Non ci sono spiagge bianche bagnate da un mare cristallino come a Okinawa, né palme o frutti tropicali ad accogliere frotte di turisti. Iwo Jima è un’isola avvolta in una cupa e silenziosa desolazione. Dista un migliaio di chilometri da Tokyo ed è incastonata nell’Oceano Pacifico, quasi più vicina alle Isole Marianne che non al Giappone, Paese di cui fa parte.
A guardarla dall’alto, nelle immagini satellitari, si notano subito due cose: ha un’insolita forma a pera ed è piccolissima. Quest’isoletta vulcanica, ricoperta da sabbia nera di origine vulcanica, ha infatti una superficie di appena 21 chilometri quadrati, è lunga 8 chilometri e larga 4. Qui non c’è assolutamente nulla, fatta eccezione per un vulcano spento che domina la parte centro-settentrionale, il Suribachi, e l’altopiano di Motoyama che si staglia a sud. In mezzo, pochi alberi, tante sterpaglie e zero abitanti (escludendo il contingente militare nipponico).
Eppure, Iwo Jima – nome traducibile come “Isola di Zolfo” – è tristemente nota per essere stata il teatro di una delle battaglie più cruente combattute durante la Seconda guerra mondiale, nonché l’ultima roccaforte dell’Esercito Imperiale giapponese, piegato dai Marines statunitensi al termine di una resistenza eroica.
La battaglia di Iwo Jima
“Se l’isola su cui mi trovo sarà catturata, la terra giapponese sarà bombardata giorno e notte”, scriveva Tadamichi Kuribayashi, il generale che comandava le forze nipponiche nella battaglia di Iwo Jima, in una lettera inviata alla sua famiglia prima dello scontro. Il suo obiettivo: evitare che l’isola cadesse nelle mani degli Stati Uniti. Se così fosse stato, infatti, le forze Usa avrebbero potuto usarla come base aerea per organizzare missioni di bombardamento a lungo raggio contro il Giappone continentale e distruggere le capacità aeree e navali nemiche.
I raid delle portaerei statunitensi e i blitz dei bombardieri B-24 iniziarono nel giugno 1944. Prima dell’invasione vera e propria, Iwo Jima avrebbe subito il bombardamento più lungo e intenso mai inflitto a un’isola del Pacifico durante la guerra: nove mesi. Chester Nimitz, comandante in capo della flotta statunitense del Pacifico, non aveva dubbi: “Beh, sarà facile. I giapponesi cederanno Iwo Jima senza combattere”.
Il D-Day scattò la mattina del 19 febbraio, quando i Marines delle 4ª e 5ª divisione sbarcarono sulle spiagge locali. Washington pensava di conquistare quell’isolotto in una manciata di giorni. I combattimenti invece sarebbero proseguiti per 36 giorni, fino al 26 marzo.

Operazione Detachment
I militari Usa stilarono i dettagli dell’Operazione Detachment stimando che l’isola sarebbe stata liberata in una settimana. L’intelligence statunitense, tuttavia, aveva ampiamente sottovalutato le tattiche di Kuribayashi, che aveva impiegato i mesi precedenti al D-Day costruendo fortificazioni che includevano molti chilometri di tunnel sotterranei, bunker, campi minati e fossati anticarro.
Gli Stati Uniti condussero intensi bombardamenti contro Iwo Jima prima dello sbarco, al termine dei quali pensarono che la maggior parte della guarnigione giapponese fosse stata annientata. Credevano inoltre che le spiagge di sbarco selezionate per le squadre d’assalto fossero solide e facili da attraversare per veicoli e Marine carichi di equipaggiamento; in realtà, erano ripidi pendii di soffice cenere vulcanica nera, incapaci di fornire un appoggio stabile.
Fino alla morte
I giapponesi misero in atto strategie letali. Per esempio, anziché attaccare subito i nemici appena sbarcati, Kuribayashi ordinò ai suoi uomini di non sparare per un’ora intera, finché le spiagge dell’isola non si fossero riempite di uomini e materiali americani. I Marines furono costretti a usare lanciafiamme e granate, mentre i carri armati venivano utilizzati per coprire gli uomini che difendevano le trincee.
Alla fine, indeboliti dalla mancanza di cibo e acqua e a corto di munizioni, i giapponesi lanciarono ondate di attacchi banzai, che furono respinti solo grazie a una combinazione di supporto dell’artiglieria statunitense e al fuoco incrociato delle mitragliatrici. La maggior parte dei soldati giapponesi combatté fino alla morte.
Il bilancio della battaglia di Iwo Jima fu un autentico massacro. Dei 22.000 soldati giapponesi di stanza sull’isola, solo 1.023 furono catturati vivi. Pochi di loro si arresero, la maggior parte era stata gravemente ferita durante i feroci combattimenti. I corpi di 10.410 uomini non furono mai recuperati e giacciono ancora da qualche parte nelle caverne e nelle trincee scavate come fortificazioni, o nascosti dalla fitta vegetazione. Allo stesso modo più di 70.000 soldati statunitensi presero parte agli scontri: ne morirono circa 6.800 e 151 risultano ancora dispersi.

Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

