Un uomo, tante vite e tanti sogni che divennero imprese. Ecco Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi, un personaggio poliedrico, affascinante e decisamente anticonformista. Anche troppo per i suoi reali parenti. Con l’eccezione di uno spirito libero come la regina Margherita, moglie di re Umberto e tutrice di Luigi dopo la morte, a soli trent’anni della madre, gli altri membri di Casa Savoia faticarono a comprendere Luigi o non lo capirono del tutto. Racchiusi in logiche dinastiche passatiste, per tutti o quasi i Sabaudi il terzogenito di Amedeo, l’effimero re di Spagna, venne visto come un simpatico eccentrico, il parente eroico ma bizzarro. Talvolta ingombrante, persino fastidioso.
Il cugino Vittorio Emanuele III, che pur lo stimava e gli era a suo modo (ovvero ad intermittenza e parsimonia…) amico, gli negò pervicacemente il permesso per sposare Katherine Elkins, il grande amore di Luigi. La ragazza, figlia del senatore statunitense Davis Elkins magnate del carbone e dell’acciaio, era pur sempre una borghese, certamente ricchissima ma protestante e cosmopolita mentre Vittorio voleva appioppare a Luigi una granduchessa dei Romanov o qualche aristocratica balcanica. Risultato niente nozze e tanti flirt in giro per il mondo con una sorpresa finale (ma lo vedremo dopo).
Così questioni di cuore ma soprattutto tanta voglia d’avventura distaccarono presto il duca dai rigidi protocolli sabaudi. Ma andiamo per ordine. Sin da giovanissimo Luigi si appassionò, grazie anche a Margherita, all’alpinismo e al mare alternando le prime escursioni sulle Alpi con gli studi all’Accademia navale di Livorno e a sedici anni, appena nominato guardiamarina, sul brigantino “Amerigo Vespucci” fece la sua prima circumnavigazione del globo. Una grande avventura funestata dalla morte del padre. Al suo rientro in Patria dopo un anno e mezzo di navigazione, il re Umberto lo nominò duca degli Abruzzi. Luigi ringraziò il sovrano ma alla vita di corte preferì la piccozza per cimentarsi con ascensioni sempre più impegnative: Monte Rosa, Monte Bianco, Cervino. Una dura ma efficace scuola.
Il mare però lo richiamò un’altra volta e nel 1893, imbarcato sulla cannoniera “Volturno” come sottotenente, approdò per la prima volta in Somalia, allora colonia italiana. Una terra di una bellezza disperata che da subito lo intrigò. Da allora il “mal d’Africa” lo avvolse. Per sempre. Poi, nel novembre 1894, una seconda circumnavigazione del mondo sull’incrociatore “Cristoforo Colombo” lo portò in Alaska, dove vide per la prima volta l’inviolato monte Saint Elias (alto 5.489 metri), e in India per ammirare le vette innevate dell’Himalaya. Un’altra straordinaria malia.
Al ritorno in Italia, dopo 26 mesi di onde e acqua salata Luigi decise la sua strada. Le più montagne del mondo lo attendevano. In Asia e in America. Grandi progetti ma troppo ambiziosi e dispendiosi per un’Italia appena malamente sconfitta il primo marzo 1896 ad Adua dagli abissini di Menelik. Un colpo durissimo. Il primo ministro Crispi fu obbligato a dimettersi, il trono di Umberto I vacillò mentre l’opposizione repubblicana rialzava la testa. La sconfitta — pesante, ma di certo non peggiore degli analoghi disastri britannici in Afghanistan e Sud Africa e francesi in Messico e Indocina — rivelò impietosamente la fragilità della monarchia e la debolezza della classe dirigente liberale. Fu ancora una volta Margherita l’unica in famiglia ad avere le idee chiare: per ridare lustro alla dinastia e all’Italia serviva un’impresa epica e un vero eroe. Chi meglio di Luigi Amedeo di Savoia, il principe alpinista?
Umberto borbottando approvò e finanziò il nipote che nel maggio del 1897 partì per la sua prima spedizione. Destinazione Alaska. Assieme a Luigi il fedele amico Umberto Cagni, lo scienziato Filippo De Filippi, il fotografo Vittorio Sella, il presidente del CAI torinese Francesco Gonella e quattro guide valdostane. Dopo cinque settimane di viaggio il gruppo raggiunse infine la montagna nordamericana arrivando, in 38 giorni di scalate, in cima il 31 luglio. Un successo sportivo e mediatico che stupì il mondo ed entusiasmò l’Italia. Due anni dopo il duca, determinato a piantare il tricolore sul Polo Nord, ripartì sulla “Stella Polare”, un ex baleniera norvegese acquistata per l’occasione, per l’Artico. Tra il luglio 1899 e il settembre 1890 la spedizione s’inoltrò sempre più a settentrione ma a causa delle proibitive condizioni climatiche — Luigi ebbe una mano congelata e due dita incancrenite e la nave rischiò d’essere schiacciata dai ghiacci — dovette rinunciare alla meta finale. Ciò nonostante gli italiani toccarono la latitudine nord 86° 34’, il punto più estremo mai sfiorato sino ad allora. Un record mondiale.
Sei anni dopo, compiuta la sua terza circumnavigazione del globo al comando dell’incrociatore “Liguria”, Luigi tornò in Africa puntando sul Ruwenzori, l’inesplorato massiccio montuoso tra il Congo e l’Uganda intravisto anni prima da Stanley. In soli due mesi la spedizione mappò l’intera area, inerpicandosi sulle montagne per raccogliere preziosi reperti della fauna e della flora e scalare quattordici vette compresa la più imponente alta 5.109 metri, che il principe battezzò in onore della regina e tutrice della sua infanzia, Punta Margherita. Noblesse obblige…
Nel 1909 Luigi Amedeo, con De Filippi e Sella, tornò in Asia per scalare il K 2, 8.160 metri, la seconda vetta più alta del mondo. Una sfida terribilmente impegnativa. Organizzato un campo base sul Godwen Austen, il ghiacciaio sui piedi della grande piramide di pietra, si diede inizio a una campagna di studi meteorologici, geologici e botanici e di rilevamenti cartografici impiegando strumenti come la fotogrammetria terrestre, per l’epoca avveniristici. Mentre gli scienziati si occupavano delle loro ricerche, il duca affrontò l’immane colosso attaccandolo più volte riuscendo a salire, il 18 luglio, sino a 7500 metri, «superando di 213 metri la massima altitudine toccata dall’uomo». Solo la fitta nebbia e i venti gelidi gli impedirono di raggiungere la vetta. Nel 1954 altri italiani coraggiosi — Achille Compagnoni, e Lino Lacedelli con il determinante contributo di Walter Bonatti— completarono con successo la missione.
Promosso contrammiraglio alla fine del 1909, Luigi si dedicò nuovamente alla marina e allo scoppio della guerra italo-turca del 1911 assunse il comando delle siluranti impegnate nell’Adriatico. Uno scenario delicato, alla luce degli accordi della Triplice alleanza e delle pressioni dell’Austria Ungheria, alleata ma poco amica. Vienna pretendeva la neutralizzazione del bacino ma il duca, insofferente degli indugi del governo di Roma, optò per una linea aggressiva affondando le torpediniere turche dislocate nell’Albania al tempo ottomana e scatenando così un incidente diplomatico con Austria e Grecia. Per evitare ulteriori problemi il presidente del Consiglio Giolitti ordinò all’irruente comandante di ritirare le navi dalle coste albanesi e di starsene quieto in ufficio.
Insomma, per il potere politico il duca era diventato ormai una personalità scomoda. Lo fu ancor di più nel 1915 con l’intervento italiano nella grande guerra. Nominato al comando supremo delle forze navali il Savoia-Aosta — interpretando i sentimenti di gran parte dei quadri della Regia Marina — iniziò a sognare l’agognata rivincita che doveva cancellare l’onta di Lissa 1866. Purtroppo un’impostazione operativache, come avverte il grande storico Giorgio Giorgerini:
«Faceva acqua da tutte le parti: anzitutto non vi era una giustificata ragione per cui la flotta avversaria dovesse prendere il mare per affrontare una specie di “disfida di Barletta”; in secondo luogo le forze navali avversarie avrebbero potuto condurre veloci puntate offensive nel Medio e Alto Adriatico, come fecero alcune volte, e rientrare alle basi senza che la squadra italiana avesse il tempo per intercettarle; inoltre la Marina austriaca comprese subito che il modo più vantaggioso sarebbe stato l’impiego dei sommergibili aumentati di numero coll’ingresso in Mediterraneo di battelli tedeschi».
Risultato? Nessuna “big battle” nelsoniana ma un continuo stillicidio di affondamenti causati da mine e siluri. Un conto salato che Luigi pagò per intero. Su pressione degli anglo-francesi, della politica nostrana e dell’opinione pubblica sempre più scontenta dell’andamento della guerra navale, il 7 febbraio 1917, il duca lasciò il comando a Thaon de Revel che impostò correttamente una ben più proficua guerriglia navale con mas, siluranti e idrovolanti. Ma questa è un’altra storia.
A guerra finita, ormai ritirato dalla vita pubblica e insofferente ad ogni vincolo e obbligo, Luigi scelse l’Africa. Nel 1919 sbarcò in Somalia dove, anche grazie all’aiuto finanziario della mai dimenticata Katherine, fondò una colonia agricola, il Villaggio Duca degli Abruzzi. Così in una lettera del 2018 al Corriere della Sera, il nipote Amedeo d’Aosta ricordava l’ennesima impresa (e l’ennesima vita) dell’illustre zio: «Una comunità dove convivevano italiani e somali, la moschea e la chiesa, servizi sociali, scuole, ospedali, telegrafo, telefono pubblico, ufficio postale. Intorno la campagna irrigata e resa fertile grazie alla costruzione di una diga che alimentava una vasta rete di canali e chiuse. Il tutto realizzato con un’attenzione per l’ambiente davvero inedita ai tempi. E poi oltre 100 chilometri di strade asfaltate, una ferrovia che consentiva di raggiungere Mogadiscio, la capitale, in poco più di tre ore. Insomma dove prima esisteva solo un modesto villaggio chiamato Giohar, all’inizio degli anni ’30 al Villaggio Abruzzi vivevano oltre 200 italiani e 8000 somali, impegnati nella produzione di zucchero, cotone, banane destinati in gran parte all’esportazione. Lavoro, dunque, con tutta la dignità che comporta il lavoro: 8200 posti di lavoro creati con una sola azienda».
In quegli anni africani Luigi Amedeo trovò tempo ed energie per organizzare, tra l’ottobre 1928 e il febbraio1929, una missione alla ricerca delle sorgenti del fiume Uebi Scebeli, ritrovate a 2680 metri d’altitudine nella conca etiope di Hoghisò. Un’altra vittoria. Il 18 marzo 1933 il duca morì nel suo “Buen ritiro” consolato da Faduma Alì, una bellissima somala che ingentilì il suo volontario esilio nel continente nero. Ma il suo ultimo pensiero fu per l’amore americano. Così lontano, così desiderato. Prima di spirare inviò a Katherine un laconico telegramma. “Luigi Amedeo non è più in grado di scrivervi”. Lei capì.
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