La geopolitica della corsa allo spazio
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Un paese piccolo la Georgia, ma che possiede al suo interno un universo musicale dall’attrazione calamitica. “L’ascolto della polifonia georgiana mi ha donato un’emozione che va al di là di qualsiasi opera di musica moderna. È una musica tra le più raffinate e difficili che io abbia mai ascoltato”, così la descriveva uno dei più grandi compositori di sempre, Igor Stravinsky. La musica georgiana è stata oggetto di interesse mondiale, tanto da diventare bene immateriale dell’Unesco e volare nello spazio nel 1977 grazie alla Nasa. 

La musica folk tradizionale ha profonde radici nell’evoluzione antropologica del popolo e che ha probabilmente contribuito alla nascita di molte culture musicali, a partire dal canto gregoriano. Nello Stato esistono almeno quindici dialetti musicali differenti, una delle particolarità della musica locale. 

Le varietà musicali sviluppatesi nella regione caucasica negli anni sono frutto della commistione di popoli che da sempre l’hanno abitata. Non solo i popoli più conosciuti come Armeni, Ceceni e Kurdi, ma anche molte comunità minori come Avari, Hemshin e Lesgi, e tante altre. Per molti compositori le difficoltà da affrontare sono state tante e possono essere rintracciate ripercorrendo la storia della Nazione, in particolare nel periodo in cui la Georgia era sotto il controllo dell’Unione Sovietica. La Russia, infatti, ha sempre minato la libertà di espressione musicale, limitando in particolar modo le sperimentazioni e obbligando la produzione musicale all’esaltazione della potenza russa. A ricostruire la storia ci ha aiutati la professoressa di musica del Conservatorio Statale di Tbilisi, Eka Chabashvili. 

La dominazione russa sulla musica in Georgia 

C’è stato un periodo storico in cui la libertà di espressione in Georgia è stata limitata e le conseguenze sono ricadute anche sulla produzione musicale. È dalla libertà che nasce la varietà armonica, possibile “solo quando l’accordo sulla realtà oggettiva diventa universale e accettabile per tutti, senza dogmi”, afferma Eka Chabashvili. La libertà è “un “desiderio” di armonia spirituale e fisica della coesistenza di molti, una sorta di utopia per la natura e la psiche umana che si esprime attraverso l’arte”. 

L’arte rappresenta il sistema più democratico che esista, secondo Eka. Nonostante questo, capita che anche l’arte cada nelle mani dei regimi totalitari. Il sistema creato dagli uomini è sempre caratterizzato dalla conquista del potere e a questo sistema vengono sottoposti i principi di controllo di tutte le sfere, compresi i principi di gestione dell’arte. In un sistema autoritario, la forma più comune di violenza è l’oppressione e, in caso di disobbedienza, la distruzione. Quel “desiderio” di cui si accennava prima è determinato dal potere e lo trasforma in un criterio oggettivo. “Infatti, il potere è il risultato del “desiderio soggettivo” con cui limita i “desideri” degli altri”, sostiene Eka. 

Eka racconta che, come dimostra la storia, la Russia è uno Stato che difficilmente rispetta gli accordi stabiliti. È successo nel 18° secolo, quando fu stipulato il Trattato di amicizia tra Georgia e Russia, firmato da Caterina II la Grande di Russia e da Erekle II, re della Georgia orientale. Erekle II fu successivamente ucciso per ordine della Russia e Alessandro I nel 1801 dichiarò l’annessione della Georgia alla Russia. 

Accadde poi una seconda volta. Dopo la Rivoluzione d’Ottobre in Russia e il cambio di potere, Lenin firmò un documento che riconosceva la Georgia come uno stato indipendente. Se non fosse che la Russia violò nuovamente i patti presi: l’Armata Rossa occupò la Georgia nel 1921, diventando parte dell’Unione Sovietica. “Il motivo dell’ingresso dell’Armata Rossa nel mio paese fu la protezione dei rifugiati armeni dalla Turchia. Ma agli armeni la Georgia aveva già aperto i confini”, continua Eka. 

Nonostante gli accordi, la Russia “verrà a “salvare” le vostre terre e farà quello che è successo in Ucraina – Slava Ucraina! – o è successo in Georgia nel 2008: bombarderà, ucciderà la gente e cercherà di occupare”. Con un gioco di parole, afferma: “Wladi-mir in russo significa il padrone del mondo”. 

Durante la dominazione russa, l’ideologia sovietica esigeva che la trama di ogni opera d’arte fosse dedicata al Partito Comunista e che glorificasse la vita sovietica. Soprattutto in quello che Eka definisce “il primo periodo”, ovvero quello di Lenin e Stalin. Presto i russi si resero conto che “l’arte e la letteratura sono sempre state e continueranno ad essere un osservatore alternativo, o meglio, un rivelatore e profeta di potenziali innovazioni. Le opere d’arte ci dicono la verità direttamente o metaforicamente, in quanto sono una vera e propria eco della realtà dell’epoca in cui l’autore vive e le crea”. Per questo motivo, iniziò il controllo totalitario dell’arte e della letteratura. 

Nel “secondo periodo”, quello della Guerra Fredda, si sviluppò la psicologia dei clan e si cominciò a usare il potere in modi più occulti. Durante questi anni, la cortina di ferro che nel primo periodo aveva largamente limitato la libertà di espressione si era allentata, risvegliando l’interesse per l’arte occidentale e la vita europea e “il gusto della vita colorata dell’Occidente entrò nella grigia vita sovietica”. Nonostante questo lieve spiraglio, la creazione di opere d’arte originali equivaleva a esprimersi contro l’ideologia comunista, “l’ideologia dell’ignoranza”, come la definisce Eka. In quel periodo, gli artisti che non erano disposti a tramandare l’ideologia sovietica “non ricevevano risorse statali per realizzare idee e opportunità di carriera, rimanevano semplicemente nell’ombra e non comparivano nello spazio artistico.”  

Al contrario, “se un compositore sovietico lavorava per lo Stato, erano garantite esecuzioni della sua musica, commissioni, pubblicazioni, viaggi in 15 repubbliche, visite a case di creazione per lavoro e molto altro”. Le composizioni di quel periodo dovevano esprimere la “felicità” del popolo sovietico, motivo per cui la musica doveva essere di facile comprensione per operai e contadini e, di conseguenza, le moderne tecniche di composizione occidentali erano vietate.  

Gli affreschi delle pareti delle chiese georgiane erano stati coperti da pittura bianca. “I canti georgiani furono proibiti. Iniziarono a modificare e persino ad appropriarsi dell’antica storia della Georgia. La Russia abolì l’autocefalia della Georgia, il che equivaleva a una sorta di perdita di identità per l’antico Paese cristiano”. 

“Siamo nazioni completamente diverse, abbiamo solo la stessa religione: l’ortodossia”. Nonostante questo, “durante il controllo dell’Unione Sovietica, gli artisti, i musicisti, gli attori e gli scienziati georgiani venivano chiamati “russi”. Naturalmente tutti hanno protestato e abbiamo spiegato che il nostro Paese è la Georgia. La distorsione dell’informazione è un metodo tipico del governo russo”. 

L’eredità dell’influenza russa 

Per comprendere il vero raggio d’azione delle influenze a cui è stata sottoposta la Georgia durante la dominazione russa, abbiamo chiesto il parere di Otar Kapanadze, etnomusicologo esperto della musica folk georgiana. Secondo Otar, “innanzitutto bisogna distinguere tra l’influenza diretta della musica russa e l’esperienza della cultura georgiana in generale dopo l’annessione alla Russia”.  

Difatti, non è possibile delineare una vera e propria influenza diretta della musica russa sulla musica georgiana. “Nella musica popolare georgiana, la musica dei Paesi stranieri viene elaborata secondo le leggi della musica georgiana e così è stato per le melodie russe. D’altra parte, la Russia era per la Georgia una finestra sull’Europa e la musica europea passava attraverso la Russia. Dopo l’invasione di armonie e melodie europee, nel XIX secolo nacque un nuovo tipo di musica urbana georgiana, la cosiddetta “musica urbana di tipo occidentale“. Va notato che questa musica non ha la qualità, il livello di sviluppo e la profondità che abbiamo nelle canzoni dei villaggi georgiani e nei canti delle chiese”. 

Le principali differenze di esecuzione messe in atto durante l’influenza sovietica e che si riscontrano ancora nel campo della musica popolare georgiana sono inerenti all’esecuzioni, ad esempio “invece di esibirsi un piccolo gruppo e le voci principali da sole, in epoca sovietica si usavano gruppi di massa (composti da 100, 150, 200 persone) per eseguire le canzoni popolari”. Qualche differenza si riscontra anche nella ricostruzione di alcuni strumenti musicali tradizionali. 

Quando abbiamo chiesto a Otar se ritenesse che vi siano state delle limitazioni nei confronti delle sperimentazioni in musica in quel periodo, ci ha chiarito che “possiamo porre questa domanda nei confronti della musica classica e pop, ma non del folk”, che ha mantenuto le sue caratteristiche tradizionali. Nonostante alcuni cambiamenti avvenuti durante il periodo sovietico, “dopo l’indipendenza, la musica popolare georgiana è tornata al modo tradizionale di esecuzione ed è ancora un simbolo del popolo georgiano libero”. 

I compositori rivoluzionari del Novecento 

La Georgia è diventato uno Stato indipendente dal dissolvimento dell’Unione Sovietica nel 1991, dopo un referendum che vide il 98,9% dei georgiani favorevole all’indipendenza. Il Paese ha preso così il nome di “Repubblica Democratica di Georgia”. Negli anni precedenti, in cui la Russia era al potere, hanno vissuto compositori grazie ai quali è oggi possibile rintracciare la forte identità georgiana, libera dall’influenza russa. 

Mappa Georgia
Mappa dei confini della Repubblica Democratica della Georgia proposta dalla delegazione georgiana alla Conferenza del Palazzo di Parigi nel 1919 e dopo il 1921, inclusi negli Stati limitrofi

Nodar Mamisashvili mi raccontò una volta che, quando era uno studente del conservatorio di Tbilisi, era sempre interessato alla musica proibita; a volte riusciva a ottenere le partiture in biblioteca perché un bibliotecario si fidava di lui; era il loro segreto. Un giorno ricevette una nuova partitura della V sinfonia di Mahler, entrò in classe e iniziò a suonare molto silenziosamente. Uno dei docenti aprì la porta dell’aula e si accorse che stava suonando Mahler; il giorno dopo fu convocato nell’ufficio del rettore e punito, fortunatamente gli fu annullata solo la borsa di studio”.   

Nodar Mamisashvili è stato un compositore georgiano, ma anche un inventore e teorico. Era particolarmente interessato allo studio dei canti georgiani e della cultura antica. La realtà sovietica, però, vietava qualsiasi religione e le idee di Mamisashvili legate alla musica sacra sono state realizzate solo nella Georgia indipendente. È stato il primo al mondo a creare uno schema acustico per la distribuzione risonante di 9 campane della chiesa. Questo sistema è stato usato per distribuire le campane nello spazio del campanile della Cattedrale della Santissima Trinità di Tbilisi. 

Natela Svanidze è invece una pioniera della musica elettronica, nominata artista onorata della Georgia dal 1981. Essere una donna compositrice d’avanguardia era due volte più difficile in Unione Sovietica, secondo cui una donna compositrice doveva scrivere musica per bambini. Il periodo chiave della produzione della Scanidze ha coinciso con l’epoca sovietica, motivo di diversi impedimenti, sia dal punto di vista creativo che personale. Uno dei suoi lavori più notevoli è “Epitaphium”, in particolare la parte n°5, e rappresenta il primo brano di musica elettronica nella musica georgiana, registrato sul Synthi-100, un popolare sintetizzatore inventato da P. Zinoviev e importato a Mosca dall’Inghilterra all’inizio degli anni ‘70. 

Credeva molto nella verità della sua arte e lo dimostrava nelle sue sperimentazioni. Aveva infatti affermato: “Non ho mai cercato di essere una compositrice di successo, famosa e ricca a spese dei miei principi; non ho mai accettato un compromesso, incarnando sempre nella mia arte la mia verità interiore. Non ho mai offerto al mio ascoltatore un falso, componendo solo la musica che doveva essere composta!”. Naturalmente, la sua musica non veniva eseguita spesso in Unione Sovietica. 

Mikheil Shugliashvili era un’avanguardista georgiano, percepito da molti come uno “Xenakis georgiano” per il suo approccio costruttivista. Fu un artista profondamente incompreso, anticonformista e sprezzante del boom politico dell’era sovietica, noto al pubblico come un grande pedagogo. Compose la “Polychronia” per orchestra sinfonica nel 1978, ma fu eseguita solo 30 anni dopo la sua morte, al festival di Gratz, dall’Orchestra della Radio di Vienna, con il direttore Ilan Volkov.  

Nonostante sotto il controllo russo fosse praticamente impossibile ottenere informazioni, per molti compositori e studiosi fu impossibile anche annegare nel suono del totalitarismo. I compositori sopracitati ne sono la testimonianza più vivida: è grazie a loro, che non hanno barattato la loro libertà creativa per la comodità della vita concessa agli artisti sovietici, se oggi esiste una scuola georgiana di composizione che tramanda il pensiero musicale moderno, sviluppatosi in parallelo con la cultura musicale occidentale. 

Questi artisti hanno creato la musica d’avanguardia georgiana del XX secolo che si dirigeva contro l’ideologia del sistema sovietico. “Hanno insegnato a noi, la nuova generazione di compositori, la libertà di pensiero e ad esprimere le nostre idee attraverso l’immaginazione, che è legata alle tecniche innovative di composizione”, sostiene Eka. 

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