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Il 9 settembre scorso è scomparso alla vigilia del suo sessantasettesimo compleanno Rahimullah Yusufzai, giornalista pakistano ritenuto dai colleghi della stampa internazionale come una delle voci più autorevoli sul contesto dell’Asia centrale e meridionale, un analista tanto esperto degli scenari geopolitici e securitari quanto abile a capire le determinanti sociali, umane e culturali di ogni svolta che si andava producendo.

Basato nella città di Peshawar, Yusufzai ha dedicato gli ultimi quarant’anni a coprire con particolare attenzione l’Afghanistan, seguito sin dall’invasione sovietica del 1979 che inaugurò un ciclo di guerre protrattosi fino a poche settimane fa. Il suo lavoro, ha dichiarato a Dawn il caposervizio di Voa Nafees Takar, ha aperto “una finestra sull’Afghanistan per quattro decenni” tanto ai cronisti e al pubblico occidentale quanto ai cronisti locali. Nella testimonianza raccolta per il quotidiano pakistano da Ijaz Ali, i colleghi sono concordi nel lodare le qualità professionali  di Yusufzai, ma a spiccare in particolar modo è la percezione di una non comune statura umana. A detta di Ali, legata principalmente alla “sagacia” del giornalista capace di immedesimarsi nei contesti umani da lui raccontati e di dare voce agli emarginati, alle voci della parte più profonda della società del suo Paese e del vicino Afghanistan.

Questo era Yusufzai, un professionista instancabile e acuto nella sua capacità d’espressione, un cronista che si inserisce nel filone dei grandi maestri del giornalismo in grado di coniugare profondità analitica e capacità di racconto della realtà dal campo, membro di uno stretto club con Ryszard Kapuściński, Robert Fisk e pochi altri. Parlando con Fisk in un’intervista apparsa sull’Independent nel 2010 Yusufzai sottolineò che il suo lavoro professionale, che lo aveva portato ad essere presente sul campo durante la prima offensiva dei talebani afghani nel 1989 e a essere presente spesso nella loro “capitale spirituale” Kandahar, si svolgeva prevalentemente nelle periferie esistenziali di Paesi abituati a convivere con guerre e sofferenze. Ove la vita di ogni singola persona raccontava una storia unica, irripetibile di adattamento e sopravvivenza. “Ho visitato Kabul solo una volta”, disse allora Yusufzai, temprato da oltre trent’anni di servizio sul campo. La sua vocazione era raccontare le storie dimenticate di chi vive laddove la storia si compie: “ogni volta che scriviamo di famiglie che hanno sofferto – civili o soldati che siano – vediamo che queste storie sono molto coinvolgenti. Non puoi distaccarti dalla loro sofferenza”, aggiunse, sottolineando le sue esperienze in aree come Peshawar, il Wazirstan o i campi di rifugiati sul poroso confine tra Afghanistan e Pakistan.

Forte della sua conoscenza del mondo che lo circondava, Yusufzai era privo di pregiudizi o condizionamenti di sorta. Sapeva analizzare con occhi professionali anche le situazioni e i contesti più problematici. Esprimendo la sua opinione, ponendo in essere analisi e critiche, ma mai cadendo in semplificazioni o demonizzazioni. Questo lo si percepisce laddove Yusufzai ha raccontato di due esperienze professionali uniche avute negli anni in cui il caos afghano si compiva: le interviste rilasciategli da Osama bin Laden e dal Mullah Omar. Nel 2001, scrivendo sul Guardian a proposito di questi suoi incontri poche settimane dopo l’11 settembre, Yusufzai parlò non solo dei faccia a faccia con le figure ritenute i volti del terrore per antonomasia in Occidente ma anche delle motivazioni sociali, politiche e umane che avevano portato Al Qaeda e i talebani a conquistarsi una base di sostegno tra le popolazioni di Afghanistan e Pakistan. Sottolineando, profeticamente, che una guerra d’aggressione in reazione agli attentati avrebbe potuto risolversi in “un’enorme provocazione” all’Afghanistan e al suo popolo, difficilmente identificabile al completo con i gruppi estremisti, e avrebbe in ultima istanza potuto risolversi in un disastro. Come vent’anni dopo i fatti confermano apertamente.

Un ricordo personale ci unisce direttamente alla figura professionale e umana di Yusufzai. Nel maggio 2019 fu per noi un onore ospitare una sua analisi sul futuro dell’Afghanistan, allora diviso tra governo centrale, Talebani in ripresa e la nuova minaccia dell’Isis nel magazine che segnò il passaggio da Gli Occhi della Guerra a InsideOver. Avemmo la possibilità, allora, di inaugurare una nuova avventura giornalistica con la voce di un professionista con pochi eguali nei nostri tempi. Un uomo che ha insegnato la capacità di guardare oltre ogni barriera per fare un’informazione in grado di creare consapevolezza, coscienza civile, libertà di pensiero. Quel che la stampa, in poche parole, dovrebbe promuovere e sviluppare costantemente. Quello di Rahimullah Yusufzai è un esempio che, grazie ai suoi insegnamenti, non verrà meno. E di ciò gli saremo sempre grati.