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In una terra di confine dell’Eurasia, perno che può garantire stabilità o produrre grave instabilità, lo spettro del passaggio in un’orbita ostile, vicina all’Occidente, incoraggia il Cremlino ad intervenire militarmente allo scopo di restaurare lo status quo. Non è una guerra, e neanche un’invasione, perché dalla dirigenza moscovita viene definita “operazione”.

Penetrare nella capitale, acquisire il controllo di aree geostrategiche e infrastrutture critiche, esercitare pressioni sul governo in carica affinché cada. L’idea è di compiere un’operazione incisiva ma tempestiva, che non pesi su un bilancio statale già sofferente e rammenti al Primo mondo a guida americana che Mosca è disposta a difendere manu militari il proprio estero vicino.

Ma ciò che il Cremlino ignora, o che forse sa ma ha sottovalutato, è che in quel teatro è stata preparata una micidiale bocca di lupo. Un’internazionale di combattenti era in attesa del passo falso per precipitarsi sul posto. L’industria degli armamenti occidentale attendeva l’invasione per rifornire di prodotti militari la resistenza. E una logorante guerra per procura era in procinto di cominciare. Una descrizione di Ucraina 2022. Una descrizione di Afghanistan 1979-1989.

Tutto il mondo a Kabul

Le differenze tra le guerre in Ucraina e in Afghanistan sono molteplici, a partire dal casus belli e dalla loro liceità – un’aggressione nel primo caso, un intervento richiesto dal governo locale degenerato in conflitto nel secondo –, ma è sulle similitudini che è importante concentrarsi. Perché la Casa Bianca, in entrambi i casi, ha profittato dell’errore di calcolo del Cremlino per dare vita ad una guerra di procura avente quale obiettivo un logoramento propedeutico, o comunque facilitante, ad un cambio di regime.

L’internazionale antisovietica allestita dagli Stati Uniti nell’ambito della più costosa operazione coperta della loro storia, rispondente al nome di Ciclone, giocò un ruolo fondamentale nella catalisi del collasso economico, e fattuale, dell’Unione Sovietica. Per nove anni, dal 1979 al 1989, il Cremlino si ritrovò a combattere in un territorio impervio, semisconosciuto, contro un nemico ben addestrato, rifornito di armamenti avanzati, supportato da intelligence e in grado di colmare nottetempo le perdite subite.

L’operazione Ciclone, “il più grande lascito a qualsiasi insurrezione del Terzo Mondo”, trasformò l’Afghanistan nel “Vietnam dei sovietici”. Una guerra persa – per il Cremlino – in partenza: circa 20mila i combattenti stranieri (mujaheddin) attratti annualmente dall’eco del Jihād proveniente dal Paropamiso e rilanciato dalle moschee di tutto il Medio Oriente; più di 10 i miliardi di dollari investiti nel teatro afgano da Stati Uniti e soci; inquantificato e inquantificabile l’arsenale messo a disposizione dell’insurgenza.

Una guerra per procura ed un laboratorio

Gli Stati Uniti intravidero nell’errore di calcolo del Politburo l’opportunità storica, e irripetibile, di fare dell’Afghanistan il “Vietnam dei sovietici”. Una tremenda ma equa vendetta per l’ignominiosa sconfitta subita nel Sudest asiatico alcuni anni prima. E radunarono una coalizione improbabile di volenterosi uniti da un comune denominatore: l’astio per l’Unione Sovietica.

Tante furono le nazioni che la presidenza Reagan convinse a partecipare alla guerra per procura, quando fornendo armamenti, quando intelligence e quando combattenti. I membri più importanti della coalizione, ad ogni modo, furono indubbiamente Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Germania Ovest, Iran, Israele, Pakistan, Regno Unito e Repubblica Popolare Cinese. I sovietici, al contrario, poterono contare soltanto sul supporto (limitato) di Cuba e Germania Est.

Il tutti contro uno fu aggravato dal modo di combattere, dagli armamenti e dalla struttura organizzativa dei due schieramenti. L’Armata rossa era numericamente egemone, era avvezza ai bombardamenti massicci e aveva una predilezione per gli scontri aperti e regolari, ma possedeva una scarsa conoscenza del territorio e problemi in termini di comunicazione tra i reparti e di reperimento di intelligence. I mujaheddin, viceversa, potevano vantare la familiarità col territorio – utile a condurre asimmetriche battaglie termopiliane –, una liquidità senza confini – alimentata da una serie di circuiti ombra come la rete Haqqani –, un apporto di intelligence 24/7 e l’arsenale più tecnologicamente avanzato del pianeta con cui spezzare la superiorità aerea dell’Armata rossa.

La linea rossa dell’Unione Sovietica diventò la linea rossa degli Stati Uniti: l’Afghanistan sarebbe dovuto diventare il capolinea dell’espansionismo sovietico in Asia. E per far sì che la maledizione della Tomba degli imperi si avverasse nuovamente, impantanando mortalmente i soldati della Falce e martello, gli Stati Uniti fecero dell’Afghanistan più di un mero teatro di una guerra per procura: fecero di esso un laboratorio.

Ai mujaheddin l’onere di piegare l’Armata rossa, all’industria bellica degli Stati Uniti l’onore di armarli con le ultime invenzioni partorite dal macroscopico comparto ricerca e sviluppo del Pentagono. L’Afghanistan come laboratorio in cui collaudare l’efficacia di armi mai testate prima. Come i missili terra-aria FIM-92 Stinger da impiegare contro gli elicotteri Mil Mi-24.

Le conseguenze

La guerra in Afghanistan, insieme alla rivoluzione polacca trainata da Solidarność, è la lama che ha ferito e dissanguato la già moribonda Unione Sovietica, accelerandone il declino e inevitabilizzandone l’implosione. Una vittoria epocale per alcuni, perché ultimo capitolo della Guerra fredda. Una vittoria a metà per altri, per via del nefasto ritorno di fiamma generato da quel Frankenstein che era l’internazionale jihadista.

Non è facile stabilire chi abbia torto e chi ragione, dato che la storia, (s)oggettiva per definizione, è una questione di prospettive. E, difatti, se è vero che per sconfiggere l’Impero sovietico gli Stati Uniti hanno inavvertitamente creato Al-Qāʿida e Osama bin Laden, lo è altrettanto che l’internazionale dei mujaheddin si sarebbe rivelata utile di lì a breve nella Iugoslavia in frantumi in chiave antiserba. E come è vero che la minaccia qaedista, emblematizzata dall’11/9, è stata poi capitalizzata per riscrivere il volto del Medio Oriente nel nome del Progetto per un nuovo secolo americano e per prolungare il Momento unipolare. Un contesto dal cui seno è provenuto il latte degli Afghanistan della contemporaneità: ieri la Siria, oggi l’Ucraina e domani, probabilmente, una periferia dell’Eurasia e/o dell’Indo-Pacifico cara alla Cina.

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