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La Chiesa cattolica ha incontrato e affrontato un elenco sterminato di rivali e nemici esistenziali nel corso della sua vita bimillenaria, dai Cesari precostantiniani ai rivoluzionari liberali dell’Ottocento, ma soltanto uno è quasi riuscito nel tentativo di trasformarla in un ricordo: il comunismo, e più nello specifico il comunismo sovietico.

Fu precisamente nel contesto della lotta al comunismo sovietico, e della protezione dei cristiani perseguitati dai seguaci zaricidi di Marx e Lenin, che Pio XI, nella seconda metà degli anni Venti – già impegnativi per la Chiesa per via della concomitante guerra cristera in Messico -, affidò una missione suicida ad uno dei migliori agenti segreti della Compagnia di Gesù: la creazione di una resistenza rispondente al Papa nell’impenetrabile Unione Sovietica.

La genesi della missione

Unione Sovietica, anni Venti. L’ordine zarista è stato definitivamente sepolto dai rivoluzionari bolscevichi e la Terza Roma sta venendo poco alla volta smantellata. Le pittoresche cupole dorate cadono una ad una, sostituite da un nuovo tipo di architettura, mentre la popolazione viene introdotta ad un nuova fede: il comunismo. E per i cristiani, in questo nuovo ordine, non v’è spazio alcuno.

Nella consapevolezza della tremenda situazione in cui versano le Chiese nella neonata Unione Sovietica – non soltanto quella ortodossa, ma anche quella cattolica e protestante –, e nell’impossibilità di aprire un canale di dialogo con le nuove forze politiche, l’allora pontefice Pio XI si sarebbe rivolto alla potente e semiautonoma Compagnia di Gesù, notoriamente conoscitrice dell’Europa orientale e delle periferie del pianeta.

I gesuiti avrebbero risposto positivamente all’appello del Papa, intravedendo nel loro russologo di punta, Michel d’Herbigny, l’uomo ideale ad espletare una missione in terra sovietica, di qualsiasi cosa si trattasse. E D’Herbigny, che dal 1922 guidava il Pontificio istituto orientale, nel 1926 sarebbe stato introdotto ufficialmente al Vescovo di Roma, accettando l’incarico propostogli.

La mission impossibile di d’Herbigny

L’Unione sovietica della seconda metà degli anni Venti poteva essere legittimamente considerata la prima realtà statuale forzatamente decattolicizzata del pianeta. La gerarchia ufficiale era stata spazzata via, decapitata nella sua interezza, e ogni contatto tra Roma e Mosca era andato perso. Il Papa, in sintesi, non disponeva più né di chierici di né spie, ed era all’oscuro di quanto stesse accadendo.

D’Herbigny avrebbe dovuto adempiere una missione sul campo, tanto rischiosa quanto imperativa, nell’aspettativa di risolvere l’enigma sul destino dei cattolici russi e nella speranza di costituire una nuova gerarchia, ultrasegreta e provvisoria, e di ripristinare il sistema diocesano secondo il modello dell’epoca zarista. La missione fu ribattezzata “missione Ilium” (Ilium è il nome in latino della città di Troia, ndr) e a monitorarne i progressi, sebbene a distanza, sarebbe stato il numero due della Chiesa cattolica: Eugenio Pacelli, il futuro papa.

Partito alla volta della capitale sovietica verso gli ultimi giorni del marzo 1926, non prima di essere stato segretamente ordinato al sacerdozio da Pacelli in persona, il gesuita avrebbe ottenuto il permesso di intrattenersi in città per conferire con la comunità cattolica locale. Entro fine anno, applicando gli insegnamenti gesuitici in materia di diplomazia, persuasione e spionaggio, d’Herbigny sarebbe riuscito a rivitalizzare l’amministrazione apostolica nella regione di Mosca, creando delle strutture clandestine in aree-chiave quali Odessa (Ucraina) e Mahilëŭ (Bielorussia).

Il tramonto e la condanna della memoria

La ragnatela tessuta da d’Herbigny sarebbe stata scoperta nel 1932 e demolita tanto rapidamente quanto violentemente, venendo annichilita da internamenti nei gulag ed esecuzioni. D’Herbigny, come nelle migliori storie, sarebbe stato tradito da un amico: Alexander Deubner. Quest’ultimo, che aveva alle spalle un elenco di conversioni dall’ortodossia al cattolicesimo e viceversa, nel 1932 sarebbe stato smascherato dalle autorità tedesche: non un prete, ma una spia sovietica.

Per d’Herbigny, a partire dallo scandalo Deubner, sarebbe stato l’inizio della fine. Richiamato in Italia, qui fu severamente punito, venendo condannato alla peggiore delle pene: l’ignominia. Dapprima costretto a rinunciare al rettorato del Pontificio istituto orientale e poi privato di ogni dignità episcopale, l’agente segreto si sarebbe trasferito in Belgio e successivamente in Francia, la sua terra natale, dove morì, solo e dimenticato, all’antevigilia del Natale 1957.

Entro la fine degli anni Trenta la Chiesa cattolica clandestina istituita da d’Herbigny avrebbe seguito il fato della predecessora, scomparendo dalla vista e dalla memoria dei russi sovietici tra arresti e omicidi. Il fallimento della missione Ilium avrebbe convinto i Cesari della Chiesa cattolica ad abbandonare a tempo indefinito ogni piano di infiltrazione in Unione sovietica, avendone tastato con mano l’impenetrabilità.

Tale fu il trauma impresso nella mente dei Papi dalla fine infelice e sanguinosa dell’audace impresa di d’Herbigny, di cui non è dato sapere quanti morti abbia involontariamente generato, che più di cinquant’anni sarebbero stati necessari alla caduta del tabù intoccabile della guerra al Cremlino. Tabù che, non a caso, sarebbe stato affrontato da un pontefice diverso dagli altri. Un pontefice che aveva sperimentato personalmente il comunismo e che, soprattutto, veniva da quell’Est che a Roma era più temuto che capito: Giovanni Paolo II.