Capire la finanza, per capire il mondo FOLLOW THE MONEY

Ai piedi dell’abbazia di Montecassino, candida e sacrale struttura architettonica che svetta come un antico castello in dominio d’ogni panorama circostante, c’è una piccola strada di terra grigia senza pretese, che si svolge minuta e in linea retta verso un terrapieno sormontato da quella che alla distanza ricorda la forma di una croce.

Dall’altezza della collina, che sovrasta il livello del mare di ben 516 metri e sulla quale ci si arrampica agilmente solo con gomme e motore, superando stretti e numerosi tornanti, la forma a croce salta all’occhio non appena ci si sporge dalle bianche balaustre di marmo che cingono il chiostro del Paradiso. E nonostante lo spettacolo concesso dal panorama che guarda alla Valle del Liri, e coperte a sprazzi da nuvole basse in inverno svela i Monti Ausoni e il Monte Cairo, quella croce distante, che pare fatta di piccole piante rigogliose, non si può fare a meno di notarla assieme un piazzola, grigia anch’essa, dove sventolano senza posa una coppia di bandiere poste ad equa distanza.

Esso ho scoperto essere il cimitero militare polacco di Montecassino, eretto nel 1944, lo stesso anno in cui l’abbazia fondata nel 529 da san Benedetto da Norcia, e dalla quale io mio affacciavo tra le nuvole, venne completamente rasa al suolo da 253 tonnellate di bombe ad alto potenziale miste a bombe incendiarie sganciate bombardieri Alleati. Il 15 febbraio di ottanta anni fa.

A vederla dalla facciata principale, dove sul grande arco d’ingresso troneggia la parola Pax, in rosso bordò, passeggiando con ossequioso silenzio nel giardino verdissimo che occupa il cortile rinascimentale contornato dagli archi barocchi e colonne corinzie di granito orientale su marmo bardiglio, nessun neofita della storia e dell’architettura potrebbe immaginare che questi ventimila metri quadrati di candida bellezza sono stati ridotti ad un cumulo di macerie dalla pioggia di bombe sganciare dalle “Fortezze Volanti” americane, i bombardieri B-17, e sono stati nascondiglio, avamposto e retroguardia, linea di contatto e ultimo baluardo di difesa dei fallschirmjäger tedeschi, i famigerati “diavoli verdi” della Luftwaffe che solo dopo la devastazione del luogo sacro vi basarono nidi di mitragliatrici e postazioni da mortaio per respingere gli Alleati; decisi a “rompere” la linea Gustav ed erroneamente convinti che proprio l’abbazia di Montecassino, vista come un’inespugnabile e temibile fortezza, fosse presieduta dal grosso della guarnigione nemica posta a difesa del settore.

Alla base dell’atroce e immotivato gesto, c’è l’errore del generale neozelandese Bernard Freyberg, che ha ricevuto l’ordine di conquistare Cassino dall’alto comando Alleato, e l’avvistamento da parte di un ricognitore aereo di “truppe” tedeschi nei pressi dell’abbazia che domina la valle da una posizione strategica. Il generale Freyberg andrà per le spicce, ignorando il patrimonio artistico e la storia millenaria dell’abbazia. Richiede il bombardamento immediato della posizione nonostante la contrarietà del generale Clark, comandante in capo della forza di spedizione statunitense.

Il bombardamento aereo, annunciato dal tiro dei cannoni da campagna che avevano già bersagliato l’abbazia privata dei suoi tesori dai nazisti e resasi rifugio per civili e sfollati, avverrà in due ondate. E per un giorno intero le cineprese dei report di guerra immortaleranno l’anticamera dell’inferno. L’abbazia, martellata dai bombardieri provenienti dalle basi del sud d’Italia e dall’Africa, si gretola su se stessa in una nuvola di fumo che si nota per decine e decine di chilometri. Una dopo l’altra, le formazioni di B-25 Mitchell e B-26 Marauder aprono i portelli ventrali e lasciano cadere dozzine di bombe aeronautica, convenzionali e incederai. Poi la volta dei cacciabombardieri P-47, i Thunderbolt, e poi ancora di altre formazioni. Crollano le mura esterne, collassano le fondamenta, scoppiano come tronchi d’alberi secchi le colonne di marmo. Mutilante, per lo spostamento d’aria provocato dalle esplosioni, sono le statue che verrano sbriciolate una dopo l’altra. Non è dato sapere in quanti trovarono la morte dove avevano cercato la salvezza nel riparo. Molti erano gli sfollati. Ma ancora peggiore del danno provocato dalla decisione folle e cieca del generale Freyberg, sarà la beffa che lo attende.

Il neozelandese, che crede di averla avuta vinta con quelle centinaia e centinaia di tonnellate di bombe, non manda “i suoi” a conquistare ciò che resta dell’abbazia e con essa la collina sita in una posizione strategica. Saranno i tedeschi a farlo.

E impadronendosi della rovine dell’Abbazia che è diventata la porta dell’apocalisse, perfetta per affrontare il nemico, ben trincerati, per decimarlo tra le rovine dove la posizione di vantaggio dell’altezza vince, e il difensore stabilisce il tiro del fuoco incrociato. Arresteranno l’avanzata degli Alleati per tre mesi. Decimando interi reggimenti nelle quattro battaglie che verranno. Lasciando tra le macerie caduti neozelandesi, inglesi, americani, francesi, i gurkha e i polacchi. Almeno fino alla metà di maggio. Quando il 18 del mese una pattuglia del 12º Lancieri “Podolski” si arrampica fino al monastero e penetra tra le rovine, affrontando ciò che resta dei tedeschi, ed issando la propria bandiera oltre l’ambita Quota 593.

Sarà allora, che tra le macerie e i morti di così tante nazioni, un trombettiere suonerà le note dell’Hejnał, melodia militare polacca che trovava la sua genesi nel lontano XII secolo. Interrompendo la “chiamata a raccolta”, questo era l’Hejnał, come la tradizione vuole: dato che la prima sentinella che suonò quelle note la prima volta per avvertire i compagni dell’assalto dei Tartari, venne trafitta a morte da una freccia scoccata dal nemico prima di poter proseguire. O almeno, così narra la leggenda.

Quando addentrandomi per quella strada grigia e dritta, meno stretta di quanto appariva dall’alto, ma semplice e austera come l’avevo immaginata, prima di voltarmi ad ammirare l’abbazia restaurata tra il 1948 e il 1956 nel rispetto della pianta originale, per capire quale atto di coraggio avessero compiuto i soldati in uniforme marrone che l’avevano presa d’assalto sotto il fuoco delle mitragliatrici, lessi subito la placca che annunciava la natura del luogo dove mi trovavo. Diceva: “Passante, dì alla Polonia che siamo caduti fedeli al suo servizio”.

Oltre mille soldati del secondo corpo d’armata polacco sono seppelliti al cimitero militare di Montecassino. Tra loro sono custodite le spoglie mortali del generale Władysław Anders, deceduto a Londra nel 1970, e tumulato secondo le sue ultime volontà con i suoi soldati. Nella frazione di Caira, è il sacrario militare germanico di Cassino dove riposano le spoglie di 21.000 caduti dell’Italia del sud e sulla linea Gustav. Nel cimitero di guerra del Commonwealth di Cassino riposano oltre 4.000 soldati di tutti i vecchi domini dell’Impero britannico. Sono 3.000 i soldati che riposano presso il Cimitero Monumentale Francese di Venafro. I soldati americani caduti in questo settore riposano a nel cimitero militare di Nettuno.

Del sacrario polacco una cosa mi è rimasta impressa dall’anno della mia visita, e spesso mi sovviene alla mente, il continuo scampanare di mucche fulve, che stagliate a dozzine nel scorcio di prato verde che in un giorno di pioggia contrastava fortemente il grigio-blu del cielo pieno, mi ricordavano soldati, anzi, forse delle semplici anime, come quelle dei soldati in eterno riposo in quella valle, che si erano rese sentinelle e amiche. È un pensiero strano, non saprei dire: si diventa sempre sentimentali al cospetto dei cimiteri e dell’eterno riposto di chi ha dato la vita per una causa.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto