L’elezione al soglio pontificio di Robert Francis Prevost, che ha scelto il nome di Leone XIV, ha inevitabilmente risvegliato qualche curiosità storica sulla figura dell’ultimo Papa che portò lo stesso nome, più di un secolo fa.
Premesso che da parte nostra non c’è la minima intenzione di creare alcun parallelismo tra le due figure – men che mai avventurarci in improbabili previsioni circa il “programma” del nuovo Pontificato, che potremo valutare solo alla luce dei fatti e di atti concreti – ci apprestiamo oggi a delineare un ritratto di Leone XIII, un Papa molto interessante sotto diversi aspetti.
Se ci consentite un’ultima inflessione storica prima di iniziare, prendendo spunto dalle prime parole di Leone XIV, in particolare l’esortazione alla pace, ci sovviene come molti dei suoi predecessori, negli ultimi cento anni, si siano spesi nella stessa direzione: ricorderemo le parole di Benedetto XV (che definì la Grande guerra una “inutile strage”), quelle di Pio XII (che in un celebre radio messaggio lanciò il monito secondo cui: “Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra”), Giovanni XXIII (con l’enciclica “Pacem in terris”), fino alle esortazioni di Paolo VI nelle giornate dedicate alla pace, e ancora di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, Francesco, che ne parlò anche in quello che sarebbe stato il suo ultimo discorso pubblico, nella domenica di Pasqua di quest’anno.
La questione non si lega tanto alla fede o all’appartenenza religiosa, ma alla ragionevolezza e al buon senso, che trovano pur sempre un’esortazione autorevole, e purtroppo inascoltata, in tanti capi della Chiesa cattolica che si sono succeduti sul soglio di Pietro.
Ma veniamo al nostro focus di oggi.
Una lunga carriera ecclesiastica e uno dei pontificati più longevi.
Vincenzo Gioacchino dei Conti Pecci, nato a Carpineto Romano nel 1810 in una famiglia della piccola nobiltà locale, fu eletto Papa nel 1878, succedendo a Pio IX, e assumendo il nome pontificale di Leone XIII. Come molti dei suoi predecessori, vantava una lunga carriera ecclesiastica. Ordinato sacerdote nel 1837 e consacrato vescovo nel 1843, maturò un’esperienza diplomatica, prima come delegato apostolico a Benevento (allora parte dello stato pontificio) e poi nunzio in Belgio. Creato cardinale nel 1857, avrebbe avversato il processo di unificazione nazionale italiano a spese dello stato pontificio, in particolare quando nel 1860 le truppe sabaude conquistarono le Marche e l’Umbria, dove Pecci era vescovo di Perugia dal 1846, carica che avrebbe conservato per circa un trentennio. Criticò apertamente l’estensione alla sua diocesi della legislazione piemontese, che tra l’altro contemplava l’istituto del matrimonio civile e fu strenuo difensore del potere temporale del Papa anche quando, nel settembre 1870, la presa di Roma ne segnò definitivamente il tramonto.
Nel 1876 Pecci divenne Camerlengo di Santa Romana Chiesa e circa due anni dopo, morto Pio IX, venne eletto Papa: sembra che la scelta del nome derivasse dall’ammirazione da sempre nutrita per Leone XII.
Per la cronaca, con una curiosa analogia con la storia dell’elezione di Angelo Giuseppe Roncalli (1958), pare che la scelta ricadesse su Pecci con l’idea di un papato di transizione, per via dell’età avanzata (per gli standard dell’epoca) e per la salute cagionevole. A dispetto delle previsioni, il suo pontificato – a differenza di quello di Giovanni XXIII – si sarebbe rivelato assai lungo, visto che Leone XIII morì a Roma il 20 luglio 1903, a 93 anni compiuti, divenendo il secondo Pontefice regnante per età al momento del suo decesso, dopo Agatone, che secondo la tradizione sarebbe morto a 106 anni (nel 681). Inoltre, il suo papato sarebbe stato tra i più longevi della storia della Chiesa, il quarto in assoluto, dopo quelli di San Pietro, Pio IX e San Giovanni Paolo II.
Un Papa conservatore, ma fino a un certo punto.
Leone XIII rimase sempre coerente con le sue posizioni conservatrici riguardo i rapporti della Chiesa col neonato Regno d’Italia: non riconobbe mai il nuovo stato – l’instaurazione di rapporti formali con la Chiesa sarebbe arrivata solo coi Patti Lateranensi del 1929 – e come il suo predecessore Pio IX visse sempre all’interno delle mura vaticane; inoltre, al pari dei suoi immediati successori, e fino all’elezione di Pio XI nel 1922, all’atto della sua elezione, proprio per simboleggiare la sua condizione di “prigioniero” all’interno dei sacri palazzi, non si affacciò nella piazza San Pietro, ma solo all’interno della Basilica. Allo stesso modo, rifiutò sempre di riconoscere la validità della legge delle guarentigie, con la quale lo stato italiano regolò la posizione e le prerogative del romano pontefice (fino al 1929).
Sulle questioni dottrinali manifestò qualche maggiore apertura, pur confermando il dogma dell’infallibilità papale in materia di fede, proclamato dal Concilio Vaticano I poco prima della presa di Roma.
Una diplomazia molto attiva. I (non) rapporti con Regno d’Italia.
Pecci si fece promotore in tutte le sedi internazionali circa la necessità del ripristino del potere temporale dei Papi, quale garanzia per l’indipendenza del suo operato, ma ammesso che nutrisse realmente qualche speranza in questo senso, dovette metterla definitivamente da parte quando l’Italia aderì alla Triplice Alleanza (1882), siglata con Germania e Austria, che garantì al regno sabaudo l’appoggio della massima potenza cattolica del continente; inoltre, nel 1876 era giunta al governo la Sinistra storica, che chiuse definitivamente le porte a qualunque ipotesi di arrivare in tempi brevi a un’intesa, nonostante le iniziative del cardinale Segretario di stato, Mariano Rampolla, e dell’Abate Luigi Tosti, che nel 1887 diede alle stampe un opuscolo intitolato per l’appunto “La Conciliazione”.
Non contribuì a rasserenare i rapporti tra le due sponde del Tevere neppure la decisione dell’amministrazione capitolina di erigere in Campo dei Fiori un monumento a Giordano Bruno (1889), inaugurato ufficialmente nonostante gli strali della curia romana. Leone XIII confermò il non expedit voluto da Pio IX, che in sostanza precludeva ai cattolici l’impegno in politica, ma dimostrò maggiori aperture verso un impegno nelle amministrazioni locali; il divieto sarebbe stato abrogato formalmente solo da Benedetto XV. Tuttavia, Pecci con due distinte encicliche, Immortale Dei (1885) e Libertas (1888), sostenne sempre, con l’eccezione italiana, una maggiore e più attiva partecipazione dei cattolici in politica, nonostante in una delle sue ultime encicliche, Graves de communi (1901), manifestasse una certa avversione nei riguardi dei nascenti movimenti di democrazia cristiana; merita una menzione anche il messaggio di saluto inviato al primo congresso antimassonico internazionale, celebrato a Trento nel 1896, in una città allora parte dell’Impero austro-ungarico.
Un Papa mediatico
Il papato di Leone XIII fu caratterizzato da numerose encicliche, su svariati argomenti: se ne contano più di ottanta, probabilmente frutto della volontà di esercitare una forte influenza, non solo morale, dopo la perdita del potere temporale. La diplomazia papale fu molto attiva sul versante internazionale. Nonostante nel corso del suo pontificato maturasse la rottura con la Terza repubblica francese, sulla scorta delle posizioni sempre più radicali del suo governo, Leone XIII funse da mediatore nella guerra ispano americana e fu tra i primi Pontefici ad intessere relazioni (non ufficiali) con gli Stati Uniti e l’Impero russo.
Fu sempre di Pecci la decisione di aprire agli studiosi di ogni nazionalità e credo gli archivi vaticani (1881), e Leone XIII fu il primo Papa del quale abbiamo un filmato ufficiale e una voce registrata: lui stesso volle essere ripreso, dinanzi alla cinepresa di William K.L. Dickson, nell’atto di impartire la prima benedizione “mediatica” della storia della Chiesa, e pochi mesi prima della sua morte, nel febbraio 1903, la sua voce venne incisa su un cilindro fonografico di marchio Bettini. Per restare in tema di media, sotto il suo Pontificato fu deciso l’acquisto dell’Osservatore romano (1885), che divenne così il quotidiano ufficiale della Santa Sede.
Fu sua l’orazione dedicata all’Arcangelo Michele, si narra composta dopo una visione mistica, e per restare a temi legati alla modernità, fu il primo Papa “testimonial” come diremmo oggi, concedendo alla ditta produttrice del vino Mariani, molto apprezzato dal Pontefice, di usare la sua effigie in alcune campagne pubblicitarie.
La Rerum Novarum.
Nonostante tutto ciò, l’atto che rende sicuramente più conosciuto il Pontificato di Leone XIII è rappresentato dall’enciclica Rerum Novarum (1891), considerata ancora oggi il riferimento per la dottrina sociale della Chiesa. Pubblicata lo stesso anno della fondazione del Partito Socialista Italiano, il documento, prendendo atto delle grandi trasformazioni economiche e sociali prodotte dall’industrializzazione, promuoveva l’associazionismo cattolico (vedi le nascenti leghe bianche, Azione cattolica e altri organismi consimili) e rapporti di lavoro ispirati ai principi della solidarietà cristiana, auspicando un maggior ruolo dello Stato nella risoluzione del conflitto tra capitale e lavoro, condannando al contempo l’atteggiamento anticlericale dei socialisti. La dottrina sociale della Chiesa si proponeva così di “rivaleggiare” coi movimenti socialisti, nel domandare il rispetto dell’uomo e della dignità dei lavoratori. L’enciclica di Leone XIII sarebbe stata ripresa da successivi e analoghi interventi dei suoi successori, come la Quadragesimo Anno di Pio XI, la Mater et Magistra di Giovanni XXIII, la Populorum progressio di Paolo VI e la Centesimus Annus di Giovanni Paolo II, promulgata a un secolo di distanza dalla prima.
Naturalmente non mancano gli spunti critici. Come ricorda in suo recente intervento il giornalista Alessio Mannino, Leone XIII nel “…riconoscere al lavoratore la “giusta mercede”, un compenso equo, a patto che il lavoratore fosse “frugale e ben costumato”, per il resto, ribadiva la difesa della sacra proprietà privata, condannava la lotta di classe e si poneva in antitesi rispetto a qualsiasi ipotesi di superare il capitalismo in una direzione, per dirla in termini moderni, statalista. In soldoni: in cambio di una manodopera che avrebbe dovuto restare docile e rispettosa dell’ordine costituito, il capitalista era pregato di non darsi al bieco sfruttamento.”

