“Per tradire qualcosa, prima bisogna appartenervi” ripeteva la spia doppiogiochista George Blake, agente “doppio” di MI6 e KGB, nato in Olanda e indottrinato in una neonata Corea del Nord. Considerato insieme a Kim Philby una delle spie più pericolose della Guerra Fredda per aver “bruciato” un gran numero di agenti segreti occidentali e aver rivelato informazioni essenziali per sabotare alcune operazioni spionistiche di rilievo, Blake, morto a 98 anni nel dicembre del 2020, non ha mai messo in discussione la “fascinazione” che lo aveva portato a servire l‘Unione Sovietica e il Comunismo, che, secondo lui, era “un grande esperimento che meritava di avere successo, ma non lo ebbe a causa della fragilità umana”. Lasciò al mondo una moglie russa, una ex moglie inglese con cui aveva recuperato ottimi rapporti, tre figli di patria inglese e uno di patria russa.
La spia che terrorizzò l’Occidente
“Il colonnello Blake era un brillante professionista” con un “coraggio particolare”, dichiarò il presidente russo Vladimir Putin dopo la morte dell’ex spia, aggiungendo che “negli anni del suo difficile e intenso servizio, ha dato un contributo davvero inestimabile per garantire la parità strategica e preservare la pace sul pianeta”.
Scoperto a rivelare segreti ai sovietici nel 1961 e imprigionato come traditore, George Blake, forse la spia più temuta d’Inghilterra, agente doppio che aveva bruciato l’identità di centinaia e più di spie occidentali di alto livello, organizzò un “fuga spettacolare” per vivere il resto della sua vita come colonnello del KGB a Mosca ed essere elogiato, anche dopo il crollo del muro di Berlino e dell’Unione Sovietica stessa, quale “leggendario ufficiale dell’intelligence” dai vertici dell’SVR, l’agenzia di intelligence estera della nuova Federazione Russa, che non ha mai interrotto il suo “gioco di spie” – per non chiamarla guerra – con l’Occidente. Abbiamo assistito proprio la settimana scorsa al più grande “scambio di prigionieri tra Russia e Occidente” dai tempi della Guerra Fredda. Molti dei prigionieri russi rimpatriati, in realtà, erano spie.
Al pari dei “Cinque di Cambridge“, le talpe istruite come Kim Philby, Guy Burgess e Donald Maclean, l’agente Blake, divenuto un marxista convinto dopo aver sviluppato un forte senso di disillusione per le ragioni del capitale per aver visto la guerra in Europa e in Asia, decise di sfruttare la sua posizione di alto ufficiale dell’intelligence britannica che operava all’estero, la Sesta sezione del Military Intelligence (MI6), lavorando segretamente per i sovietici.
Così in meno di un decennio vissuto da temerario doppiogiochista mandò alla morte spie e traditori, segnando il fallimento di alcune delle più importanti operazioni condotte dai servizi segreti inglesi e statunitensi in Europa. Due su tutte, l’Operazione Silver e l’Operazione Gold, ossia il tentativo di sfruttare le comunicazioni della rete fissa del quartier generale dell’Armata Rossa a Vienna e Berlino istallando un tunnel dove tutti i messaggi dovevano essere “segretamente” ascoltati. Messi al corrente dell’operazione del 1950, i sovietici “giocarono” con gli occidentali lasciandoli liberi di investire denaro e risorse per costruire il tunnel dotato delle sofisticate tecnologie, e fornendo loro informazioni compromesse per 2 anni, dal 1954 al 1956, quando il tunnel venne “scoperto” davvero. Senza che nessuno potesse sospettare di Blake.
A differenza dai cinque di Cambridge, Blake venne catturato, processato segretamente e condannato a 42 anni di carcere, ma evase dalla prigione di Wormwood Scrubs di Londra per raggiugnere Mosca e restarci. Assumerà l’identità di Georgiy Ivanovich Bleyk, colonnello del KGB insignito dell’Ordine di Lenin, alta onorificenza dell’Unione Sovietica. Si diletterà nella scrittura di alcuni libri e nell’addestrare con i suoi vecchi trucchi i nuovi agenti segreti russi che avrebbero dovuto sfidare a lungo gli avversari occidentali.
Nel 1991 la spia venne intervistata da un emittente occidentale ed “espresse rammarico” per la morte di agenti dei quali aveva rivelato l’identità, ma non si pentì mai per il suo ruolo nello spionaggio; rifiutando l’accusa di “traditore“. Blake, nato a Rotterdam nel novembre del 1922 da una protestante olandese e da un ebreo spagnolo nato in Turchia che aveva combattuto contro l’Impero ottomano ottenendo la cittadinanza britannica, insistette sul fatto di “non essersi mai considerato britannico”, sebbene fosse figlio di un suddito della Corona. “Per tradire, devi prima appartenere”. E Blake, nella sua singolare esistenza, era certo di non appartenere a nulla e nessuno.
Dopo aver vissuto in Egitto, ed essersi unito alla resistenza olandese nei primi anni della Seconda guerra mondiale – trasmetteva messaggi in codice e raccoglieva informazioni per l’intelligence inglese, probabilmente per conto dello Special Operation Executive (SOE). Tornato nel Regno Unito, dove si era arruolato nella Royal Navy per servire sui sottomarini della flotta, venne reclutato dal Secret Intelligence Service (SIS) britannico per le sue doti linguistiche: parlava fluentemente olandese, tedesco, arabo ed ebraico.
Dopo la guerra studiò russo a Cambridge sviluppando un amore per la cultura russa prima di essere inviato in Germania per stabilire una rete di spie dell’MI6 che avrebbero dovuto operare tra Berlino Ovest e Amburgo. Inviato in Corea sotto copertura diplomatica poco prima dello scoppio della guerra per stabilire un’altra rete di spie, Blake verrà catturato dalle forze d’invasione nordcoreane. E trattenuto per tre anni in Corea del Nord ne uscirà un “convinto” comunista.
La conversione al Comunismo di uomo “libero”
La conversione al credo comunista di George Blake, che già nutriva una certa fascinazione per la cultura russa e le idee di Karl Marx, avvenne in Corea del Nord durante la sua prigionia. La causa principale furono i bombardamenti a tappeto perpetrati dagli americani. “Il bombardamento incessante di tutti i villaggi coreani con le enormi fortezze volanti americane”. Uccidevano “donne, bambini e anziani”. “Ho sentito di essere impegnato dalla parte sbagliata“. “Mi faceva vergognare di appartenere a questi paesi prepotenti e tecnicamente superiori che combattevano contro quella che mi sembrava gente del tutto indifesa”.
L’incontro con un ufficiale del KGB in Corea del Nord basterà per accettare l’offerta di servire il nemico. In un primo momento rivelando segreti senza chiedere nulla in cambio, poi avviandosi verso la pericolosa vita della spia doppiogiochista che serviva sua Maestà alla luce del sole, operando segretamente per gli alti ufficiali sovietici che sedevano nel palazzo della Lubjanka a Mosca.
Il suo servizio nel “controspionaggio” sovietico fu essenziale. Attraverso lui il KGB e il GRU poterono guardarsi dai doppiogiochisti reclutati dagli inglesi e dagli americani come i russi avevano fatto con lui. In meno di dieci anni fornì l’identità di quelle che si ritengono essere “400 spie occidentali”.
Questo prima di essere tradito a sua volta da un disertore dell’intelligence polacca, Michael Goleniewski, un agente triplo di KGB, MI5 e della CIA, definito pazzo da quando iniziò a credersi “figlio” dell’ultimo Zar di Russia. Goleniewki, per gli americani l’agente “Sniper”, avvertì la CIA che due agenti doppi, denominati in codice Lambda-1 e Lambda-2, stavano passando segreti ai russi. Erano Harry Houghton e George Blake.
Interrogato per giorni da uno specialista del SIS in un appartamento di Londra, Blake non cadrà mai in errore. Solo all’ultimo, quando il suo presupposto tradimento verrà messo in luce come la conseguenza di un ricatto, dichiarerà con ferma convinzione che sì, era una spia russa, ma per suo volere: “..mi sono avvicinato ai sovietici e ho offerto i miei servizi di mia spontanea volontà”. Era molto peggio di Kim Philby secondo il capo dei servizi segreti inglesi di allora.
Blake forse era stato la più grande sconfitta del sistema e il più grande pericolo per il sistema mai materializzatisi in un solo singolo uomo.
L’ultima spia ideologica
Con l’aiuto di altre tre detenuti fuggì grazie a una semplice scala di corda gettata oltre il muro di quello che doveva essere un carcere di massima sicurezza per poi raggiungere un’auto. Uscito di nascosto dal Regno Unito, fuggì a Mosca dove il KGB lo accolse come un eroe assegnandogli quanto necessario per vivere in tranquillità per il resto dei suoi giorni.
Esaminando l’era della Guerra Fredda e l’Unione Sovietica, Blake – l’ultima spia ideologica secondo gli storici – asserì che le sue azioni nello spionaggio furono sempre giustificate nella sua mente con la convinzione di “contribuire a costruire una nuova società in cui ci sarebbe stata uguaglianza, giustizia sociale, niente più guerre”.
Un pensiero che nutriva nel sogno marxista. Un’utopia che a pochi anni dalla morte trovava ancora “abbastanza concepibile”. Qualcosa che “con il tempo”, sosteneva, avrebbe portato tutte le nazioni del mondo a vivere in pace.

