Quando passava il Giro d’Italia, mio nonno Gino si faceva il segno della croce. Era la riprova storica e antropologica di cosa la bicicletta sia stata per la sua generazione e per l’Italia intera. Faticoso strumento di fatica e di lavoro, di scoperta e di emancipazione, trasporto e consolazione. Per questo si doveva correre giù in strada a “salutare” quel serpentone di ruote, quasi un dovere di tutti, come andare a votare.
Una festa di tutti, grandi e piccini. A quella generazione, quando i corridori passavano, le lacrime scendevano copiose sul volto pieno di rughe, anche quando si è dovuta accontentare di vedere un misero quadratino di giro, dalle finestre, quando le gambe si son fatte pesanti di tempo. Ed è forse così che si dovrebbe vivere, come quando sta per passare il Giro d’Italia, come quell’istante in cui si aspetta in cui c’è il solito pazzo che spunta da una curva e strilla “Arrivanoooo!”, rischiando di farsi arrotare. Poi la strada che esplode, per un istante, uno solo, tutti gregari di un fiume di bici che fuggono.
Partito dalla dirimpettaia Albania, il Giro d’Italia 2025 è riapprodato nella Penisola. Di magia ne ha persa, restando però per pochi. Che al sole di maggio, con i pomeriggi che si allungano, seguono il fruscio di quel serpentone che taglia in due città, si inerpica per le montagne, mangia l’asfalto fresco di restauro dei paeselli, benedice campanili. Un rito che non si è fermato mai, eccezion fatta per le due guerre e per la pandemia. Uno sport popolare che premiò faticatori senza tempo: fu sulle curve strette dell’Appennino e tra i sampietrini delle città antiche che l’Italia, uscita dalle macerie della guerra, ritrovò fiato e orgoglio con uomini epici e biciclette amiche. Le biciclette della povera gente che diventavano regine con il loro rumore di catena, accolte da bandiere improvvisate, da mani che si tendevano, occhi lucenti. Compreso l’idiota che deve spingere sempre il malcapitato ciclista di turno. Ogni tappa era un Paese che si svegliava presto per lavare le strade e veder passare il miracolo, una corsa che cuciva insieme nord e sud con il filo sottile dei piedi. Come il calcio, ma forse di più.
Coppi e Bartali, rivali e fratelli, pedalarono non solo contro il tempo ma per un popolo intero, che si affacciava alle strade come a un confine tra speranza e mistero. E con loro il terzo incomodo, Fiorenzo Magni, ma anche quel diavolo rosso di Costante Girardengo che faceva tremare i francesi; il coraggio di Alfonsina Strada, l’unica donna a disputarlo nella storia; Anquetil, Gaul, quel cannibale di Merckx e Gimondi, Moser, Bugno e Indurain, fino all’epopea di sport e di vita di Marco Pantani. L’uomo che diede di nuovo vigore a una corsa appannata, galvanizzando una nazione che sonnecchiava all’ombra dei primi vagiti della Seconda Repubblica. Tanto coraggioso e triste che gli dei lo chiamarono presto a sé, quello sfortunato Pirata. Tanto indimenticabile che, ancora oggi, il suo fantasma danza sui tornanti, e ogni volta che un ciclista si alza sui pedali con rabbia e poesia, qualcuno urla infervorato: “Questo è un attacco alla Pantani!!!“.
Il Giro d’Italia, più che una corsa, è sempre stato un racconto — e a narrarlo sono state penne straordinarie che hanno trasformato la fatica in letteratura. Dino Buzzati, con il suo stile visionario, raccontò il duello tra Coppi e Bartali come un’epopea omerica, mentre Gianni Brera inventava un lessico nuovo e popolare, capace di far vibrare la lingua come le ruote sulle strade bianche. Orio Vergani fu tra i primi a vedere nel Giro una cronaca dell’Italia profonda, fatta di borghi, polvere e volti scavati. Poi venne Sergio Zavoli, che con il suo Processo alla Tappa elevò il ciclismo a racconto dell’anima: una corsa tra uomini, ma anche tra emozioni e silenzi. Candido Cannavò, anima rosa della Gazzetta, seppe dare voce alla passione e al dolore dei campioni, mentre Marco Pastonesi riportò l’attenzione ai gregari e agli ultimi, restituendo dignità al sudore anonimo. E in questo pantheon non può mancare Nando Martellini che, pur non essendo la voce ufficiale del Giro, colse con eleganza il suo valore liturgico, definendolo “un rosario laico di volti, sudori e salite”. Insieme, questi cronisti hanno fatto molto più che raccontare lo sport: hanno reso eterno il respiro dell’Italia che pedala.
Ma nonostante i tempi siano cambiati e quell’Italia sia appannata come non mai, forse proprio la partenza dall’Albania ci ha ricordato com’eravamo, quasi specchiati in una delle nazioni che ci guardano e che guardiamo al di là del mare. L’Albania, al di là degli accordi e degli sponsor, ha accolto il Giro con la gentilezza di chi sa cosa significa essere dimenticati, e la fierezza di chi vuole essere ricordato. Ha dato al giro le sue salite aspre, i suoi venti liberi, i suoi balconi pieni di voci. Una nazione in ascesa dopo tanto dolore e che ha guardato all’altra sponda come una piccola grande terra promessa. E a sparigliare le carte dei corridori, perfino una capretta, che spavalda si è lanciata tra le bici in corsa, rischiando di mandare a ramengo la gara…e le ossa dei ciclisti.
Lo guardano in pochi il giro, si dirà, ma come tutte le cose belle, sono in pochi a custodirle. E poi ci sono i bambini. I bambini rincorrono ancora i ciclisti chiedendo loro la borraccia. E si fanno ancora regalare biciclette per i loro compleanni. E allora, forse, non tutto è perduto.