Le forze armate israeliane non nacquero improvvisamente nel maggio 1948. Furono il risultato di un processo iniziato durante il mandato britannico sulla Palestina, quando organizzazioni ebraiche clandestine, corpi ausiliari e reparti di polizia cominciarono ad acquisire esperienza militare, capacità informativa e disciplina operativa. In questo passaggio ebbe un ruolo importante Orde Charles Wingate, ufficiale dei servizi informativi britannici, arrivato in Palestina nel 1936. Cristiano convinto e sostenitore del progetto sionista, Wingate riteneva la costituzione di uno Stato ebraico non soltanto politicamente opportuna, ma quasi prescritta dalla storia e dalla religione.
Nel 1938 creò le “squadre notturne speciali”, piccoli reparti composti da soldati britannici e uomini dell’Haganah, la principale organizzazione armata della comunità ebraica. La loro missione ufficiale consisteva nel contrastare la rivolta araba e proteggere soprattutto l’oleodotto che collegava i giacimenti iracheni al porto di Haifa. La difesa delle colonie agricole si intrecciava così con la protezione delle infrastrutture energetiche dell’Impero britannico. Wingate insegnò ai suoi uomini a non attendere l’attacco, ma a cercare l’avversario: pattugliamenti notturni, imboscate, infiltrazione, raccolta delle informazioni, rapidità di movimento e concentrazione improvvisa della forza. Moshe Dayan e altri futuri dirigenti militari israeliani passarono attraverso questa esperienza. La storiografia israeliana ha quindi trasformato Wingate in uno dei padri spirituali dell’esercito nazionale.
Il successo tattico e il fallimento politico
Sarebbe tuttavia semplicistico presentarlo soltanto come un innovatore. Le squadre operarono nel quadro della repressione britannica della grande rivolta araba del 1936-1939 e furono accusate di violenze, punizioni collettive e azioni indiscriminate contro i villaggi palestinesi. Una ricerca accademica sulle operazioni in Galilea mostra quanto la collaborazione militare anglo-ebraica fosse accompagnata da metodi brutali, destinati a lasciare una memoria profonda nella popolazione araba.
Qui emerge la contraddizione fondamentale. Sul piano militare Wingate ottenne risultati: ridusse gli attacchi contro l’oleodotto, mise in difficoltà le formazioni ribelli e dimostrò l’efficacia delle piccole unità mobili. Sul piano strategico, però, contribuì a trasformare un conflitto politico in una guerra permanente tra comunità. Uno studio del Collegio di comando dell’Esercito statunitense conclude che i successi tattici delle squadre notturne non permisero a Wingate di raggiungere i suoi obiettivi operativi e strategici. È una lezione che conserva tutta la sua attualità: vincere un’imboscata non significa risolvere il conflitto che l’ha prodotta.
La matrice militare dello Stato
L’eredità di Wingate contribuì alla formazione di alcuni caratteri della dottrina israeliana: iniziativa dei comandanti, guerra di movimento, superiorità informativa, attacco preventivo, trasferimento rapido della battaglia nel territorio avversario. In un Paese piccolo, privo di profondità strategica e circondato inizialmente da potenze ostili, queste caratteristiche apparivano come strumenti di sopravvivenza.
Ma esiste anche un’eredità politica. L’esercito israeliano non è stato concepito soltanto come apparato difensivo: è diventato una delle istituzioni attraverso cui la società costruisce identità, relazioni e classi dirigenti. Il confine tra cittadino e soldato si è fatto sottile, mentre il servizio militare ha alimentato una cultura nella quale sicurezza, tecnologia e governo risultano strettamente collegati.
Dal punto di vista economico, questo modello ha favorito la nascita di un sistema industriale fondato sulla ricerca militare, sulle comunicazioni, sulla sorveglianza, sulla sicurezza informatica e sui velivoli senza pilota. Le competenze sviluppate nelle forze armate sono state trasferite alle imprese civili, generando esportazioni, investimenti e influenza internazionale. Il rovescio della medaglia è rappresentato dal costo della mobilitazione permanente: spesa pubblica elevata, sottrazione di lavoratori alle attività produttive, dipendenza dalle forniture statunitensi e crescente esposizione dell’economia alle conseguenze delle guerre prolungate. La sicurezza produce tecnologia e ricchezza, ma l’insicurezza cronica può consumare entrambe.
La continuità coloniale
La storia di Wingate incrina infine una rappresentazione molto diffusa: quella di un apparato militare israeliano nato esclusivamente dall’autodifesa spontanea delle comunità ebraiche. La sua formazione fu anche il prodotto delle strutture coloniali britanniche, delle tecniche elaborate in Irlanda e negli altri territori imperiali e della necessità di proteggere vie energetiche e interessi strategici.
La ricostruzione dedicata ai padrini britannici dell’esercito israeliano ricorda che Wingate non fu il solo: prima di lui John Henry Patterson aveva comandato reparti ebraici nell’esercito britannico durante la Prima guerra mondiale.
Israele trasformò dunque una vulnerabilità storica in potenza militare, ma lo fece assimilando anche il patrimonio della guerra coloniale. Da questa origine deriva una parte della sua efficacia e, nello stesso tempo, una parte del suo problema strategico: la tendenza a considerare la forza come risposta primaria a questioni che sono politiche, territoriali e demografiche.
L’insegnamento più profondo di Wingate non riguarda perciò soltanto la guerra notturna. Riguarda il limite della superiorità militare: un esercito può dominare il campo di battaglia, proteggere un oleodotto e disarticolare una rivolta. Non può, da solo, costruire una pace che la politica continua a rendere impossibile.