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Storia /

Il “Secondo Emendamento” torna ad essere al centro dell’attenzione, negli Usa e all’estero, dopo ogni strage commessa con le armi da fuoco. Ma di cosa stiamo parlando, esattamente?

Il fatto che si parli di “emendamento” e non di una “legge” già rende la questione più complessa. I primi dieci emendamenti vennero introdotti con il Bill of Rights come specifica alla Costituzione degli Stati Uniti d’America, nel 1791. La Costituzione stessa era entrata in vigore appena due anni prima. L’aggiunta del Bill of Rights venne fortemente voluta dagli Stati fondatori per proteggere i diritti individuali, e gli stessi diritti degli Stati, da possibili abusi del governo centrale. Convincere gli Stati originari, le 13 ex colonie, a formare una federazione, con un governo centrale, non era stato un compito facile. Fu un lungo negoziato, accompagnato da una grande opera di persuasione da parte dei padri fondatori. Il Bill of Rights venne introdotto proprio per rassicurare gli americani, appena liberatisi dall’Impero Britannico, che erano protetti dal nuovo governo e che questo non avrebbe avuto modo di trasformarsi in una nuova tirannia.

Il Primo Emendamento, architrave dei diritti di libertà individuale, protegge la libertà religiosa. Secondo il testo, il Congresso non può emettere leggi che la limitino la libertà di praticare il culto e che limitino la libertà di espressione. Grazie alla sensibilità per la libertà religiosa, dunque, venne protetta anche la libertà di espressione.

Il Secondo Emendamento garantisce invece i mezzi per proteggere questa libertà, anche in caso di aggressione fisica: “A well regulated Militia being necessary to the security of a free State, the right of the people to keep and bear Arms shall not be infringed.” Traducibile con: “Essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una ben organizzata milizia, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non potrà essere infranto”. La milizia oggi è limitata a un fatto di costume o di tradizione politica, ma allora era la spina dorsale delle nascenti forze armate statunitensi. Durante la guerra di indipendenza, la milizia proteggeva il suo Stato, la coalizione di milizie aiutava l’esercito continentale (antenato dell’esercito federale). Il modello militare si basava su cittadini armati, il “minuteman” (uomo pronto all’azione in un minuto) doveva disporre di un’arma pronta all’uso ed essere sempre in grado di usarla.

Durante la Guerra Civile (1861-65) almeno nel primo anno furono le milizie degli Stati Confederati ad iniziare la guerra, contro l’esercito federale, attaccando Fort Sumter, a Charleston, Sud Carolina. Nelle prime battaglie, come Bull Run, furono le milizie sudiste a combattere contro milizie nordiste. Le armi di difesa locale vennero dunque impiegate (costituzionalmente, secondo i sudisti, in modo sovversivo secondo i nordisti) contro il governo di Washington. Nonostante la centralizzazione che seguì la sconfitta del Sud, le milizie rimasero legali, così come restò il diritto a portare armi.

Il problema che si pose, semmai, fu nell’interpretazione del diritto individuale di portare armi: solo se inquadrati in una milizia o anche personalmente? E quest’ultimo diritto individuale a portare armi doveva considerarsi come costituzionale o come una norma emendabile da una legge ordinaria?

Il problema rimane complesso e le sentenze storiche della Corte Suprema sono molto contraddittorie. La prima di queste risale al 1886, Presser vs. Illinois: la Corte stabilì che il Secondo Emendamento vietasse agli Stati di vietare ai cittadini il diritto di detenere e portare armi “privando così gli Stati Uniti della loro giusta risorsa di preservazione della sicurezza pubblica”. Anche non in un contesto di guerra e al di fuori delle milizie, dunque, il diritto di portare armi era difeso perché utile al mantenimento dell’ordine pubblico.

Il quadro si complicò ai tempi dell’amministrazione Roosevelt. Nel 1934 venne emessa la National Firearms Act, una legge molto più restrittiva sul porto d’armi individuale. Nel 1938, due delinquenti comuni, intenti ad attraversare il confine fra gli Stati dell’Oklahoma e dell’Arkansas, vennero arrestati e furono sequestrati loro due fucili a canne mozze detenuti senza porto d’armi. La corte d’appello li assolse dall’accusa di detenzione illegale di armi, perché protetti dal Secondo Emendamento, ma la Corte Suprema, nel 1939, con la sentenza United States vs. Miller, ribaltò il verdetto, affermando che un fucile a canne mozze, lungo meno di mezzo metro, non fosse da considerare parte dell’equipaggiamento militare, dunque non adatto a una milizia e illegale. Si aprì di nuovo un periodo di incertezza che durò fino al 2008.

Quell’anno, una causa intentata da sei cittadini di Washington DC contro le leggi proibizioniste delle armi da fuoco in vigore nel Distretto, finì con una sentenza storica della Corte Suprema. Con un voto di 5-4, determinato dal conservatore Antonin Scalia (redattore del parere di maggioranza) stabilì il diritto individuale a portare armi. Scalia era un giudice letteralista, dunque non accettava che la Costituzione, incluso il Bill of Rights potesse essere interpretata alla luce dello “spirito dei tempi”, come è invece tipico dei giudici liberal.

Interpretando la Costituzione in base allo spirito originario, Scalia giunse alla conclusione che: la clausola di prefazione indica lo scopo del Secondo Emendamento (protezione di uno Stato libero), ma la clausola operativa stabilisce chiaramente il diritto individuale a detenere e portare armi.

Per questo, sbalordendo noi europei, abituati come siamo al monopolio della violenza da parte dello Stato, negli Usa portare un’arma è un diritto, a prescindere dai limiti dell’azione di legittima difesa. È un diritto in sé, parte del progetto costituzionale, istituzionale, nato da una rivoluzione, di una società libera unica al mondo.

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