Il 17 novembre 1869 il Canale di Suez divenne una realtà. Quel giorno un corteo di trenta navi impavesate scese dal Mediterraneo al Mar Rosso. In testa l’Aigle, lo yacht imperiale francese con a bordo una raggiante imperatrice Eugenia e Ferdinand de Lesseps, poi il Greif, con Francesco Giuseppe d’Austria, il Gril con Federico Guglielmo di Prussia, il Valk con i principi d’Olanda, la corvetta inglese Rapid con Sir Elliot, ambasciatore britannico a Costantinopoli, l’Archontia con l’ambasciatore russo Ignattieff. Sulle rive, sventolando orifiamme e stendardi, migliaia di cavalieri accompagnavano solennemente il lungo convoglio. Uno spettacolo grandioso, unico. Fuochi, colori, musiche, bandiere. Sovrani, principi, ambasciatori, tecnocrati e giornalisti. «L’Africa», come scrisse il “Times”, «era diventata un’isola». L’evento del XIX secolo.
Purtroppo la rappresentanza ufficiale italiana mancava: alla vigilia il duca Amedeo d’Aosta, terzogenito di Vittorio Emanuele dovette rientrare per emergenze politiche legate alla questione romana. Ciò nonostante, il regno, seppure in scala minore, non perse l’occasione di “mostrar bandiera”: sei navi — Principe Tommaso, Principe Amedeo, Principe Oddone, Scilla, Italia, Sicilia — parteciparono all’inaugurazione con a bordo una folta delegazione della Società geografica italiana guidata dal suo segretario generale, il marchese Orazio Antinori. Un personaggio straordinario.
Nato a Perugia il 23 ottobre 1811, sin da giovanissimo, insofferente del bigottismo familiare e del provincialismo dell’ambiente domestico, abbandonò gli stufi per dedicarsi da autodidatta alle scienze naturali e a 26 anni si trasferì a Roma dove incontrò Carlo Luciano Bonaparte (figlio di Luciano, fratello minore di Napoleone) che lo assunse come collaboratore per le sue ricerche zoologiche. Un periodo di studi fecondi interrotto però dalle rivoluzioni del 1848 e dallo scoppio della prima guerra d’indipendenza italiana. Abbandonato il laboratorio del principe, Antinori, fervente patriota e ammiratore di Mazzini, s’arruolò e andò a combattere gli austriaci nel Veneto dove venne gravemente ferito. Alla caduta del governo pontificio Orazio rientrò nella capitale per aderire alla Repubblica romana; eletto deputato della costituente, nel 1849 fu nuovamente in prima linea assieme a Garibaldi per difendere Roma dalle truppe francesi. Caduta la Repubblica imboccò la strada dell’esilio.
Dopo un lungo pellegrinare tra la Grecia, l’Asia minore, Creta e Cipro, nel 1858 si trasferì in Egitto. Era l’Africa tanto sognata e l’inizio di una sconfinata passione per genti, paesaggi e animali. L’anno dopo Orazio s’inoltrò nel Sudan e strada facendo incontrò un leone che gli chiudeva la strada ruggendo. Senza scomporsi Antinori si sedette, lo osservò e iniziò a disegnare: il felino si chetò e rimase in posa per tutto il tempo necessario per poi sparire nuovamente nella foresta….
Nel periodo sudanese assieme all’amico Carlo Piaggia il marchese risalì il Nilo Bianco sino alla confluenza con il Bahr al-Ghazal per poi proseguire sino alla sconosciuta Nguri, arrivando quasi ad un passo dall’Equatore. Purtroppo la spedizione si trasformò presto in una vera e propria odissea africana — «le continue piogge, le febbri, la dissenteria, il vitto scarso e cattivo minacciavano di seppellirci tutti sul luogo» — e a malincuore Antinori fu obbligato a tornare a Khartoum.
Uno sforzo non vano. Nel travagliato viaggio l’esploratore raccolse un importante documentazione scientifica sui territori attraversati confermando così la sua fama di naturalista e geografo. Come sottolinea Roberto Battaglia, fra i pionieri italiani Antinori «era il primo, che avesse affrontato l’esplorazione del continente dotato di buone cognizioni di scienze naturali e capace inoltre di documentare direttamente, per mezzo delle sue splendide collezioni, la propria opera. Ciò spiega il successo, e l’ospitalità subito concessa ai suoi scritti dalle riviste geografiche tedesche. In due soli anni era assurto a figura autorevolissima tra gli esploratori italiani: gli impulsi romantici della passione risorgimentale si congiungevano in lui alla più scrupolosa capacità di osservazione scientifica».
Rientrato in Italia nel 1861 l’antico mazziniano si conformò senza troppi problemi alla monarchia sabauda e l’anno dopo vendette per una cifra ragguardevole (20mile lire del tempo) al governo italiano le sue ricche collezioni ornitologiche. Una boccata d’ossigeno che gli permise viaggi di studio in Sardegna e poi in Tunisia.
Il 12 maggio 1867 a Firenze, allora capitale provvisoria del regno d’Italia, partecipò con Cristoforo Negri e Cesare Correnti alla fondazione della Società geografica italiana di cui divenne segretario generale. La Società rappresentava il limitato ma già influente segmento “espansionistico” e “africanista” italiano: una compagine di viaggiatori, pubblicisti, politici, imprenditori, militari, qualche scienziato — in nuce il futuro “partito colonialista” — assai insoddisfatta del “ripiegamento” dei governi della Destra storica e fortemente convinta che il Risorgimento non si fosse compiuto e l’Unità non bastava. Per colmare il pesante divario tra l’Italia e le economie europee avanzate e permettere al regno d’accedere al ristretto club dei “grandi”, era necessaria una nuova grande impresa oltremare. Sull’esempio della Royal geographical society, della Société de gèographie e degli analoghi sodalizi prussiani, russi, belgi ed austriaci, l’associazione assunse da subito una fisionomia marcatamente politica e si propose come laboratorio dell’espansione italiana. Nella ricerca di regioni e mercati dove il Paese avrebbe potuto affermarsi si parlò e si discusse di acquisire, come già intravisto da Cavour e Massaja, pezzi di Africa orientale ma anche di inoltramenti nel Levante, nell’Oceano Indiano, in Nuova Guinea e persino in Polinesia o nelle lontanissime Aleutine. Una somma di velleità e sogni, sicuramente, ma anche progetti e (limitati) investimenti per influenzare e indirizzare la politica estera del regno. Seguendo il principio “Voir c’est avoir”, s’iniziarono a pianificare spedizioni e immaginare conquiste territoriali.
La prima ricognizione nel Corno d’Africa toccò proprio ad Orazio Antinori. Nel 1870, due mesi dopo i festeggiamenti sul Canale, l’irrequieto patrizio perugino s’imbarcò a Suez assieme due giovani naturalisti, Odoardo Beccari e Arturo Ismel, verso l’Eritrea e l’Etiopia dove rimase sino al ‘72 raccogliendo e annotando tutto il possibile sulla fauna e la flora della regione, ancora semi sconosciuta, ma soprattutto annodando rapporti con i potentati indigeni e indagando le complessità della società abissina. Un doppio risultato complementare alla parallela penetrazione italiana sulla costa del Mar Rosso. Il primo, timido e incerto passo della nostra vicenda coloniale.
Dopo due anni di ricerche e studi in Africa Antinori fece ritorno in patria per dedicarsi completamente alla Società geografica ma con lo sguardo sempre rivolto all’Africa. Nel 1876, a sessantasei anni, si fece affidare il comando di una grande spedizione che attraversando l’Etiopia doveva raggiungere i laghi equatoriali Vittoria e Tanganica. La missione prese da subito una pessima piega: predoni, rapine, incidenti. Una notte, incalzata da bellicose bande indigene, la spedizione dovette guadare di gran lena il fiume Hawash in piena. Un disastro. Gli esploratori rischiarono d’annegare e i flutti inghiottirono gran parte dei materiali. Ma Antinori non era tipo da arrendersi. Faticosamente riuscì a portare la carovana (o ciò che ne restava) sull’altopiano etiopico sino all’accampamento del negus Menelik, re dello Scioa dove incontrarono il missionario Guglielmo Massaja, consigliere del sovrano.
Grazie ai buoni uffici dell’intraprendente frate Orazio entrò presto nelle grazie di Menelik. In seguito ad un incidente di caccia che privò Antinori dell’uso della mano destra, il re concesse al perugino un appezzamento di terreno a Let-Marefia. Il suo “buen ritiro” ma anche una stazione scientifica e una fiorente colonia agricola.
Negli anni Antinori continuò le sue ricerche sull’acrocoro abissino studiandone la flora e la fauna e immaginando uno sviluppo economico per la regione. Nelle sue relazioni spedite puntualmente, assieme a casse di preziosi reperti, alla Società geografica l’ormai anziano esploratore descrisse con precisione estrema quelle “terre incognite” che ormai erano diventate la sua seconda patria. Un amore viscerale. Ai sodali e ai familiari che lo sollecitavano a rientrare in Italia rispose: «meglio cento volte la tenda del beduino, meglio il dorso del cammello, meglio la continua lotta e la sublime incertezza dell’indomani. In Africa, in Africa! Io voglio morire libero come la sua natura!». Antinori non millantava. La “nera signora” lo colse il 26 agosto 1882 a Lèt Marefià. Gli abitanti lo seppellirono all’ombra di un secolare sicomoro.
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