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La Luna, il satellite naturale del pianeta Terra, è il sogno dell’Uomo dalla notte dei tempi. Suadente e misteriosa, è la sorella minore della Terra ed è lo specchio del Sole. Ed è anche, da quando il progresso tecnologico lo ha reso possibile, la prima fermata della colonizzazione spaziale. Colonizzazione che, oggi come ieri, può assumere una grande varietà di significati: stabilimento di insediamenti umani semi-permanenti, sfruttamento delle risorse del sottosuolo, costruzione di avamposti militari ed edificazione di strutture utili all’esplorazione dello spazio inoltrato.

È esistito un tempo, la Guerra fredda, in cui i sogni lunari di Stati Uniti e Unione Sovietica, uniche due superpotenze del pianeta ed aspiranti potenze spaziali, non avevano a che fare né con la colonizzazione umana né con lo sfruttamento energetico. Perché erano sogni di un altro genere, squisitamente bellico, o meglio nucleare: il progetto A119 e il progetto E.

Bombardare la Luna per vendicarsi di Gagarin

Stati Uniti, fine degli anni Cinquanta. I tentativi dell’opinione pubblica di superare i traumi lasciati da quel periodo di terrore, sorveglianza e inquisizione che è stata la paura rossa, la celeberrima epoca di psicosi anticomunista dominata dal controverso Joseph McCarthy, si infrangono contro l’emergere di una nuova fase di isteria collettiva: la crisi dello Sputnik. È la paura che l’Unione Sovietica, arrivando prima nella corsa allo spazio, finisca col vincere la Guerra fredda e possa, un giorno, soggiogare gli Stati Uniti.

I giornali americani non parlano d’altro, la Casa Bianca è in allerta: c’è bisogno di recuperare il terreno perduto. Ed è così che nel 1958, ad un anno dal lancio dello Sputnik 1 nello spazio, l’Armour Research Foundation (ARF) propone di effettuare un esperimento nucleare sul satellite naturale della Terra. L’idea piace al Pentagono, ottenendo la benedizione (e il capitale) della United States Air Force, ma all’ARF viene posta una condizione inderogabile: l’esplosione dovrà essere visibile all’umanità.

Accettata la precondizione stabilita dal Pentagono, l’ARF affida al fisico Leonard Reiffel la gestione del progetto. Reiffel, a sua volta, metterà assieme una squadra di dieci esperti, tra i quali l’astronomo Gerard Kuiper e il futuro mostro sacro della ricerca spaziale Carl Sagan, che all’epoca era un semplice dottorando.

Le proiezioni matematiche del giovane Sagan sembravano promettenti: elevate e concrete possibilità di un’esplosione visibile all’occhio umano se condotta secondo copione. L’esperimento avrebbe dovuto vedere l’impiego di una W25, una piccola testata nucleare sviluppata dai cervelli del Los Alamos National Laboratory qualche anno prima, ma fu fermato alla vigilia dell’entrata nella fase di implementazione.

La paura che qualcosa potesse andare storto in fase di lancio, associata ai dubbi sollevati dagli scienziati circa le conseguenze della ricaduta radioattiva per i futuri progetti di ricerca ed esplorazione coinvolgenti la Luna, avrebbero avuto la meglio sulla voglia di rivalsa. Nel gennaio 1959, una volta ricevuto e letto lo studio di fattibilità dell’ARF, la United States Air Force avrebbe preferito abortire il progetto A119, lasciando alla neonata NASA l’onere-onore di occuparsi della (rin)corsa alla spazio.

I sogni lunari di Krusciov

Gli Stati Uniti non erano i soli a guardare alla Luna per ragioni belliche. Più o meno nello stesso periodo della pianificazione del progetto A119, fra il 1957 e il 1960, la Central Intelligence Agency aveva messo in guardia la Casa Bianca dal presunto “Progetto E”, un piano di sperimentazione militare nello spazio suddiviso in quattro fasi e coperto dal più stretto riserbo.

Del Progetto E, a parte le informative dell’intelligence statunitense, non è mai emerso nient’altro, né conferme né smentite, tanto che tra gli storici c’è chi dubita che sia mai esistito. Un’invenzione, sostengono i più scettici, con la quale Cia, Pentagono e Stato profondo speravano di dare impeto all’agenda spaziale della Casa Bianca – cosa, poi, effettivamente avvenuta.

Che il Progetto E sia esistito veramente, o che si sia trattato di uno “scherzo” della Cia, approfondire la vicenda è comunque un dovere per ragioni di divulgazione storica, di comprensione di quell’epoca complessa che fu la Guerra fredda. Il piano sovietico per la conquista della Luna avrebbe dovuto svilupparsi in quattro tappe:

  • Fase 1: dedicata al raggiungimento del satellite.
  • Fasi 2 e 3: dedicate all’esplorazione della faccia nascosta, di cui si sarebbero dovuti raccogliere campioni di terreno e prove fotografiche.
  • Fase 4: esplosione di una bomba atomica (o all’idrogeno) sul suolo lunare, in coincidenza con l’anniversario della Rivoluzione di Ottobre, come dimostrazione di forza e per curiosità scientifica – muovere i primi passi nella comprensione delle implicazioni di una guerra spaziale.

Come è noto, i sovietici non avrebbero mai esploso alcuna bomba nucleare sulla Luna, né tantomeno vi avrebbero messo piede, ma ciò non significa che un simile piano non mai esistito.

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