Turan è quel luogo perduto, terra di lupi e sciamani, che avrebbe dato i natali ad una miriade di popoli e tribù dell’Eurasia, in particolare a turchi, magiari, mongoli, bulgari, finni e giapponesi. Localizzato tra le steppe magiche e selvagge del cuore della Terra, ovverosia l’Asia centrale, Turan è un posto mitologico la cui memoria è sopravvissuta grazie ai racconti di savi e cantastorie e il cui fascino ha resistito tanto all’erosione del tempo quanto alla trasformazione di quelle genti nomadiche in nazioni.

Oggi, epoca di identità in liquefazione laddove la storia è giunta al capolinea – come nel senile e sterile Occidente – e di identità alla riscossa laddove la storia non si è mai fermata – tutto il resto del mondo –, quello spazio geospirituale rispondente al nome di Turan è tornato in auge, palesando il proprio potere da lato a lato dell’Eurasia e divenendo una delle grandi forze catalizzatrici di quel fenomeno epocale che è la transizione multipolare.

Turan è il motivo conduttore dell’agenda politica di Fidesz, che ha traghettato l’Ungheria verso l’Anatolia, l’Asia centrale e l’Estremo Oriente. Turan è una delle ragioni alla base del Consiglio Turco. Turan è una delle colonne portanti dell’Impero ottomano risorto. E Turan è, inoltre, una storica fonte di preoccupazione per la Russia. Perché turanici furono i popoli che catturarono Mosca nel 1382 e nel 1571. Turanici furono coloro che si rivoltarono contro il Cremlino fra Caucaso e Asia centrale durante e dopo la Grande Guerra. E turanici sono coloro che, oggi come ieri, contribuiscono a rendere l’incubo implosione della Federazione vivo e vegeto.

La lunga storia d’amore-odio tra Mosca e Turan

Turan è quel luogo a metà tra mito e realtà che, oggi come nei secoli passati, funge da piattaforma ancestrale per l’eccezionalismo della grande nazione turca. Una nazione che, contrariamente a quel che si pensa, non nasce e finisce in Anatolia, ma traversa gran parte dell’Eurasia, dalla Gagauzia alla Mongolia, ed è il movente immateriale che ab immemorabili agita le pulsioni identitarie dei sedici grandi imperi turchici e della loro prole. Una nazione che nella Russia degli Zar e degli Stolti in Cristo ha storicamente visto un nemico da soggiogare, e del quale ha ridotto la capitale in cenere per due volte: nel 1382 e nel 1571.

Lo scorrere del tempo, dei secoli, non ha mutato la natura complicata dei rapporti tra i popoli turchici e gli eredi di Rurik né ha eroso il potere preternaturale di Turan, che, al contrario e (im)prevedibilmente, allo scoppio di quel conflitto mondiale di civiltà che fu la Grande Guerra avrebbe travolto la Russia con una forza tsunamica. Una forza che avrebbe assunto diverse forme, tra il 1914 e l’immediato dopoguerra, tra le quali si ricordano il temibile Esercito islamico del Caucaso guidato da Enver Pasha e teorizzato da Max von Oppenheim, l’insurrezione dell’Asia centrale del 1916 e la rivolta dei basmachi nel Turkestan.

Fu nel contesto delle schermaglie intermittenti tra Russia e Turan del periodo interguerra, in particolare della rivolta dei basmachi – precorritrice di ciò che sarebbe accaduto in Afghanistan negli anni Ottanta, data la presenza di integralisti islamici supportati in chiave antisovietica da britannici e turchi –, che la dirigenza del Cremlino avrebbe trasformato la lotta all’antico e sempreverde spettro in un’ossessione senza confini, a tratti irrazionale, cercando di ridurre la carica esplosiva della bomba attraverso gulag, processi di russificazione e trasferimenti di popolazione.

L’ombra della svastica sulle terre di Turan

Nell’Unione Sovietica dell’interguerra tutti i cittadini erano uguali, ma alcuni erano più uguali di altri. E coloro nelle cui vene scorreva il sangue degli uomini-lupo provenienti dalle valli di Turan ed Ergenekon, venendo pertanto identificati come etnicamente turchici, erano esposti in una maniera sensibilmente maggiore alla sorveglianza governativa e all’accusa di essere spie, delle quinte colonne al soldo di potenze straniere anelanti alla frammentrazione dell’Impero a mezzo dei separatismi etno-religiosi.

La paranoia antituranica di Stalin avrebbe fatto la fortuna del Cremlino con l’approssimarsi della seconda guerra mondiale, dal momento che l’esercito invisibile di agenti segreti disseminati tra Transcaucasia e Siberia avrebbe evitato l’implosione del multietnico impero sovietico, scongiurando cospirazioni e sventando gravi attentati all’unità nazionale. Fu in questo contesto paranoidale che, tra i vari eventi degni di nota, ebbe luogo la funesta deportazione dei tatari crimeani, dei quali il dittatore sovietico temeva una sollevazione con regia turco-tedesca.

Dall’altra parte dell’Europa, più precisamente nella fredda Berlino, Adolf Hitler avrebbe effettivamente voluto impiegare la bomba turco-turanica, imbevendola di nazionalismo islamico per aumentarne la carica, perché fermamente convinto del suo potenziale mortifero e anelante alla distruzione della Russia quale attore storico a mezzo di un processo di “indianizzazione indotta” basato sugli insegnamenti della Compagnia delle Indie orientali. Attraverso Turan, secondo il Führer, quell’impero pluralistico che era l’Unione Sovietica avrebbe potuto essere trasformato in un babelico coacervo di popoli, fedi e tribù alla mercé di un giocatore abile nel divide et impera.

Fu nell’ambito dei sogni turanici del Führer, nei quali la Russia veniva immaginata come l’India della Germania, che ebbero luogo una serie di eventi, tra i quali risaltano per significatività:

  • L’introduzione degli Urali nel piano per l’Europa orientale (Generalplan Ost), ruotante attorno al concetto del “muro vivente” (lebendige Mauer) con il quale dividere permanentemente l’Europa dall’Asia.
  • L’elaborazione del progetto Reichkommissariat Turkestan da parte di Alfred Rosenberg, su suggerimento di un ignoto uzbeko rispondente al nome di Veli Kayyun Han, avente come obiettivo lo scollamento dell’Asia centrale dall’Unione Sovietica attraverso l’alimentazione di moti panturchisti e panislamisti. Dell’entità, nei piani originali, avrebbero dovuto far parte anche l’Altai, il Tatarstan e la Baschiria.
  • L’ideazione del Reichkommissariat Kaukasus, la cui amministrazione Hitler avrebbe voluto delegare alla Turchia in caso di vittoria sui sovietici.
  • Le campagne di arruolamento indirizzate agli abitanti turco-turanici dell’Unione Sovietica, che avrebbero condotto alla nascita di innumerevoli reggimenti costituiti da volontari tra Asia centrale (Osttürkischer Waffen-Verband der SS, Turkistanische Legion, etc), Azerbaigian (Aserbaidschanische LegionSS-Waffengruppe Aserbaidschan, etc) e Caucaso settentrionale (Kaukasisch-Mohammedanische Legion, Kaukasischer-Waffen-Verband der SS, Nordkaukasische Legion, Kalmücken-Kavallerie-Korps, etc).
  • Nello specifico, stando al numero dei battaglioni formati e alle loro dimensioni, le campagne di reclutamento della Germania nazista avrebbero fatto presa in maniera particolare in Azerbaigian, Cecenia, Daghestan, Inguscezia e persino nella buddhista Calmucchia, nella quale almeno cinquemila persone giurarono fedeltà al nazismo.

Non solo Hitler, non solo un ricordo del passato

Nell’ambire alla strumentalizzazione della dimensione ancestrale del turanismo, preferibilmente rorido di elementi panturchisti e islamisti, Hitler non avrebbe inventato nulla di nuovo. Si sarebbe limitato, tutt’al più, a trarre insegnamento dalla breve ma intensa epopea di Enver Pasha e a raccogliere lo scettro ereditato dagli acuti orientalisti del Kaiser, tra i quali von Oppenheim e Werner Otto von Hentig.

Von Hentig, un diplomatico, sul finire della prima guerra mondiale avrebbe intrapreso un lungo viaggio attraverso Caucaso, Iran, Aghanistan e Turkestan russo allo scopo di valutare la fattibilità di una proposta di etno-insurrezione su larga scala presentata a Berlino dallo sceicco Abdureshid Ibrahim. Rincasato in patria con un rapporto denso di nomi, numeri e dettagli di vario tipo, inerenti storia, fede e geografia, il diplomatico avrebbe patrocinato la causa dell’estensione del Jihad turco-tedesco nei domini russi a maggioranza islamica.

Il saggio Von Hentig venne ascoltato dal Kaiser, e ricevette anche gli esponenti della comunità tatara di Germania pronti ad organizzare un reggimento da inviare a Kazan, ma il tempo non gli avrebbe permesso di completare l’opera dell’amico Oppenheim. L’11 novembre dello stesso anno, invero, l’impero, oramai stremato, avrebbe posto fine alla guerra con l’armistizio di Compiègne.

Due decenni dopo la fine della prima guerra mondiale, indi all’alba della seconda, non sarebbero stati soltanto i nazisti a recuperare l’agenda islamo-turco-turanica del Kaiser, perché anche i giapponesi, invero, avrebbero dedicato risorse umane ed economiche ad un piano per il risveglio di Turan. Un piano rispondente al nome di Kantokuen e nel cui contesto furono inviati nei meandri dell’Asia centrale e della Siberia gli agenti segreti della Società del Dragone Nero. La concomitante guerra coi rivoluzionari cinesi e l’apertura del fronte pacifico, ad ogni modo, avrebbero coartato gli strateghi dell’imperatore Hirohito ad eliminare Turan dalle priorità dell’agenda estera nipponica. Il resto è storia.

Scrivere e parlare della storia di amore-odio tra Russia e Turan è più che importante – è indispensabile –, perché nelle stanze dei bottoni di Stati Uniti, Turchia (e persino Cina) continuano ad aggirarsi geni della guerra segreta nella cui mente la Russia è indianizzata – Zbigniew Brzezinski docet – e perché il Cremlino non ha mai smesso di guardarsi le spalle da quel “pericolo che viene da Est“, dove per Est non si intende (soltanto) la Cina, ma quel microcosmo turco-turanico che, esteso da Crimea e Tatarstan alla Jacuzia, mai è stato e mai sarà completamente domo. E la nuova primavera di etno-separatismi che sta avvolgendo la Russia, dalle terre tataro-transcaucasiche alla Siberia inoltrata, ne è la dimostrazione: quando Turan chiama, i lupi rispondono.

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