San Carlo, nave ammiraglia, affondò all’ormeggio e venne interrato trasformandosi nell’omonimo molo; nel 1918 l’opera portuale fu ribattezzata Audace in onore del cacciatorpediniere che vi ormeggiò, segnando il ritorno all’Italia della città di San Giusto. Un luogo iconico.
L’ambizioso piano di sviluppo di Carlo rallentò con la guerra di Successione polacca per poi interrompersi alla sua morte nel 1740; la Compagnia si sciolse, numerosi vascelli furono disarmati o venduti e parte dei traffici venne intercettata da Ancona, proclamata dal papa porto franco nel 1732. Toccò alla figlia Maria Teresa dare nuovo vigore agli scali adriatici in sinergia con il marito Francesco di Lorena, dal 1737 granduca di Toscana.
Il mancato impero coloniale di Maria Teresa
Con il riapparire asburgico sui mari si tentò un’espansione coloniale in Asia partendo da Trieste, dalle Fiandre e da Livorno. Nel 1775, auspice Maria Teresa e il figlio Giuseppe, l’olandese William Bolts, il belga Proli e altri soci fondavano la Compagnie asiatique de Trieste, e l’anno dopo il veliero Joseph und Theresa, sotto il comando del Bolts, salpava verso le Indie. Nel corso della navigazione gli imperiali installarono un fortino nella baia di Delegoa (l’attuale Maputo) sulla costa del Mozambico, stazioni commerciali nell’India meridionale e occuparono quattro isole nell’arcipelago delle Nicobare, territorio nominalmente danese. Un’intrusione poco gradita dalla East India Company, da Lisbona e Copenaghen, e soprattutto, non supportata da una forza navale adeguata. Una grave mancanza. Nel 1781 i lusitani smantellarono i presidi in Africa e nel 1783 gli inglesi s’impadronirono degli stabilimenti indiani e eliminarono ogni presenza austriaca nelle Nicobare. Unico ricordo della breve parentesi asburgica nell’Oceano Indiano è il nome dell’isola Teressa, un omaggio dei coloni alla loro lontana sovrana.
Considerata l’impossibilità di conquiste oltremare, l’imperatore Giuseppe II, succeduto alla madre nel ‘80, liquidò Bolts e optò per una più prudente presenza commerciale; nel 1781 venne costituita la Société Impériale pour le Commerce Asiatique de Trieste et Anvers, sodalizio austro-istro-fiammingo concentrato principalmente sul commercio di tè tra l’Europa la Cina. Un affare estremamente redditizio poiché dal 1778 la rivolta delle colonie americane si era trasformata in un conflitto globale che paralizzava i traffici transoceanici determinando l’aumento vertiginoso dei prezzi delle merci asiatiche. Forti del loro status di neutrali, gli imperiali decisero di sfruttare la provvidenziale assenza in Oriente di Inghilterra, Francia, Spagna e Olanda e cinque vascelli della compagnia fecero rotta su Canton, unica porta per i traffici europei. Troppo tardi. Nel settembre 1783 il trattato di Parigi sanzionò la fine della guerra americana e la nascita degli Stati Uniti determinando la riapertura delle rotte atlantiche e l’impetuosa ripresa dei commerci con il Celeste impero. Con il ritorno delle potenze marittime in Asia le quotazioni del tè crollarono del 35 per cento e con esse le speranze austriache, triestine e fiamminghe. Dopo il naufragio nell’Atlantico di una sesta nave carica d’argento (unica valuta accettata dai cinesi), nel ‘85 la Société Impériale fu costretta a dichiarare bancarotta e chiudere i battenti. Il Proli, socio di maggioranza, preferì suicidarsi.
L’ascesa di Trieste e del suo porto franco
Più solidi e realistici si dimostrarono gli investimenti adriatici. A Trieste, centro pulsante della proiezione marittima asburgica, nel 1754 venne creata la Scuola di matematica e nautica e nel ’70 il milanese Carlo Rossetti, il triestino Domenico Belletti e il siriano Antonio Faraone Cassis fondavano la Compagnia privilegiata per il commercio con l’Egitto, l’antesignana del Lloyd austriaco; nel ’71 Maria Teresa – a cui quest’anno Trieste ha dedicato finalmente un monumento – emanò la “patente di tolleranza” per le confessioni acattoliche e nel ’76 estese i privilegi del porto franco a tutta la città; l’anno dopo la prima nave triestina salpava per Filadelfia “con un carico di ferro, farina, carni salate, panni acquavite, rosolii e vini” e nel ‘84 fu ricostruita la marina imperiale, la Triester marine, inizialmente una modesta flottiglia formata da due cutter e qualche lancione. Assieme all’infittimento dei traffici portuali – cresciuti, nell’ultimo ventennio del secolo, da 7.4 milioni di ducati a 17.9, ovvero dal 35 al 70 per cento dei volumi veneziani – la “libera città” giuliana si espanse. Come ricorda Egidio Ivetic nella sua “Storia dell’Adriatico”: “Al di fuori dell’antica cinta muraria sorse una città nuova, il Borgo Teresiano, con una planimetria moderna, squadrata. L’abitato si affacciava sul molo San Carlo costruito nel 1751-52, simbolo di una nuova età commerciale che stava sorgendo. Nel tardo Settecento Trieste divenne il punto di riferimento economico e culturale per le vicine città istriane, che per la prima volta intravidero un’alternativa alla Dominante […] Era l’Europa centrale che stava avanzando, che si congiungeva direttamente con il Mediterraneo, senza Venezia”.