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Anche questo 16 Giugno in Sudafrica si festeggia lo Youth Day,  una ricorrenza volta a celebrare l’importanza dei giovani nel Paese e l’impegno per la loro istruzione e crescita. La scelta della data coincide con quella deal massacro di studenti avvenuto a Soweto nel 1976, durante le manifestazioni contro l’imposizione dell’afrikaans come lingua primaria ed obbligatoria nelle scuole del Paese, un linguaggio minoritario e appartenente alla minoranza bianca della nazione; la polizia aprì il fuoco sugli studenti causando tra le 170 e le 700 vittime. Tra queste il 12enne Hector Pieterson, il cui corpo senza vita venne immortalato dal fotografo Sam Nzima, in una fotografia destinata a scuotere il Sudafrica e il resto del mondo.



Questa ricorrenza appare ancora più attuale oggi, mentre vediamo le stesse immagini in un altro contesto. Le operazioni militari israeliane nella striscia di Gaza hanno causato, negli ultimi 2 anni, più di 40.000 vittime. E c’è di più: una alleanza strategica e ideologica tra il Sudafrica dell’apartheid e Israele di oggi. Per capire, occorre fare un salto indietro.

La situazione Sudafricana

In Sudafrica, dal 1948, era in vigore il regime di apartheid, un sistema istituzionalizzato di segregazione razziale imposto dal governo della minoranza bianca. Questo sistema non si limitava a discriminazioni sociali o culturali, ma era strutturato legalmente per escludere la popolazione nera da ogni ambito decisionale e da gran parte della vita pubblica: scuole, ospedali, mezzi di trasporto, quartieri e parchi pubblici erano rigidamente separati. I neri non avevano diritti politici, non potevano possedere terre in aree “bianche” e venivano spesso trasferiti con la forza in riserve dette bantustan, vere e proprie regioni ghetto spacciate come stati “indipendenti” e governate da fantocci di Pretoria e che nessuno, al di fuori del governo Sudafricano, riconosceva come davvero libere. Le relazioni sociali “accettabili” fra bianchi e neri erano ridotte all’osso e i matrimoni misti erano proibiti. L’apartheid rappresentava dunque una negazione totale dei dirtti umani fondamentali. 

Il governo di Pretoria si trovava  anche invischiato in una guerra nella vicina Angola e l’esercito doveva fronteggiare un’ insurrezione nella attuale Namibia, che veniva occupata dal Sudafrica fin dal 1915, illegalmente secondo la risoluzione ONU 296.
Il massacro a Soweto del 1976 determinò un ulteriore inasprimento dell’isolamento internazionale del Sudafrica, come dimostrato con la risoluzione ONU 392 che ribvadiva la natura disumana e criminosa dell’apartheid.

La repressione della manifestazione studentesca accese la rivolta in altre città del Paese, con scontri di piazza che si protrassero per diversi mesi. Il boicottaggio internazionale e la resistenza al regime ebbe una forte accelerazione dopo il massacro.
La strage smosse infatti le coscienze dell’opinione pubblica internazionale perché era il chiaro ed inevitabile risultato di un sistema oppressivo dove la sproporzione della forze in campo era evidente (poliziotti che sparano su bambini inermi) e le rivolte mostravano che il governo di Pretoria non godeva di nessuna legittimità, se non quella di una minoranza razzista bianca (perfino alcuni studenti bianchi si unirono alle manifestazioni per protestare contro l’uccisione dei bambini). L’apartheid non era “una questione interna”, come cercava di sostenere il governo, ma un crimine contro l’umanità e come tale la riguardava per intero. Le “necessità di sicurezza” sostenute da Pretoria perdevano di significato dopo il massacro di Soweto data la condizione delle vittime, minorenni e disarmati; anzi, fu proprio dopo la strage che l’uMkhonto weSizwe (Lancia della Nazione), il braccio armato dell’African National Congress, il principale gruppo antiapartheid del Paese, aumentò drasticamente il proprio livello di operazioni militari, rinforzato da un maggiore afflusso di reclute. 

La strana alleanza

E proprio mentre il cappio delle sanzioni, dei boicottaggi, della resistenza interna e dell’isolamento internazionale si stringeva intorno al governo razzista sudafricano, Pretoria trovava un amico: Israele.

L’ala “socialista” del sionismo israeliano ufficialmente non vedeva di buon occhio l’apartheid, e quasi tutta la classe dirigente afrikaaner aveva espresso simpatie per la germania nazista durante la seconda guerra mondiale. Difficile immaginare un’amicizia più improbabile, per di più quando si parla di Paesi distanti migliaia di chilometri. Tuttavia, i punti in comune fra i due Paesi non erano pochi. In primis la consapevolezza di rappresentare un corpo estraneo nella propria area geografica, percepito come una sorta di progetto coloniale europeo, nonostante ci fossero delle differenze storiche (i bianchi erano presenti in Africa australe dal 1700 ca.) e ideologiche (sionismo). Essere un Paese circondato da nemici era un altro punto in comune fra le due nazioni, una da Stati arabi ostili, l’altra da Stati africani che ritenevano la white minority rule un abominio. Questo aveva comportato una mentalità di assedio nella popolazione e nei governi dei due Paesi, creando società militarizzate. Tel Aviv e Pretoria cercavano di ottenere una superiorità tecnologico-militare schiacciante per compensare il divario numerico tra loro ed i propri nemici, creando una convergenza anche nelle tattiche militari.

Se la comunità ebraica Sudafricana era già la maggior sostenitrice economica pro capite di Israele dal 1948, sotto la spinta del Jewish Board of Deputies prima e dell’Israel – South Africa Friendship League poi, il rapporto fra i due Paesi si fece sempre più amichevole, mosso da necessità economiche e affinità ideologiche. Accordi commerciali e militari segreti vennero sanciti e rinnovati durante la visita ufficiale a Gerusalemme del presidente Sudafricano John Vorster, noto ammiratore di Hitler, nel 1976, poco prima dei fatti di Soweto. Mentre gli ebrei sudafricani contrari all’apartheid e alcuni israeliani schifati dalla visita di un simpatizzante nazista protestavano, si delineava in maniera più netta una convergenza fra i due Paesi.


La cooperazione militare ed economica

Già dagli anni ‘60 Pretoria e Tel Aviv erano soci in affari: il Sudafrica produceva preziose materie prime, tra cui l’uranio, indispensabile per qualsiasi progetto nucleare. Israele era interessato all’acquisizione di tale materiale per i propri programmi civili e militari. Lo scambio appariva proficuo per entrambi: Tel Aviv avrebbe acquistato in segreto grandi quantità di uranio sudafricano, eludendo gli organi di controllo internazionali sull’energia atomica, mentre Pretoria avrebbe finalmente trovato uno sbocco per le proprie materie prime, che rischiavano di rimanere invendute dato l’isolamento internazionale nel quale si trovava.
Il regime sudafricano aveva inoltre disperatamente bisogno del know-how israeliano su questioni militari e tecnologiche, e Israele intravide una possibilità di fare lucrosi affari tramite la propria industria bellica.

La cooperazione rese possibile l’ottenimento dell’arma nucleare, con l’uranio Sudafricano scambiato con le competenze degli ingegneri israeliani per sviluppare missili balistici. Il ricondizionamento degli aerei da guerra francesi Mirage III da parte di Israele a favore dei sudafricani per aggirare le sanzioni sui sistemi d’arma e il misterioso test nucleare congiunto noto come “Vela Event” nelle acque dell’Oceano Indiano sono solo alcune delle applicazioni pratiche dell’accordo segreto SECMENT, firmato dai due Paesi nel 1975, che regolamentava gli scambi militari ed economici fra le due nazioni. 

L’idillio crebbe ulteriormente con l’ascesa al potere del Likud in Israele, che trasformò una cooperazione strategica a tutto campo in alleanza ideologica. Come riporta il libro “The Unspoken Alliance” del giornalista Sasha Polakow-Suransky, la vicinanza tra Pretoria e il partito era già esplicitata del forte sostegno economico da parte degli ebrei Sudafricani allineati al governo bianco per il partito di estrema destra Herut, l’antenato del Likud. Entrambi i governi vedevano infatti nelle rivendicazioni dei popoli oppressi, palestinesi da un lato e africani neri dall’altro, non lotte legittime per l’autodeterminazione, ma minacce esistenziali da soffocare con ogni mezzo. Entrambi i regimi sposarono la causa delll’etnonazionalismo, considerando la supremazia del proprio gruppo come fondamento dello Stato e giustificando così politiche di segregazione, repressione e violenza. 

L’interscambio tra i due regimi si ampliò anche alla sfera dell’intelligence, della formazione militare e della propaganda. Ogni critica internazionale doveva essere derubricata a antisemitismo (nel caso israeliano) o antioccidentalismo (nel caso sudafricano), spostando l’attenzione dalle dinamiche interne verso quelle esterne: il Sudafrica stava partecipando a una crociata di resistenza verso il “comunismo internazionale” in Africa, mentre Israele lottava per mantenere viva l’unica “democrazia” in Medio Oriente contro i regimi dittatoriali arabi. È all’interno di questa narrazione strategica che viene giustificata anche l’odierna campagna contro l’Iran: se l’intervento israeliano contro Teheran ha precise esigenze strategico-militari per il governo Netanyahu è indubbio che l’esternalizzazione dell’azione militare ha i vantaggi specifici della distrazione dal fronte interno, così come già collaudato nel caso Sudafricano.

Anche quando, sotto pressione statunitense, Israele si accodò con reticenza alla sanzioni contro il Sudafrica negli anni ‘80, continuò comunque a portare avanti progetti militari segreti e commercio in armi con Pretoria, con gli scambi che raggiunsero il picco con circa 2 miliardi di dollari a metà del decennio, almeno secondo i carteggi tra generali sudafricani e il comparto militare industriale. Alla fine, dopo decenni di lotta armata, proteste popolari e isolamento politico, il governo sudafricano fu costretto a negoziare. Nel 1990 Nelson Mandela venne liberato dopo 27 anni di prigionia. Nel 1994 si tennero le prime elezioni libere della storia del Paese, che sancirono la fine formale dell’apartheid e l’ascesa al potere dell’African National Congress. Il nuovo governo democratico espresse subito solidarietà alla causa palestinese, riconoscendo nella loro lotta le stesse radici della propria. Mandela dirà che il popolo del Sudafrica non avrebbe mai dimenticato il sostegno di Israele al regime di apartheid. 

Da un aparthied ad un altro

A quasi cinquant’anni dal massacro di Soweto, l’eco di quei giovani uccisi ha un suono tragicamente familiare nel nostro presente, che non arriva più dalle township sudafricane ma dalle rovine della Striscia di Gaza. L’operazione militare israeliana in corso, la più lunga, devastante e letale nella storia del conflitto, ha avuto il risultato di uccidere o ferire quasi 50.000 bambini, negando a molti di più la possibilità di avere un’istruzione, una vita dignitosa ed un futuro.
Secondo molti organi internazionali per i diritti umani come Amnesty International, la Human Rights Watch, il Centro B’Tselem e la relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese, oggi Israele applica una versione leggermente diversa, ma identica nella sostanza, dell’apartheid sudafricano. Gaza è, così come Soweto 49 anni fa, il risultato più terribile ed inevitabile dell’utilizzo di queste politiche. Anche la risposta israeliana alla catastrofe umanitaria segue il triste copione già scritto e provato, bollando le preoccupazioni umanitarie con la retorica dell’autodifesa, una narrativa già collaudata per delegittimare ogni resistenza e nascondere la violenza strutturale delle politiche di apartheid. Esattamente come il governo di Pretoria giustificò gli spari contro i bambini di Soweto con gli stessi argomenti.

Come allora, anche oggi, cresce in tutto il mondo il rifiuto di questa logica. I boicottaggi accademici, culturali, sportivi, economici si moltiplicano, così come le proteste globali. A compiere uno dei passi più netti e carichi di significato simbolico è proprio il nuovo Sudafrica democratico, che nel dicembre 2023 ha intentato una causa presso la Corte Internazionale di Giustizia accusando Israele di genocidio. Un atto che non è solo legale, ma storico: un Paese liberato dall’apartheid che chiama in giudizio uno Stato accusato di praticarlo. Ma non basta. 

La comunità internazionale deve, inequivocamente, chiedere a Israele di rispettare i diritti umani e quello internazionale, tagliando ogni sostegno politico, economico e militare a Tel Aviv. “La nostra libertà è incompleta senza quella dei Palestinesi”, affermava Nelson Mandela, implicando che la lotta per la sopravvivenza e la dignità dei ragazzi di Soweto è, oggi come allora, la stessa di quelli Palestinesi.

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