Quella tra Germania e Stati Uniti è una delle storie di amore-odio – più odio che amore in realtà – più intriganti, coinvolgenti, incomprese e ricche di lati oscuri degli ultimi due secoli. Perché l’America, un po’ come la Britannia, la Polonia, il cardinale Richelieu e molti altri, ha sempre serbato un timore reverenziale nei confronti di questa piccola ma grande potenza predestinata all’egemonia. 

La storia, in effetti, ha dato agli Stati Uniti più di un’occasione e più di un motivo per temere questa nazione grande la metà del Texas. E tra quei motivi, oltre alle due guerre mondiali e ai propositi antiamericani di Guglielmo II, figurano i tentativi (quasi riusciti) del Führer di piantare la svastica nelle immediate vicinanze della Città sulla collina, ovverosia in America Latina.

Obiettivo Cile

A differenza di Guglielmo II, che semaforo verde all’espansione tedesca nelle Americhe non lo dette mai, Adolf Hitler avrebbe corso il rischio più volte – facendo cadere un tabù in piedi dal 1867, anno dell’esecuzione di Massimiliano I del Messico e della fine dei sogni latinoamericani di Napoleone III – e sperimentato persino un certo successo, anche se soltanto per un momento fugace. Come quando, fra il 1938 e il 1939, i servizi segreti tedeschi tentarono due colpi di Stato in Cile: la Toma del Seguro Obrero e l’Ariostazo.

Il primo tentativo di rovesciamento dell’ordine costituito ebbe luogo il 5 settembre 1938 a Santiago, la capitale del Cile, alla vigilia delle presidenziali più attese del decennio. I golpisti credevano che i tempi fossero maturi affinché la nazione delle Ande si unisse all’internazionale nazifascista: il giorno prima avevano portato per le strade di Santiago oltre diecimila persone, nella cosiddetta Marcia della Vittoria (Marcha de la Victoria), e da un anno, cioè dalle ultime parlamentari, il Movimento Nazionalsocialista del Cile (MNC) disponeva di tre deputati.

Quel giorno, a pochi passi dalla Moneda – il palazzo presidenziale –, un piccolo esercito di nacistas avrebbe cominciato una sollevazione contro l’allora presidente in carica, Arturo Alessandri, concepita allo scopo di favorire il ritorno al potere di Carlos Ibáñez del Campo, dittatore dal 1927 al 1931 e in corsa alle elezioni del 1938. Speranza-aspettativa dei putschisti era che le loro gesta eclatanti dessero vita ad un effetto domino nelle forze armate, incoraggiando i fedelissimi dell’ex dittatore, gli ibañisti, a detronizzare Alessandri. 

Poco dopo lo scoccare delle dodici, al grido “¡Chileno, a la acción!“, più di trenta nazisti addestrati all’arte della guerra urbana – selezionati tra i migliori membri delle Truppe Naziste d’Assalto (TNA, Tropas Nacistas de Asalto) del MNC – avrebbero fatto irruzione nel Palazzo del Seguro Obrero, sede dell’omonima agenzia governativa deputata alle politiche assistenzialistiche.

Guidati dal tenente Gerardo Gallmeyer Klotze, i putschisti avrebbero mietuto la prima vittima entro cinque minuti dall’inizio dell’assalto: il carabinero José Luis Salazer Aedo. Preso in ostaggio il personale e trasformato l’edificio in un avamposto fortificato e ricco di tagliole ad ogni piano, i nacistas avrebbero iniziato a comunicare le loro intenzioni via radio, esortando i cileni, sia civili sia militari, a scendere in strada per supportare la rivoluzione in corso.

La reazione della presidenza sarebbe stata dura e fulminea. Alessandri, dopo aver preannunciato l’apertura di un fascicolo investigativo volto ad accertare l’esistenza di legami tra i golpisti, apparati statali e forze straniere, avrebbe ordinato ai Carabineros di irrompere nell’edificio e sedare quel putsch in divenire il prima possibile e con ogni mezzo possibile.

Entro le quattordici, un tiratore scelto avrebbe eliminato Gallmeyer, privando i golpisti della loro guida. Ed entro le quindici, tra lo stupore generale, sarebbe cominciata la battaglia per il Cile. Poco dopo aver inviato il reggimento di fanteria Buin al Seguro Obrero, infatti, la presidenza avrebbe dovuto mobilitare il reggimento Tacna per via dello scoppio di disordini in altre parti della capitale, tra i quali l’occupazione del Palazzo centrale dell’università del Cile.

Ordine e sicurezza sarebbero stati restaurati entro il tramonto, ma ad un prezzo carissimo: il sangue dei putschisti tra le mani di Alessandri e dei Carabineros. Il presidente, invero, dette l’ordine agli uomini in divisa di giustiziare il maggior numero di aspiranti rivoluzionari. Un severo monito per l’intero ambiente nazionalsocialista cileno che, alla fine della giornata, sarebbe costato la vita a 59 nacistas e avrebbe scandalizzato tanto l’opinione pubblica quanto gli intellettuali cileni più celebri dell’epoca, come il poeta Gonzalo Rojas.

Le urne avrebbero punito Alessandri per quell’eccidio, passato alla storia come il Massacro del Seguro Obrero (Matanza del Seguro Obrero), decretando la vittoria del rivale Pedro Aguirre Cerda. E Cerda, consapevole di essere stato eletto (anche) per protesta, una volta in ufficio avrebbe proceduto ad amnistiare i putschisti in stato di detenzione.

Poco meno di un anno più tardi, il 25 agosto 1939, cioè all’alba della Seconda guerra mondiale, Santiago sarebbe nuovamente caduta preda di una longa manus della Germania nazista. Non i passionali nacistas, ma le forze armate, questa volta, avrebbero tentato un cambio di regime. Il generale Ariosto Herrera, infatti, avrebbe cercato di sollevare il reggimento Tacna contro il presidente in quello che è stato ribattezzato l’Ariostazo.

Appoggiato dall’Escuela de Ingenieros Militares e da altri ufficiali, Herrera avrebbe invitato i soldati cileni alla rivolta, agitando lo spauracchio di un’incombente minaccia comunista sulla Moneda. L’appello, però, non sarebbe stato raccolto da nessuno, forse per via della memoria ancora fresca del Massacro del Seguro Obrero, e Herrera dovette arrendersi.

L’operazione Bolìvar

Il fallimento dell’operazione Cile avrebbe privato i nazisti di un posto al Sole prezioso, ma non avrebbe avuto alcun effetto inibitore sui piani del Führer per l’America Latina. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, invero, i nazisti avrebbero dato prova della loro capacità di esperire azioni di disturbo nel cuore del continente americano con l’operazione Bolìvar.

L’operazione Bolìvar fu il frutto della lungimiranza. I tedeschi costituivano una delle comunità diasporiche più corpose dell’America Latina, essendo stanziati dal Messico all’Argentina, ed era opinione del Führer che potessero essere utilizzati per raccogliere intelligence, condurre spionaggio e servire la madre patria in una grande varietà di modi.

Cominciando dal Brasile e dall’Argentina, i nazisti avrebbero costituito una serie di società commerciali e radio fittizie a partire dal 1940, e per l’intera durata della guerra, impiegate per adunare e smistare informazioni, fornire documenti falsi ai propri agenti in loco e spiare. I nazisti volevano sapere tutto del rapporto tra le due Americhe, tanto di quello economico quanto di quello politico, perché quella conoscenza avrebbe potuto aiutarli a fronteggiare in maniera migliore gli Stati Uniti.

All’acme della guerra, cioè nel 1942, le spie dell’operazione Bolìvar avrebbero raccolto e trasmesso informazioni in Europa provenienti da Argentina, Brasile, Cile, Colombia, Ecuador, Guatemala, Messico e Perù. Informazioni che avrebbero dovuto essere usate, tra le altre cose, per lanciare un attacco sul canale di Panama (Progetto 14) e contro obiettivi economici a stelle e strisce (operazione Pastorius).

La scoperta di un tentativo di radicamento nazista a Cuba, comunque, avrebbe fatto saltare i piani di Hitler. Perché gli Stati Uniti, oramai in allerta, a partire dal 1942 avrebbero dato vita ad un’intensa ed incessante caccia all’uomo, durata fino alla fine della guerra e terminata con lo smantellamento della rete di spie Bolìvar.

Sarebbe un grave errore, però, reputare l’operazione Bolìvar un fallimento. È vero: non ci fu nessun attacco né su Panama né sul territorio nordamericano. Ma la semina di quel quinquennio avrebbe dato dei frutti intemerati nell’immediato dopoguerra, quando il cono sud delle Americhe, la terra di Bolìvar, diventò la seconda casa di decine di migliaia di nazisti in fuga dall’Europa. Una casa la cui costruzione, ultimata dall’anonima nazista operante sotto l’ombrello dell’invisibile Organizzazione Odessa e con l’appoggio di apparati vaticani, fu cominciata dalle spie della rete Bolìvar.