Enrico Mattei è stato partigiano di grandi cause lungo l’intero corso della sua vita. Partigiano della ricostruzione nazionale dopo la seconda guerra mondiale, dell’indipendenza energetica dell’Italia, di un ruolo attivo del Paese nel gioco geopolitico della Guerra Fredda tra Mediterraneo, Africa e Medio Oriente, addirittura della causa di un popolo, quello algerino, nella lotta di liberazione nazionale dalla Francia, l’imprenditore marchigiano fu, prima di tutto, partigiano in senso stretto. Uomo simbolo della Resistenza cattolica. Tanto da arrivare a rappresentare i “bianchi” nel Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia.
Mattei, il partigiano Este-Monti-Marconi
Nella celebre foto del 5 maggio 1945, giorno di celebrazione della liberazione di Milano, in prima fila al corteo del Cln c’era Ferruccio Parri, esponente di spicco dei partigiani di Giustizia e Libertà; c’era Luigi Longo, a capo delle brigate Garibaldi, la Resistenza comunista, c’era Raffaele Cadorna, generale comandante del Corpo Volontari della Libertà. E c’era anche Enrico Mattei, allora imprenditore divenuto esponente della Resistenza anti-fascista e anti-nazista per puntellare la presenza della futura Democrazia Cristiana anche sul terreno nella lotta partigiana. Mattei combatté utilizzando tre nomi di battaglia: fu Este, nei comunicati volti a fomentare l’attività politica; fu il partigiano “Monti” nelle comunicazioni con gli altri democristiani; fu, soprattutto, noto col nome in codice Marconi, cognome della nonna materna, quando il riferimento era l’attività militare. Uno e plurimo, camaleontico come seppe sempre essere, Mattei, in arte Este-Monti-Marconi, si arruolò nel corpo dei partigiani nel 1943, nella nativa regione delle Marche, vicino Matelica. Si spostò poi a Milano, ove aveva sede la sua Industria Chimica Lombarda, che continuò a mantenere operativa durante la guerra evitando di proposito di fornire rifornimenti e commesse alle ditte che lavoravano con la Wehrmacht o la Repubblica Sociale Italiana.
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“Grazie a Marcello Boldrini, docente all’Università Cattolica” e futuro vicepresidente dell’Eni da lui fondata, “Mattei aveva quindi preso contatto con esponenti antifascisti del mondo cattolico tra i quali Giuseppe Dossetti e Amintore Fanfani”, nota Remocontro. “Nell’ottobre 1944 fu arrestato insieme ad altri resistenti democristiani, ma riuscì ad evadere con numerosi detenuti politici dal carcere di Como provocando un corto circuito nell’impianto elettrico che originò una baraonda. Dopo un breve periodo in Svizzera, ritornò a Milano per continuare la lotta di liberazione assumendo altri importanti incarichi organizzativi” e continuando con la sua opera preferita: quella di organizzazione. Mattei non fu un comandante “d’assalto”, capace di azioni militari audaci o di programmare operazioni strategiche di sabotaggio, controinsorgenza o agguato verso le truppe tedesche o i reparti fascisti. Non avendo una formazione militare, non ne sarebbe stato in grado. La sua fondamentale opera per la Resistenza fu quella, piuttosto, di maniacale organizzatore e gestore delle risorse a disposizione dei corpi. Il Cln si trovava, tra il 1943 e il 1944, chiamato a gestire una quantità cospicua di risorse fornite dai partiti romani, dal governo italiano che si era schierato contro la Germania e, soprattutto, dagli Alleati che risalivano la Penisola.
Mattei, “tesoriere” della Resistenza
L’Associazione Nazionale Partigiani Cattolici bene ha ricordato questa fase della Resistenza in cui Mattei fu decisivo, riportando un testo di Giuseppe Accorinti che di Mattei nella Resistenza ricorda “la funzione di intendente e tesoriere del Comando generale”. Il futuro presidente dell’Agip “si conquisto nell’ambiente partigiano apprezzamenti per la puntualità quasi “maniacale” (espressione usata da un componente del Cln) nel presentare a guerra finita i rendiconti delle cifre ricevute a sostegno dei costi della lotta partigiana e i relativi importi di spesa”. Mattei fu anche in grado di coinvolgere verso la Resistenza l’attività di molte centrali importanti di potere del Nord Italia: “preziosa l’attività di raccolta fondi su Milano per la quale si giova di un rapporto privilegiato con Enrico Falck, il grande imprenditore che, con suo padre Giorgio Enrico, aveva fondato l’azienda siderurgica omonima di Sesto San Giovanni alle porte di Milano. Falck, a sua volta, funzionava da collettore del sostegno, che vari industriali milanesi – e non solo – davano alle formazioni partigiane cristiane della resistenza”, parallelo a quello garantito al Cln da figure come il banchiere Raffaele Mattioli, consentendo l’arruolamento di un numero di volontari crescenti.
Da 2mila Mattei rivendicò di aver portato i partigiani cattolici a 65mila, anche se stime più caute riducono il numero di volontari afferenti alle Fiamme Verdi e altre formazioni a circa 40mila tra il 1944 e il 1945. Comunque un risultato notevole, che consentì ai cattolici di combattere, lottare e, in molti casi, morire per il riscatto del Paese consumatosi con la Resistenza. Mattei fu tra i sostenitori dell’idea di passare per le armi, e non consegnare agli angloamericani, Benito Mussolini e i gerarchi arrestati durante la ritirata verso la Germania dopo l’insurrezione nazionale del 25 aprile. La condanna a morte di Mussolini, decretata dal Cln, fu poi eseguita su ordine del Comitato insurrezionale di Milano avente alla guida il futuro presidente della Repubblica Sandro Pertini, socialista, il comunista Longo, il suo compagno di partito Emilio Sereni e l’azionista Leo Valiani.
Un segno duraturo
Mattei fu dunque uno dei protagonisti della lotta resistenziale e questo gli consentì di essere, nel secondo dopoguerra, voce di punta della Democrazia Cristiana, tanto da poter trasformare il suo apparentemente anonimo ruolo di commissario liquidatore dell’Agip nell’Italia post-bellica nella punta di lancia per creare un sistema imprenditoriale a trazione pubblica capace di essere punta di lancia della ricostruzione nazionale. Anche grazie all’Agip-Eni di Mattei l’Italia seppe, nel secondo dopoguerra, essere in grado di rinascere dalla miseria umana, morale e materiale in cui il fascismo, causa della disfatta bellica, l’aveva gettata per diventare una grande economia industriale. Il Mattei partigiano divenne il Mattei deputato e manager di Stato cattolico che ebbe sempre un afflato particolare per la libertà dei popoli, a partire da quello algerino. La sintonia con il quale forse è all’origine delle cause che portarono alla sua morte nel misterioso incidente aereo di Bascapé, il 27 ottobre 1962. Quel che è certo è che l’intera Dc non dimenticò la presenza sul campo dei partigiani cattolici. La quale rappresentò una delle tre frecce con cui il nuovo sistema istituzionale prese vita assieme all’operato, a Roma, del gruppo dirigente guidato da Alcide De Gasperi che costruì il solido ponte con gli Usa e il Vaticano e all’attività dei movimenti intellettuali che col Codice di Camaldoli scrissero, in piena guerra, la bozza della Costituzione contemporanea.
Nel 1946, al primo congresso post-bellico della Dc, Mattei intervenne per primo su iniziativa di De Gasperi, che volle enfatizzare il ruolo cattolico nella lotta di liberazione. Dieci anni dopo la Liberazione, parlando a Trieste Mattei ricordava con forza il valore di quegli anni di lotta: “benché sia stato ripetuto dagli storiografi di sinistra che noi eravamo al più presenti con generici sentimenti di patriottismo, è doveroso ricordare che con noi il clero non fu secondo nel levare alta la fiaccola della riscossa. Né i cristiani avevano bisogno di sovrapporre teorie più o meno politiche a quelle radicate nel cuore delle masse, se è vero, come è vero, che l’idea cristiana è un’idea di libertà”. Ricordando poi che “non si può essere missionari di una grande causa solo occasionalmente, si è missionari per vocazione e la vocazione non può venir meno che con la vita stessa” enfatizzò il senso della riscossa nazionale insito nella Resistenza. A cui il mondo cattolico seppe dare, genuinamente, un contributo di valore.

