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Per chi non ha mai messo piede nei Balcani, ma anche per chi invece i Balcani li conosce e li frequenta da tempo, Sarajevo è ancora – e sempre – una meta unica, tutta da esplorare e scoprire. Non a caso, la capitale bosniaca è stata scelta come miglior destinazione turistica del 2025 da National Geographic, attirando un numero record di turisti (circa un milione solo entro la fine di agosto), provenienti non solo dall’Europa occidentale ma anche dalla Cina, dal Nord Europa, e soprattutto dalla Turchia e dai Paesi arabi del Golfo Persico, anche a causa del fatto che circa il 70% della popolazione della città è musulmana, rendendola una destinazione particolarmente friendly per i visitatori arabi e mediorientali.

Polo centrale del Sarajevo Film Festival da trentuno anni, Sarajevo è un mosaico eterogeneo di etnie, religioni e culture, che testimoniano migliaia di anni di storia, tra Occidente e Oriente: dall’imponente eredità dell’Impero Ottomano, alla breve dominazione austro-ungarica; dalle tracce della Jugoslavia titina, fino alla complessità politica e sociale dei giorni nostri. Noi l’abbiamo visitata nel pieno del boom turistico estivo e ve la raccontiamo di seguito, come una delle destinazioni più interessanti, dinamiche e segnanti in Europa, da vedere assolutamente almeno una volta nella vita.

Tre popoli, tre religioni, tre etnie

Lontano da una dimensione “esotica” ed esotizzante, Sarajevo, pur essendo situata a “soli” 1000 chilometri dall’Italia, nel cuore della penisola balcanica, ha un fascino irripetibile che rievoca un piccolo “vecchio mondo” fatto di tradizioni secolari, rituali, cibo e folklore. A partire dal vocabolo turco “saraj” (palazzo), risalente ai secoli di dominazione ottomana, nel XV secolo divenne capoluogo di provincia della Bosnia. Per questo, è proprio l’eredità ottomana a emergere maggiormente sin da subito. Una volta raggiunto il centro storico, superata la celebre fontana di Sebilj del 1891 (detta anche “fontana dei piccioni”), si approda nel quartiere Baščaršija, un tempo zona del bazar ottomano.

La fontana di Sebilj nel quartiere Bascarsija

Passeggiando tra i suoi caratteristici vicoli, le botteghe degli artigiani che lavorano il metallo per produrre segnalibri, vasi, dvezva (il tipico recipiente per preparare il caffè) e persino portachiavi a forma di proiettile in ricordo delle guerre degli anni Novanta, le tondeggianti cupole e i minareti delle moschee svettano ben riconoscibili sullo sfondo. Tra grandi folle di turisti, donne col velo – a volte anche burka integrale, che qui è consentito – ma anche gruppi di asiatici, non si può non lasciarsi affascinare dalla sfarzosa moschea di Gazi Husrev-beg, risalente al XVI° secolo, non prima di una colazione a base di caffè bosniaco (bosanska kafa, da non chiamare mai “caffè turco”, per non urtare la sensibilità degli autoctoni), accompagnato da dolcissima baklava e un assaggio di lokum. Dolciumi tipici in Bosnia Erzegovina, così come nel resto dei Balcani, eredità degli oltre trecento anni di Impero Ottomano.

Caffé bosniaco servito con lokum e baklava

Tuttavia, passeggiando per le strade di Sarajevo, la dimensione “musulmana” non è affatto la sola a spiccare: tra i palazzi eleganti del centro – che nei fatti, a guardarli bene, ricordano Vienna, Praga e Budapest, a testimoniare il periodo austro-ungarico – a pochi passi dalle moschee, diverse sono anche le chiese cristiane, tra cui senza dubbio meritano almeno una visita il tempio ortodosso della Natività di Theotokos e la cattedrale cattolica del Sacro Cuore, da cui sono passati sia Papa Francesco che Giovanni Paolo II. Difatti, considerando che, dopo il tragico epilogo delle guerre di Jugoslavia, che hanno sancito la dimensione di tre etnie, tre religioni e tre popoli in Bosnia Erzegovina (rispettivamente etnia bosniacca musulmana, serba ortodossa e croata cattolica), Sarajevo è stata più volte definita come la “Gerusalemme d’Europa”, sebbene, alcuni autoctoni amino sottolineare con una certa ironia che “Gesù non è mai passato di qui”.

Cattedrale del Sacro Cuore

Segni di guerra ieri e oggi

Per gli appassionati di storia, un altro evento che balena nella mente quasi immediatamente, pensando a Sarajevo, è poi lo scoppio della Prima Guerra Mondiale: è proprio qui, infatti, che il 28 giugno del 1914 Gavrilo Princip, militante serbo del movimento Mlada Bosna (Giovane Bosnia), uccise con due colpi di pistola l’arciduca erede al trono d’Austria-Ungheria Francesco Ferdinando e la moglie Sofia, scatenando il sanguinoso conflitto. Non lontano dal centro cittadino, attraversando l’antico Ponte Latino sopra il fiume Miljacka, è possibile scorgere alcune fotografie e una targa commemorativa nel punto esatto dell’attentato, oltre a un museo che ricorda l’evento.

Del resto, Sarajevo è tristemente famosa anche per i ben più recenti conflitti degli anni Novanta, dato che, durante le guerre che portarono alla dissoluzione della Jugoslavia, venne assediata per quattro lunghi anni, dal 1992 al 1996. Un passato per niente facile con cui convivere, ma che la comunità multietnica della città, così come del resto della Bosnia Erzegovina, a trent’anni di distanza sta lentamente accettando, grazie a una sempre maggiore consapevolezza degli eventi, come monito per i conflitti attuali che accadono altrove, alle porte dell’Europa orientale.

I segni della guerra sono ben visibili in molti punti, tra edifici volutamente lasciati con i fori dei proiettili e le Rose di Sarajevo, ovvero una serie di luoghi commemorativi situati sull’asfalto delle strade che portano i segni di mortaio, oggi coperti di resina rossa. Per chi volesse approfondire la storia del conflitto, è possibile visitare anche diversi musei, tra cui la Galerija 11/07/95, The War Childhood Museum e il Tunel Spesa (“Tunnel della Salvezza”), una strada sotterranea scavata nel 1993, situata nella periferia di Sarajevo, che divenne una via di collegamento segreta per la popolazione durante l’assedio, oggi trasformata in museo e luogo del ricordo. Visite decisamente intense e dolorose, che ricordano anche il tragico genocidio della cittadina di Srebrenica, e che proprio per questo, non sono “adatte” a tutti; ma che possono rivelarsi uno “strumento” utile alla comprensione del presente del continente europeo e non solo, conservando la memoria di un passato da non ripetere nel presente e nel futuro.

Dal Tunel Spasa (“Tunnel della Salvezza”), oggi museo storico

Josip Broz Tito e le mete della Jugonostalgija

Dopo la dissoluzione della Jugoslavia e la fine della guerra, gli accordi Dayton del 1995 divisero la Bosnia Erzegovina in due entità politiche distinte: la Federazione di Bosnia Erzegovina e la Republika Srpska, dove attualmente vive la maggioranza serba della popolazione, oltre alla minoranza croata concentrata soprattutto al confine meridionale del Paese. Un’entità semiautonoma quella della Rep. Srpska, con un proprio corpo di polizia e programmi di istruzione autonomi, ma comunque parte dello Stato bosniaco.

Nonostante ciò, seppur oggi vi siano ancora tensioni tra i due gruppi, anche a livello politico, la maggior parte della popolazione vive in relativa tranquillità, preoccupandosi piuttosto di un altro grosso problema, comune a tutta l’aria balcanica: la corruzione delle istituzioni. Non è infatti raro che la Bosnia, così come diversi Paesi confinanti, siano vittima di stereotipi negativi sul livello di corruzione (che pur sono in parte giustificati), tanto che, cercando di comprendere un po’ di più il sentimento politico odierno, un abitante di Sarajevo ci ha raccontato, con una nota di sarcasmo: “Dopo il socialismo jugoslavo, per farci capire quanto sia importante la democrazia, i politici della Bosnia hanno creato addirittura 72 partiti politici diversi…”, aggiungendo però, quanto, in realtà siano “tutti uguali tra loro”.

L’eredità jugoslava e soprattutto titina, viene percepita in maniera differente a seconda delle diverse zone del Paese, ma per i più nostalgici, a Sarajevo ci sono alcuni importanti monumenti e tracce dell’ex Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Senza dubbio, uno dei luoghi più visitati è l’ex pista olimpica di bob e slittino di Trebević, costruita per le Olimpiadi invernali del 1984 sulle colline appena fuori città. Oggi in uno stato di semi abbandono, è un luogo malinconico meta di diversi “pellegrinaggi” nostalgici, che racchiude l’essenza degli ultimi anni felici della Jugoslavia prima della violenta dissoluzione. Raggiungibile con la comoda funicolare, una volta in cima regala una vista mozzafiato sulla città e le alture circostanti, con punti panoramici e persino una macchinetta automatica in cui è possibile acquistare calamite con la mascotte olimpica del 1984, il lupetto “Vučko”, ancora simbolo della città.

Vista su Sarajevo dalla funicolare

Negli ultimi anni tra molti giovani, non solo nella penisola balcanica, ha preso piede un nuovo fenomeno sociale ed emotivo legato proprio a questo passato: la jugonostalgija. Una forma di nostalgia per un tempo felice e pacifico, e per quel vissuto, ma anche per “quel che avrebbe potuto essere”, se non fosse sopraggiunta la guerra. Un sentimento curiosamente diffuso proprio tra i giovanissimi, che spesso non hanno mai davvero vissuto la ex Jugoslavia coscientemente. Dunque, tra gli altri luoghi meta dei jugonostalgici, immancabile è anche il Café Tito, appena fuori dal centro cittadino. Tra fucili appesi alle pareti, poster, gigantografie, busti del maresciallo Josip Broz e copertine dedicategli del Time Magazine, accoglie i visitatori con un tank modello M37 Škoda cecoslovacco, prodotto nel 1937 e accanto una scritta d’ingresso inequivocabile: “Mi smo Titovi” (“Noi siamo Tito”).

Sempre nei paraggi, oltre all’immancabile vialone centrale “Maresciallo Tito” – una delle arterie centrali di Sarajevo – dentro al plesso universitario, e in particolare vicino alla facoltà di criminologia, intelligence e polizia, una gigante statua dedicata al leader jugoslavo “decora” il cortile studentesco, con un’immancabile rosa rossa incorniciata, lasciata dagli “ammiratori” più sfegatati. Curiosamente, a soli 600 metri dalla statua si trova l’Ambasciata degli Stati Uniti d’America, che qualche anno fa fu colpita da un militante politico – o un pazzo, secondo altre versioni – che sparò diversi colpi di arma da fuoco, guadagnandosi una condanna a 18 anni di carcere per terrorismo, come raccontano alcuni autoctoni.

interno del Café Tito

Sarajevo da mangiare: i segreti della cucina balcanica

Passando per i Balcani, e in particolar modo da Sarajevo, oltre ai già menzionati dolciumi come lokum e baklava, non si può non fermarsi ad assaggiare un piatto di ćevapčići: una sorta di “polpette” dalla forma allungata di carne macinata, super popolari in tutti i Paesi della ex Jugoslavia, vengono serviti nel tipico pane rotondo, farcito con cipolla bianca tritata e accompagnati da kajmak, ovvero una sorta di “salsa” ottenuta dalla parte più grassa del latte. Un piatto decisamente sostanzioso, ma che merita decisamente lo sforzo.

A causa della predominanza delle persone di fede musulmana, alcuni dei ristoranti e delle taverne del centro – soprattutto quelli frequentati dai turisti – non servono alcolici. Tuttavia, moltissimi sono anche i locali dove invece si può (e si deve) assaggiare almeno un sorso di rakija, ovvero la tradizionale grappa balcanica ottenuta dalla fermentazione e distillazione di diversi frutti, come uva, pera, pesca, ma anche mela cotogna, prugna e albicocca.

Piatto di cevapcici, accompagnati da cipolla e kajmak

In diversi ristoranti e locali, specie nelle kafane (nome che contraddistingue le osterie e locande tipiche), durante l’ora di cena è possibile anche ascoltare musica dal vivo, tra cui segnaliamo in particolare il ristorante Pivnica Sarajevo e il Restoran Bosna, appena fuori dal centro. Per proseguire la serata a suon di musica balcanica, invece, un’altra tappa irrinunciabile è lo storico locale Kino Bosna, una sorta di pub notturno dove una banda di musicanti con violini e fisarmoniche anima le serate di autoctoni e avventori stranieri a suon di turbofolk e melodie orientaleggianti. Un’esperienza che, per chi non è abituato, potrebbe ricordare il set di un film di Emir Kusturica con colonna sonora di Goran Bregović, ma che in Bosnia è invece un evento tutt’altro che straordinario.

Infine, come colazione, pranzo veloce o spuntino da passeggio, un’altra pietanza simbolo della cucina balcanica è la pita: una sorta di torta salata fatta di strati di pasta fillo, con diversi ripieni, come formaggio (pita sirnica), spinaci (zeljanica) o patate (krompiruša), il cui prezzo solitamente si aggira attorno ai 2-4 marchi bosniaci (1-2 euro circa). Anche se, la pietanza di cui propri i bosniaci sono i più grandi maestri è in realtà il burek: eredità della cucina turca (da cui prende anche il nome), si tratta di una sfoglia ripiena di trito di carne macinata, che però, nonostante l’aspettativa, è sorprendentemente leggera. Da provare in uno dei forni della città (pekara) spesso aperti anche a notte fonda per gli avventori notturni di ritorno dai locali, al posto dei soliti Mc Donald’s e Burger King.

Sarajevo resta una gemma rara tutta da scoprire

A dirla tutta, questi sono solo alcuni dei tanti monumenti, siti d’interesse e storie da mille e una notte da scoprire nella magica Sarajevo. In definitiva, però, ciò che si apprezza maggiormente dopo averla visitata è che, nonostante il boom di popolarità dell’ultimo anno, si è rivelata una Capitale ancora estremamente vivibile, vivace e ricca di fermento, per nulla “vittima” del turismo di massa. Almeno per il momento.

Oggi comodamente raggiungibile grazie ai tanti voli diretti low cost, o per i più temerari, con i collegamenti Flixbus, offre ai visitatori un’esperienza indimenticabile, tra cultura, gastronomia e i profondi solchi lasciati dal passato. Una meta che, nonostante il doloroso ricordo delle guerre, accoglie lo straniero a braccia aperte senza filtro o pregiudizio, con prezzi estremamente abbordabili un senso di rara umanità e ospitalità. Una gemma unica nella penisola balcanica, ancora avvolta da un mistero tutto suo, che scava nel profondo dell’anima lasciandovi un segno indelebile.

Ingresso della moschea di Husrev-Beg

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