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Beirut, 1960. Una splendida ragazza in un succinto bikini prende il sole a bordo piscina di un facoltoso hotel. Fantascienza? No, semplicemente un altro mondo. Si fatica molto a immaginare, in giorni come questi, un Libano differente da quello che la cronaca dipinge. Eppure, un tempo, seppur durato un baleno, questo angolo di mondo è stato una piccola grande oasi di libertà che ammiccava al jet set internazionale. Quando per il mondo intero Beirut e il Paese dei cedri erano rispettivamente la Parigi e la Svizzera del Medio Oriente.

Prende il nome di Età dell’oro quel breve interludio tra gli anni Quaranta e i Settanta: dopo che il Libano ottenne l’indipendenza nel 1943, Beirut divenne la sua capitale e prosperò come centro intellettuale e finanziario, così come come destinazione turistica. Con la nazione nacque anche il patto fra le tre fedi libanesi: venne concordato che il presidente avrebbe dovuto essere un maronita, il primo ministro un musulmano sunnita e il presidente del parlamento un musulmano sciita.

Sulle spiagge del quartiere di Ain El Mreisseh aprirono hotel di lusso. Sulla vicina Rue de Phénicie, nacquero una serie di locali notturni frequentati da stelle del cinema, celebrità e miliardari. L’American University of Beirut fungeva da polo intellettuale per migliaia di giovanissimi intellettuali che aspiravano a guidare la regione. E ancora, le piste da sci di Farayya, il Baalbak Festival, l’intellettualismo dell’Horse Shoe Café, la vivacità della Cave du Roi, lo sfarzo di Hamra Street. Brigitte Bardot, Elizabeth Taylor e Richard Burton fecero di Beirut il loro buen retiro.

Negli anni Settanta, Beirut si affermò come il cuore finanziario, commerciale e turistico del Medio Oriente. Molte aziende operanti nell’area del Mediterraneo orientale, in Arabia Saudita e nei Paesi del Golfo scelsero la capitale libanese per stabilire le loro sedi, grazie a un’infrastruttura moderna, efficienti sistemi di comunicazione, istituzioni educative di alto livello e uno stile di vita occidentale. Ma Beirut non era solo un hub economico: il Libano, infatti, rivestiva anche un ruolo cruciale durante la Guerra Fredda, fungendo da punto di osservazione strategico per le agenzie di intelligence, che monitoravano attentamente gli sviluppi geopolitici della regione. A completare questo quadro dinamico, il Paese offriva una cornice naturale straordinaria: dalle montagne innevate alle spiagge soleggiate, fino alla vibrante capitale, animata da una vita sociale ricca e una popolazione ospitale. Beirut era pronta ad accogliere visitatori da ogni parte del mondo, desiderosa di mostrare la sua apertura e il suo spirito imprenditoriale.

Nonostante il ritratto nostalgico corrisponda in parte a verità, non bisogna cadere nella trappola del “Paradiso Perduto“. Nell’ottobre del 1982, solo pochi mesi dopo l’invasione israeliana del Libano, ARAMCO World Magazine pubblicò un numero intitolato Paradise Lost: A Eulogy for Lebanon, pieno di articoli scritti da occidentali che avevano vissuto il Libano dell’era prebellica. Trasmettevano insieme la nostalgia per un’età dorata, lamentando il tramonto di un’epoca di innocenza, prosperità e abbondanza. Ma se ci si allontana dalle istantanee glamour di pochi, il quadro è stato ben diverso, foriero di miseria su larga scala per la maggior parte della popolazione, con solo una piccola minoranza che ha goduto i frutti degli anni “svizzeri”. Quando il Paese ottenne l’indipendenza nel 1943, circa 30 famiglie lo regnavano: ventiquattro erano cristiane, quattro sunnite, una sciita e una drusa. I membri di questa ristretta Camelot si spartirono tra loro i monopoli di importazione del Paese ma soprattutto terreni, immobili, banche, porti, hotel, concessioni di tabacco, costruzioni, compagnie assicurative. Avevano politici in famiglia, alleanze d’acciaio con altre potenze tramite matrimoni o accordi commerciali. Entro gli anni Sessanta, quelle famiglie divennero almeno un centinaio, raggiungendo quota 800 all’inizio degli anni Settanta. Immigrazione, dinamiche economiche e conflitti hanno tutti contribuito a forzare le barriere del sistema. L’altra faccia degli anni Sessanta, infatti, non riguardò solo gli attori di Hollywood, ma incluse l’addestramento alla guerriglia in alcune parti del Paese.

Il 1975 segnò l’inizio del disastro, con lo scoppio della guerra civile, inizialmente un conflitto tra milizie cristiane e gruppi palestinesi alleati con fazioni musulmane libanesi. Questo primo scontro fu seguito da numerosi altri, tra fazioni l’un contro l’altra armate. Le potenze internazionali non rimasero a guardare: Stati Uniti, Russia e Siria furono coinvolti, mentre Israele invase il Paese due volte, arrivando a occupare Beirut nel 1982. Le conseguenze furono devastanti. Con la conclusione della guerra civile nel 1991, dopo 15 anni, una nuova élite venne accolta: ex signori della guerra e capi delle milizie, che durante il conflitto avevano consolidato un enorme potere, ora erano pronti a riscuotere. Il bilancio fu tragico: circa 150.000 morti e oltre 17.000 dispersi.

La realtà nel Libano post-guerra civile tese verso un radicamento e un rafforzamento delle alleanze settarie. La guerra civile aveva portato alla virtuale eliminazione di regioni multiconfessionali in cui la coesistenza era la norma. Lo sviluppo della Seconda Repubblica, inoltre, è rimasto strettamente legato ai confini esterni, in particolare a Israele e Siria. Un filo di speranza sembrò profilarsi nel 2005 con la “Rivoluzione dei cedri“, quando i giovani per giorni chiesero le dimissioni del premier Omar Karami, oltre all’uscita dal territorio del Libano delle truppe di Damasco. I pochi frutti che quel momento di gloria produsse morirono un anno dopo. L’ostilità tra Israele ed Hezbollah– che del Libano aveva ormai fatto casa e bottega- caratterizzata da scontri periodici proseguì negli anni successivi. Le tensioni divamparono nel luglio 2006, quando Hezbollah lanciò un’operazione armata contro Israele dal Libano meridionale, uccidendo diversi soldati israeliani e rapendone due. Ciò portò Israele a lanciare una grande offensiva militare contro Hezbollah che si concluse solo dopo che Israele, Hezbollah e il governo libanese accettarono la famigerata Risoluzione 1701 delle Nazioni Unite, così gravemente messa in discussione in queste settimane.

Crisi del debito, elezioni controverse, tensioni regionali si abbattono sul Libano negli ultimi anni. Dapprima, la guerra civile siriana, iniziata nel marzo 2011, si estende in Libano con scontri tra musulmani sunniti e alawiti a Tripoli e Beirut. Poi, nel 2020, anno quanto mai carico di significati, il governo si dimette dopo mesi di proteste per il crollo del valore della moneta, a cui si aggiunge l’impatto del lockdown dovuto al Covid-19. Come se non bastasse, quasi a incorniciare questa decadenza progressiva, il 4 agosto del 2020, una massiccia esplosione chimica nel porto di Beirut mette a soqquadro la città. Il bilancio delle vittime sarà di 218 morti e circa 7000 feriti.

In quelle ore terribili la poetessa libanese Nadia Tueni disse: “Beirut è forse sei piedi sotto terra oggi, ma la capitale è morta mille volte ed è rinata mille volte“. Le sue parole furono affisse ovunque, in giro per la città. Ma Beirut, ora, è più che sei piedi sotto terra.

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