Il 13 agosto di sessant’anni fa, nel 1961, le autorità della Repubblica democratica tedesca eressero di sorpresa il Muro di Berlino. La sorpresa, soprattutto, fu devastante per i berlinesi.
Dal 1945, dopo la resa della Germania nazista, la capitale tedesca era stata suddivisa in quattro settori, uno per ciascuno degli eserciti alleati. I sovietici, che avevano conquistato materialmente la città l’8 maggio 1945, tenevano la parte più grande, tutti i quartieri orientali, incluso il Mitte, cuore del centro storico. Americani, britannici e francesi si “accontentarono” di tre settori più piccoli che comprendevano tutti i quartieri ad occidente della porta di Brandeburgo e del Reichstag, poi riunificati in Berlino Ovest. Quella parte di città, divenne una grande enclave della Repubblica federale tedesca incastonata nel cuore del territorio della Repubblica democratica. Essendo la zona di passaggio più facile, rispetto al confine fortificato e militarizzato fra le due Germanie, la popolazione dell’Est che riusciva a recarsi a Berlino aveva più probabilità di passare all’Ovest. Non era comunque un compito facile. Ben 251 persone vennero uccise dalle guardie di frontiera, nei checkpoint al confine fra l’Est e l’Ovest della città, dal 1949 al 1961. Ma il 13 agosto 1961 per i berlinesi fu uno choc: per la prima volta la divisione si materializzava sotto forma di un muro di cemento e filo spinato, sorvegliato da torrette di guardia, riflettori, cani addestrati al combattimento e uomini armati con l’ordine di “sparare per uccidere” a chiunque tentasse di passarlo.
I video e le foto girate nelle prime ore e nei primissimi giorni della costruzione del muro testimoniano la foga con cui i berlinesi, presenti sul posto, si lanciarono dall’altra parte, rischiando la vita, prima che il Muro diventasse impassabile. In un celebre video, un Vopo, militare della Polizia popolare, salta uno sbarramento di filo spinato e defeziona all’Ovest. In un’altra sequenza mozzafiato, una ragazza si lancia nell’attraversamento del confine e, per pochi angosciosi secondi, i capelli le rimangono impigliati nel filo spinato. Una famiglia cala una parente anziana da una finestra di una casa sulla linea di confine. L’operazione spericolata viene interrotta dalla polizia che lancia un fumogeno nell’appartamento. Nelle testimonianze dei tedeschi orientali di allora si legge di incursioni improvvise di poliziotti seguiti da muratori muniti di mattoni, cazzuole e cemento: le finestre che davano sul muro furono improvvisamente murate. Di colpo, decine di migliaia di cittadini si ritrovarono prigionieri in casa loro.
I primi a fuggire furono i più fortunati. Gli altri dovettero investire tutto il loro ingegno e coraggio per riuscire nell’impresa. La principale fu attraverso il “Tunnel 57”. Iniziato nel 1963 da un gruppo di studenti tedeschi occidentali e da un defezionista della Germania Est, Joachim Neumann, il 3 e il 4 ottobre del 1964 permise a 57 tedeschi orientali (da cui il nome dato successivamente al tunnel) di scappare ad Occidente. Fra questi fuggitivi c’era anche la fidanzata di Neumann, rimasta nell’Est e appena scarcerata.
Mentre gli studenti dell’Ovest progettavano il tunnel, nell’aprile del 1963, nell’Est, un soldato di leva dell’Esercito Popolare si schiantava deliberatamente contro il nuovo muro, a bordo del mezzo corazzato che guidava, un veicolo trasporto truppe Spw-152. Non riuscì ad aprire una breccia e, cercando di arrampicarsi per saltare dall’altra parte, venne colpito e ferito dalle guardie di frontiera. La polizia della Germania occidentale, però, reagì rispondendo al fuoco e fu solo così che Wolfgang Engels (questo il suo nome) riuscì a passare dall’altra parte, più morto che vivo, ma libero.
Un mese dopo, fu un cittadino austriaco a passare da una parte all’altra del confine, a bordo di un’auto sportiva, una Austin Healey Sprite decapottabile. Fece solo una piccola modifica: rimosse il parabrezza, prima di presentarsi con la capotte abbassata al confine fra Est e Ovest. Quando le guardie di frontiera gli chiesero di scendere, per un’ispezione, lui si sdraiò e premette l’acceleratore a tavoletta e l’intera auto, con lui e la sua fidanzata tedesca orientale a bordo, passò sotto il passaggio a livello. Più ingegnoso fu Klaus-Günter Jacobi che trasformò la sua piccolissima auto Bmw Isetta per accomodarvi l’amico Manfred Koster e passare il confine senza far notare nulla di strano.
Quattro anni dopo, nel 1967, il nuotatore e ingegnere Bernd Boettger, combinò i suoi due maggiori talenti per costruire un mini-sommergibile con cui, a nuoto, passò la frontiera sul Baltico. Fu una missione rischiosissima: anche la frontiera marittima era pattugliata e sulle spiagge la polizia aveva trovato il modo, con l’uso di agenti chimici, di individuare in tempo reale ogni impronta lasciata dai fuggitivi. Il 16 settembre, non dal mare, ma dall’aria, il meccanico Peter Strelzyk e il muratore Günter Wetzel, passarono il confine, assieme alle loro famiglie al completo, usando una mongolfiera da loro costruita. Ci provarono due volte, fra il primo e il secondo tentativo di evasione riuscirono a sfuggire alla caccia scatenata dalla Stasi, il temibilissimo servizio segreto interno della Repubblica democratica.
Con metodi meno rocamboleschi, ma non meno rischiosi, molti altri cittadini della Germania Est riuscirono a passare dall’altra parte della cortina di ferro, viaggiando in altri Paesi comunisti da cui era meno difficile uscire. La principale porta per l’Occidente fu sicuramente l’Ungheria. E nell’ultimo anno di divisione fra Est e Ovest, nel 1989, fu soprattutto l’apertura della frontiera ungherese con l’Austria che rese superfluo il Muro, ponendo le premesse per il suo abbattimento. Altre mete scelte come ponte per l’Occidente furono la Jugoslavia (allora neutrale) e la Bulgaria (confinante con la Grecia e la Turchia). Ma non era un compito facile. In tutti i Paesi del blocco sovietico la polizia collaborava con la Stasi per arrestare i tedeschi che provavano a fuggire.
Meno nota è la storia di coloro che non ce l’hanno fatta. Almeno 140 persone, secondo le statistiche ufficiali, sono morte sul Muro. Di queste, ben 100 sono tedeschi orientali abbattuti dalle guardie di frontiera, 30 sono stati colpiti per errore durante tentativi di fuga, 8 sono le guardie di frontiera uccise, da chi fuggiva armato, da altre guardie di frontiera o da disertori.
E fu proprio questa la peculiarità del Muro, che lo rende differente da tutti gli altri muri: serviva a tenere dentro i cittadini del regime che lo aveva costruito. In Occidente non lo abbiamo mai del tutto compreso, come dimostra una retorica molto di moda che lo paragona ai muri di frontiera (per controllare l’immigrazione), ai muri del Sud Africa (per separare i bianchi dai neri) o al muro di Israele (per difendere le città dai terroristi). Quando il presidente tedesco orientale Walter Ulbricht, d’accordo con Nikita Chrushev, decise di edificare il muro, lo fece perché l’emigrazione dei suoi cittadini stava svuotando il Paese. Dalla fondazione della Germania orientale nel 1949 all’estate del 1961erano infatti passati all’Ovest ben 3,5 milioni di tedeschi su 18 milioni in totale. Fu la prova tangibile del fallimento del sistema comunista, un regime da cui tutti volevano fuggire. Le energie che vennero spese per impedire alla gente di scappare non impedì comunque un netto declino demografico, fra fuggiti e non nati: da 18,3 a 16,4 milioni di abitanti, nei 40 anni esatti di storia della Germania Est. Contrariamente alla crescita demografica, da 51 a 62,6 milioni di abitanti, nella Germania Ovest, nello stesso arco di tempo. Si celebra in Europa la caduta del Muro il 9 novembre 1989. Ma il 13 agosto dovrebbe essere ricordata come la data in cui il comunismo, in Europa, iniziò il suo inarrestabile declino.