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Italia e Francia firmano il Trattato del Quirinale e tra Roma e Parigi si preannuncia pronto a prender vita una forma di rapporto speciale che ricorda l’asse franco-tedesco connesso al Trattato diI Aquisgrana non solo per la sua volontà di giocare un ruolo come motore del futuro d’Europa. Il complemento franco-italiano ad Aquisgrana, infatti, si immagina come trattato “carolingio”, che guarda al cuore del Vecchio Continente, alla Mitteleuropa, a un partenariato avente giocoforza il suo baricentro tra il Reno, Parigi, Strasburgo, Aquisgrana e la Ruhr. Ovvero il cuore antico dell’Impero di Carlo Magno, la terra dove hanno sede le istituzioni europee e in cui a lungo Francia e Germania si sono scontrate. Sullo sfondo, come periferia dell’Europa, il Mediterraneo, che pure gioca un ruolo cruciale nel rapporto franco-italiano e ne richiama la comune radice latina.

Va da sé che la mancanza di lungimiranza della definizione di un vero partenariato italo-francese nel Mediterraneo è imputabile principalmente a Parigi. L’Italia ha negli ultimi decenni trascurato, sottovalutato, a volta addirittura contribuito a rendere meno sicuro per sé il Grande Mare senza però dimenticare (o poter dimenticare) di esservi immersa. Parigi, specie dopo l’ascesa alla presidenza di Emmanuel Macron, vede al tempo stesso il Mediterraneo come il “Medioceano”, base di partenza di una presunta potenza militare, economica, geopolitica di taglia globale e, contraddittoriamente, come scenario periferico in quell’Europa in cui teme di diventare junior partner nel partenariato franco-tedesco.

A lungo, addirittura, la Francia ha operato in maniera conflittuale verso l’Italia nel quadrante mediterraneo: la Libia insegna bene. Solo la pandemia, in questo senso, ha ad esempio risvegliato Emmanuel Macron dal torpore scoprendo come su diversi settori il destino francese in Europa sia più comune a quello dei Paesi del Mediterraneo che a quelli del Nord Europa: si pensi alla battaglia contro l’austerità, vissuta spalla a spalla da Macron e Mario Draghi, ma avente i suoi più tenaci promotori nei governi di Spagna, Grecia, Portogallo.

Il Mediterraneo è un mare su cui si affacciano tre continenti e tre religioni monoteistiche che non sono mai riuscite a prevalere l’una sull’altra, un mare che ha conosciuto unificazione solo ai tempi della Res Publica imperiale romana, un mare che segna i destini di entrambe le nazioni di cultura latina e cattolica. E attorno al mare uno dei maggiori filosofi del XX secolo, Alexandre Kojève, immaginava potesse plasmarsi un partenariato con cui la Francia, aprendosi all’Italia e ai Paesi limitrofi avrebbe potuto immaginare un ruolo nel mondo dopo la seconda guerra mondiale.

Vero e proprio ultimo hegeliano, Kojève, a lungo consulente apicale del governo francese, segnalò nei suoi studi e nelle sue attività da consigliere politico che a suo avviso uno Stato moderno per poter essere politicamente efficace doveva, nel mutato quadro geopolitico, poter poggiare su una “vasta unione “imperiale” di nazioni imparentate”. In una forma diversa ma non divergente fino in fondo da quella di Charles de Gaulle, Kojève immaginò per la Francia, dopo averne constatato i problemi ai tavoli negoziali dominati da Stati Uniti e Unione Sovietica, un progetto politico  teso quindi acreazione di una terza potenza tra quella ortodossa slavo-sovietica e quella protestante anglo-sassone, a cui associava giocoforza anche la futura  Germania: in un omonimo testo scrisse di un “Impero Latino” alla cui testa possa porsi la Francia al fine di salvaguardare la propria specificità geopolitica assieme a quella di altre nazioni latine, identificata proprio nel comune legame coi destini del Grande Mare. Per il filosofo francese le nazioni latine sono state minacciate da un bipolarismo mondiale che premeva su uno spazio mediterraneo da oriente e da occidente.

“La lezione imperiale kojeviana”, ha scritto Limes, “resta parte integrante della panoplia strategica a disposizione del decisore francese, da de Gaulle a Macron, assimilata dal suo alto clero militar-diplomatico quale possibile calmante dell’ossessione tedesca. Paradosso nel paradosso: la kojeviana idea d’impero echeggia le quasi contemporanee architetture di Carl Schmitt relative ai «grandi spazi» – marchio delle geopolitiche germaniche e nipponiche – con cui entrerà in rapporto solo dieci anni dopo”. Kojéve prevedeva che senza un riconoscimento delle peculiarità politiche e storiche di ogni nazione, l’Europa unita non avrebbe potuto andare lontano come potenza globale.

Ciò che egli aveva previsto si è puntualmente verificato. Un’Europa che pretende di esistere su una base esclusivamente economica, lasciando da parte le parentele reali di forma di vita, di cultura e di religione, mostra oggi tutta la sua fragilità, proprio e innanzitutto sul piano economico. Persa la sfida americana sulla tecnologia, teorizzata dal coevo Jean-Jacques Servan-Schreiber proprio in Francia, subiti i danni della crisi del 2007-2008, dimenticato il suo estero vicino l’Europa deve, dopo la pandemia, scoprire sé stessa. Italia e Francia non possono non mettere il Mediterraneo e la ricerca di una valorizzazione dell’identità latina e cattolica di una fetta importante delle nazioni del Vecchio Continente, mediterranee e non solo.

L’idea di Kojève era legata a una visione di natura prettamente geopolitica, era proiezione strategica con richiami culturali, storici e di lungo periodo. La geopolitica era vista come la diretta continuazione della geostoria, secondo il principio per cui si possono costituire alleanze di ordine superiore con coloro con i quali c’è un vissuto comune. La sua lezione non è stata (completamente) scordata, sia ben chiaro. Ma Italia e Francia possono e devono orientare verso il Mediterraneo la loro partnership, indicare nella ricerca di un piano di sviluppo comune per il Grande Mare un progetto di valenza europea, fare del Mediterraneo uno spazio sicuro, aperto ai commerci, un ponte impegnandosi a sanare le crisi (Oltre alla Libia, Paesi come Tunisia, Algeria, Egitto, Turchia sono attori instaibli) e controbilanciando nel Vecchio Continente i calvinisti e i protestanti del Nord, sempre pronti a rimarcare la differenza con l’Europa latina e mediterranea con il rigore, l’austerità, il moralismo. Se ben espanso oltre la semplice pista carolingia, in quest’ottica il Trattato del Quirinale può giocare un ruolo fondamentale. A patto di prendere atto del fatto che una relazione italo-francese o è mediterranea o non è.