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Trent’anni fa, il 4 novembre 1995, Yitzhak Rabin, primo ministro d’Israele, firmatario degli storici Accordi di Oslo con Yasser Arafat nel 1993 e Premio Nobel per la Pace assieme al leader dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e al ministro degli Esteri Shimon Peres l’anno successivo, veniva assassinato dall’estremista di destra Yigal Amir durante una manifestazione a Tel Aviv. Significativamente, l’evento a cui Rabin stava partecipando nella Piazza dei Re d’Israele oggi a lui intitolata era intitolato “Si alla Pace, no alla guerra”.

L’omicidio Rabin, spartiacque per Israele

L’uccisione del leader del Partito Laburista Israeliano, premier dal 1974 al 1977 e dal 1992 alla morte, cambiò Israele. La cambiò perché privò lo Stato Ebraico di un leader pragmatico e di buon senso, frenando in partenza l’applicazione degli Accordi di Oslo. Ne impattò sulla politica perché al voto del 1996 un Partito Laburista in confusione perse contro i conservatori del Likud, che portarono al potere per la prima volta Benjamin Netanyahu. E, soprattutto, la cambiò perché mostrò l’esistenza di un substrato identitario, ultra-nazionalista e settario nella cultura politica israeliana che negli anni ha preso sempre più potere.

Non è illegittimo dire che i figli della cultura politica che portò all’uccisione di Rabin oggi governano Israele: partiti come Potere Ebraico, guidato dal Ministro per la Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir, affondano le loro radici nell’etno-nazionalismo alimentato dal rifiuto della pace con i palestinesi. Ha ben scritto l’analista geopolitico Amedeo Maddaluno su X: trent’anni dopo il delitto Rabin “gli eredi ideologici di chi lo assassinò governano Israele e quindi uno dei maggiori apparati tecnologico/militari e di intelligence della Storia umana”.

Quella di Ben-Gvir e Rabin è una storia che si incrocia tra dramma e politica. Poco prima del suo assassinio, nell’ottobre 1995 i telegiornali israeliani ripresero una manifestazione di giovani militanti nazionalisti aventi a capo un attivista che appariva caldo e durissimo negli attacchi al capo di governo. Quel giovane era Ben-Gvir, che mostrava orgogliosamente l’emblema della Cadillac di Rabin e affermò che lui e i suoi compagni di viaggio erano giunti “alla sua automobile” e presto “sarebbero giunti anche a lui”.

Rabin, trent’anni dopo, ha perso

Trent’anni dopo, hanno vinto Amir e Ben-Gvir, hanno vinto i sostenitori del terrorista Baruch Goldstein che nel 1994 uccise a colpi d’arma da fuoco 29 palestinesi nella Grotta dei Patriarchi a Hebron provando per primo ad avvelenare i pozzi scavati da Rabin, Arafat e Shimon Peres. Ha perso Rabin, accusato di fatto dopo il 7 ottobre 2023 anche da Netanyahu di aver aperto le porte al disastro nei rapporti israelo-palestinesi con gli Accordi di Oslo, e sostanzialmente Israele ha perso sé stessa.

Nel suo ultimo discorso, Rabin ricordò che il suo governo ” ha scelto di dare una possibilità alla pace, una pace che risolverà la maggior parte dei problemi di Israele. […] La via della pace è preferibile alla via della guerra”. Parole importanti, detto da chi pacifista non era mai stato: militare per 27 anni, capo di Stato maggiore durante la vittoriosa Guerra dei Sei giorni del 1967, ministro della Difesa dal 1984 al 1990, a lungo definito “Mister Sicurezza” (titolo, ironia della sorte, poi autoassegnatosi da Netanyahu), Rabin ha contribuito a rendere le armi di Israele più forti e solide. Da signore della guerra volle farsi tessitore di pace pensando che le guerre infinite avrebbero finito per logorare e consumare Israele, facendo perdere allo Stato Ebraico l’originale identità politica e istituzionale. I fatti gli hanno dato ragione. I fenomeni morbosi della politica, però, hanno voluto diversamente per la traiettoria del suo costrutto diplomatico.

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