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Il mare cristallino, le spiagge bianchissime, le palme e il rumore dei gabbiani. Il nome di Jeju, oggi, è associato a uno dei paradisi tropicali più esclusivi del mondo. Quest’isola, la più grande della Corea del Sud, situata nell’estremo sud del Paese, si è trasformata in una meta vacanziera da sogno.

Attira ogni anno dai 13 ai 15 milioni di turisti e la tratta che collega Seoul, la capitale sudcoreana, a Jeju, è la rotta nazionale più trafficata del pianeta con una media di 122 voli al giorno. Tutti, insomma, vogliono andare a Jeju. Ma pochissimi sanno che la loro isola preferita, tra la fine del 1948 e l’inizio del 1949, fu teatro di una carneficina tanto sanguinosa quanto dimenticata.

Lo chiamano il massacro di Jeju, l’“incidente del 3 aprile”, o anche “4.3”. Questa pagina buia della storia è stata riesumata dalla scrittrice sudcoreana Han Kang nel suo ultimo libro, Non dico addio (Adelphi, traduzione di Lia Iovenitti), dopo che la fresca vincitrice del Premio Nobel per la Letteratura aveva già fatto qualcosa di simile con un altro massacro – quello di Gwangju del 1980 – nella sua precedente opera Atti Umani (pubblicata in Italia sempre da Adelphi).

L’altro volto di Jeju

Han Kang ha definito Non dico addio, uscito in patria nel 2021, “una candela accesa negli abissi dell’anima umana”. Già, perché la scrittrice torna ad aprire gli archivi della storia, a scavare nel dolore dimenticato del suo Paese, a dissotterrare qualcosa di cui nessuno parla volentieri (come succede del resto con tutte le stragi del passato).

La Corea del Sud del secondo dopoguerra era distante un abisso dalla nazione tecnologica che siamo abituati a conoscere. Al contrario, era uno Stato poverissimo, sarebbe stato straziato dalla guerra di Corea (1950-1953), soffocato dagli asfissianti governi di leader dal pugno di ferro.

Proprio come Syngman Rhee, il primo presidente sudcoreano, salito in carica nel 1948 e durato fino al 1960. Fu proprio sotto la sua presidenza che si verificò il massacro di Jeju. O meglio: fu lui uno degli artefici di quel bagno di sangue riportato alla luce, con maestria, da Han Kang.

Syngman Rhee

Il nuovo libro di Han Kang

La protagonista di Non dico addio, Gyeong-ha, riceve un’inaspettata richiesta da parte di una vecchia amica, In-seon, già fotografa e documentarista che da anni si era trasferita a Jeju.

A causa di un incidente e delle necessarie cure, In-seon è stata costretta a rientrare a Seoul. Bloccata su un letto d’ospedale, chiede quindi a Gyeong-ha di volare fino a Jeju per dare da bere al suo pappagallino che, rimasto solo a casa, rischia di morire.

La donna vola sull’isola, ma una tempesta di neve – il viaggio avviene in pieno inverno – la costringe a trovare riparo presso l’abitazione In-seon. Qui la protagonista, tra vecchi documenti e documentari, scoprirà gradualmente i contorni di uno dei più atroci massacri che la Corea abbia mai conosciuto: 30mila civili uccisi (le cifre oscillano in realtà tra le 14 e le 100mila vittime a seconda delle fonti) e molti altri imprigionati e torturati.

L’isola di Jeju

Le origini della Corea divisa

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, la penisola coreana stava emergendo dalla brutale colonizzazione giapponese (1910-1945). I coreani erano determinati a sviluppare una nazione autosufficiente, indipendente e, soprattutto, unita. A partire dal 1945, tuttavia, la Corea si ritrovò divisa in due zone di influenza.

Sovietici e statunitensi sostituirono di fatto i giapponesi. I primi entrarono nella parte settentrionale della Corea nell’agosto 1945; i secondi arrivarono un mese più tardi nella parte meridionale, dove crearono un governo militare a Seoul, senza modificare l’apparato amministrativo creato dagli ex colonizzatori nipponici.

Detto altrimenti, gli occupanti vincitori, che avevano costretto alla resa il Giappone, divisero la penisola coreana in due aree di influenza all’altezza del 38esimo parallelo.

La guerra di Corea (1950-1953)

Il massacro dimenticato

Jeju si trasformò in uno dei principali epicentri del malessere cittadino che stava montando in gran parte della Corea a trazione Usa.

Mentre i gruppi civili locali chiedevano la libertà, la preservazione di una penisola coreana unificata e la rimozione di qualsiasi vestigia del dominio coloniale giapponese, da parte loro le autorità militari e governative statunitensi erano ossessionate a contrastare l’influenza sovietica e comunista.

Temevano che Jeju diventasse un’isola rossa e ricostruirono la forza di polizia locale rivolgendosi a vecchi collaborazionisti giapponesi. Fecero in modo anche di rafforzare milizie paramilitari di destra. L’obiettivo di tutto questo? Schiacciare i gruppi di sinistra e chiunque fosse anche solo sospettato di essere comunista.

Massacrati perché comunisti

In Corea, gli Stati Uniti stavano applicando la dottrina Truman all’ennesima potenza. Avevano persino programmato elezioni per il 10 maggio 1948 che avrebbero dovuto creare un governo coreano separato nel Sud (dividendolo dal Nord).

Per la cronaca, ci fu una forte opposizione in gran parte della Corea “filo statunitense”, tanto che circa il 90% di coloro che si sarebbero registrati per votare lo avrebbe fatto sotto costrizione.

Il primo marzo del 1947, la polizia di Jeju sparò sulla folla durante una manifestazione uccidendo sei civili. Quando gli autori rimasero impuniti, la mancanza di responsabilità alimentò la rabbia cittadina.

La mattina del 3 aprile 1948, ribelli e gruppi di sinistra – tra cui il Partito dei lavoratori della Corea del Sud – scatenarono un’insurrezione attaccando dozzine di stazioni di polizia. La risposta fu brutale e a pagarne le spese furono cittadini innocenti.

Un passato doloroso

L’esistenza della rivolta di Jeju fu censurata per decenni. Soltanto nel 2003 il governo sudcoreano si sarebbe scusato per quanto accaduto, mentre la polizia e il ministero della Difesa, coinvolti nel bagno di sangue, lo avrebbero fatto nel 2019.

E gli Stati Uniti? Le autorità militari statunitensi avevano il controllo del Paese e sapevano quanto stava accadendo sull’isola. All’epoca, tuttavia, reprimere chiunque fosse sospettato di essere comunista era più importante di ogni altra cosa.

Pare addirittura che alcuni funzionari Usa ritenessero che la rivolta di Jeju rappresentasse un contesto ideale per consentire ai militari sudcoreani di acquisire esperienza di combattimento. Ma, in situazioni del genere, le indiscrezioni diventano realtà mentre verità, ricordi e testimonianze reali si perdono in un passato sempre più lontano.

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